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Archive: gennaio 2005

gennaio 26 2005

Le ombre

Le ombre parlano… Con le ombre ci parlo – dice Fausto – e loro pure parlano a me. Ci sono due specie di ombre. Le ombre delle persone e le ombre delle cose. Le ombre delle persone sono sempre contente. Quando che stanno davanti alla persona pare che guardano dove metterà il piede: su un sasso liscio, su un pezzo di carta o sulla morbida terra. Quando che invece stanno dietro alla persona pare che passano sull’impronte che ha lasciato con una certa curiosa nostalgia. Le ombre delle persone c’hanno rispetto della persona loro! Un rispetto che diventa pure venerazione. Una cosa seria, insomma.
Mentre le ombre delle cose sono tutte differenti. Quello che nelle ombre delle persone è rispetto e venerazione, nelle ombre delle cose diventa rabbia e invidia. Le ombre delle cose odiano le cose, perché delle cose invidiano la loro immobilità. Le cose stanno immobili. A volte ci restano per un vita, per un’eternità… e le ombre delle cose gli si muovono attorno come bestie al guinzaglio. E c’hanno un’invidia terribile dell’immobilità delle cose. Io le ascolto, ci parlo, è una cosa che si capisce.

Ascanio Celestini, Fabbrica, Donzelli Editore 2003 – pag. 51.

gennaio 24 2005

Oggi, invece, si gioca a SimCity a casa di Antonio ed Enrico.

gennaio 23 2005

Beppe Severgnini sul Corriere della Sera di giovedì 20 gennaio:

Invece di portare la lingua quotidiana sui monumenti, abbiamo accettato che la lingua dei monumenti conquistasse la vita quotidiana. In pubblico, la gente dice lustri e non cinque anni, volto e non faccia, ventre e non pancia. Presenta omaggi, e non fa regali. Molti esordiscono con Chiarissimo scrivendo a professori universitari specialisti in manovre oscure, e tutti chiudono le lettere con Voglia gradire i più distinti saluti. Chi li distingue, quei saluti? Nessuno. Ma il mittente si sente tranquillo.
Ricordo Silvio Berlusconi, al tempo degli ostaggi in Iraq: il presidente del Consiglio non diceva “Continuiamo a parlare…”, ma “Abbiamo un’interlocuzione continuativa…”. Il movente psicologico è lo stesso che lo spinge a usare “Mi consenta…”: un’insicurezza verbale di fondo, che attraversa la società italiana come una corrente (da Palazzo Chigi alle case popolari). Il linguaggio come polizza di assicurazione. Anzi: come vestito buono da indossare per le fotografie, e poi rimettere nell’armadio.
Non è solo la lingua ufficiale a comportarsi così. I nostri discorsi sono disseminati di segnali di cautela e d’incertezza. “In Veneto – mi diceva un veneto – molti iniziano le frasi dicendo Con rispetto parlando… Quando chiedono nome e cognome, a Venezia e a Padova c’è chi risponde: “Mi saria Tonon Giovanni..”. Io sarei Giovanni Tonon: ma potrei essere anche qualcun altro, se risultasse necessario”. Lo stesso, universale, italianissimo “ciao” deriva da schiao (pronuciato sciao). In dialetto veneto: schiavo, servo suo. Un esordio umile, poi si vedrà.

gennaio 22 2005

Visite

L’altra notte Stefania si è svegliata di soprassalto dal dormiveglia per un rumore strano. Abbastanza strano da farla alzare a controllare se fosse tutto a posto. Era tutto a posto. È bastato poco per farle concludere che si era trattato di un semplice assestamento del bastone della pioggia (uno strumento sudamericano: un tronco cavo riempito di sassolini o semi secchi). L’avevamo usato la sera prima, non c’era molto da stupirsi. Capita spesso, quando è stato spostato da poco e qualcuno lo sfiora appena. In questo caso nessuno l’aveva sfiorato, ma era plausibile che qualche sassolino fosse rimasto in bilico fino a quel momento.

Tornando verso il letto, Stefania dice di aver sentito un accenno di profumo intenso. Un profumo che identifichiamo bene perché è quello che usava mia nonna. Noi viviamo nella casa che molto tempo fa mia nonna ha abitato per qualche anno. Stefania non ha conosciuto mia nonna, ma conosce quel profumo così peculiare e sa che lei lo usava. Suggestione, probabilmente. Come suggestione sembrerebbero le parole che dice di aver percepito dentro di sé. Un pensiero dolce nei miei confronti. Nei confronti di entrambi, in effetti.

Mentre me lo racconta, Stefania si ferma a pensarci un po’ su, incuriosita e intenerita allo stesso tempo dai ricordi sbiaditi della notte precedente. Poi, come se fosse un dettaglio inutile, aggiunge di aver avvertito insieme al profumo qualcosa di simile all’odore di fumo. Sigaretta, dice, ma non il classico odore di sigaretta. E descrive un aroma che mi fa affiorare l’immagine dell’inconsueto pacchetto di sigarette che mia nonna era solita fumare (gustare, avrebbe detto lei). Stefania non sapeva quali sigarette fumasse mia nonna. Per quante cose io possa averle raccontato di lei, credo non sapesse nemmeno che fumava.

Ci siamo guardati e ci siamo scambiati d’istinto un sorriso. Pensando, a dispetto di tutte le interpretazioni razionali, che era bello immaginare che mia nonna fosse passata a farci visita, l’altra notte.

gennaio 14 2005

Questa iniziativa toscana mi sembra davvero bella:

Tutto cominciò un caldo pomeriggio di Luglio… eravamo in redazione, sommersi dal lavoro anche se tempo di ferie… quando la prof. Prato, direttrice del giornale, ci lanciò una proposta: “Perché non cantare noi gli eroi che, nonostante i loro meriti, non sono stati mai cantati?” La proposta ci sembrò interessante, ma era un’impresa davvero grande, forse troppo per noi umili giornalisti liceali…

Nasce così l’Eroe mai cantato,

ricerca da parte dei giovani di un Eroe da cantare, cioè di una personalità che non appare ai più eroica, ma che la ricerca dei giovani fa vedere nella sua vera sostanza. La Personalità può essere anche nota in una ristretta cerchia, e può non essere in vita. L’importante è che si desideri attirare l’attenzione su di essa, affinchè i giovani possano trarre dal conoscerne la storia stimoli costruttivi.

Il primo Eroe mai cantato, proclamato nel 2003, è stato Mario Grossi, l’ingegnere aerospaziale che ha inventato il Tethered (una sorta di satellite al guinzaglio che ha partecipato nel 1992 alla missione spaziale STS-46 sullo Shuttle Atlantis),

un uomo che per tutta la vita si è dedicato con passione al suo lavoro senza però mai mettere da parte la sua umanità. Essere eroi infatti vuol dire soprattutto non arrendersi davanti alle difficoltà che la vita ci pone davanti, affrontare ogni prova, ogni sfida con energia e impegno, lavorare nell’ombra con la speranza che le proprie azioni possano essere utili per il progresso

Il premio biennale sta ora selezionando i candidati per l’edizione 2005. Le complesse tappe organizzative, che si possono consultare nell’ottimo sito, ben documentato, si snoderanno fino a marzo con numerose iniziative mirate a favorire la creatività dei giovani in diversi settori espressivi. Appuntamento conclusivo a Pisa dal 22 al 24 marzo con la Tre Giorni dell’Eroe mai Cantato 2004/2005.

gennaio 14 2005

Per la cronaca

Oggi da queste parti è passato a trovarci Cips, l’autore di Frasi storiche, nonché uno dei primi recensori di Come si fa un blog.

Così, giusto per dire che gli aperitivi bloggosi non si fanno solo a Milano ma anche nel profondo Nord Est. 🙂

gennaio 12 2005

Perché il divano?

Il divano è il nostro compagno di mangiate e di dormite. Il divano di casa nostra, ma anche quello di casa di un amico, dei genitori, dei vicini, dell’ufficio. Il divano come luogo per riposarsi, per leggere, per dormire, per fare l’amore. Quanti film guardati su quel divano, quante partite, quante telefonate. E ancora il divano coperto da un telo colorato, il divano macchiato, il divano pieno di cuscini, il divano che ci aspetta quando rientriamo a casa. Perché in fondo ogni divano racconta un po’ di noi.

Da un’idea di Buba, una raccolta di immagini (e storie di vita) a tema.

gennaio 10 2005

In verità vi dico che sta per arrivare un libro a cui il mio non è degno di allacciare i sandali. E che finalmente fornirà un supporto (teorico, ma non solo) a chi desidera approfondire le dinamiche delle nuove opinioni pubbliche favorite dalle reti di interazione digitale. Appuntamento a marzo (sperando ancora in un ripensamento sul titolo).

gennaio 5 2005

Vacanza è per il libero professionista quello sporadico periodo dell’anno in cui si lavora come sempre (se non di più), ma assistiti da una dotazione di strumenti e di collegamenti col mondo assai più precaria.

Il panorama però merita.