Amici che funzionano

Segnalo con piacere che in questi giorni è uscito Internet che funziona, il libro scritto a quattro mani da Dario Banfi e Andrea Bagatta. È un testo a cui, per diversi motivi, sono molto affezionato. Così come sono legato ai due autori, con i quali ho condiviso buona parte della mia vita milanese ai tempi – eroici, per tanti versi – di Internet News. Auguro loro di trovare in libreria tutte le soddisfazioni che la loro professionalità e la loro esperienza – insieme al loro gran cuore – meritano.

Per quello che so, pur non avendo ancora avuto modo di sfogliarlo dal vivo, Internet che funziona è una guida introduttiva ai servizi utili della Rete pensata per chi ci si avvicina al Web oppure per chi già ci naviga da tempo ma vuole imparare a sfruttare meglio le sue potenzialità. Spiega non tanto come funziona Internet, ma quel che Internet può fare per semplificare la vita di tutti i giorni: pagare bollette, trovare lavoro, istruirsi, leggere notizie, interagire con la banca, telefonare a costi ridicoli e così via.

L’unico cruccio è non essere riuscito ancora a convincere Andrea e Dario ad aprire un blog. Con tutto che allora proprio Andrea fu il primo ad occuparsene, in redazione. E che Dario qualcosa di pronto sul suo server ce l’avrebbe pure. Ma non dispero. 🙂

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Abbiamo ragione di ritenere che sia inaffidabile

Succede che, stimolato anche dalle allarmanti riflessioni di Beppe, Giuseppe e Massimo in merito all’influsso negativo di Telecom Italia sull’Internet italiana, prendo in considerazione la possibilità di acquistare il mio primo credito prepagato SkypeOut. Skype già lo uso con soddisfazione per telefonate da Pc a Pc: per valutare l’effettiva convenienza delle tariffe di interconnessione con le linee tradizionali fisse e mobili (0,017 euro al minuto per molte tipologie di chiamata), vado a cercare sul sito dei miei fornitori attuali le cifre esatte dovute per le stesse telefonate.

Sul sito di Telecom Italia mi perdo. Stordito io, per carità. Quando mi ritrovo, sono entrato nel mio profilo personale, una sezione che, previa iscrizione, è disponibile per tutti gli abbonati. Non rintraccio subito il dettaglio delle tariffe, ma in compenso mi casca l’occhio sul riquadro dedicato al consenso alla privacy. Ricordate quel questionario che ogni intestatario di linea ha avuto la possibilità di compilare e rispedire per negare espressamente l’eventualità che chiunque potesse avere accesso ai dati personali per propagare pubblicità telefonica e postale? Bene, io l’ho mandato per fax l’8 marzo scorso e, pur concedendo la pubblicazione sull’elenco telefonico, ho negato qualsivoglia permesso d’uso del mio numero di telefono o dell’indirizzo postale per scopi promozionali. Lo ricordo bene, perché – per interpretare il burocratese fastidioso e scansare alcune trappole insidiose – ho passato una buona ora a leggere, rileggere e controllare ancora.

Di tutta questa promessa rivoluzione che cosa resta? Il mio profilo utente dice che in effetti no, le ricerche di mercato mi stanno assai antipatiche (cosa vera poi fino a un certo punto: non c’era alcuna domanda specifica nel modulo) e non voglio affatto essere contattato a questo fine. Tuttavia esprimo ampia disponibilità a ricevere comunicazioni pubblicitarie, quelle invece sì aborrite appena una casella me ne dava l’occasione. Tanto è stato fatto perché ciascuno potesse veder riconosciuto il diritto a non essere importunato, che comunque – nel mio caso – non è servito a nulla.

Prima mi cadono le braccia. Poi mi imbufalisco. Quindi chiamo il 187. Che, per non saper né leggere né scrivere, mi propina a caldo una manciata di spot Telecom Italia preregistrati, hai visto mai. Per evitare di ascoltare la promozione AliceMia per la quarta volta, mi distraggo e perdo la preziosa combinazione di tasti per interagire col call center. Dopo un silenzio imbarazzante, entro comunque in una qualche lista d’attesa. Qui ha inizio un’imbarazzante nenia che chiunque l’abbia inventata è un genio del male (a proposito, le voci dei vip le hanno già messe in cantina?): la voce registrata prende atto che effettivamente c’è molto traffico e tutti gli operatori sono occupati, tuttavia «abbiamo ragione di ritenere che il primo operatore libero le risponderà». Bontà loro.

Per consolidata tradizione, evito di accanirmi con Alessia, l’operatrice che mi risponde dopo alcuni minuti. Le spiego la situazione con calma, lei con altrettanta gentilezza verifica, conferma l’errore e subito corregge. Incidente chiuso, che ci voleva? Il che mi fa pensare che con ogni probabilità sarà stato l’errore più in buona fede che sia mai stato fatto su questa Terra. Però io, se fossi in voi, andrei a controllare.

Aggiornamento: Pierluigi Tolardo, in un commento a questo post, dà una spiegazione verosimile del problema. Distinguendo il consenso verso chiunque espresso col famoso modulo e il consenso che l’utente dà al suo fornitore di linea. Approfondirò.

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Come una nuvola a Sharm

Premetto che Stefano è un amico. E che secondo me ha talento, ci sa fare con le parole. L’ho stressato per mesi con questa faccenda dei blog e di quanto pensavo fossero fatti su misura (anche) per lui: pare che sia riuscito almeno a fargli fare una prova. Tempo qualche settimana e si è reso conto che un metodo di pubblicazione come questo si adatta piuttosto bene a quello che a lungo è stato un suo romanzo nel cassetto, nato sotto forma di diario – in buona parte autobiografico – di un’estata passata come istruttore di sub in Egitto. Così ora ha aperto un blog in cui, un po’ per volta (risolvendo anche qualche conflitto iniziale con i template), pubblicherà quei ricordi del 2002. Avrebbero potuto diventare un bel libro, secondo me. E mi piace l’idea che oggi possano leggerli in tanti.

Il blog, come il libro, si chiama Come una nuvola a Sharm.

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Tracy Chapman, dunque

L’inizio – ieri sera, al Forest National di Bruxelles – è stato intenso come altrimenti non avrebbe potuto essere. Senza dire una parola intona in versione acustica Why?, il testo forse più pacifista del suo repertorio, dedicato alle contraddizioni del mondo, seguito da Baby can I hold you, una delle più belle canzoni che siano mai state scritte con cui chiedere scusa. Che a uno viene da pensare alle frequenti prese di distanza della cantautrice americana rispetto alla presidenza del suo paese e lo prende come un messaggio abbastanza diretto, seppure messo in poesia, della sua visione del mondo in questi anni.

Il concerto è sostanzialmente acustico per tutta la prima parte, mentre si concede abbondanti digressioni sull’elettrico e sul rock nella seconda. Tracy Chapman è in gran forma, la sua voce è più potente e ha più sfumature che mai; inoltre sembra divertirsi parecchio a suonare. Tanto poco concede di personale al suo pubblico, tanto più ama suonare e cantare con grande professionalità. L’accompagna una band bizzarra di due elementi soltanto: un bassista/tastierista che sembra uscito da un incrocio tra Woody Allen e Ben Kingsley, e un batterista che potrebbe essere un parente americano di Pau dei Negrita. Davvero bravi a dare spessore a ciascun brano pur ricorrendo a pochi stumenti.

Il repertorio è scelto in gran parte dall’ultimo lavoro, Where you live, ma pesca spesso e volentieri dal bellissimo album eponimo d’esordio del 1988 (da ricordare Behind the wall, cantata come da copione a cappella) e recupera qualche canzone dai più recenti Let it rain, Telling stories e New beginning. Da quest’ultimo, su richiesta del pubblico durante i concerti precedenti, ha eseguito per chitarra sola la romanticissima The Promise (una di quelle che una coppia appena sposata finisce per commuoversi) .

Come sempre, Tracy Chapman preferisce lasciar parlare le sue canzoni, sorride, ringrazia e si congeda dal pubblico belga dopo due bis (finisce, come spesso accade, con l’invitante Give me one reason: “dammi una ragione per restare”) e non più di un’ora e mezza di concerto senza pause. Unico elemento negativo, l’ossessione dell’organizzazione per le macchine fotografiche: stando a quanto si legge dai cartelli appesi all’entrata, sarebbe una richiesta dall’artista in persona. Che, voglio dire, flash continui e schemi di telefonini agitati nell’aria sono una gran rottura e rovinano l’intensità del concerto, è vero, ma il piccolo esercito di sorveglianti che con pile e attraversamenti ripetuti di platea reprimevano ogni tentativo di portarsi via un fotogramma del concerto (come se potesse mai essere poi un’opera d’arte) forse è pure peggio.

In Italia arriva il 10 dicembre, per un’unica data al Teatro Smeraldo di Milano.

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Hai detto mica consumismo?

Perché il … , prima ancora di diventare regime politico, è stato ed è tuttora una forma mentale, è una visione materialistica della vita e del mondo che nega all’uomo ogni dimensione spirituale. Il … nega il primato della persona umana, che è considerata come un insignificante accidente di un sistema che tutto dirige e tutto controlla. Il … nega la morale, la storia e la tradizione dell’Occidente cristiano e liberale. Il … è insomma la negazione stessa delle basi della nostra civiltà.

(Il brano è tratto dal discorso di Silvio Berlusconi alla Festa della libertà del 9 novembre scorso a Roma. Puntini miei. Parte di questo passaggio, benché presente nel video della giornata, non figura nelle trascrizioni reperibili in Rete.)

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Architettura dell’informazione in Italia

Segnalo con piacere, vista la passione gratuita che ci sta mettendo Emanuele Quintarelli (insieme con Luca Rosati), che è partita la macchina organizzativa del primo Information Architecture Summit italiano. L’incontro si terrà a Roma il 24 febbraio 2006 ed è il primo tentativo nazionale di dare vita a un appuntamento annuale tecnico/divulgativo per confrontare idee e buone pratiche sull’architettura dell’informazione. Il programma è in fase di definizione, ma chi ha qualcosa di interessante da dire può presentare relazioni fino a metà gennaio.

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