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Archive: settembre 2005

settembre 29 2005

I miei Webdays potrei riassumerli in due immagini, tutte e due fotografate – nemmeno a farlo apposta, vedi a volte la sintonia – da Stefania. La prima ritrae una signora anziana che chiede spiegazioni a un relatore che ha appena terminato il suo intervento. La seconda inquadra un bimbo che, sullo sfondo dei Webdays, si gusta con intensità il suo gelato al cioccolato.

Nella prima ritrovo la bella emozione di vedere la sala affollata e attentissima durante tutte le sessioni di Web over 60, il programma divulgativo per ultrasessantenni ospitato nella tre giorni torinese. Dài loro una ragione per utilizzare questi strumenti e qualche dritta su come cominciare – dunque non semplicemente un pc e un libretto d’istruzioni – e avrai i più convinti sostenitori e diffusori di buone pratiche (ce lo diceva Stefania: è la stessa linea di un recente progetto europeo dedicato agli anziani, che prevedeva di identificare interlocutori lontani prima di insegnare come utilizzare il pc e la Rete per dialogare con loro). Pare che questa non sia affatto una novità a Torino, dove l’offerta di tecnobadanti e corsi di formazione specializzati è piuttosto ricca e collaudata, ma ha ragione Axell quando afferma che è quella sala piena di persone non più giovanissime l’eredità più importante dei Webdays.

Resta il fatto – ne parlavamo con Antonio Sofi, ricordando un mio vecchio post e alcune idee ancora nel cassetto – che a me il rapporto tra anziani e tecnologia affascina davvero molto ed è ora che ci lavori un po’ su. Le esperienze cominciano a essere numerose (tutte le grandi città hanno ormai esperienze consolidate in proposito) ed è una ricchezza che sarebbe bene cominciare a divulgare.

La seconda fotografia ha dentro sé tutto il piacere di passare alcuni giorni tra persone belle, curiose e generose di stimoli. Domenica sera c’è stato un momento in cui, per diverse coincidenze, mi sono trovato seduto allo stesso tavolo con amici provenienti da diverse esperienze, tutte non collegate tra loro: Fabio, con cui a Trieste ho condiviso un periodo di ricerca sugli ipertesti nel laboratorio di Fileni; Pietro, che prima di arrivare ai blog è stato uno dei miei collaboratori preferiti a Internet News; Antonio, che è tra gli incontri più felici che mi abbia mai stimolato la Rete. Ma potrei aggiungere, nei giorni precedenti, Giuseppe, che per me è sempre più un fratello di bit; e Derrick De Kerckhove, sui cui libri studiavo dieci anni fa e che ancora oggi ispira, con eccezionale partecipazione d’animo, il mio lavoro; e Gaspar, di cui adoro quel mix così peculiare di slanci contagiosi, bonarietà, ferreo rigore e capacità di sintesi; e Andrea, che ogni volta che ci incontriamo mi spiace abitare tanto lontano perché sono certo che la sua compagnia faccia bene allo spirito. E tanti tanti altri, che se continuo diventa la processione dei santi.

E, in tutto questo, pensavo: ma tu guarda la rete, quella concreta e tutta umana, come riesce sempre sorprenderti, con fili diversi che si annodano all’improvviso, dando un senso più ampio al percorso di ciascuno. Sabato c’è stata un’interessante domanda di Effe, durante l’intervento di De Kerckhove, che – senza fare molta giustizia alla sua stimolante impertinenza (ma magari lui mi aiuterà nei commenti a ripristinarne il senso) – potrei sintetizzare così: che fine fa l’identità in questo universo aperto di contenuti ricombinabili del Web, che prescindono sempre più dal contenitore a cui appartengono ed esistono in funzione del personale percorso di senso di chi li consulta? La mia risposta, citando Bateson e la sua idea di informazioni che scaturiscono da differenze, sarebbe stata che se anche ci rimettiamo progressivamente un po’ di nome e un po’ di faccia, mettiamo in circolo qualcosa di molto più importante, ovvero il nostro sguardo sul mondo, il nostro mondo di essere, le nostre associazioni mentali. Fomentiamo informazioni con le differenze che rendono ciascuno di noi unico. E il premio, che ancor oggi è l’ambitissimo quarto d’ora di celebrità, domani potrebbe essere la partecipazione, discreta nella forma ma integrale nella sostanza, alla più ampia e democratica modalità mai esistita di fare parte del modo-in-cui-vanno-le-cose-in-questo-mondo.

L’impressione positiva, nel piccolo spaccato di Rete incontrato a Torino, è che sempre più persone si riconoscano in questo modo di concepire il proprio impegno in Rete (dove Rete è tutto fuorché un ambiente virtuale e alternativo alla realtà). Chi sale su un palco lo fa tutto sommato con spirito di servizio: io stesso, se mi è capitato di parlare, è solo perché di mestiere faccio divulgazione, ovvero raccolgo e rimetto in circolo con ordine le idee di tante persone. La eventuale e trascurabile attenzione sulla mia persona è solo funzionale a mettere chi ascolta (o chi consulta in seguito i materiali dell’incontro) nelle condizioni di iniziare un percorso dentro uno spicchio di quella che è già a tutti gli effetti conoscenza condivisa.

Dopo gli interventi di Granieri e De Kerckhove, che hanno l’abitudine di volar alto anche se parlano di tag e post, Stefania si gira, mi guarda con gli occhi illuminati di chi ha messo insieme i pezzi, e mi dice: «È tutto un ritorno alla visione induista: tutto è interconnesso, tutti siamo parte di un tutto e solo l’unità delle cose porta alla completezza». Ecco, appunto.

settembre 28 2005

Derrick chiede informazioni a Sergio

Derrick chiede informazioni a Sergio (foto di Axell).

Una scusa divertente per dire che ora anche le mie foto dei Webdays sono online su Flickr: poche e malandate, per problemi tecnici di vario tipo, ma ci sono.

settembre 26 2005

Nei prossimi giorni vorrei tornare su vari spunti registrati durante lo scorso fine settimana ai Webdays di Torino (mi ritrovo, per ora, nelle impressioni di Giuseppe). Con la valigia ancora da disfare e il tempo contato, riesco giusto a mettere disposizione le slide dei miei interventi – ma tenete d’occhio il sito ufficiale della manifestazione, perché a breve saranno pubblicati tutti i materiali. Infine ci tengo a ringraziare Andrea Toso e l’intero gruppo di organizzatori, per la passione, la simpatia e le attenzioni che li contraddistinguono.

Le slide:
Folksonomy, condividere etichette per i contenuti (pdf, 1,75 MB)
Strumenti e idee per entrare nel mondo dei blog (pdf, 500 KB)

Quello che si dice in Rete:
conversazioni
fotografie

settembre 17 2005

Sono in debito da (troppo) tempo di una recensione con Luca Lorenzetti, che a suo tempo mi inviò il suo Fare un giornale online, pubblicato da Dino Audino Editore. E allora dico che il libro di Luca, direttore del quotidiano telematico GoMarche.it, ha alcuni meriti e un possibile limite.

Il limite è il taglio particolare che ha dato al testo: non affronta da osservatore, come la maggior parte dei libri sull’argomento, che cosa sono i giornali online e quali sono le caratteristiche dell’informazione su Internet, ma – capovolgendo la prospettiva – spiega da dove bisogna partire e quali passi è bene seguire per creare la propria testata sul Web (dai software necessari alla struttura della pagina, alla linea editoriale, all’accreditamento, alla ricerca di pubblicità). A maggior ragione perché traslascia completamente gli strumenti base della pubblicazione personale, ma punta a imprese strutturate di più ampio respiro, mi resta il dubbio su quale sia il lettore ideale di questo testo e sul target assai ristretto a cui si rivolge: un tuttofare del mondo dell’editoria, poco esperto di informazione online e alla ricerca di un’infarinatura di partenza per muovere i primi passi. Statisticamente raro.

Il limite, tuttavia, è anche la forza principale del libro, perche Lorenzetti racconta, tra le righe, la sua esperienza in prima persona. Ed è come autobiografia di un’avventura online, secondo me, che il testo dà il meglio di sé e che fa la differenza con un asettico manuale prescrittivo. In questo senso la passione dell’autore – talvolta anche il suo ingenuo ottimismo – si sente tutta e potrebbe ispirare molti altri imprenditori in erba a seguirlo su una strada non certo facile, viste le difficoltà a far rendere la baracca che lo stesso Lorenzetti non si nasconde di certo.

È un testo da tener presente, soprattutto da parte dei tanti studenti universitari che si avvicinano per lavori di ricerca o tesi a questi argomenti e che cercano una sintesi introduttiva ma completa (dallo specifico giornalistico alla tecnologia, al marketing) per comprendere la complessità di questo settore.

settembre 16 2005

Sono sempre più sensibile alle teorie (e ancor meglio alle pratiche) legate alla sostenibilità, al consumo consapevole, alla globalizzazione che dà opportunità ma non mortifica. Muovo i primi passi lentamente, dunque so ancora poco, ma sto scoprendo un mondo affascinante – anche grazie agli stimoli che arrivano da qualche tempo da Luca De Biase (con il suo bel libro in fieri sull’economia della liberazione), da Beppe Caravita (che dalla teoria è passato alla pratica, nel suo piccolo) e Gaspar Torriero (che spesso e volentieri nel suo blog ragiona sul mercato del petrolio). Cito loro semplicemente perché sono i più documentati nel giro di siti che consulto quotidianamente, dunque il mio tramite verso nuove risorse.

In questo filone incastro ora una curiosità trovata sul giornale locale. Questo fine settimana si tiene a due passi da Pordenone, a Villotta di Chions, la Festa della decrescita felice. Che, voglio dire, già il nome ti fa venire la voglia di andare a vedere com’è. Ho fatto qualche ricerca online e dietro a questa serie di eventi locali ho trovato un filone interessante, legato al lavoro dell’economista Serge Latouche (ben noto negli ambienti no global): si chiama Rete per la decrescita serena, pacifica e solidale. Leggo nel manifesto:

La decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all’abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa! Allo stesso modo non c’è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una “società di decrescita”. Ciò presuppone tutt’altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su “consumi e stili di vita” proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei “R”: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.

Taglio e incollo nel quaderno delle rivoluzioni possibili, che si arricchisce ogni giorno di teoria, di nomi di associazioni, di aspiranti rivoluzionari, ma latita nella pratica. Ripenso alla frase di Gandhi che citava ieri Scalfarotto: siate il cambiamento che volete vedere nel mondo. Sei parte del problema, sei parte della soluzione, recita un altro slogan mutuato dalle religioni orientali. Ecco, io forse ho completato la prima parte (sono giunto alla consapevolezza di essere parte del problema, di non poter più delegare ad altri il cambiamento che richiedo), ma non ho ancora trovato la mia soluzione.

Idee, suggerimenti, pratiche, esperienze, là fuori?

settembre 13 2005

Sulla mossa politica di cambiare le regole elettorali a pochi mesi dal voto, indegna perfino dell’attuale maggioranza parlamentare, nemmeno mi esprimo. Però, da un punto di vista della teoria politica (e confidando poi nel contributo critico di più dotti specialisti): ricordo che ai tempi della battaglia referendaria per l’introduzione del maggioritario si diceva che il sistema italiano non era abbastanza maturo (o, da altro punto di vista, si era troppo imbarbarito) per un meccanismo elettorale evoluto e ideale come il proporzionale, che pur abbiamo avuto a lungo e che si diceva fosse alla base della proverbiale instabilità di governo italiana.

Il maggioritario poteva favorire la formazione di due macro-schieramenti e limitare la malaugurata deriva verso l’esponenziale frammentazione delle posizioni politiche. Così è stato, ma fino a un certo punto (anche perché qui il maggioritario lo facciamo solo se proporzionato, e il proporzionale solo se maggiorato): i due schieramenti si sono creati, ma non hanno mai saputo ragionare come entità unitaria o come luogo costruttivo di mediazione delle pur legittime divisioni. Quindi, a ben vedere, non siam maturi nemmeno per il maggioritario.

Ora, mi chiedo: davvero la soluzione migliore, a questo punto, è abbandonare il già precario processo di polarizzazione politica e fare un salto (al buio e per contingente convenienza) verso un sistema che può solo esasperare i vizi della politica italiana? Ovviamente la domanda è retorica e io sono convinto di no, così come sono vieppiù orripilato dalla piega che sta prendendo la pur giovane campagna 2006. Tuttavia mi farebbe piacere se qualcuno provasse a convincermi del contrario.

settembre 13 2005

L’ennesima baraonda sul possibile riconoscimento delle coppie di fatto è indegna di un paese, non dico neanche europeo, ma civile. Eppure è talmente semplice: non stiamo parlando di cambiare la realtà, stiamo parlando di prendere atto – ci piaccia o meno – che la realtà è già cambiata da un sacco di tempo e che è necessario adeguare dignitosamente gli strumenti legali che regolano i legittimi spazi di ciascuno. Con buona pace della sacralità del matrimonio, che pure riconosco e rispetto: semplicemente stiamo parlando di un’altra cosa.

settembre 12 2005

Venerdì è uscito in Italia il nuovo cd di Tracy Chapman, Where you live. Il mio giudizio, magari prematuro al terzo ascolto, è: rassicurante. È esattamente quello che ti aspetti dalla cantautrice americana, in linea con il genere di prodotto curato – amato, mi verrebbe da dire – a cui ha abituato i suoi estimatori: belle canzoni, buoni testi, mix equilibrato di spunti di vita (la trascinante Change, che fa da singolo di lancio) e di impegno civile (la severa America), di romanticismo e di disillusione.

Il lato positivo è che non delude, che allunga di undici titoli la sua – per me assai stimolante – storia musicale. Il lato negativo, se proprio deve esserci, è che non spicca per evoluzione nello stile: Where you live riprende per lo più le stesse sonorità mature di Let it Rain e, prima ancora, di Telling Stories. Trovo che si avverta sempre di più, nel suo lavoro, la debita distanza a cui si tiene dai media, dalla celebrità, dagli eccessi della stessa industria musicale (lei dice di essere una musicista e di voler fare quello), e in fondo anche per questo mi piace: potrebbe avere molto di più, ma si accontenta – nell’accezione più attiva e consapevole del verbo – di essere se stessa.

L’immagine un po’ bizzarra che accompagna questo post ha una storia. Sul principale sito non ufficiale dedicato a Tracy Chapman (quello ufficiale è in disarmo da mesi) si sono inventati un simpatico giochetto fotografico legato al titolo del nuovo album, il Where you live Photo Challenge. L’idea è mettere insieme un album di immagini scattate in giro per il mondo: riprendere il cd davanti a un particolare rappresentativo del luogo in cui si vive (Where you live, appunto, che poi è un verso di Going Back). Io, di solito allergico alle iniziative da fan club, una volta tanto mi sono divertito a partecipare. L’aspetto divertente è che, essendo il cd uscito in anticipo di qualche giorno qui da noi, nell’album per ora ci sono solo Parigi e… Pordenone.

settembre 7 2005

Il prossimo gentile e incolpevole operatore di società telefonica/televisione satellitare/distributore di servizi assortiti che mi propone di vedere le partite di calcio sul Pc/via satellite/sul telefonino a pochi spiccioli e, al mio cortese rifiuto, si finge sconcertato e mi chiede ruvidamente perché, io lo mando a quel paese. Niente di personale, però.