Milano d’estate

Vorrei congratularmi pubblicamente con chi ha concepito e messo in opera il blocco della carreggiata centrale di corso Sempione in modo tale da provocare un ingorgo indegno perfino di una Milano invernale (anche i vigili, nel tardo pomeriggio, erano colti da sconforto come solo sotto Natale). Niente di personale, per carità. A parte il fatto che costui (insieme al cospicuo numero di imbecilli al volante, pronti a complicare le cose) mi deve un’ora abbondante di commissioni e appuntamenti mancati. Peraltro sospetto sia la stessa persona che ha disposto un’interminabile serie di piccole interruzioni (sostituzioni di semafori, potatura di alberi malati e altre manutenzioni) nelle ultime tre settimane, quando ancora il traffico poteva scorrere liberamente al centro del viale ed era costretto a continui rallentamenti. Da questo pomeriggio, in attesa che comincino lavori un po’ qua un po’ là, corso Sempione è talmente libero che i passanti ci giocano a calcio. E li chiamano i Campi Elisi

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A proposito di quelle foto

Alcune opinioni interessanti sulla pubblicazione delle foto dei cadaveri dei figli di Saddam Hussein, letti sui giornali di oggi:

Iraq, ritorno al passato
Furio Colombo sull’Unità

Trofei di guerra per Bush: “Così convinciamo gli scettici”
Vittorio Zucconi su Repubblica

Quando si esibisce il nemico morto
Tahar Ben Jelloun su Repubblica

Commento
di Gianni Riotta sul Corriere

Il Rischio di farne dei martiri
Editoriale della Stampa

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Indovina quali sono i giornali italiani

apertura del 24/7 pomeriggio apertura del 24/7 pomeriggio
apertura del 24/7 pomeriggio apertura del 24/7 pomeriggio
E non vale leggere i titoli.

È mai possibile che in Italia ci cadiamo ogni volta? Ora, i due non erano certo stinchi di santi e la notizia c’è tutta, per carità. Ma un briciolo di dignità spetta anche al peggiore degli uomini, mi pare. Se non sbaglio lo dice perfino la Convenzione di Ginevra. Tant’è che nemmeno la più becera tra le breaking news digitali americane – e lì non sono certo educande del giornalismo – s’azzarda a mettere in home page una di queste foto, riservando a pagine interne la vista delle prove fornite dall’amministrazione americana (che quando vuole non si fa problemi a mostrarle, le prove).

Da noi va così: Repubblica.it abbozza (e rimanda con avviso esplicito alle immagini più crude), La Stampa non risparmia neppure la peggiore, Corriere.it ci casca, ma poi cambia idea e decide di aprire su Fazio. Prende nettamente le distanze L’Unità, che in serata fa scorrere accanto alla testata una scritta secondo la quale non pubblicherà né online né sul giornale di domani le «macabre immagini».

Da stasera, dopo che anche i tg avranno fatto la loro parte, – scommettiamo? – via libera alle solite, pretestuose polemiche sulla deontologia, sul dovere di cronaca e sul ruolo dell’informazione.

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L’imprevedibile che c’è in ogni giorno

Oggi ho fatto due scoperte inaspettate.

La prima: non tutti amano il direttore di Panorama Carlo Rossella. Pensavo fosse un’eventualità statisticamente irrilevante, di fronte alle folle di giornalisti, politici e salottieri in estatica adorazione di cui si legge in giro. Al contrario, sull’estratto del procedimento disciplinare dell’Ordine dei Giornalisti di Milano per la ben nota copertina del settimanale con la chioma di Berlusconi ritoccata leggo che: «la piaggeria non è un illecito disciplinare, anche se è qualcosa di peggio sul piano morale individuale».

La seconda: il buon Massimo Mantellini, onesto fustigatore dei vizi della stampa tecnica (e non solo), si è letto l’ultimo numero di Internet News e spende anche alcune parole buone sul mio lavoro. Beh, mi ha fatto molto piacere.

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La certezza del diritto on the road

Io e la giurisprudenza siamo appena lontani conoscenti. Nemmeno gli auguri di Natale, per dire. Però una cosa mi ha sempre affascinato, durante i nostri lontani incontri all’università: l’idea di certezza del diritto. Con parole che farebbero inorridire un giurista, significa qualcosa del tipo: non deve esistere nessun dubbio su quali siano le norme in vigore in un dato momento in un certo luogo.

Così è, tutto sommato. Certo, potremmo aprire numerose parentesi su come la legge in alcuni momenti possa diventare più certa per alcuni cittadini rispetto ad altri, ma è un ragionamento che ci porterebbe fuori strada.

Non rientra nel concetto di certezza del diritto quanto concerne la sua comunicazione. O meglio: la legge è certa, la Gazzetta Ufficiale è il suo profeta e gli avvocati sono i suoi sacerdoti. Con ciò la coscienza dello Stato è pulita, e tutto sommato tanto mi basta. M’incuriosisce però sapere quanti fra i non iniziati consultano abitualmente la GU o – quando hanno un dubbio sulle strade in cui è obbligatorio tenere accesi i fari dell’auto di giorno – vanno a cercare la norma in un repertorio giuridico ufficiale.

Lo leggono sul giornale, giusto? Qui volevo arrivare.

Quelle che seguono sono solo le principali tra le centinaia d’informazioni ridondanti a cui siamo stati sottoposti negli ultimi cinque anni in merito al codice della strada e tengono conto solo in minima parte della lunga coda di polemiche, comunicazioni, correzioni, riformulazioni e precisazioni che hanno seguito ogni novità su quotidiani, tv e testi parlamentari.

26 marzo 1998, anticipazioni sulla riforma del codice della strada: multe salate a chi usa il telefonino senza viva voce, pene più severe a chi guida sbronzo, via il bollo dal parabrezza, nuovi limiti alla sosta. Si scatena il dibattito su quali accessori rendono legale la telefonata in auto, creando parecchia confusione in materia.

21 ottobre 1998, un regolamento cambia forma e dimensioni della targa, reintroducendo la sigla della provincia che era stata tolta pochi mesi prima. In vigore dal gennaio del 1999. Si riaccende il vecchio dibattito di costume sul campanilismo.

10 gennaio 1999, decreto ministeriale: le multe rincarano per adeguarsi al costo della vita. Si accende il dibattito su quanto sia giusto che le contravvenzioni siano trattate come i pomodori.

3 giugno 1999, un decreto ministeriale introduce modifiche alla gestione delle revisioni obbligatorie degli autoveicoli. Si accende il dibattito su dove si può e dove non si può fare la revisione, con quale procedura e con quali prezzi.

28 settembre 2000, nuove regole sulla revisione dei motocicli. Si riaccende lo stesso dibattito sulle revisioni delle auto, ma pochi se ne accorgono; gli altri si buttano nella mischia.

29 dicembre 2000, il ministero della Giustizia decide che il Codice si adegua al costo della vita per la terza volta in otto anni e aumenta le multe. Insurrezione popolare: nemmeno la rucola è aumentata tanto.

8 marzo 2001, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. Ma è una legge delega, e il Governo ha 9 mesi di tempo per i decreti di attuazione. Si accende il dibattito su una novità talmente nuova che nella pratica non è ancora una novità.

15 gennaio 2002, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. La riforma del Codice della strada è appena in discussione in Parlamento. Si riaccende il dibattito sul fatto che questa novità l’abbiamo già sentita.

20 febbraio 2002, arrivano la patente a punti, il patentino per i motorini, le targhe personalizzate; i nuovi limiti di velocità e la scuola guida anche in autostrada. La legge è approvata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Si accende il dibattito sul fatto che ormai la notizia è vecchia e non ci crede più nessuno.

30 luglio 2002, entra in vigore il decreto che anticipa alcune norme del nuovo codice della strada. Diventa obbligatorio accendere i fari in autostrada e sulle principali strade extraurbane con gli anabaglianti accesi anche di giorno. Si accende il dibattito su quali strade extraurbane siano principali e quali no e non se ne viene a capo.

27 giugno 2003, il Consiglio dei ministri approva il decreto che introduce e integra le nuove norme del Codice della strada. Arrivano la patente a punti, controlli più severi, fari accesi anche sulle strade extraurbane. Però stavolta è vero, tanto è vero che si parla già di cambiare.

Da qui in poi la storia è ben nota: la falsa partenza, la tabella dei punti, gli incerti modi per recuperarli, i controlli e i record negativi, i 250 emendamenti, le questioni da riconsiderare, i provvedimenti ancora da attuare, i limiti da aggiornare, i risultati sul numero di incidenti e di vittime che sono talmente discordanti da non essere ancora molto attendibili.

Prima di partire per le vacanze, meglio guardare il tg per gli aggiornamenti. Del codice, non del traffico.

Tutto questo per dire che cosa?

Che non sarebbe male se i politici prima e i giornalisti poi trattassero questioni di ricaduta sociale così rilevante con un po’ più di rigore e professionalità. Perché, più che in altri campi, sulla strada il cittadino difficilmente ci va accompagnato dal suo avvocato. Se c’è un posto dove è il caso che un cittadino abbia certezza del diritto in modo autonomo, credo che questo sia l’automobile.

Che un codice della strada si può cambiare, ma quando si cambia la migrazione alle nuove regole andrebbe gestita senza correre il rischio di dare risposte vaghe e imprecise, di creare il caso politico e di dover ricorrere per mesi agli emendamenti.

Che sarebbe auspicabile che un codice della strada avesse una vita un po’ più lunga del Cda della Rai e non fosse aggiornato, revisionato, modificato un paio di volte all’anno, fatto salvo il recepimento delle normative comunitarie (e questo, tutto sommato, dovrebbe valere anche per la riforma della scuola).

Che chi informa dovrebbe forse contestualizzare meglio leggi così importanti, senza cadere nei banali tranelli della comunicazione politica. Non credo si possa pretendere che un lettore/spettatore medio abbia sempre la concentrazione e la preparazione necessaria per ricostruire l’iter di una legge e distinguere le novità rilevanti dagli annunci e dalle polemiche di second’ordine.

E infine che oggi sul Corriere della Sera c’è un divertente articolo di Severgnini sull’argomento.

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Dietro le quinte di Cernobbio/3-fine

Le 10 cose che mi hanno colpito di più in questi due giorni:

1. gli europei: nelle rispettive nazioni fanno un po’ tutti a gara a chi la spara più grossa; quando si trovano intorno alle dodici stelle, sarà la timidezza, ma diventano aperti, collaborativi e simpatici. Pure gli italiani.

2. la quarta lingua: tutti gli incontri ufficiali sono stati resi disponibili in italiano, inglese e francese. Ma anche con il linguaggio dei segni e con una trascrizione in tempo reale su maxischermo.

3. le riprese in diretta: un’organizzatissima squadra di operatori e registi ha seguito istante per istante tutti i momenti della conferenza europea, montando e smontando set nel giro di pochi minuti e rendendo disponibile tutto il materiale online (live e on demand) e su supporti magnetici.

4. i big sponsor: in prima linea per le tecnologie fornite, sono poi rimasti in disparte, accontentandosi di qualche incontro informale a margine delle sessioni ufficiali. Nulla di meno di quanto ci si aspettava da loro. Ma lo hanno fatto con classe.

5. Pordenone: dice, che c’entra Pordenone, sei il solito provinciale. E invece no: mentre giro per gli stand delle 65 best practice internazionali selezionate dalla Ue, m’imbatto in una rappresentanza della mia città che propone un originale modello di sportello per le imprese. Orgoglio naoniano.

6. il buffet: ci ho messo un giorno per trovarlo, ma quando sono arrivato è stato il più spettacolare che mi sia capitato di vedere. Cinque sale di buon cibo e buon vino, da degustare su una veranda affacciata sull’acqua e sui monti. Best practice: il conto arriva direttamente sulla dichiarazione dei redditi 2004.

7. i giornali di sinistra: piuttosto che rischiare di fare pubblicità a un evento della premiata ditta Berlusconi&Co., hanno preferito ignorare l’evento (anche quelli più svezzati sul fronte tecnologico). Un’occasione sprecata per parlare di scelte importanti che riguardano le pubbliche amministrazioni e i cittadini. Sprecata anche dalle testate orientate a centrodestra, peraltro, che raramente sono andati oltre le dichiarazioni governative o le cronache della mattinata berlusconiana.

8. la compostezza: in particolare quella degli stranieri davanti ai disagi delle prime ore. La reazione più violenta a cui ho assistito è stato un tale che in attesa del suo accredito ha cominciato a ridere da solo come un pazzo.

9. il personale di servizio: l’intelligenza collettiva fatta hostess. Per dirla con Lévy, nessuna sapeva tutto, ognuna sapeva una cosa, la totalità del sapere risiedeva nella loro onnipresenza.

10. il documento finale: non è più di una dichiarazione politica d’intenti sull’interoperabilità delle amministrazioni degli Stati membri, ma è un passo avanti interessante che tutto sommato non davo per scontato. Subito dopo ho sentito dire – per la quarta volta dal 2000 – che entro l’anno in Italia avremo un milione e mezzo di carte d’identità elettroniche, ma questa è un’altra storia.

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Dietro le quinte di Cernobbio/2

Oggi che tutto funziona per il meglio, che l’accredito è sistemato e che il programma è meno rigido nel protocollo ufficiale, ho scoperto di aver vissuto per 24 ore solo nel retro di Villa Erba. E ho scoperto improvvisamente un parco meraviglioso sulla riva del Lago, una villa magnifica e accogliente. E un buffet ministeriale degno di questo nome. In fondo basta poco per confondere un giornalista.

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Dietro le quinte di Cernobbio

Per carità, organizzare una conferenza europea che mobilita un paio di migliaia di persone di tutto il continente è tutto fuorché facile. Soprattutto se devi far lavorare insieme apparati organizzativi locali, nazionali e internazionali. Inoltre a Cernobbio oggi si respirava un’aria tutto sommato piacevole. Però, a essere proprio onesti, non è che sia andato tutto benissimo: si trattava pur sempre dell’evento inaugurale del semestre italiano.

Breve spaccato in soggettiva di una giornata passata sulla riva del Lago di Como.

Ore 8.30. Arrivo a Cernobbio in auto, direzione Villa Erba. L’ultima rotonda è presidiata da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, che impediscono con severità l’accesso all’unica strada sensata. Al finanziere che mi intima di levarmi subito dai piedi abbozzo un “Ehm, ecco, io sarei un giornalista…”. “Allora deve avere l’accredito!” (lo ha detto Leonardo che le forze dell’ordine parlano sempre col punto esclamativo?). “Sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Ah, allora vada!”. Stupore. Secondo finanziere, dieci metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro: “Noooo, è un giornalista, fallo andare!”. Imbarazzo. Terzo finanziere, cinque metri dopo: “Non può passare di qui!”. Da dietro, due voci concitate: “È un giornalista, fallo passare!”. Sprofondo nel sedile.

Ore 8.32. Ci sono due parcheggi. Uno riservato alle autorità, uno per tutti gli altri accreditati. Imbocco il secondo. “Per parcheggiare deve avere l’accredito!”. “Sì, beh, vede… sto appunto cercando di andare a ritirarlo”. “Allora vada a farlo e poi torni”. “Va bene, ma dove metto la macchina?”. “La metta là, no?”. A 50 metri dalla sede della blindatissima conferenza europea, naturalmente, in pieno divieto e davanti a un nugolo di Carabinieri armati fino ai denti. Potrei essere chiunque, penso. Ma non fanno una grinza. Tanto ci metto….

Ore 10.15. …UNORAETREQUARTI! Ci ho messo un’ora e tre quarti per ritirare un dannato accredito! Scuola elementare di Cernobbio. Tenera, lei: appendini a misura di bambino, poesie ancora attaccate alle pareti, muri color scuola, nulla che la faccia sembrare l’anticamera dell’evento europeo del mese. Gente in coda fin dal marciapiede, 35 minuti solo per arrivare al banco della stampa, 10 in meno delle delegazioni internazionali perché quelle devono andare ancora più avanti (ma la fila e la porta d’ingresso sono uniche, idea brillante per gestire un flusso di centinaia di persone nei tre quarti d’ora previsti). Banco – banco in tutti i sensi – degli accrediti stampa: “Ah sì, Maistrello. È nell’elenco, ma il badge non c’é”. “Scusi?”. “Eh, alcuni non sono ancora pronti”. “Ma mi sono registrato più di due settimane fa!”. “Eh sì, ma alcuni non sono ancora pronti, li stanno facendo adesso”. Altri colleghi imprecano in fianco alla porta. “Quanto ci vuole?”. “Eh…”. “Eh???”. “Eh…”. “Scusi, ma mi può dire che cosa devo fare? Aspettare, ricompilare qualche modulo, rimettermi in fila, implorare…”. “Mah, aspetti là con gli altri”. Quando Stanca e Liikanen attaccano il loro benvenuto ufficiale, decido di violentare il mio carattere austrungarico (ordine e rassegnazione, soprattutto) e blocco la responsabile degli accrediti stampa. Stremata, non obietta neppure e mi porta tra le delegazioni internazionali a rifare da capo l’accredito. La bolgia: francesi, tedeschi, spagnoli, ungheresi, polacchi, inglesi rassegnati e con gli occhi persi tra l’incredulo e il disperato. Non capiscono, non comprendono, si fanno trascinare da una fila all’altra. Non capiscono e non comprendono molto nemmeno le hostess, che altrettanto imbarazzate cercano di metterci una pezza: “Plis, tu step bec, ai nid tu teic iu a fotograf for ve card”. “Ehw?”. “Bec, bec, ancora bec, foto, foto”. Io ricomincio ad arrossire. Dopo aver atteso nel posto sbagliato per almeno mezzora – ma era un’attesa democratica: ho visto aspettare accanto a noi anche il presidente di Smau – entro in possesso del mio accredito. Che per la cronaca è una carta d’identità elettronica speciale (e un po’ sbiadita) creata per l’occasione. Dal clic alla coda.

Ore 10.20. Torno alla macchina. Una vigilessa sta dando indicazioni a un carro attrezzi per farla rimuovere. Faccio finta di niente e salgo. Giuro, lei è la più dolce vigilessa che io abbia mai incontrato. Mi si avvicina vagamente divertita: “Era giusto la prima da rimuovere, lo sa?”. “Guardi, mi hanno bloccato per quasi due ore agli accrediti, al parcheggio non me la fanno mettere senza accredito, i carabinieri non mi hanno detto nulla…”. “Ma sì, vada vada”. Che altro può succedere?

Ore 10.30. Entro a Villa Erba. Oddio, entro… Circumnavigo una struttura di metallo, plastica e vetro priva di indicazioni e vago entrata per entrata con un gruppo di colleghi, attraversando angoli di parco che in salute stanno come i giardinetti dell’Ariete a Pordenone. A ogni possibile varco siamo più numerosi, ma la risposta è sempre: “Non qui, più avanti!”

Ore 10.40. Sono dentro! Sì, ma dove devo andare? Tento di intrufolarmi nella sala principale, ma vengo cordialmente invitato a levarmi dai piedi. “I giornalisti devono stare in sala stampa!” Ok, ok. Ma dove sta la sala stampa? Guarda sulla cartina, no? Giusto. Se non fosse che i totem informativi riproducono una cartina sbiadita e resa abbastanza incomprensibile dalla bassa definizione. Comunque in sala stampa ci arrivo, in qualche modo. Certo, questo sembra il corridoio di collegamento per le toilette, con tanto di ominio che aspira la terra sulla moquette lungo il corridoio, ma la sala stampa c’è davvero e non è male. Tralascio i dettagli sul tentativo di appropriarmi di un Pc e di farmi riconoscere da questo con la carta d’identità elettronica. Dopo che hai capito il sistema – processo a totale carico dell’utente – hai però accesso a streaming in tempo quasi reale, agenzie, documenti e ogni altro ben di dio.

Ore 12.30. Arriva Berlusconi in elicottero. Esco dal bagno, sbaglio strada e mi ritrovo nel pieno della processione tra gli stand delle best practice. Tento di levarmi dai piedi prima di finire travolto dal codazzo di telecamere impazzite. Nel tentativo di tornare in sala stampa, mi ritrovo per tre volte quasi a tu per tu con il presidente del consiglio, che sembra vagamente teso. Per poco non inciampo su Stanca e Formigoni, ricevo un paio di occhiatacce dagli uomini della sicurezza e riesco ad andarmene. Mi sento un po’ Forrest Gump quando sbuca tra la folla al ricevimento di Nixon. I giornalisti d’assalto riescono a strappare una sola battuta, quasi per scherzo. “Presidente, come sta la maggioranza?”. “Bene, bene. Come me è in ottima salute; abbiamo superato tutti gli esami clinici.” Poi parlerà per quasi un’ora, ma sui tg quella frase diventerà la sintesi della giornata.

Ore 12.45. Riesco a tornare in sala stampa, dove ci avvisano che Berlusconi parlerà addirittura con qualche minuto di anticipo, sacrificando buona parte della premiazione dei casi d’eccellenza. Non ci dicono che quella manciata di minuti gli servono per fornire indicazioni turistiche ai prestigiosi convenuti, ma soprattutto che sforerà di una buona mezzoretta per fare una sorta di discorso inaugurale del semestre, questa volta senza parlamentari tedeschi che interrompono. I colleghi delle agenzie intorno a me lavorano a pieni giri e trascrivono sul Pc. Appena termina il discorso, in sala stampa salta la corrente per qualche istante. Addio appunti. Commenti non ripetibili. In compenso parte un lancio sul fallimento delle nuove tecnologie. Quando torna la corrente, sul monitor compare la Carlucci che premia con Berlusconi le best practice selezionate dalla Commissione. Brivido.

Ore 14.00. Esco per un panino (in sala stampa solo pasticcini e succo di frutta). Stavolta imbrocco il cancello principale e mi ritrovo in piazza. LA piazza, immagino. Lavori in corso appena terminati, aiuole brulle seminate da poche ore, segnaletica gialla da lavori in corso. Un sentimento generale di provvisorietà. Ma il trionfo sta al centro della rotonda, dove una scenografia di vasi e motivi colorati danno un vago effetto marshmellow. Penso che forse è un bene se Berlusconi è atterrato e decollato dal parco della villa.

Ore 16.45. Il pomeriggio scorre tranquillo, si prende familiarità con gli strumenti, si fa il pieno di cartelle stampa, si stringono contatti e ci si prende gusto. Stanca e Liikanen tengono una conferenza stampa alle mie spalle e se la prendono con quelli delle ultime file perche sono distratti e rumorosi. Per un attimo ho temuto che uno dei due gridasse: “Ansaloni, ti ho visto che tiravi le trecce alla Piera! Fuori!”.

Ore 19.30. A fine giornata, quando sessioni e incontri si esauriscono, la scena più bella. Al rinfresco offerto da uno degli sponsor principali si ritrovano tutti quelli che sono rimasti: delegati, espositori, professionisti, giornalisti, ma anche pompieri, carabinieri, cameramen, hostess e addetti di servizio. Eccolo, il momento europeo.

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