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Archive: 2005

dicembre 29 2005

Alessandro Longo – oggi uno dei giovani giornalisti più esperti e più apprezzati in fatto di telefonia, connettività e Internet Provider – ha aperto il suo primo blog.

dicembre 19 2005

È rimasta aperta la pratica Les Blogs. Lasciar passare un po’ di tempo, oltre che una questione di priorità lavorative, è stato un buon filtro. Chi cercava dettagli freschi, del resto, ha già a disposizione ogni ben di dio nelle centinaia di post archiviati in Technorati o di immagini pubblicate su Flickr. Il mio bilancio è misto: Les Blogs 2.0 è stato un ottimo punto d’incontro internazionale fra quanti si rimboccano le mani in questo settore, ma sul versante di contenuti poteva osare molto di più.

Il che da un lato mi dà sensazioni positive: forse in Italia non siamo poi così indietro e negli ultimi anni (penso al Nuovo e Utile Web dello scorso maggio a Firenze) qualche spunto interessante su come riunirsi a parlare di blog c’è stato anche da noi. Per esempio, sono più che mai convinto del fatto che la separazione tra palco e platea – almeno quando si parla di tecnologie che rinegoziano i ruoli tradizionali – sia una barriera che rallenta incredibilmente lo scambio proficuo. E non c’è backchannel (ovvero la chat che si sviluppa parallelamente al convegno) che regga il confronto.

D’alto canto, mi aspetto che chi si presenta a uno dei maggiori incontri internazionali dedicati a una presunta rivoluzione della comunicazione non ricorra a forme troppo tradizionali di divulgazione. In quasi tutte le sessioni è mancato uno stato dell’arte condiviso da cui partire, i tempi a disposizione dei relatori erano molto ridotti e molti si sono accontentati di girare intorno a concetti noti e rassicuranti. Forse per disincentivo della stessa organizzazione, non ne ho idea, ma solo un paio di relatori ha fatto ricorso a slide schematiche attraverso cui mostrare ciò di cui parlava e fornire una traccia utile per seguire il discorso (considerato anche che l’inglese faceva da territorio linguistico franco per per una ventina di diversi idiomi nazionali).

Mi ha colpito soprattutto l’atteggiamento delle aziende. Io non so se la sponsorizzazione dell’evento era una conseguenza dell’essere stati invitati a parlare o se, viceversa, alcuni relatori sono stati invitati perché la loro azienda sponsorizzava l’evento. Tant’è che la sufficienza e/o la preparazione sommaria che hanno dimostrato molti tra quelli che avevano la responsabilità di parlare del rapporto tra interessi commerciali e blog sono state imbarazzanti. Fatto che considero, insieme ad altri autogol appena più marginali, piuttosto stupefacente. Se finanzi un incontro dedicato a uno strumento che permette a chiunque di esprimersi senza mediazioni su scala mondiale, il primo a essere messo sotto i riflettori sei inevitabilmente tu. Non basta metterci i soldi, devi anche convincere.

Detto ciò, non sono stati pochi nemmeno gli stimoli positivi. Che legherei, più che a una specifica sessione, a persone particolarmente interessanti per quello che hanno raccontato e per come lo hanno raccontato. Adriana Cronin-Lukas, per esempio, è una consulente dalle idee molto chiare e ha retto il confronto con Ceo e blogger d’azienda convinti di poter prendere dai blog solo quanto fa loro comodo, sottraendosi qualora il confronto diventi complesso o faticoso. Mi ha affascinato molto Global Voices, una sorta di hub di hub che utilizza l’aggregazione dei contenuti dei blog per dare vita a un progetto di informazione globale su scala più vasta di quanto si sia visto in giro finora (build bridges between cultures, costruire ponti tra le culture, è la parola d’ordine): guarda caso, dietro a un progetto interessante ci sono persone interessanti come Ethan Zuckerman e Rebecca MacKinnon. Mena Trott, padrona di casa dal carattere piuttosto franco, è andata forse sopra le righe, ma ha il merito di aver avviato un confronto piuttosto interessante sulla responsabilità dei blogger, concetto molto caro da queste parti. Bei personaggi, che mi riservo di scoprire meglio, sono Hugh MacLeod e Marc Canter, a ciascuno dei quali va il merito di aver proposto una visione sull’evoluzione della socializzazione in Rete non scontata e molto etica. Mi è piaciuto moltissimo David Sifry, gran capo di Technorati, che chissà perché mi aspettavo in veste di manager rampante alla conquista della Rete, e che al contrario si è rivelato una persona generosa, appassionata e molto rispettosa dei processi di Rete – il che mi rassicura sul destino di uno degli snodi più importanti della “nuova” Rete. Infine Ben Hammersley, di cui mi ero perso il chiacchierato intervento fiorentino, ha portato a Parigi la visione forse più incisiva, combattiva e divertente: siamo a una svolta culturale tra aperture e chiusure, il blog in sé è solo uno strumento, ma uno strumento che ci permette di influire con le nostre scelte sulla direzione che sta prendendo il mondo.

L’altra sensazione, scontata ma più che mai netta, è che siamo tagliati fuori. Noi italiani, dico, ma in generale tutti quelli che si esprimono solo con la loro lingua nazionale nei loro siti. Da amante delle sfumature che solo la lingua madre ti consente, sono il primo ad avere resistenze nello scrivere i miei post in inglese. Ma a Parigi mi sono reso conto una volta di più, e in modo più sfacciato di quanto mi fosse capitato in passato, che la conversazione della Rete si svolge in inglese; tutto il resto è destinato a perdersi o a sollazzare piccole comunità locali, insignificanti rispetto all’enormità della comunità della Rete. Se l’Italia conta poco, oggi, nella blogosfera mondiale, non è tanto per il numero esiguo di voci (che pure incide) o per i fantasiosi limiti alla libertà di espressione che ci attribuiscono in Europa (ne parlava Zoro), quanto semmai perché non siamo in grado di farci ascoltare. Ho la sensazione che in Italia si sia diffuso un dibattito teorico “puro” più vivace che in altre nazioni, come gli Stati Uniti, dove prevale l’eccellenza nella realizzazione di strumenti o nella sperimentazione di modelli di business compatibili. Peccato semplicemente che non valichi le Alpi, dunque di fatto resti sterile. Ci viene richiesto impegno e sacrificio, insomma, ma su questo io per primo prendo colpevolmente tempo.

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La sensazione in merito al fatto che in Italia vengano organizzati incontri all’altezza, in realtà, s’è smontata già venerdì a Roma, al convegno su Internet e Politica organizzato alla Camera dei Deputati. Che ha finito per diventare l’ennesima replica dell’ormai francamente insopportabile recita autoreferenziale tra l’esponente di turno di centrosinistra e l’esponente di turno di centrodestra, e ben poco di più.

La mia conclusione, se dovessi basarmi su quello che ho sentito nella Sala del Cenacolo, è che la politica italiana ha capito pochissimo di Internet. E fin qui poco male, se non fosse che al contrario i politici non sembrano avere molte remore nel riempirsi la bocca di verità che non possiedono, violentando tutto ciò che la Rete mette a loro disposizione. Come se non bastasse, ci si mette pure la ricerca di turno, generosa ma fondata su presupposti ed equivoci pesantemente old media, ad accreditare le scelte miopi e egocentriche dei partiti. Il mio stupore è moltiplicato dal fatto che Paolo Gentiloni e Antonio Palmieri con Internet hanno a che fare da tempo e sono tra le persone più accreditate in materia nei rispettivi schieramenti. E se Marco Montemagno aveva una comprensibile fregola di accreditare blog e nanoblog come modello di un successo misurabile secondo numeri rassicuranti per i non addetti ai lavori, a ben poco è servito l’onesto tentativo di Luca De Biase di riportare l’attenzione sull’orizzontalità di Internet e sul rischio di fraintendere i suoi meccanismi. Era tardi, ormai, quando l’hanno lasciato parlare.

Mi dispiace non tanto per l’occasione in sé, che forse aveva altre premure rispetto a quella di fare divulgazione di nuove pratiche, quanto per la sensazione sempre più allarmante che la politica stia andando altrove, indipendentemente da quanto di buono si costruisce in giro per il mondo. Lo diceva bene Giuseppe ieri: non è più questione di destra, di centro o di sinistra. È questione di ricollegare la politica alla realtà. E se queste sono le premesse su cui anche la frangia più tecnologica (dunque, indipendentemente da Internet, quella che si presuppone più reattiva di altre nel prendere atto di ciò che si muove nel mondo) pensa di costruire il suo futuro, c’è di che esserne preoccupati. Molto preoccupati.

dicembre 19 2005

Per uno di quei casi buffi della Rete, Carla mi stimola a riprendere in mano la mia tesi di laurea. Su questo sito è sempre stata disponibile una presentazione di quel lavoro di ricerca, ma la consultazione integrale era rimandata a Tesionline. In linea col resto del sito, da oggi l’intera tesi – Quel che resta del giornale: evoluzione e implicazioni dell’informazione giornalistica sul World Wide Web, discussa all’Università di Trieste nel 1998 – è consultabile in forma integrale (in Pdf) anche qui.

Com’è inevitabile, il testo risente in modo pesante degli anni passati. Buona parte dei riferimenti ai siti e alle pubblicazioni online, per esempio, sono stati superati dall’evoluzione del Web. Alcune parti sono evidentemente ingenue, benché spero che la allora giovane età – mia e del Web – siano un’attenuante sufficiente. Tuttavia sono convinto che l’impianto teorico (tutta la faccenda dell’arcipelago di Internet, del recupero della località e della disgregazione della testata – in pratica il capitolo 5) abbia ancora un senso. L’impressione è che Internet – dopo il boom e lo sboom degli anni passati – abbia fatto un lungo giro intorno a se stesso e solo da poco abbia ripreso le fila del discorso.

L’affido, dunque, una volta per tutte alla Rete.

dicembre 17 2005

Il seminario all’Università di Firenze è stato interessante: quanto meno io mi sono divertito parecchio e ho la sensazione che anche gli studenti presenti abbiano reagito bene all’esplorazione della parte abitata della Rete. Per l’occasione ho ripreso e adattato alcune slide che avevo già presentato a Milano qualche tempo fa, con l’aggiunta di un’appendice nuova nuova basata su alcune idee che ritengo fondamentale conoscere, almeno se si frequenta un corso sociologico sulla comunicazione e sui nuovi media. Come di consueto, li metto a disposizione.

La parte abitata della Rete e otto idee con cui potrebbe essere utile familiarizzare (slide in Pdf, 1,8 MB)

Appunti in forma di testo sulle otto idee (Pdf, 35 KB)

dicembre 15 2005

Oggi Firenze e Bologna, domani Roma. Più tempo in treno che altro, ma il programma è fitto di impegni e promette incontri stimolanti. Oggi, tra l’altro, racconto la “parte abitata della Rete” ad alcuni studenti dell’Università di Firenze, ospite di Antonio Sofi. Venerdì, poi, conto di essere nel pomeriggio alla Camera dei Deputati per il convegno su Internet e Politica organizzato da Blogosfere.

In questi giorni di consegne urgenti e di bagagli disfatti e rifatti manca giusto il tempo di riflettere sulle cose. Di Parigi, per esempio, ho ancora un po’ di idee da smaltire, ma di questo passo dovranno attendere ancora per un po’. Intanto Diego “Z di Zoro” Bianchi ha quasi finito il montaggio e, questione di ore, dovrebbe essere online il suo video su Les Blogs 2.0: una ventina di minuti sarcastici e irriverenti, ma – che diamine! – quel ragazzo ha classe da vendere. Per chi c’era e per chi non c’era: chi c’era ride di più, ma non è detto.

dicembre 13 2005

CNN ha lanciato in questi giorni un nuovo servizio di distribuzione a pagamento dei video in Rete, Pipeline (ne parlava l’altro giorno anche Massimo Russo). Sono sempre stato critico verso tutte le iniziative che cercano di mungere soldi dal Web o che si ostinano a trasformare Internet in una televisione complicata – un peccato da cui nemmeno l’emittente americana si è tenuta lontana in passato. Ad ogni modo, e di primo acchito, questa volta la novità non mi dispiace.

Sto provando CNN Pipeline da qualche ora e trovo che risponda ad alcuni criteri etici minimi nell’interazione con la Rete. Per esempio, non cerca necessariamente di piegare lo stumento ai suoi fini, ma si limita a ricorrere a quelli che io chiamo “gli occhi di Internet” per guardare ciò che sta all’esterno di Internet. In questo senso è un ottimo sistema di interazione con la televisione: dà il meglio della tv (soprattutto per chi non ha ancora installato una parabola), aggiungendo alcune virtù basilari della Rete. In secondo luogo: è a pagamento, ma quanto meno l’abbonamento (contenuto) azzera qualunque intromissione pubblicitaria e permette di contare su un servizio di buona qualità. Resta un problema più ampio, che non dipende dal singolo operatore: troveremo mai il modo di gestire in modo meno frammentato tutti questi microabbonamenti con i singoli fornitori? Terzo punto: una volta tanto, il servizio è pensato per fare solo il suo lavoro e non cerca di essere tante cose insieme. L’equivalente di un telefono che volesse solo gestire alla perfezione le telefonate, senza distrarsi con fotografie, giochi o agende varie.

Che fai con CNN Pipeline? Ci vedi la CNN, fondamentalmente. Ma hai a disposizione quattro sorgenti video simultanee e puoi scegliere in qualunque momento quale visualizzare nello schermo principale. Per esempio: questa mattina la tv all-news era monopolizzata dai collegamenti legati all’esecuzione capitale in California e i quattro feed in diretta davano lo straming di CNN International, il flusso originale delle conferenze stampa dei testimoni e degli avvocati, le riprese della troupe esterna che passeggiava tra i manifestanti di San Quintino e le previsioni del tempo. Inoltre hai accesso ad alcune biblioteche di video su richiesta. Usato bene, quanto meno in caso di notizie di particolare rilevanza, sembra uno strumento che può dare le sue soddisfazioni, consentendoti di aggirare tagli e scelte redazionali (questa mattina no: mi sentivo solo un’intruso che viola la privacy altrui).

Il fuso orario certo rema contro. Spenti i riflettori in California, questa mattina due dei flussi sono andati in stand-by: di notte c’è poco che giustifica l’attenzione degli Stati Uniti. E questo significa che, per buona parte del giorno, in Italia possiamo usufruire di una versione molto ridotta del sistema. Staremo a vedere.

dicembre 6 2005

Le ultime sessioni di Les Blogs hanno riscattato anche alcune perplessità sulla prima parte del convegno (in sintesi: il punto di arrivo di molte sessioni è stato quello che mi aspettavo fosse il punto di partenza). Ma è stata una bella esperienza. Non ne ho scritto, finora, più che altro per una questione di lavoro (un primo articolo, che dovrebbe uscire giovedì, aveva la precedenza) e di batteria del portatile (la mia spina aveva una presa a terra di troppo, e se non fosse stato per la pazienza di Samantha non starei consumando ora nemmeno l’ultimo residuo di carica).

Entro la settimana dovrei tornare in condizioni ottimali e spero di ragionare su alcuni spunti interessanti della conferenza. Nel frattempo, cercando col tag lesblogs in giro per la blogosfera trovate già un sacco di materiale e di fotografie. Inoltre, Stefano Vitta ha raccolto molti appunti su Blogtools.

novembre 29 2005

Segnalo con piacere che in questi giorni è uscito Internet che funziona, il libro scritto a quattro mani da Dario Banfi e Andrea Bagatta. È un testo a cui, per diversi motivi, sono molto affezionato. Così come sono legato ai due autori, con i quali ho condiviso buona parte della mia vita milanese ai tempi – eroici, per tanti versi – di Internet News. Auguro loro di trovare in libreria tutte le soddisfazioni che la loro professionalità e la loro esperienza – insieme al loro gran cuore – meritano.

Per quello che so, pur non avendo ancora avuto modo di sfogliarlo dal vivo, Internet che funziona è una guida introduttiva ai servizi utili della Rete pensata per chi ci si avvicina al Web oppure per chi già ci naviga da tempo ma vuole imparare a sfruttare meglio le sue potenzialità. Spiega non tanto come funziona Internet, ma quel che Internet può fare per semplificare la vita di tutti i giorni: pagare bollette, trovare lavoro, istruirsi, leggere notizie, interagire con la banca, telefonare a costi ridicoli e così via.

L’unico cruccio è non essere riuscito ancora a convincere Andrea e Dario ad aprire un blog. Con tutto che allora proprio Andrea fu il primo ad occuparsene, in redazione. E che Dario qualcosa di pronto sul suo server ce l’avrebbe pure. Ma non dispero. 🙂

novembre 27 2005

Succede che, stimolato anche dalle allarmanti riflessioni di Beppe, Giuseppe e Massimo in merito all’influsso negativo di Telecom Italia sull’Internet italiana, prendo in considerazione la possibilità di acquistare il mio primo credito prepagato SkypeOut. Skype già lo uso con soddisfazione per telefonate da Pc a Pc: per valutare l’effettiva convenienza delle tariffe di interconnessione con le linee tradizionali fisse e mobili (0,017 euro al minuto per molte tipologie di chiamata), vado a cercare sul sito dei miei fornitori attuali le cifre esatte dovute per le stesse telefonate.

Sul sito di Telecom Italia mi perdo. Stordito io, per carità. Quando mi ritrovo, sono entrato nel mio profilo personale, una sezione che, previa iscrizione, è disponibile per tutti gli abbonati. Non rintraccio subito il dettaglio delle tariffe, ma in compenso mi casca l’occhio sul riquadro dedicato al consenso alla privacy. Ricordate quel questionario che ogni intestatario di linea ha avuto la possibilità di compilare e rispedire per negare espressamente l’eventualità che chiunque potesse avere accesso ai dati personali per propagare pubblicità telefonica e postale? Bene, io l’ho mandato per fax l’8 marzo scorso e, pur concedendo la pubblicazione sull’elenco telefonico, ho negato qualsivoglia permesso d’uso del mio numero di telefono o dell’indirizzo postale per scopi promozionali. Lo ricordo bene, perché – per interpretare il burocratese fastidioso e scansare alcune trappole insidiose – ho passato una buona ora a leggere, rileggere e controllare ancora.

Di tutta questa promessa rivoluzione che cosa resta? Il mio profilo utente dice che in effetti no, le ricerche di mercato mi stanno assai antipatiche (cosa vera poi fino a un certo punto: non c’era alcuna domanda specifica nel modulo) e non voglio affatto essere contattato a questo fine. Tuttavia esprimo ampia disponibilità a ricevere comunicazioni pubblicitarie, quelle invece sì aborrite appena una casella me ne dava l’occasione. Tanto è stato fatto perché ciascuno potesse veder riconosciuto il diritto a non essere importunato, che comunque – nel mio caso – non è servito a nulla.

Prima mi cadono le braccia. Poi mi imbufalisco. Quindi chiamo il 187. Che, per non saper né leggere né scrivere, mi propina a caldo una manciata di spot Telecom Italia preregistrati, hai visto mai. Per evitare di ascoltare la promozione AliceMia per la quarta volta, mi distraggo e perdo la preziosa combinazione di tasti per interagire col call center. Dopo un silenzio imbarazzante, entro comunque in una qualche lista d’attesa. Qui ha inizio un’imbarazzante nenia che chiunque l’abbia inventata è un genio del male (a proposito, le voci dei vip le hanno già messe in cantina?): la voce registrata prende atto che effettivamente c’è molto traffico e tutti gli operatori sono occupati, tuttavia «abbiamo ragione di ritenere che il primo operatore libero le risponderà». Bontà loro.

Per consolidata tradizione, evito di accanirmi con Alessia, l’operatrice che mi risponde dopo alcuni minuti. Le spiego la situazione con calma, lei con altrettanta gentilezza verifica, conferma l’errore e subito corregge. Incidente chiuso, che ci voleva? Il che mi fa pensare che con ogni probabilità sarà stato l’errore più in buona fede che sia mai stato fatto su questa Terra. Però io, se fossi in voi, andrei a controllare.

Aggiornamento: Pierluigi Tolardo, in un commento a questo post, dà una spiegazione verosimile del problema. Distinguendo il consenso verso chiunque espresso col famoso modulo e il consenso che l’utente dà al suo fornitore di linea. Approfondirò.

novembre 21 2005

Premetto che Stefano è un amico. E che secondo me ha talento, ci sa fare con le parole. L’ho stressato per mesi con questa faccenda dei blog e di quanto pensavo fossero fatti su misura (anche) per lui: pare che sia riuscito almeno a fargli fare una prova. Tempo qualche settimana e si è reso conto che un metodo di pubblicazione come questo si adatta piuttosto bene a quello che a lungo è stato un suo romanzo nel cassetto, nato sotto forma di diario – in buona parte autobiografico – di un’estata passata come istruttore di sub in Egitto. Così ora ha aperto un blog in cui, un po’ per volta (risolvendo anche qualche conflitto iniziale con i template), pubblicherà quei ricordi del 2002. Avrebbero potuto diventare un bel libro, secondo me. E mi piace l’idea che oggi possano leggerli in tanti.

Il blog, come il libro, si chiama Come una nuvola a Sharm.

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