Cartoline dalle vacanze

  • L’omino che chiede l’elemosina suonando un buffo violin-corneta, un violino con un corno acustico al posto della cassa armonica, dietro la Bourse di Bruxelles
  • Le multe dei vigili belgi, diligentemente inbustate in un cellophane che le protegge da pioggia e intemperie
  • Le cattedrali nordiche, un misto di gotico e moderno in cui si respira comunità e non distanza
  • L’inaspettata Madonna di Michelangelo nella cattedrale di Bruges e la sensazione travolgente di trovarsi come di fronte a una persona in carne e ossa dentro un museo delle cere
  • La fontana di Brabo nella piazza principale di Anversa, senza recinti né protezioni, e la leggenda della mano gettata
  • Il contrasto tra gli scorci medievali mozzafiato del centro storico di Gent e la desolazione della sua periferia
  • L’abbuffata di mulles a Lille
  • La strana percezione del tempo ne Il Corpo di Kureishi
  • L’Internet café del lido ferrarese, che fa pagare un euro ogni 10 minuti di navigazione
  • Il grande centro commerciale costruito a un paio di chilometri dalle spiagge comacchiesi: un’ora di Milano in 10 giorni di natura
  • Scelte importanti
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Siamo uomini o talpe?

Ho fatto scorta di cibo, comprato un condizionatore, staccato il cellulare, attivato la segreteria telefonica, noleggiato una lampada Uva, nascosto l’auto, dato le piante al portiere perché le annaffi, fatto incetta di souvenir e cartoline da Internet. E mi sono piazzato davanti alla tv. A volte faccio anche due o tre flessioni. Insomma: parto per le vacanze. Tanto qualcuno disposto a bersi certe notizie si trova sempre…

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Un Mucchio di canzoni di De André

Non più i cadaveri dei soldati, cd allegato a Mucchio Selvaggio Extra Di tanto in tanto mi capita di riascoltare uno in fila all’altro tutti i cd di Fabrizio De André che posseggo, in particolare La Buona Novella e il concerto dal vivo del 1998. Esclusa la musica classica, nella mia testa è quanto di più vicino all’idea di buona musica. La settimana scorsa era uno di questi momenti: alla sequenza di dischi se n’é aggiunto uno in extremis, gradito allegato al numero in edicola di Mucchio Extra, il trimestrale di approfondimento del Mucchio Selvaggio.

Non più i cadaveri dei soldati contiene 80 godibili minuti di reinterpretazioni dei capolavori del cantautore genovese. Sfilano Afterhours, Massimo Bubola, Mercanti di Liquore, Claudio Lolli, Marco Parente, Il Parto delle Nuvole Pesanti e altre voci minori, mentre le cover spaziano dalle canzoni più note (La canzone di Marinella, La guerra di Piero, Un giudice) a gioielli meno conosciuti (Coda di lupo, Monti di Mola, Nell’acqua della chiara fontana). Spicca chi non ci ha messo troppo del suo, perché le canzoni di De André vivono già di equilibrio perfetto tra semplicità e misura (oltre che della simbiosi con quel miracolo di sfumature che è la voce del loro autore); tuttavia l’operazione è onesta, e si sente.

Per chi apprezza il genere, vale tutti gli 11 euro del panino rivista+cd. Anche perché la rivista (che raccoglie materiale già pubblicato sul Mucchio Selvaggio più alcuni inserti originali) non è affatto male: è bello leggere articoli che non hanno fretta di finire, interviste che non vivono dei 5 minuti rubati alla presentazione di un nuovo album e viaggi appassionati nella storia della musica leggera (questo mese i Beatles).

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Partenze intelligenti

report spedizione da Poste.it
Dovrò tenerne conto, la prossima volta che mi metto in viaggio verso il Friuli: la strada più breve tra Milano e Pordenone è quella che passa per Lucca. Così almeno dando retta a Poste Italiane, che evidentemente smista in Centro Italia anche la corrispondenza urgente inoltrata via PostaCelere. Non c’è da stupirsi se poi la consegna, che sarebbe garantita in un giorno lavorativo, arriva uno o due giorni dopo il termine («ma ci sono stati problemi a Lucca», dicono al call center). Con tutto che PostaCelere si definisce un corriere espresso e ha una tariffa di 8 euro per busta.

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Si fa presto a dire immorale

Sapete com’è, io mi inquieto un po’ quando sento dire che alcuni tra i miei amici – di norma persone piuttosto degne – potrebbero avere aspirazioni gravemente immorali. Dunque mi ha colpito molto il documento di ieri con cui la Chiesa ha giudicato ancora una volta «nocive per il retto sviluppo della società umana» le unioni tra persone dello stesso sesso e «gravemente immorale» la loro legalizzazione.

Ora io, oltre a voler bene a tutti i miei amici senza condizioni, riconosco alla Chiesa il diritto, se non addirittura il dovere, di esporre visioni in coerenza con la propria missione. E ritengo che le persone – fedeli, non praticanti, atee, agnostiche che siano – siano pur sempre libere di mediare ogni messaggio ecclesiastico alla luce della propria sensibilità. Per quanto concerne lo Stato, invece, ho la ferma convinzione che – comunque la si pensi in fatto di religione – la sua laicità sia una garanzia di civiltà e di pacifica convivenza. Dunque per me il documento di ieri è e resta il parere, in quanto tale rispettabile, della Chiesa in materia di unioni civili. Rispettare l’opinione non significa condividerla, e infatti non la condivido.

Non sono così ingenuo da non capire che nella realtà quel documento ha un peso politico determinante, ma credo che sia più importante porre attenzione sull’oggetto del contendere. Perché temo che sulle unioni civili (tra persone dello stesso sesso, ma anche tra eterosessuali) si stia facendo molta confusione. Promuovere la famiglia e la procreazione è un conto, sbattere la porta in faccia a persone che verosimilmente non daranno comunque vita a una famiglia “tradizionale” è un’altra. Quello che a molti ancora sfugge, forse, è che la lobby gay (non da sola, peraltro) chiede allo Stato non l’autorizzazione a una cerimonia in abito bianco, ma il riconoscimento giuridico di una realtà di fatto che, piaccia o non piaccia ai più bigotti tra noi, esiste a priori. E in molti Paesi europei questo è stato compreso da tempo.

Così, impedire l’assistenza al patner ammalato, rifiutare forme civili di condivisione di diritti e di doveri reciproci, non garantire all’eventuale partner superstite una certezza di stabilità vita che prescinda dalla vita del compagno o della compagna e via dicendo sarà anche la strana espressione di una presunta moralità pubblica, ma a me continua a apparire solo una cinica e crudele mancanza di senso della realtà. Persone dello stesso sesso continuano e continueranno a vivere insieme, ad amarsi e rispettarsi con o senza una carta da bollo. Anche più che in passato, perché – beata l’ora – forse i tempi sono abbastanza maturi da non costringere le persone a vergognarsi dei propri sentimenti.

Ci sono articoli interessanti, sui giornali di oggi. Non li condivido tutti, ma quasi sempre provocano con intelligenza. Tra quelli linkabili e non a pagamento segnalo:

La Chiesa e lo Stato
Gaspare Barbiellini Amidei sul Corriere della Sera

Quelli che hanno paura dell’amore
Lidia Ravera sull’Unità

Un altro schiaffo a noi omosessuali credenti
intervista a Fabio Perone sull’Unità

La vignetta, insieme dura e delicata, di Staino sull’Unità

Ratzinger e le coppie omosessuali
editoriale su Il Foglio

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Sport di periferia

Provo verso il calcio gli stessi sentimenti che mi tengono a distanza dal mercato finanziario. A volte mi appassiono per le impennate di un titolo e ho pur sempre la prima azione nel cuore, ma poco servono a distrarre la mia diffidenza.

Ciononostante, mi dispiace venire a sapere dai giornali che il Pordenone Calcio, la squadra della mia città d’origine (serie C2), dovrà ricominciare il prossimo campionato dai Dilettanti.

Un’altra volta, in effetti, perché la squadra friulana era arrivata all’iscrizione in serie C2 dopo la lenta risalita seguita a uno dei più spettacolari flop economici che la storia dello sport di periferia ricordi. La vicenda è legata a un folcloristico imprenditore, tal Giuseppe D’Antuono detto Peppino, che negli anni ’80 arrivò da un giorno all’altro in città, acquistò il Pordenone Calcio e – in barba a una reputazione non certo immacolata – cominciò a promettere le massime serie professionistiche, l’arrivo di stelle del calcio e altre belle cose a cui molti diedero retta. Arrivarono, in effetti, campioni prepensionati, come Evaristo Beccalossi e, per un breve mentre, Dirceu. Ma un po’ per sfortuna, un po’ per la gestione sconsiderata, un po’ perché nel calcio di periferia le cose non vanno quasi mai come nelle favole, la squadra infilò una serie ininterrotta di retrocessioni. Passata dalla serie C alla Promozione senza passare dal via, la società vacillo e i conti collassarono definitivamente. Si ripartì nel 1990 dalla Prima Categoria.

Non si parla volentieri di questa storia, a Pordenone. Se chiedete in giro, molti fingeranno di averla dimenticata. Eppure c’è stata poesia in quel fallimento, ben resa in un memorabile articolo scritto in quei giorni sul Corriere della Sera dall’allora fresco di nomina inviato speciale Gian Antonio Stella (a ritrovarlo, lo incollerei volentieri).

Le vicende di questi giorni le conosco di rimbalzo dai quotidiani locali. Conti inaffidabili, decisioni prese all’ultimo minuto, il solito rimpallo di responsabilità. Pordenone ha nello sport le potenzialità di una città di medie dimensioni, ma l’atteggiamento della squadra da oratorio (con tutto che proprio la squadra di un oratorio è tra le poche a brillare in zona).

C’erano tempi in cui il calcio mieteva successi in C2 (e Pordenone compariva in schedina tre o quattro volte all’anno), il basket andava alla grande in A2, l’hockey su pista era ai primi posti della A1 e vinceva una coppa europea, il nuoto sfornava campioni internazionali, la pallavolo si avvicinava ai vertici. Oggi, invece, siamo poco più che dilettanti in quasi tutte le discipline.

In compenso, quando giochiamo a palla su un prato ci divertiamo ancora un sacco.

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