Mi sono innamorato di questa foto

Terra e Fuoco

È di Pietro, un ragazzo in gamba che scrive, filma, fotografa e (web)disegna. Quando non è impegnato a fare il project manager, s’intende. Sì, incidentalmente è anche uno dei miei collaboratori preferiti, ma questa è un’altra storia.

Ha promesso che mi farà fare il best boy o l’acquaiolo quando realizzerà il suo primo lungometraggio. Quindi, se vi pare, sostenete il progetto suo e di Bamboo Productions. Lui, in cambio, potrebbe ben mettere online i suoi primi corti, però.

Quanto a me, sarà il caso che predisponga una pagina dei link, prima o poi.

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In treno

Questa sera eri una quindicenne brufolosa. Venerdì un operaio di quarant’anni. Due settimane fa uno studente venticinquenne. Secondo la mia esperienza di viaggi in treno – un totale di 400 punti maturati quest’inverno sulla IC Card in un triangolo di tratte che ha i vertici in Milano, Bologna e Pordenone – ci sei in quasi due viaggi su tre, senza distinzione tra Eurostar, Intercity e Interregionali. A te chiedo: è proprio necessario che tu ti metta regolarmente ad ascoltare al massimo volume tutte (tutte!) le suonerie del tuo cellulare?

–o–

Divertente è stato, invece, leggere Trenità di Giuseppe Antonelli (edito da peQuod), un libretto che mi è stato istintivamente simpatico non appena visto in libreria e che si poi è rivelato della lunghezza ideale per coprire un tragitto in Eurostar tra Bologna e Milano. Il libro non mi è dispiaciuto affatto: alcune visioni inaspettate, alcune descrizioni e alcuni giochi linguistici sono strepitosi. Tuttavia a mente fredda dico che ha mantenuto solo in parte le suggestioni proposte dalle presentazioni di copertina (dove però è del tutto azzeccata la descrizione di un testo «reticolare, stratificato, ricco di echi e di campionamenti: più che un romanzo, un concept album»).

Trenità è un romanzo, ma apparentemente non ha né capo né coda. Per impostazione e sviluppo, particolare curioso, mi ha fatto pensare spesso a un blog trasposto su carta. Il linguaggio è originale e ricercato, al punto però di arrivare più volte a irritare il lettore per eccesso di ricercatezza e di effetto. I «campionamenti» di cui sopra sono stralci di canzoni appartenenti per (ab)uso all’immaginario collettivo e in quanto tali sono utilizzati come passaggi, raccordi, descrizioni essenziali all’interno del racconto: ottima trovata in un primo tempo, poi però non regge sempre l’alto livello inziale, stanca e lascia pensare a un malriuscito e semiserio tentativo di imitazione del ben più geniale Bergonzoni. Visto il filo conduttore (un uomo sale su un treno deciso a non scendere più – ma il tema principale è poi l’amore, o la sua mancanza), si apprezza soprattutto in viaggio, meglio se in una carrozza a scompartimenti di un Intercity.

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Il mondo (blog) della Pizia

Mondo blog, Eloisa Di RoccoMondo Blog, il libro della Pizia, mi è piaciuto parecchio.
Per diverse ragioni.

Sono convinto che la via sentimentale (e in parte collettiva) scelta dall’autrice sia la più adatta a rendere giustizia ai blog. Descrivere questi particolari siti personali soffermandosi sulla loro tecnologia, come accade spesso, mi fa la stessa impressione che pretendere di spiegare l’anima tracciando una mappa delle terminazioni nervose del corpo umano. Dato per scontato che un blog è un sistema di pubblicazione costituito da un numero “x” di elementi più o meno fondamentali – concetto, del resto, opinabile -, la rivoluzione sta semmai nel modo in cui questo (tutto sommato banale) strumento è stato utilizzato per dare forma a una nuova categoria di contenuti e a un tessuto molto particolare di relazioni sociali. Di questo, pippe sociologiche escluse, parla la Pizia.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché digerisce in 176 pagine molto godibili due anni e mezzo di post e incontri, nati per caso ed evolutisi in modo altrettanto casuale. Sintetizza un mondo intero – virtuale? digitale? parallelo? io dico reale – con scioltezza, acume e, pur essendo coinvolta in prima persona, con discreta obiettività. Racconta, conservando lo stupore e l’ironia, la genesi di un gruppo di persone che ieri erano estranei e oggi attraversano mezza Italia per vedersi di tanto in tanto. Sono solo una delle tante possibili combinazioni di persone che si sono incontrate in modo poco più che fortuito in Rete dal 1999 a oggi attraverso i blog, ma sono probabilmente la combinazione più rappresentativa perché raccoglie buona parte dei pionieri italiani. È la più rappresentativa, dico tra me e me, perché è quella che seguo di più (e qui faccio outing e ammetto di leggere con regolarità, tra gli altri, Leonardo, Blogorroico, la stessa Pizia, Simone, FlamingPxl, Strelnik, Manteblog).

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché ho ritrovato nelle sue parole un modo di vedere Internet nel quale mi riconosco senza riserve (ne ho parlato, in un contesto simile, nel 1999) e che fino a qualche tempo fa sembrava essere stato irrimediabilmente soppiantato da portali e imprese commerciali. C’è la rivincita della Rete creativa e umana, quella che privilegia i contenuti, le persone e le idee, dietro al dirompente emergere dei blog. Ed è il motivo per cui, da qualche tempo, mi dichiaro un blog-entusiasta.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché esprime con pudore il timore, per nulla infondato, che il meglio sia già passato, che la spontaneità sia diventata moda, che la dedizione gratuita si sia trasformata in facile ricerca di consenso. Il delizioso racconto conclusivo è una riflessione lucida sulle contraddizioni di uno strumento che vede nelle sue virtù le ragioni del suo possibile tramonto. Ma è anche una metafora di Internet nel suo insieme, un mezzo di comunicazione che non è ancora riuscito a esprimere la sintesi ideale tra le sue qualità locali/intime e le sue aspirazioni globali/collettive su vasta scala.

Il libro della Pizia mi è piaciuto perché non avevo mai pensato al passare da una finestra all’altra di Windows come a una danza. O a un sito personale come un Dolce Forno Harbert.

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A volte il film è anche meglio

Ne avevo letto spesso e lo cercavo da tempo, ma sembrava sconosciuto in Italia. Poi, qualche settimana fa, la folgorazione in una (originale) libreria di Perugia: Einaudi ha appena (ri?)stampato This boy’s life, storia autobiografica dello scrittore Tobias Wolff. È uscito in aprile per la collana Stile Libero con il titolo di Un vero bugiardo. Titolo deludente come pochi, a dirla tutta, pur riconoscendo la difficoltà di resa del riferimento originale a Boy’s Life, la rivista degli scout americani.

Si tratta di uno tra i più popolari e apprezzati romanzi di formazione della letteratura contemporanea americana. Uscito negli Stati Uniti nel 1989, racconta la movimentata vita di un ragazzo di provincia negli anni ’50. Qualcuno lo ricorderà per essere stato d’ispirazione a Voglia di Ricominciare (…a proposito di titoli strampalati), film del 1993 interpretato da Robert De Niro, Ellen Barkin e da un giovane e quanto mai promettente Leonardo DiCaprio.
Il libro è molto scorrevole e gradevole. Racconta con un misto di distacco e compiacimento le vicende di Tobias, adolescente ribelle più per vivacità interiore che per vocazione, al seguito di una madre irrequieta e sfortunata. Film e libro divergono solo per il finale, che sulla carta concede qualcosa in meno al riscatto del protagonista.

Ricordo piuttosto bene il film. Lo ricordo ricco di sfumature, e anche per questo mi sono portato a lungo la curiosità di leggere la storia originale. Poiché, in genere, è tutto grasso che cola se la pellicola conserva almeno il 30% dell’intensità di un romanzo, il libro – pensavo – deve essere davvero notevole. Non posso dire che il libro mi abbia deluso: si legge volentieri, ma senza orecchiette. Di certo ho rivalutato l’interpretazione cinematografica, ricca e fedele come poche volte riesce (almeno nei film made in Hollywood). Magari uno di questi giorni lo rivedo.

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Perché l’America spara

Bowling for Columbine è un documentario di Micheal Moore. Michel Moore è il regista che, ritirando l’Oscar per il miglior documentario (vinto proprio per Bowling for Columbine), ha dichiarato qualcosa del tipo: «A me piace la realtà e invece viviamo in tempi fittizi, in cui elezioni fittizie hanno eletto un uomo fittizio che ci sta portando in guerra per ragioni fittizie». Moore è un tipo bizzarro e coraggioso: provate voi a stare in piedi da soli sul palco più osservato del mondo in quel momento, poco dopo l’11 settembre e subito prima dell’Iraq, e urlare a Bush di vergognarsi. Ha modi piuttosto bruschi e un’ironia pungente, oltre a indubbie doti da intrattenitore e a una faccia tosta come pochi.

Un momento di Bowling for ColumbineIl pretesto da cui parte il suo lungometraggio è il massacro alla Columbine High School di Littleton, dove nel 1999 13 ragazzi e un insegnante furono uccisi da due studenti esaltati. Moore confronta un po’ di dati sulle vittime da arma da fuoco nel mondo e si domanda perché mai negli Stati Uniti i morti siano in proporzione tanto più numerosi. La risposta arriva al termine di un un appassionante viaggio di un’ora e mezza tra sostenitori del dovere di difendersi, parenti delle vittime, lobby delle armi, presunti capri espiatori, forze dell’ordine e originali sintesi della storia americana.

La conclusione di Moore, che si appoggia a teorie già note negli atenei, è che l’America ha paura, e fin qui poco male, ma che questa paura è alimentata e gestita in modo consapevole da politici e mezzi di comunicazione come forma distorta di gestione del consenso e di controllo sociale. Onesto e intelligente nel suo viaggio alla ricerca di una verità (ma talvolta inutilmente furbo in fase di montaggio), Moore costruisce su questo assunto un documento vivace, diretto e spesso ironico, che ha nella curiosità, nell’indignazione e nella compassione i suoi punti di forza.

Il film – perché alla fine questo documentario ha poco da invidiare a un film – va visto anche solo per l’intervista a un fin troppo orgoglioso Charlton Heston (ex Ben Hur del grande schermo e ora presidente della National Rifle Association), per il breve excursus in Canada (dove pare che nessuno si chiuda a chiave nemmeno in casa propria) e per lo spaccato di vita media nella provincia nordamericana, dove l’obbligo morale di difendersi sembra venire prima del diritto e della necessità di farlo.

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Il giro d’Italia in dieci giorni

Sabato prossimo comincia il Giro d’Italia. Io l’ho anticipato (in macchina): 2.200 chilometri in dieci gironi, approfittando dei ponti festivi. Dalla Lombardia all’Emilia alla Puglia, con ritorno attraverso il Lazio e l’Umbria. Dieci giorni, sei tappe: l’Italia è sempre una scoperta.

Milano-Bologna-San Pietro V.co-Vasanello-Perugia-Bologna-Milano

Per esempio, ho scoperto che:
li pizzicarieddi e il vino Primitivo sono eccezionali;
● in Puglia ti prendono per la gola, e sanno farlo bene;
● la cattedrale di Trani, all’ora di pranzo, è chiusa;
● sugli Apennini laziali si vive che è una meraviglia;
● l’Umbria è talmente bella, che riesce a sorprendermi ogni volta che ci torno;
● viaggiare per la Penisola fa ingrassare.

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