Il topo di campagna e quello di città

Estratti da una conversazione telematica.

Davide scrive:
sergio ho trovato il karma!
Sergio scrive:
buon per te. ricorda che sei un uomo (quasi) sposato
Davide scrive:
sono da un ora nei giardini delle catacombe di San Calisto a Roma
Davide scrive:
sto aspettando una persona..
Davide scrive:
le colline romane sono una favola
Sergio scrive:
uhm, le catacombe sono gran bel posto per incontrare una persona…
Davide scrive:
esiste ancora la natura
Davide scrive:
silenzio
Davide scrive:
non c’è niente
Sergio scrive:
sono quattro anni che cerco di ripeterlo a voi milanesi, ma mi guardate sempre come se fossi matto…
Davide scrive:
prati e balle di fieno
Sergio scrive:
mica me ne vado per niente…
Davide scrive:
cazzarola, hai ragione..

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Mercoledì

«Vinardì chi?», chiede la commessa. Finardi, signora, Finardi. Con la Effe. Capirai, prima di me solo tizianiferri, pinidanieli, biagiantonacci. «Mercoledì al Nazionale, è proprio sicuro?». Certo, signora, controlli bene. Ecco, lo vede che c’era. E c’è anche posto? «Oh guardi, le posso dare anche la prima fila». Mi dia la prima fila. «Ma è un concerto nuovo?». A dire il vero credo che sia la conclusione di un tour che ho già visto tre volte, Il silenzio & lo spirito. «E ci torna ancora?». Già. Beh, come faccio a spiegarle: fra poco lascio Milano e me ne torno nel profondo Nord Est; lì mica passano tutti i giorni i tuoi artisti preferiti. Tanto vale approfittarne, no? «Ah, contento lei…». Contento, sì.

(Mercoledì 19, alle 21, al Teatro Nazionale di Milano, se a qualcuno interessa. Posto 26, se qualcuno mi cerca).

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Orecchie lunghe

L'orecchio di DioConsigliato a tutti quelli che sono incuriositi dal mondo dell’intelligence, a chi pensa che chi di dovere ne sappia sempre un po’ più del necessario e a chi si pone spesso domande sui beneficiari dell’evoluzione della politica internazionale.

Io ho acquistato L’orecchio di Dio (Fazi, 2004) perché speravo di trovare qualcosa di specifico su Echelon e sui sistemi di intercettazione elettronica, tema che mi affascina parecchio e di cui mi sono occupato talvolta per lavoro. In realtà, il tomo di James Bamford (poco meno di 700 pagine) delude proprio in questa sezione, l’ultima, quella in cui il ricorso agli archivi storici e lo stretto riserbo che protegge la National Security Agency mettono un drastico freno al condimento di dettagli.

Ne esce, comunque, un quadro ridimensionato delle potenzialità degli strumenti di intercettazione elettronica: potentissimi sì, invasivi anche, ma tutto sommato un po’ meno indiscriminati di quanto si finisce per pensare (la sovrabbondanza di informazioni è un problema per tutti). Il sospetto che resta, invece, è che quanto ci è dato sapere riguardi strumenti ormai datati, mentre il mondo dell’intelligence potrebbe già essere alle prese con aggeggi che non siamo ancora in grado di immaginare. Lo dimostra la sua storia e il fatto che l’inconcepibile è l’unica vera garanzia di segretezza.

La forza del libro – scritto in modo molto piacevole – sta invece nella prima parte, quella che descrive la nascita e lo sviluppo della Nsa negli anni della Guerra fredda. In questo caso i tempi sono maturi per un lavoro di ricostruzione tra documenti declassificati e testimonianze che diventa traccia per una storia critica dell’intelligence (sigint in particolare) e per un dietro le quinte dei maggiori fatti storici tra il 1945 e il 1989.

Si legge, così, di quanto gli Stati Uniti fossero tecnologicamente avanzati in quegli anni e di quanto tale supremazia sia stata molto spesso sprecata in modo goffo per incapacità o per disorganizzazione (fuor di metafora: ci fanno quasi sempre la figura dei fessi). Si apprezzano le storie coraggiose di sperimentatori mandati all’altro capo del mondo e spesso abbandonati senza scrupoli al loro destino (emblematica la storia poco conosciuta della Uss Liberty, abbandonata a un tragico destino davanti alle coste egiziane). Si finisce perfino per guardare la Luna con altri occhi, dopo averla considerata come antenna naturale delle comunicazioni del mondo.

Più di ogni altra cosa, si impara che le amministrazioni americane – e ancor più gli alti comandi dell’esercito statunitense – più volte negli ultimi 50 anni non si sono fatti scrupoli nel progettare e talvolta provocare attentati dentro e fuori gli Stati Uniti al solo scopo di guadagnare il consenso necessario per dichiarare guerre e intervenire militarmente in aree di crisi. E se la storia insegna qualcosa, le ombre sui fatti più recenti (di cui L’orecchio di Dio non parla, perché pubblicato poco prima dell’attacco alle torri gemelle) assumono una credibilità inquietante.

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La terza ipotesi

Questa leggina che salta fuori così all’improvviso è un po’ agghiacciante: introduce l’obbligo di consegnare alla Biblioteca Nazionale di Firenze e di Roma una copia di tutti i prodotti editoriali prodotti in Italia. A leggere il testo non vengono molti dubbi sul fatto che i siti Web, benché amatoriali, siano da considerare della partita. Il tutto è condito da una multa che può arrivare fino a 1.500 euro (ma, per rimanere alla lettera, la “sanzione amministrativa pecuniaria pari al valore commerciale del documento, aumentato da tre a quindici volte, fino ad un massimo di 1.500 euro” nel caso di un blog che cosa dà? Qual è il valore commerciale di un blog tradotto in valuta corrente?).

Stremati da una serie di leggi che sconfinano in Internet con incompetenza e supponenza, i blog hanno preso due posizioni: quella a dir poco allarmata (Beppe Caravita su tutti) e quella dei preoccupati ma non troppo (LorenzoC la spiega bene).

Io mi iscriverei nel secondo gruppo, considerandolo un esempio di faciloneria legislativa. Ma propongo una terza via: e se il legislatore, come milioni di altre persone in Italia, come tutti quelli che non hanno un blog né conoscono nessuno che ce l’abbia, semplicemente non si fosse posto il problema dell’esistenza di “documenti destinati all’uso pubblico e fruibili mediante la lettura, l’ascolto e la visione, qualunque sia il loro processo tecnico di produzione, di edizione o di diffusione” che non siano libri, riviste, Cd-Rom e siti editoriali commerciali? Se non immaginasse neppure che decine di migliaia di persone trovano divertente, perfino rivoluzionario condividere idee e link? Se non gli sfiorasse nemmeno l’anticamera del cervello l’idea che tante persone possano passare una parte della giornata a produrre testi da diffondere in pubblico senza pretendere una lira in cambio?

I blog non esistono (ancora), al di fuori del mondo dei blog e di qualche articolo di costume sul giornale. E credo che i blogger farebbero bene a tenerne conto, quando interpretano la realtà. Poi, per carità, ignorantia non excusat: il pericolo che la legge possa essere interpretata malamente esiste eccome, e il regolamento andrà seguito con attenzione. Ma ve li immaginate i bibliotecari di Firenze e Roma a ricevere e archiviare uno per uno tutti i blog italiani, da Achiller a Zoro?

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L’ecologia della mente

Verso un'ecologia della mente Ci sono libri che ti aprono la testa e contribuiscono a formare la tua visione del mondo. Uno dei tomi della mia vita – durissimo, a tratti perfino indigesto – è stato Verso un’ecologia della mente di Gregory Bateson, una meravigliosa commistione di antropologia, estetica, epistemologia, semiotica, psicologia, sociologia e quant’altro, uno sguardo dall’alto che ricerca connessioni insolite e utili all’analisi della realtà.

Di Bateson si festeggiano in questi giorni i cento anni dalla nascita (vedi l’Elzeviro di Giorello sul Corriere di oggi – link a scadenza), mentre l’Università di Roma 3 gli dedica un convegno questo fine settimana.

Aggiungo, riprendendo un’ipotesi di lavoro che avevo buttato là anni fa nella mia tesi di laurea, che se ha un senso un’epistemologia di Internet e dei nuovi media, credo non possa prescindere dal modernissimo, ancorché centenario, approccio di Bateson. E lo dimostrano studiosi come Pierre Lévy, che con la sua intelligenza collettiva ripercorre – più o meno consapevolmente – le categorie ecologiche di Bateson per descrivere la vita che c’è dentro il computer.

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