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Archive: ottobre 2003

ottobre 31 2003

Come previodût dal articul 6, come 5, de leç costituzionâl 31 di Zenâr dal 2001, al sît Web de Regjon Autonome Friûl-Vignesie Julie al è a disposizion par furlân. «La valorizazion des comunitâts linguistichis, de lôr storie, culture e lenghe al è un obietîf fissât tes declarazions programatichis che o ai presentât al Consei regjonâl sul tacâ di cheste legjislature», dis il President de Regjon Riccardo Illy. (La modulistiche e la documentazion che si puedin tirâ jù dal sît a son in formât PDF. Par visualizâlis al covente doprâ il program Adobe Acrobat Reader. Se no tu âs chel program tu puedis tirâlu jù a gratis dal sît di Adobe cricant chi sot.)

ottobre 30 2003

Lungi da me l’idea di mettere becco nella faccenda del crocifisso sfrattato, che se ne sentono già abbastanza in questi giorni. Però mi chiedevo: può un messo notarile rifiutarsi di consegnare la comunicazione di una sentenza? Così è, almeno a sentire il telegiornale – che deve parlare semplice e in fretta, sennò annoia. Nessuno fiata e la notizia passa ovvia almeno quanto il fatto che a Milano, nelle stesse ore, piove.

Seguendo il ragionamento, dunque, il mio postino potrebbe boicottare il recapito di una raccomandata perché suppone che il contenuto non corrisponda ai propri valori. Il messo questo è, mi spiegano: il postino del tribunale, l’anello di congiunzione tra l’ordinanza del giudice e la sua esecuzione. Del contenuto di una sentenza, a rigor di logica, non dovrebbe neppure essere informato (come del resto il postino delle mie raccomandate).

Poi, a spulciare i giornali (link a breve conservazione dal Corriere della Sera), si scopre che non di vera obiezione di coscienza si è trattato, perché evidentemente inammissibile nella fattispecie, ma di opportuno scambio di cortesie tra colleghi di fronte alle remore dell’incaricata. Con buona pace del crocefisso, che a questo punto della vicenda io immagino arrossito d’imbarazzo. E pure dell’obiezione di coscienza, rassicurante baluardo della dignità abusato come un estintore per spegnere una pipa.

(Intanto i bimbi di Ofena sono costretti a casa per una settimana e la scuola italiana va a rotoli, ma di questo nessuno si cura davvero: le campagne di civiltà non concedono tempo.)

ottobre 29 2003

Ci sono voci che possono permettersi di essere credibili in qualunque contesto: per esempio, quelle di Michael Stipe (clip: WM, RA) o Tracy Chapman (WM, RA). Anche quella di Dave Matthews. Ho scoperto il repertorio della Dave Matthews’ Band ai tempi dell’università: mi folgorò Let You Down (WM) e un po’ per volta mi sono appassionato all’affascinante mix di acustico ed elettrico imbastito da quella voce calda e piena di personalità. Crash è ancora uno dei cd che più mi rilassano.

Oggi Dave Matthews si è preso una vacanza dalla Band che porta il suo nome e prova a esaltare la sua vena di cantautore. L’incursione da solista (Some devil) ha un sapore vagamente più commerciale rispetto alla consueta produzione collettiva, ma il risultato è quanto meno piacevole. E no, checché ne dicano i giornali, il cd è lungo ma affatto noioso. Un po’ funebre al primo ascolto, magari, con tutto quel parlare di cimiteri (Gravedigger) e vite complicate. Poi, però, emergono le piccole immagini azzeccate di cui è infarcito l’album (A hundred and three is forever when you’re just a little kid, So Cyrus Jones lived forever), gli arrangiamenti raffinati, l’alternarsi di violini e chitarre elettriche, di ballate dolci (Oh) ed escursioni raggae (Up and Away, più John Lennon che Bob Marley), e l’album acquista spessore. Un cd forse meno speziato del solito, ma per nulla insipido.

Insomma, a me è piaciuto parecchio (a parte i fastidiosi vincoli del sistema anticopia BMG). Se volete ascoltarne un po’, trovate il suggestivo ma didascalico video di Gravedigger sul sito di MTV e un breve preascolto di tutte le tracce sul sito ufficiale.

ottobre 28 2003

A proposito di misure: un originale affissione colta quest'estate ad Anversa
Se ogni casella di posta elettronica rintracciabile online è meta frequente e non sollecitata di e-mail che decantano le virtù di pillole, creme e medicinali a dir poco improbabili, è segno che il mercato delle pozioni miracolose è quanto meno fiorente. Qualcuno a New York sta provando a rispondere alla domanda che tutti, prima o poi, si sono posti a proposito di spam: Do Penis Enlargement Pills Work?

ottobre 26 2003

C’è voluto un po’, tipo qualche anno, ma ora anche i treni Eurostar hanno i loro annunci automatici (almeno sulla linea Milano-Roma, su cui ho viaggiato più di quanto avrei voluto nelle ultime 48 ore). Basta boffonchiamenti, avvisi incomprensibili, inspiegabili silenzi o incontenibili chiacchieroni. Basta anche agli approssimativi e divertenti tentativi di comunicare l’essenziale ai clienti stranieri in un numero di lingue variabile tra zero e quattro, in base all’ispirazione. Ora le informazioni le dà una voce femminile preregistrata, che oltre alla precisione ha dalla sua dizione italiana e accento inglese quasi perfetti. Poco invadente, suadente quanto basta, riesce a essere terribilmente cortese perfino nel ricordare di parlare piano, abbassare la suoneria del cellulare, non fumare e non dimenticare il giornale. Per un attimo ho avuto l’impressione che qualcuno le avesse addirittura dato retta, a proposito di voce alta, telefonini e fumo negli spazi di interconnessione, ma dev’essere stata una suggestione passeggera. Ci ha tenuti pure allegri: uscendo da Firenze e col muso già sugli appennini tosco-emiliani, la Voce ha annunciato trionfante di prepararsi per l’imminente arrivo a Santa Maria Novella, tra le risate dei passeggeri. Ma secondo me è perché non voleva fare quella monotona e prevedibile fin dal primo appuntamento.

ottobre 16 2003

Sono stanco di lamentarmi di disservizi. Sarà l’autunno, ma non ho più voglia di lottare. Non ho la forza di attendere altri minuti con la cornetta in mano, tormentato da musiche frastornanti. Mi manca il coraggio di ricominciare da capo ogni volta che un filtro automatico mi indirizza all’operatore sbagliato. Mi sfugge il tempo da dedicare ai mille piccoli problemi tecnici e amministrativi che avrebbero buon diritto a una soluzione. Ho perso la pazienza di adattarmi a procedure prive di logica. Ho finito la comprensione per le difficoltà che non si spiegano. Non trovo la tolleranza per dimostrare ancora una volta di essere cliente. Peggio di tutto: non sono più capace di indignarmi.

Quindi così sia. Che i servizi continuino a degradare. Avete vinto voi, multinazionali della mediocrità e dei grandi numeri. Prendetemi per sfinimento, ignorate le mie richieste, continuate ad ascoltare lo stesso problema ogni volta per la prima volta. L’avrete vinta. Mi limiterò a subire, pagherò intero per ottenere frazioni, mi accontenterò di farmi compatire quando un incauto interlocutore mi chiederà nei cinque minuti sbagliati da chi mi faccio fornire un servizio. Sono l’anello debole della catena fallimentare.

ottobre 14 2003

Ma sì, il sessantotto. E poi il sessantanove, il settanta, il settantuno, e via fino al duemilauno, duemiladue, duemilatre, e la delusione sul volto di Matthew nella scena finale che è probabilmente la stessa di molti di fronte alle ribellioni ragionevoli di questi anni condotte in modo irragionevole. Non mi è dispiaciuto The Dreamers. Non mi ha nemmeno esaltato, a essere sincero, ma di questi tempi ho fatto l’abitudine a uscire scettico dalla sala. L’ho trovato denso di fascino: a volte sprecato, a volte compiaciuto, a volte intenso e raffinato. Talvolta è superficiale nel dipingere i tre protagonisti e spesso ha il fiato corto nel tenere il filo dei giorni che passano. Tuttavia sulle perplessità trionfano scene e citazioni di grande impatto visivo, che – piaccia o meno il film nella sua interezza – ci accompagneranno a lungo: peccato soltanto che la loro intensità sia stata svilita da settimane di antipazioni su locandine, riviste e tv. Ho amato The Dreamers per brevi istanti, quando è più genuina la complicità adolescenziale tra i protagonisti e i film della loro vita. Nelle scene che si perdono tra presente e pellicola (così come era stato, a modo loro, in Garage Demi o in Nuovo Cinema Paradiso) c’è un tentativo di onorare la magia del cinema nella vita di tutti i giorni che immancabilmente mi emoziona.

ottobre 13 2003

Non sto a spiegare ora come e perché: potete già leggere tutti i dettagli ricostruiti sui siti di Mantellini e Valdemarin (tanto per cominciare). Il fatto è che hanno (temporaneamente) oscurato il sito di Gaspar Torriero, in attesa che si chiarisca una faccenda che si commenta da sola e che sta diventando pure piuttosto spiacevole. Per il momento a essere oscurato, insieme ai liberi pensieri di una persona ragionevole come poche, è il buon senso.

AGGIORNAMENTO: torna il sereno sul buon senso? Nel tardo pomeriggio, quando già iniziavano le prima fiaccolate di facinorosi (non che abbondasse nemmeno in questo caso il senso della misura, seppure in nome di una buona causa), il sito di Gaspar è tornato visibile. Alla prossima puntata.

ottobre 8 2003

Stasera magari capiterà che vi guardiate Vajont su Raiuno (film di Martinelli piuttosto deludente, per come lo ricordo). Domani, quarantennale della sciagura, sentirete dire che Ciampi è andato sulla diga per presenziare alle commemorazioni ufficiali. Vi verrà pure in mente quel meraviglioso pezzo di teatro/televisione di Marco Paolini, trasmesso sei anni fa da Raidue. In libreria, in queste settimane vi sarà probabilmente caduto l’occhio su Il volo della martora di quel geniaccio di Mauro Corona, approdato addirittura ai Miti di Mondadori.

È probabile che del disastro del Vajont sappiate già tutto, perché la storia è vecchia. Ma se vi viene qualche dubbio oppure pensate che, in tempi di strani black out elettrici, valga la pena ripassare una vicenda di scelte politiche legate all’elettricità, c’è un bel sito (realizzato con passione da Andrea Losso), che dal 2000 si va arrichendo di racconti, testimonianze, ricostruzioni, atti processuali, documentazione d’epoca, fotografie, arte a tema, bibliografia.

ottobre 5 2003

Elephant, di Gus Van Sant. Palma d’oro e premio alla regia al Festival di Cannes 2003.

Prima di tutto mettiamoci d’accordo sul titolo. La Repubblica: «Si riferisce ai massacri compiuti dai pachidermi impazziti». L’Unità: «Prende il titolo, non a caso, dal simbolo del partito repubblicano». Corriere della Sera: «Van Sant ha preso il suo titolo dall’apologo buddista dei ciechi che cercano di immaginare un elefante, riuscendo soltanto a descrivere la parte che ciascuno può toccare». BBC: «Van Sant took both the title and the multi-perspective style of Elephant from British director Alan Clarke’s 1989 BBC programme about violence in Northern Ireland. Van Sant originally thought that Clarke’s title referred to the old Buddhist parable in which several blind men each examine a different part of an elephant and think that they understand the whole, but it turns out that Clarke was actually referring to the proverbial elephant in the room that everyone sees but no one mentions».

Poi il film. Non sarebbe neanche male se non arrivasse buon ultimo a colpire l’immaginario collettivo con immagini di gioventù perduta e sparatorie nelle scuole. Pescando a caso i primi esempi che mi passano nella testa: Bowling for Columbine, The Basketball Diaries, l’intera collezione di Larry Clark (da Kids a Ken Park), per finire in musica con la sempreverde Jeremy (RA, WM) dei Peal Jam.

Note sparse. Lunghi piani sequenza pedinano in continuazione i protagonisti: bello, anche se ripetitivo. Piccoli fatti visti da più angolazioni: bello, ma non molto originale e in questo caso fin troppo abusato. I personaggi hanno lo stesso nome dei rispettivi attori: tutti bravi, per non essere professionisti. La cornucopia di luoghi comuni nelle ambientazioni, nelle situazioni, nelle musiche e nella caratterizzazione dei personaggi: talmente marcata da sembrare per lo meno voluta. Le occasionali immagini al rallentatore: terribili, soprattutto in un film d’autore. L’uso di suoni e rumori come elemento narrativo di primo piano: questo sì, mi è piaciuto. Il gioco a disorientare lo spettatore con le lunghe passeggiate dei protagonisti, che cambiano direzione ogni volta che chi guarda crede di aver intuito la possibile meta: bello, ma calcato ai limiti della noia.

In definitiva. Non mi ha convinto molto. Non ho capito tutto l’entusiasmo generato a Cannes, dove ha vinto quasi tutto. Mi è sembrata sopravvalutata la reinterpretazione di cose già viste, nonostante il tocco di classe di Gus Van Sant, regista che in genere apprezzo molto. Non mi ha preso alla gola dopo dieci minuti, come promettevano le locandine. E, a costo di sembrare cinico, non mi ha nemmeno sconvolto più di tanto.

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