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Archive: settembre 2003

settembre 30 2003

Da quando ho cominciato a usare i computer, avrò avuto dodici anni o poco più, ho provato tenerezza ogni volta che ho visto una persona anziana avvicinarsi alle nuove tecnologie.

Ricordo che da piccolo cercavo di convincere mia nonna a giocare a tombola sul Commodore 64. Lei, che viveva in una città dove non hanno circolato mai nemmeno le automobili, mi guardava stranita, faceva un sorriso di circostanza, stava al gioco per qualche minuto e poi si faceva distrarre dalla prima cosa che le dava occasione di occuparsi d’altro. Di fronte alla mia insistenza, non le restava che provare a spiegarmi con dolcezza come quel gioco per lei fosse fatto di cartoncino (per le cartelle) e fagioli (per coprire i numeri chiamati) e quanto trovasse inutilmente complicato stare a guardare una televisione che faceva tutto da sola.

Non credo che mia nonna abbia mai saputo quanto quelle parole abbiano contribuito a formare il mio rapporto con la tecnologia: da allora, ogni volta che mi trovo di fronte a un produttore entusiasta o a un programmatore eccitato, mi chiedo prima di tutto quanta umanità preservi l’innovazione di turno e quanto spirito di servizio (piuttosto che autocompiacimento o marketing) animi il progetto. Magari qualche cantonata di troppo, in questi anni di tecno-follia, me la sono anche risparmiata.

Ripensavo a tutto questo oggi leggendo di Oreste Del Buono, uno dei primi giornalisti di cui ho imparato a riconoscere la firma. Di Del Buono ricordo una testimonianza pubblicata nel 1996 su quella bella rivista che un tempo è stata Telèma. Scriveva: «Ho cominciato a scrivere a macchina a sei anni, con un’enorme Underwood. Soltanto nel dopoguerra ho acquistato una Olivetti portatile e quando mi sono fatto convincere a prenderne una elettrica me ne sono subito pentito. Non ho più l’età per imparare a usare il computer ma non potrei più vivere senza quel provvidenziale aggeggio che trasmette dovunque e in ogni momento le pagine che scrivo, il fax».

Per qualche strano motivo, sono sempre stato un appassionato lettore di anneddoti di chi, trovandosi a scrivere per mestiere e non più giovanissimo d’età, sia stato travolto dall’innovazione e costretto a confrontarsi con un progresso di cui magari non ha avvertito alcuna esigenza. Un’ineluttabilità di cui è stato sofferto interprete un fedelissimo della Lettera 22 come Indro Montanelli: «Confesso che non ho ancora capito che cosa sia il giornale on line. Immagino che si tratti di qualcosa attinente alla televisione, cioè un giornale non di carta e di parole, ma di video e d’immagini, sul quale la mia opinione muove da un pregiudizio di antipatia corretta dal riconoscimento di una realtà ineluttabile. Questa: che per il giornalismo quale io l’ho appassionatamente amato e praticato non c’è più mercato. Non so cosa sarà mai un giornale on line. So soltanto che non sarà mai il mio giornale, anche se è quello dell’avvenire».

Ci sono anche gli entusiasti come Arrigo Levi: «Io uso il computer nel modo più elementare: come archivio di cose scritte da me, e condivido il rimpianto di altri per non averlo avuto a disposizione tutta la vita (ma chissà come mi orienterei in mezzo a quella foresta di pagine ben conservate!), e come strumento di scrittura. Ora, gli strumenti di scrittura, come gli strumenti di espressione, non sono senza effetto sulla scrittura e su quello che c’è dietro, che è il pensiero. Non so bene come ciò accada, ma so che è così». Aggiunge: «Per questo, e per la sua silenziosità, lo amo».

Oppure Giorgio Bocca, che parla di computer e stampatrici con gratitudine: «Finalmente ho trovato la mia protesi giusta, questa macchina chiamata computer, che ad altri serve a operazioni raffinate e complesse, a viaggi per Internet, a calcoli astronautici e che a me serve solo a cancellare errori di battuta, subito, con poca fatica, che per voi sarà poco o niente ma che per me è una liberazione dall’incubo della scarsa manualità, la liberazione da una fatica continua e crescente».

Infine le note di un arzillo (e temo mai abbastanza riconosciuto) innovatore come Sergio Lepri, che ricorda come «Il passato dell’elettronica è pieno di previsioni mancate o di previsioni sbagliate: l’Olivetti che nel 1969 non si accorge che un suo ingegnere ha inventato il personal computer (molti anni prima degli americani) e decide di rinunziare all’elettronica perché “non c’è mercato”; i giapponesi che spendono anni di studio e miliardi di yen dietro la televisione ad alta definizione, senza prevedere il passaggio dall’analogico al digitale e quindi l’eliminazione del problema; e Internet? sono passati venti anni prima che ci si rendesse conto di che cosa volesse dire, e potesse rappresentare (anche qui nel bene e nel male), la planetaria rete delle reti».

Dice: che vuoi dimostrare? Nulla, solo che a ripensarci mi hanno fatto tenerezza.

settembre 29 2003

«Chiunque creda in Italia d’aver subìto ieri una calamità eccezionale, s’illude: ha solo vissuto una prova generale di quel che sarà il nostro futuro “normale”. Il mondo intero corre ciecamente verso la catastrofe energetico-ambientale, foriera a sua volta d’inaudite tensioni geopolitiche, conflitti sociali e avventure militari. L’Italia corre nella stessa direzione, a modo suo: cioè mescolando eccessi postmoderni e debolezze premoderne, con in più quel sovraccarico di malafede e sguaiata rissosità interna che rende ancora più difficile al paese capire e affrontare una terribile emergenza. È questo il problema centrale dell’epoca contemporanea. Continuando a sottovalutarlo, le nostre generazioni e le classi dirigenti che ci governano si macchiano di colpe incancellabili verso l’umanità futura.»

Federico Rampini sulLa Repubblica di oggi.

settembre 28 2003

Arena Civica di Milano, domenica 28 settembre, ore 19
«Limitate l’uso degli elettrodomestici allo stretto necessario perché il sistema è ancora fragile ed è necessario risparmiare corrente per trasferirla all’occorrenza in zone della Penisola dove l’energia non è stata ancora del tutto ristabilita. Non sarà possibile tornare alla normalità prima di martedì: nella giornata di lunedì saranno possibili sospensioni programmate»
.

Nella foto, uno dei quattro complessi di riflettori che illuminavano a giorno l’Arena Civica di Milano nel tardo pomeriggio di oggi.

Al contrario del mio bucato, le partite in nottura della Coppa Italia di Eccellenza non possono aspettare.

Sarà.

settembre 22 2003

Rassegnato all’idea che i miei proventi non dessero la minima speranza di ottenere a fine anno un interesse più che misero, tre anni fa feci quest’accordo con la mia banca: tenetevi i vostri 10 euro di contentino natalizio, ma in cambio non fatemi pagare neanche una lira per i movimenti. Abbiamo giusto quello che fa per lei, mi dissero alla Cariplo (oggi Banca Intesa). Mi proposero questo conto corrente a interesse praticamente nullo, ma privo di spese (escluso il canone dell’home banking, la quota per la carta di credito, l’imposta di bollo e la spedizione degli estratti conto). Sa, mi raccontò contrito l’impiegato, la congiuntura economica non ci permette di concedere tassi troppo favorevoli.

Eh capisco, feci io.

Oggi la mia banca ci tiene a farmi sapere per iscritto e senza troppi complimenti che questo tipo conto corrente è nato alla metà degli anni Novanta e in uno scenario completamente diverso. Oh bene, penso: finalmente mi possono dare anche un tasso d’interesse che non cominci con zero virgola zero. Sbagliato. Perché sa, caro cliente, la congiuntura economica e l’introduzione della moneta unica hanno provocato un aumento del costo del denaro del 6,5%.

Non vi è andata neanche male, dico tra me e me: io le zucchine le pago anche il 30% in più.

Caro cliente, faccia poco lo spiritoso e si scordi le sue spese zero – mi richiama all’ordine la banca. Anzi no, le spese zero se le può anche tenere, aggiunge, ma in cambio ora d’ora in poi ci pagherà un fisso trimestrale. E ringrazi che ci teniamo sul groppone un pezzente come lei. Poi vede, caro lei, se per una giacenza media inferiore ai 500 euro ci dovrà 30 euro ogni tre mesi, le basterà dimostrare di saper scendere a patti con la congiuntura economica e lasciare in deposito più di 500, 2.000 o 8.000 euro e il canone calerà fino a 10 euro. Per mantenere le sue attuali condizioni, conclude trionfante la lettera, le basterà avere nel suo conto non meno di 15.000 euro.

(Io qui non dico più nulla: penso all’ultimo estratto conto e scoppio a ridere)

Ora, io di fronte a una lettera del genere mi arrabbio e neanche poco. Prima di tutto perché penso che se non hanno avuto alcuno scrupolo a disturbarmi sul cellulare per propormi l’acquisto dei loro meravigliosi fondi d’investimento, forse potevano trovare un modo meno freddo di comunicare anche questa novità. In secondo luogo perché pone un ultimatum molto poco cortese: la nuova gestione prenderà possesso del suo conto corrente dal primo ottobre, caro cliente; lei ha tempo 15 giorni per prendere le sue cose e levarsi di torno, se non l’aggrada. Ma si sbrighi, perché in piccolo e dopo averla distratta con altre minuzie le comunichiamo pure che le spese di chiusura conto passeranno da 0 a 41,31 euro in una botta sola.

Certo, in realtà la lettera dice «… bla bla bla… siamo costretti a rivedere le condizioni del suo conto… bla bla bla…», però io non riesco proprio a immaginarmi questi signori minacciati pistola in pugno a variare tassi e canoni nottetempo. E nemmeno a tenere in ufficio le lettere dal 9 settembre (data ufficiale della comunicazione) all’altro ieri (quando mi è stata effettivamente recapitata) per il dispiacere di separarsene, riducendo in questo modo della metà l’intervallo di tempo in cui il loro adorato cliente può fare quattro confronti con altri prodotti bancari.

Mi arrabbio anche perché detesto che qualcuno cerchi di fregarmi fingendo pure di farmi un piacere: di fronte a un aumento potenziale delle spese di 120 euro all’anno, trovo quanto meno di cattivo gusto proporre come arricchimento dell’offerta l’accesso gratuito ai servizi di home banking e alla carta di credito (valore commerciale complessivo 33,49 euro).

Mi arrabbio, infine, perché mi sfugge proprio quali spese abbia dovuto sopportare finora la mia banca per mantenere il mio conto corrente, considerato che sono io a pagare i 20 euro scarsi di tasse annuali, le spedizioni delle comunicazioni e il forfait di 1,03 euro per l’estratto conto della carta di credito; sono sempre io a inoltrare i bonifici bancari e a consultare ogni genere di dato via Internet, limitando l’apporto umano; sono io ad aver impegnato il prezioso tempo dei dipendenti della banca per non più di dieci minuti complessivi in tre anni e mezzo; e sono sempre io ad aver fatto transitare finora una cinquantina di mensilità di stipendio presso il loro istituto, che qualche contributo indiretto ai loro investimenti in grado di ripagare il disturbo avranno pur dato.

Evidentemente non ne so abbastanza di come funzionano le banche. Vorrà dire che nei prossimi 8 giorni mi farò una cultura comparando tutto ciò che offre il mercato.

(Caro cliente, lei è un illuso: le altre banche hanno già da tempo adeguato i loro conti zero spese alla congiuntura economica – si diverte a sbeffeggiarmi la lettera, arrogante fino all’ultimo. E poi di che si lamenta? Sul contratto che ha firmato c’era scritto chiaramente che avremmo potuto essere antipatici fino a questo punto.)

settembre 15 2003

Carino Buongiorno, notte. Peccato che continuassero a interrompere i filmati storici con il film.

No, sul serio: non mi è dispiaciuto del tutto, ha un suo fascino. Però in fin dei conti non è nulla: non è ricostruzione storica, non è approfondimento psicologico, non è fantasia. Si accontenta di essere atmosfera, e forse non basta. Sarà che di recente mi è capitato di leggere la raccolta delle lettere rese pubbliche tra quelle scritte da Moro durante la prigionia: così umane, e tormentate, e politiche che non mi accontento dello sguardo pur originale di Bellocchio.

Di sicuro non mi sorprende che non abbia vinto a Venezia: tutti quei sottointesi su fatti e persone di 25 anni fa devono essere sembrati ben poco immediati agli occhio di uno straniero.

Invece, quelle immagini d’epoca. Ora ho la certezza di subire il fascino di tutto ciò che appartiene a epoche in cui c’ero, ma non ero ancora partecipe. Diciamo tutto quanto è compreso tra il terremoto in Friuli (1976) e i mondiali di calcio in Spagna (1982). E dei piccoli particolari della tv di allora: la sigla del telegiornale (la serie di 2 che spuntavano uno sotto l’altro), le videografiche grezze (i titoli del tg scritti al computer che comparivano a tutto schermo dietro la scrivania), i conduttori (il giovane Giancarlo Santalmassi, il rassicurante Mario Pastore), le voci dei servizi (che facevano così televisione di Stato).

Me lo ricordo, il 1978: ricordo tutto quel parlare di Moro. Di Moro e del Papa polacco, si sentiva parlare. Io non capivo perché i tg fossero così noiosi, in quel periodo. È buffo: venticinque anni dopo, invece, non riesco a capire perché i telegiornali devono intrattenere.

settembre 8 2003

…la usano come i telegrammi: parole che costano. Chiedi, cercando di non dilungarti oltre il necessario, «Tutto bene? Come sta X? Hai poi combinato quella cosa con Y? Mi confermi l’appuntamento?». La risposta tipo è «Bene» oppure «Ok», seguita dalla firma. È una sorta di passe-partout che soddisfa tutte le domande con una parola sola, oppure la conferma solo alla prima. Ottieni una sola certezza: tu fai troppe domande.

…ce l’hanno ma non la utilizzano affatto, come una segreteria telefonica che fa bella mostra di sé in soggiorno, ma resta sempre disattivata «perché m’impressiona sentire le voci registrate sul nastro». La esibiscono, ma non la usano. Amano essere contattati, ma fanno i preziosi. Li incontri di rado, e in quel caso ti dicono: «Scrivimi!».

…la confondono col diario dell’adolescenza. Alla richiesta «Stai bene?» rispondono con un sunto di psicologia, alla curiosità «Come hai passato il fine settimana?» allegano il depliant turistico, al desiderio «Quando ci vediamo?» uniscono l’ultimo anno di frustrazioni. Aprono il cuore per la dedizione, ma assorbono l’attenzione di una giornata intera.

…la preferiscono alla chat. Una frase, una mail. Due ore di conversazione, tredici mail. Ti chiedi: perché non usiamo il messenger? «No», ti rispondono, «non mi piace chiacchierare via Internet; piuttosto uso il telefono».

…la domano con personalità. Rispondono con misura a tutte le richieste, soddisfano ogni richiesta, spediscono tutto il materiale desiderato. Non prima di due settimane.

settembre 4 2003

Ad Antonio e a quanti oggi si sono interessati alla curiosa telefonata di ieri racconto che sono andato un po’ più in fondo alla questione.

Riassumo e completo. Suona il cellulare, compare un numero sconosciuto con prefisso siciliano, l’operatrice si presenta come un’addetta di XY che svolge un’indagine per conto di YY. Chiede (dopo aver ottenuto il mio permesso, perché volevo capire di più di una procedura così strana) di quante persone sia composto il mio nucleo familiare, quanti televisori/videoregistratori/dvd/collegamenti a Internet io abbia in casa, il titolo di studio, l’occupazione, l’anno di nascita e, infine, i dati anagrafici.

Al termine della telefonata, chiusa dalla mia interlocutrice senza troppi fronzoli, rimango intedetto: non ho ricevuto nessuna indicazione in merito alla tutela dei dati personali, né ho colto dettagli in grado di garantire al mio buon senso che la signorina dall’altra parte della cornetta avesse davvero a che fare con YY. Come se non bastasse, secondo Pagine Bianche il numero comparso sul display è intestato a una terza società.

YY è Auditel.

Penso: è fin troppo facile usare un nome del genere per ingannare le persone.

Penso male. Nel dubbio di aver regalato i miei dati personali al primo che imbrocca il numero del mio cellulare, telefono all’ufficio stampa di Auditel. Dove, in modo informale, smentiscono ogni mia perplessità e confermano di conoscere tanto XY quanto la società terza. Si appoggiano a queste, mi spiegano, per un’indagine particolare: hanno difficoltà a comporre panel di nuclei familiari formati da una sola persona con i metodi tradizionali. I metodi tradizionali si affidano perlopiù all’elenco telefonico, ma i single sempre più spesso non hanno un numero di rete fissa e utilizzano solo il cellulare. Poiché dei numeri di cellulare non esiste un elenco pubblico, sono costretti a estrarli in modo casuale, sperando di colpire il bersaglio sparando nel mucchio.

Caso risolto.

Detto tra noi, mi sembra un processo quanto meno macchinoso. Nonché – lo dico con tutta la simpatia per quei ragazzi imbarazzati e attaccati a una cornetta buona parte del giorno – un ulteriore imbarbarimento dei già facili costumi dei call center.

Ah, già che ci siamo: esiste già un metodo Torriero per i cellulari?

settembre 3 2003

Squilla il cellulare. Numero visibile, ma sconosciuto.

Operatrice: Buonasera, sono XX della società XY. Conduciamo ricerche demoscopiche per conto della società YY. Conosce YY? Può dedicarmi qualche minuto del suo tempo?

Io: Conosco YY. Ma mi tolga una curiosità: come fa YY a conoscere il numero del mio cellulare?

Operatrice: Ah già. È stato estratto a caso da un computer.

Io: Che fortuna, funzionasse mai con i numeri del Lotto! Sì, ma mi spiega come faceva ad avere il mio numero nel suo database, questo computer?

Operatrice: No, guardi, non ha capito. Il computer ha generato in modo casuale il suo numero di telefono.

Io: Ah. (sconcerto)