Rileggendo Venezia

Una delle cose belle di vivere in questa periferia dell’impero è che, se la giornata è smodatamente bella e hai un pomeriggio libero, salti sul primo treno utile e in un’oretta sei a spasso per le calli di Venezia. C’è chi si fa viaggi intercontinentali per vederla poche ore in una vita: noi qui siamo piuttosto fortunati. L’occasione era portare Stefania in visita a un edificio che ha fatto parte della mia vita per tanti anni e mostrarle posti che non hanno altro valore turistico se non che ad alcuni scorci, portoni o negozi lego istanti della mia infanzia. Cose di famiglia di dubbio interesse, insomma.

Quel che pensavo, mentre spolveravo odori, gusti e viste nello scantinato dei ricordi, è quanto sia strano il mio rapporto con questa città e quanto rispecchi il cambiamento del mio modo di leggere il mondo. Venezia è stata a lungo un posto affascinante, ma più faticoso di altri, dove venivo per trovare una persona di famiglia e passare qualche ora a mangiare cose (molto) buone e giocare con trastulli improvvisati. La città era uno sfondo bizzarro e poco più. Poi, raggiunta un’età della ragione (nel mio caso vagamente futurista), Venezia è diventato un luogo affascinante, ma un po’ stantio, un parco giochi del passato in bilico tra custodia di eredità secolari e resistenza all’ineluttabile direzione presa dal resto del mondo. Quando hai quindici anni non cogli il tumulto che può darti la Venezia notturna, quasi privata dopo che la calca di turisti e bancarelle si è dissolta; pensi solo che latiti in attrattive. E anche di giorno ti fermi alla poesia di Guccini, la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi che puoi comperare in negozio.

Oggi, che le occasioni di visitarla sono ridotte al pomeriggio fuori porta, mi scopro per la prima volta ad amarla senza riserve. Amo la sua polverosa sopravvivenza, le mura irregolari, il rimbombo dei passi e delle voci nelle calli, le botteghe che sopravvivono al mercato violento della terraferma, i portoni di legno, i campielli da calcio ostaggio dei bambini, la biancheria stesa sopra le teste dei passanti. Mi commuovono gli oratori e le chiese sperdute nei sestrieri più desolati, che ti strizzano l’occhio dalle mura ricoperte di capolavori barocchi con l’orgoglio di barboni ingioiellati. Mi piace come, a due passi dalla Basilica di San Marco, i lussuosi atelier di rappresentanza delle grandi firme stridono accanto ai feudi vagamente kitsch dell’artigianato d’altri tempi. Amo la normalità eccezionale di quest’angolo di mondo, che appartiene alla repubblica del possibile piuttosto che a quella italiana. E se ieri forse avrei fatto a cambio con cento metropoli ipermoderne, oggi andrei a toglier l’acqua con il secchiello per impedire che affondi.

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SciàScià ritrovato

Alla fine Indie-La musica indipendente l’ho trovata. La rivista, peraltro, è solo un fascicoletto formato cd di sei paginette scarne utilizzate per introdurre il cd del mese e dare qualche altra generica informazione a tema, perso nel mare di cartone che vorrebbe rendere visibile il supporto digitale tra gli scaffali delle edicole. Pregevole il tentativo di distribuire dischi difficilmente accessibili, ma per ora i mezzi lasciano a desiderare.

Al contrario, devo dire che anche questa volta la Rete ha fatto il suo dovere. Chi aveva qualche suggerimento da darmi in merito alla mia richiesta me l’ha dato, a cominciare dal gentile Enzo La Gatta, produttore del Cd e anima delle (Nuove) Nacchere Rosse. Testimonianza, se mai ce ne fosse bisogno, che le informazioni disseminate in Rete trovano quasi sempre la via per raggiungere le persone a cui possono interessare e per stabilire dei contatti che il mercato tradizionale non consente.

Detto questo, il cd SciàScià è molto bello e lo consiglio a chiunque abbia occasione di sentirlo. Contiene 14 brani. Sette di questi sono ispirati a laudi e canti della tradizione popolare medievale italiana e interpretate con la nota classe da Dario Fo. Le altre sono rivisitazioni, spesso ancor più sorprendenti e attuali, dei canti di lavoro e di protesta con cui le Nacchere Rosse davano voce al disagio di una generazione negli stabilimenti dell’Alfa di Pomigliano d’Arco negli anni ’70. Al fondatore di quel gruppo, Salvatore Alfuso (SciàScià, da cui il titolo), è dedicato l’intero disco, che è un’appassionata operazione di recupero della memoria (a cui partecipa anche Enzo Gragnaniello) giocata prevalentemente sui ritmi pizzicati del Sud Italia.

Io, che di tarante e tammorre so ben poco, l’ho apprezzato quanto a suo tempo amai la rivisitazione (introvabile anche quella) delle musiche dei briganti che Eugenio Bennato e i Musicanova fecero per uno sceneggiato televisivo degli anni ’80. E mi sono lasciato conquistare in particolare da ‘O lavoro, dove Nello Daniele canta «l’urdema nuvità, ca stu guverno chiama libertà».

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È tutto morto se non vi innamorate

Del nuovo film di Benigni, La tigre e la neve, mi ha colpito una cosa in particolare. Che durante la stessa scena, spesso, c’era chi rideva di gusto e chi si asciugava le lacrime. Segno di un film particolarmente ricco di livelli di lettura differenti, e che a me nel complesso è piaciuto. Mi ha sorpreso all’inizio (la scena iniziale è tripudio di citazioni e di sottointesi) ed è rimasto credibile – pur tenendosi con le unghie – anche sotto le bombe di Bagdad. Credibile, e poetico, nei termini della lezione un po’ folle sul senso e sul potere della poesia che il protagonista tiene alla sua classe nella prima parte, molto solare, del film.

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Sul lettore cd, di questi tempi

È un periodo intenso, da queste parti, ma molto musicale. Il che significa, probabilmente, che l’umore è buono e creativo. Faccio il punto sulle (mie) ultime novità.

Ho finalmente messo a fuoco una canzone incrociata più volte per radio (Dalla pace del mare lontano) e, attraverso questa, un autore che avevo finora abbastanza clamorosamente mancato. Meglio tardi che mai, ora sono alla riscoperta dell’opera omnia di Sergio Cammariere. Belle atmosfere, bei testi (molto mare), belle sonorità sul jazzato andante. La stessa bella sensazione di quando ho sentito per la prima volta Ivan Segreto, devo dire; unita a qualche eco di Vinicio Capossela.

Il quale Ivan Segreto, nel frattempo, ha lanciato il suo secondo disco Fidate correnti. Che è bello, molto bello in effetti, ma nella sua maturità sonora manca forse della freschezza e dell’immediatezza di Porta Vagnu, tuttora uno dei dischi più letti in assoluto dal mio stereo.

Ho apprezzato molto, piuttosto, la rilettura celebrativa di Jagged little pill in chiave acustica da parte di Alanis Morissette. Dieci anni dopo, l’album di Ironic, di Hand In My Pocket, di You Ougtha Know suona più bello che mai, dopo che gli è stato tolto un po’ di volume e dopo che è stato aggiunto spessore ai suoni. La voce e l’interpretazione dell’artista canadese, che a settimane lancia la sua prima collection, ne guadagnano senz’altro.

Segnalo, inoltre, che è già uscito il doppio cd con la colonna sonora del film tratto dal musical Rent di Jonathan Larson. Le canzoni più o meno sono quelle, naturalmente, ma l’adattamento degli arrangiamenti alle esigenze cinematografiche mi pare abbia ulteriormente giovato all’atmosfera di una delle più convincenti rappresentazioni di Broadway degli ultimi anni. Pure il film, diretto da Chris Columbus e in uscita a novembre (in Italia ad aprile 2006), si annuncia piuttosto curato.

Aggiungo, in coda, due piccole scoperte altrettanto piacevoli. La prima è una raccolta di musica celtica, The best celtic collection ever, che a dispetto del titolo ammiccante (da cui in genere mi tengo ben lontano) è davvero una bella sintesi di sonorità e di artisti di quelle terre. In particolare, fatico a togliere dal lettore cd il primo dei cinque dischi. L’altra piccola scoperta è Krishna Das, voce di riferimento del vasto mondo della spiritualità orientale, che ben si sposa con una serie di percorsi di lettura che mi hanno molto affascinato di recente. Dovendo scegliere, comincerei dalla raccolta Live on Earth. Astenersi quelli che una canzone deve durare non più di cinque minuti e deve avere un inizio e una fine.

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In cerca di Indie

Dunque, questa è una richiesta discreta di aiuto. Le informazioni che possiedo io sono queste: il 23 settembre è uscito il primo numero di una nuova rivista dal nome “Indie, la musica indipendente”, un mensile musicale edito da RaiTrade insieme a Helikonia con cd allegato, costo 7,90 euro. Il numero in questione conteneva SciàScià, un cd di canti tratti dalla tradizione popolare medioevale a cui hanno partecipato Dario Fo, Enzo Gragnaniello e Nuove Nacchere Rosse. Lo vengo a sapere da un servizio di Vincenzo Mollica durante un Tg1 di qualche settimana fa. Cerco in Rete, ma trovo solo qualche flebile traccia e un comunicato stampa: i siti ufficiali di tutti i soggetti coinvolti – bontà loro – non ne parlano, né la rivista sembra avere ancora una presenza online.

Ora, il mensile dovrebbe essere distribuito in edicola. Nelle edicole della periferia dell’impero, qui, nemmeno a parlarne, né – figuriamoci – sono interessati a cercarla. Nelle scorse settimane sono stato a Torino e a Milano, ma neppure lì ne sapevano nulla. Ho provato perfino in libreria, nessuna traccia. Allora mi chiedo, ma soprattutto vi chiedo: esiste? Qualcuno l’ha vista? Qualcuno l’ha addirittura presa e sa dirmi se rivista e ciddì valgono la pena di continuare a cercarli? Qualcuno ha suggerimenti utili per venire in possesso di una copia?

E che diamine, però: una rivista che nasce nel 2005 per «agevol[are] la comunicazione capace di sviluppare un percorso musicale alternativo» e per «essere una nuova risposta alle difficoltà distributive e promozionali per artisti e gruppi che si autoproducono, per quelli che hanno notorietà e consenso per la qualità delle loro proposte musicali», e che per di più mobilita per il primo numero un nome come Fo, potrebbe anche – tanto più nella delicata fase del lancio – puntare su Internet. Costa poco o nulla, basta una paginetta vetrina con un numero di telefono, un’e-mail e magari le modalità di acquisto o abbonamento. Poi la Rete, col suo scaffale lungo, fa da sé. Da guadagnarci ci son solo lettori.

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Quel che ho raccontato a Smau

Al seminario di questo pomeriggio a Smau e-Academy (l’ex Webb.it, ora declinato in chiave più aziendale) erano registrate 84 persone, buona parte delle quali effettivamente presenti. Mi è sembrato un pubblico molto eterogeneo, prevalentemente giovane, piuttosto partecipe.

Come promesso, metto online la presentazione che faceva da traccia (Entrare nella parte abitata della Rete, Pdf 1,80 MB circa). Il filmato (mov, 37 MB) sull’evoluzione della pagina relativa agli attentati di Londra in Wikipedia, che ho mostrato per spiegare le dinamiche di una pagina gestita da un wiki, l’ho preso a prestito da Antonio Sofi, che a sua volta l’aveva mostrato qualche settimana fa ai Webdays di Torino parlando – in quel caso – di giornalismo d’emergenza.

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Venerdì alla Moscova

Un tempo abitavo a due passi da lì. Oggi per me è più complicato. Però chi avesse occasione di passare venerdì sera per la Mediateca di Santa Teresa a Milano (in via della Moscova 28), ci faccia un salto dentro. Avrà modo di apprezzare non solo un luogo da cui tutti gli amministratori locali che si riempiono la bocca di parole come biblioteca multimediale o mediateca dovrebbero prendere esempio, ma anche una inusuale tempesta di cervelli.

Con la scusa di una serata bb_write (collegata alla presenza di Blackberry a Smau, il che non ho idea quanto marketing possa implicare), dicuteranno di interazione, liberazione, comunicazione e innovazione Derrik de Kerckhove (qui ben noto libero pensatore e direttore del McLuhan Program all’Università di Toronto), Markus Giesler (York University, Canada), Carlo Mario Guerci (ThinkTel, Italia) e il nostro buon Giuseppe Granieri, in veste di autore del saggio Blog Generation.

Chi ci va, poi racconti.

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Ci vado e voto Scalfarotto

Ci ho pensato su parecchio. Ho deciso che un guizzo, coraggioso benché improvvisato, val più di mille equilibrismi stantii. Non c’è programma che tenga, abbia 3 o 103 punti, se non c’è simpatia. Dove la simpatia, alla fine, si riduce alla sensazione – così tenue nella politica italiana contemporanea – di condividere a spanne un certo modo di interpretare il mondo e di dominare la complessità. Ho deciso, pur con tutte le perplessità che possono restare su una persona che ha avuto due mesi appena per farsi conoscere, che Ivan Scalfarotto mi sta simpatico. Dunque alle primarie di domenica – utili o inutili che siano – io lo voto. Forse, dovendoli ancora contare uno a uno senza darne nessuno per scontato, di quel voto farà un uso migliore che buona parte dei suoi predecessori in passato.

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