La lunga canzone di Cohen

Il gioco preferito, Leonard CohenVi diranno che è un romanzo di formazione, che parla di adolescenza, di amicizia, di scoperte e di amore. Vi diranno che racconta del modo in cui un giovane ebreo benestante e non strettamente osservante vede il mondo. Vi diranno che è autobiografico. Vi diranno che ripercorre l’età in cui New York per un artista era una meta, un luogo da raggiungere per realizzarsi. Vi diranno che questo è uno dei migliori romanzi canadesi di sempre.

Invece Il gioco preferito di Leonard Cohen è una canzone, una canzone lunga 286 pagine. Ed è una bella canzone, se si supera il disorientamento delle prime pagine (che, rilette con la consapevolezza di poi, sono anche le più intense e stupefacenti). Cohen, artista poliedrico e raffinato, lo ha scritto prima di diventare noto come uno dei più sensibili musicisti contemporanei. Introvabile, il testo è stato ristampato con una nuova traduzione nel 2002 da Fazi.

Il gioco preferito ha della canzone la forza espressiva ed evocativa, la capacità di emozionare con un solo inciso, il felice equilibrio tra detto e sottointeso che rende complice l’immaginazione di chi legge. Nella prima parte, in cui i collegamenti tra gli eventi hanno ancora un peso secondario, il libro è un piacevole susseguirsi di impressioni, immagini e intuizioni dominate da stupore e purezza. Poi il racconto si fa più maturo, così come l’età del protagonista, ma non perde mai la meraviglia e il candore. Frammenti di vita, come lo sono molte canzoni del Cohen cantautore: li avete sentiti anche voi gli accordi di chitarra in sottofondo?

Il gioco preferito è Due di due se l’avesse scritto Fabrizio De André.

(Se poi volete leggere un po’ di recensioni serie – perché questo libro ha fatto poco rumore ma ha affascinato molto – il vivace sito di Fazi ne raccoglie un bel po’).

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L’occhio del cielo

Eye in the sky, Alan Parson's ProjectAmmetto tre debolezze in un colpo solo. La prima: mi piace assistere alle cerimonie di assegnazione dei premi cinematografici o musicali, dagli Oscar in giù. La seconda: amo le cover, ovvero la rivisitazione da parte di un cantante o gruppo musicale di canzoni appartenenti al repertorio di un altro cantante o gruppo. La terza: adoro la musica acustica, specie se si riduce a esecuzioni per chitarra, pianoforte e voce. Potete, quindi, immaginare i cinque minuti di delizia che ho vissuto ieri sera, durante la bislacca diretta dei David di Donatello, quando Noa ha presentato la sua versione di Eye in the sky degli Alan Parson’s Project accompagnata solo da una chitarra acustica.

Non conosco molto del repertorio di Noa; diciamo pure che mi fermo poco più in là di Life is beautiful, la canzone tratta dalla colonna sonora del film di Benigni. Di conseguenza ignoravo che nell’autunno scorso avesse presentato un nuovo Cd, Now, e che questo contenesse due cover (anche We can work it out dei Beatles).

Trovo Eye in the Sky una canzone bella, ma come molti classici evergreen ha il difetto di suonare ormai terribilmente uguale a se stessa, quasi un luogo comune musicale. C’è poi quest’immagine un po’ spaventosa dell’occhio nel cielo capace di leggere nella mente altrui che, pensandoci bene, mi insegue da vent’anni (la canzone è del 1982). La versione di Noa è meravigliosa: dà nuova vita al testo, ritocca la musica quel tanto che basta a renderla un dolce sottofondo e fa diventare la canzone delicata e intensa. Riascoltata un po’ di volte, sull’onda dell’entusiasmo l’ho subito inserita tra le mie cover preferite.

È in buona compagnia, insieme a – giusto per fare qualche nome:

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Le storie ruvide di Ani DiFranco

Bel cd Evolve, l’ultimo di Ani DiFranco. Per chi apprezza il genere, lei è una sorta di Dave
Mattews
al femminile, un’Alanis Morissette in versione blues. Le melodie sono ricche, gli strumenti sono tanti (tra cui un trio di trombe, che dà il meglio di sé in Promise Land, la traccia d’apertura), i ritmi spaziano con leggerezza dal folk al jazz, al blues, senza disdegnare incursioni in sonorità rock e latine.

Tra le cantautrici alternative americane, Ani DiFranco è una delle più alternative. E prolifiche: produce i suoi lavori a un ritmo tale da far impallidire qualsiasi stratega del marketing (il precedente, un live doppio, è nei negozi da poco più di sei mesi). Il risultato, nonostante tanta fecondità, è sempre all’altezza del miglior cantautorato americano contemporaneo. Le canzoni di Evolve sono dense di spessore sonoro e di espressività nei testi.

Non le manda a dire, Ani DiFranco: «no you didn’t just leave, i actually kicked you out» dice con rabbia mista a ironia in In the way. Evolve è un collage di situazioni, frammenti di relazioni, atmosfere senza contesto. Racconta un’evoluzione personale, suggerisce il titolo, e i testi sono tutti intimi, quasi sempre ruvidi. Storie, lunghi sfoghi che non cercano mai rime perfette, racconti in pillole che non perdono di vista l’umanità dei protagonisti. Ani DiFranco non si accontenta di far parlare i versi: li interpreta, dà loro vita in simbiosi con la musica, piega l’intera canzone alla sua volicalità particolare. In questo è perfino più virtuosa della Morissette.

Qualche estratto del cd si può ascoltare sul sito ufficiale, su Cdbox e su Cdnow.

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Era tanto tempo fa…

Mi scrive Livio, qualche giorno fa:

«complimenti, ma… l’hockey? almeno una citazione, una fotina, un messaggio subliminale, un cuscinetto a sfera»

Ha ragione. Nei miei brevi e presuntuosi appunti autobiografici digitali ho trascurato del tutto un momento importante della sua e della mia infanzia. Non ho affatto dimenticato quel periodo, lo tranquillizzo. Semplicemente non ho trovato importante parlarne. Il motivo per cui mi sbagliavo mi è stato chiaro solo quando ho visto il reperto che il buon Livio si è premurato di spedirmi a stretto giro di e-mail.

Hockey su pista, tanti anni fa

Io, per la cronaca, sono il primo da sinistra. Livio il secondo. Rivedere questa foto – anzi vederla, perché di quell’età non ho mai posseduto nessuna immagine – è stata un’emozione inaspettatamente intensa. Ho rivissuto le stesse sensazioni di quel giorno: l’imbarazzo delle prime partite ufficiali sul campo di casa, il prurito che davano quelle maglie consumate di lana, troppo grandi per noi bambini, lo sguardo degli allenatori appoggiati a braccia incrociate al cancello, le facce dei parenti che ci osservavano dalle tribune di fronte a noi.

Credo fosse il 1983, forse il 1984. Al Palazzetto di Hockey e Pattinaggio di Pordenone. Noi eravamo il primo, timido tentativo di settore giovanile organizzato dalla locale squadra di hockey su pista, l’Hockey Zoppas, a quel tempo una delle maggiori formazioni della serie A1. Io ero irrimediabilmente scarso, né sono mai diventato un bravo sportivo in seguito. Ma quello era ancora un gioco, quasi sempre divertente. E si pattinava un sacco.

Perdevamo anche un sacco. Ed è stato quello il momento in cui ho cominciato a scrivere. Devo molto del lavoro che faccio oggi a una brava persona che un giorno mi disse “Perché non scrivi due righe sulle partite, che le mandiamo ai giornali locali?”. Raccontare gli aspetti positivi di sconfitte talvolta imbarazzanti – ricordo un 36 a 1 rimediato su qualche pista del Veneto – è diventato lo sport in cui riuscivo meglio. Di fronte a tanta faccia tosta, forse trovando qualcosa di poetico nel modo barbaro con cui portavamo i colori cittadini per il Triveneto, i quotidiani della zona non osavano censurarci e, un po’ per volta, io guadagnavo spazio sulle colonne del Gazzettino, del Messaggero e del Piccolo. Poi il resto è venuto da sé.

Altri tempi. Magari un giorno ne riparlo.

Intanto, grazie a Livio (che ai pattini ora preferisce la chitarra).

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Bambini incuriositi da altri bambini

Il Guardian pubblica una raccolta di e-mail spedite da Rachel Corrie ai suoi familiari. Sono molto belle, parlano da sole. Le trovate tradotte in italiano anche su Internazionale del 28 marzo.

Non so perché a volte una morte diventi un simbolo: di quanti eroi non abbiamo conosciuto la vita, in fondo. A volte succede e ti colpisce. Non credo sia ipocrita. Ipocrita sarebbe non volerne sapere di più; non chiedersi che cosa ha preso a questo vecchio mondo e perché sta accadendo; accontentarsi solo di aggiungere un’icona al proprio album delle commozioni.

Nel 1989 io avevo 17 anni. Non ho mai dimenticato l’immagine di piazza Tien An Men, lo studente davanti ai carri armati. Eravamo giovani e studenti anche noi; combattevamo contro i carri armati della nostra adolescenza. Questione di proporzioni, ma forse lo spirito è lo stesso. Spero che Rachel Corrie davanti a un bulldozer possa essere l’immagine dell’adolescenza di tanti che nel 2003 hanno 17 anni.

«Something disturbing about this friendly curiosity. It reminded me of how much, to some degree, we are all kids curious about other kids.» Rachel Corrie, 7/2/2003

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