Qui c’è un voto in palio, chi lo vuole?

Mettiamola così. Io non voterò nessuno (nessun partito, vista la nuova legge elettorale) che avrà investito i mesi che ci separano dal 9 aprile nella delegittimazione dei propri avversari, nel battibecco rituale e nel parlar per luoghi comuni.

Cerco gente di poche ideologie e molti fatti, che non riempia migliaia di pagine di principi assoluti, né occupi ore di trasmissioni garantite, né riduca la campagna in barzellette sei-metri-per-tre, ma diffonda pochi semplici schemi di idee applicabili in meno di cinque anni (e qualche linea più generale di continuità extra mandato). Vorrei capire, senza correre il rischio di interpretarli troppo tardi, che cosa i nostri aspiranti deputati e senatori intendono fare per garantire l’inizio di una nuova fase di sostenibilità nell’ambiente e in economia (nulla di più fantasioso che riaprire le centrali a carbone in disuso? niente di meglio che rimandare a oltranza il crollo di Alitalia?); quanto Pil contano di riversare nella ricerca (non se, ma quale percentuale minima e fin dalla prima finanziaria); come pensano di poter sviluppare le infrastrutture digitali (non se, ma come pensano di farlo); come ritengono di posizionare l’Italia rispetto ai grandi temi di politica estera (con gli slogan si fa poco, preferisco tanto realismo a questo punto) e come intendono garantire che il rischio di impresa non continui a trasferirsi progressivamente sui lavoratori (e sui lavoratori giovani, in particolare).

Se un qualunque partito di qui ad aprile avrà dato risposte convincenti a tutti questi punti – e, a parità di proposte, ci aggiungerà dell’altro – avrà il mio voto. Fosse anche il partito dell’amore.

Nel frattempo, entrambi i maggiori schieramenti stanno cercando il dialogo (un link a sinistra, un link a destra). Mi piacerebbe che il buon senso che spesso riconosco ai blog si trasformasse in pressione positiva, in stimoli, in dibattito. Ci stanno chiedendo di discutere le idee, e io penso che forse è una buona occasione per vedere se sono ancora capaci di ascoltare.

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Mi abbono all’orto

Ci abbiamo pensato qualche giorno, poi Stefania e io abbiamo deciso di abbonarci all’orto. Ci piace l’idea, ci piace la filosofia d’altri tempi, ci piace che il produttore mostri i suoi conti, ci piace che il contadino racconti come va il raccolto, ci piace l’idea di ricevere di tutto un po’ (anche quello che forse normalmente non compreremmo), ci piace il clima familiare.

Gli unici punti su cui nutrivamo perplessità sono la distanza dalla fattoria, che sta in Molise, e la dipendenza dai viaggi del corriere espresso. A parità di condizioni, infatti, cerchiamo di preferire i prodotti che non incentivano il trasporto su gomma. Dubbi che sono compensati dalla sensazione di avere a che fare con persone responsabili e molto vicine all’idea che ci siamo fatti di come dovrebbe funzionare il mondo.

Lo prendiamo come un esperimento, alla fine dell’anno facciamo il bilancio.

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Mi butto?

Mi serve un computer portatile che garantisca molta leggerezza, molta autonomia e molta connettività. Tutto il resto, perfino la potenza, è secondario. Ho bisogno di un computer che mi permetta di scrivere e comunicare ovunque, senza portarmi dietro ogni volta un mattone ingombrante che poi dipende dalle spine burlone di Trenitalia.

Ne ho visti un tot, in questi giorni, e sono sempre più orientato verso un passo a suo modo storico per il sottoscritto (benché del tutto trascurabile per l’umanità). Tra i costosissimi Sony Vaio e i prematuri, ma interessanti ed economici, Philips Freevents X50, tra il Toshiba Portégé R200 e l’Asus W6A, mi sto orientando verso l’Apple iBook (nella versione 12.1″).

Non ho particolari preclusioni per i sistemi Macintosh, semmai al contrario ho una forte curiosità verso quella nicchia di mondo informatico che finora ho frequentato davvero poco (e comunque senza mai possedere un Mac). Tuttavia l’idea di far convivere due mondi così diversi un po’ mi spaventa: due sistemi operativi, due set di programmi, due versioni distinte da gestire, due modi di operare… Di buono, seppure non determinante, c’è che sull’iBook potrei far girare quel Devon Think di cui Giuseppe parla un gran bene.

Avete tutto il pomeriggio per farmi cambiare idea. 🙂

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Corsi, ma soprattutto ricorsi

– Buongiorno signora XY, sono Sergio Maistrello. Si ricorda di me?
– Buongiorno. Il nome non mi è nuovo, in effetti. Può aiutarmi a ricordare?
– Ci siamo sentiti diverse volte l’anno scorso per sistemare un problema piuttosto complicato nella fatturazione delle connessioni Adsl…
– Ah sì, certo, ricordo. Mi faccia rivedere la sua scheda. Avevamo sistemato tutto, vero?
– Sì sì, avevamo sistemato tutto. Infatti la chiamavo per augurarle buon anno, prima di tutto.
– Oh, ma è molto gentile. Buon anno anche a lei!
– Grazie. Poi però c’è un altro problema.
– Non mi dica…
– Purtroppo sì. Oggi ho ricevuto il nuovo conto telefonico e c’è un nuovo addebito non giustificato.
– Mi faccia guardare sul computer…
– Sulla bolletta trovo una voce “servizi non fatturati in precedenza”. Mi fanno pagare…
– Oh, ma sono andati a ripescare connessioni del 2004!
– Già. Si riferiscono allo stesso periodo in cui è nato il problema precedente.
– Santo cielo, ma questi hanno contato… Oh, questo vuol dire che devo andarmi a riaprire tutte le posizioni sistemate a suo tempo.
– Mi dispiace, in effetti sono… come dire… stupito anch’io.
– Non si preoccupi, le storno subito la cifra.
– Grazie, signora XY.
– A presto, signor Maistrello.
– Le direi che spero di no, signora XY. Ma che vuole, lei è gentile e io mi sto affezionando. Al prossimo intoppo!
(ridono entrambi allegramente)

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Che cosa penso della pubblicità

Se n’è parlato di recente da Luca, poi Giuseppe m’ha tirato in mezzo. Sintetizzo alcune idee un po’ radicali riguardo alla pubblicità, che valgono per me quando sono libero di scegliere. Facendo un lavoro che in molti casi è (indirettamente) finanziato dalla pubblicità, spesso mi trovo nella condizione di dover scendere a compromessi. Finora, per fortuna, sono stati piccoli compromessi.

E dunque:

– la pubblicità può essere arte. Ed essendo una delle poche forme d’arte contemporanee economicamente molto ben sostenute, talvolta lo è davvero.

– La pubblicità è un servizio. Serve a informare le persone su servizi/prodotti/idee che verosimilmente non conoscono e che potrebbero loro interessare. Spesso se lo dimentica.

– La pubblicità può fare molto bene. Quasi sempre si accontenta, invece, di fare i suoi interessi.

– La pubblicità è troppa. Quando troppe persone parlano contemporaneamente, il livello della voce sale. Anche le persone più rispettose, quando si trovano in mezzo alla confusione, devono alzare la voce e diventano moleste. Tante persone moleste insieme diventano un mal di testa. Se fossi uno che ritiene di avere cose interessanti da dire, non parlerei in mezzo alla confusione.

– La pubblicità reagisce male alle difficoltà. Se tante persone urlano in una stanza, più di qualcuno si ritiene autorizzato a strattonare. Qualcuno pensa che, per attirare l’attenzione di chi dovrebbe fidarsi di lui, anche i calci negli stinchi siano del tutto giustificati. Quando l’approccio creativo e quello fisico non ottengono risultati, non resta che mettere in discussione la dignità. E c’è chi è ben contento di fare pure quello.

– La pubblicità è preziosa per gli editori dei mezzi di comunicazione tradizionali, che devono sostenere alti costi di accesso ai canali di pubblicazione o emissione. I costi scendono per pubblicare online. Si azzerano per la pubblicazione di contenuti personali. Se ciascuno si accontentasse di quel che è sufficiente per operare e non desse alla pubblicità più importanza degli stessi contenuti, forse oggi la comunicazione, l’informazione, la televisione, l’economia e la cultura sarebbero migliori. Paradossalmente, la stessa pubblicità sarebbe migliore.

– La pubblicità, con crescente malafede a partire dagli anni ’80, ha contribuito a diffondere uno stile di vita e di relazioni insostenibile. Ha reso le persone molto peggiori di quanto avrebbero potuto essere. È corresponsabile della piega criminale che sta prendendo questo mondo. E il bello è che lo ha fatto con la complicità di ciascuno di noi, che nel nostro piccolo avremmo potuto fare delle scelte.

– La pubblicità che alza il volume anche se non potrebbe, la pubblicità che non ha rispetto, la pubblicità ovunque, la pubblicità che invade gli spazi privati, la pubblicità che pensa di essere intelligente perché arriva dove non ti aspetti, la pubblicità che si mette davanti a quello che vuoi vedere così sei costretto a guardare prima lei, la pubblicità di nascosto, la pubblicità che mente, la pubblicità che se mi guardi di sbieco io sono meglio di quell’altro, la pubblicità che gode nell’umiliare le persone e la loro intelligenza… insomma, tutta la pubblicità che nega se stessa, è quanto di peggio sia riuscito a fare di recente l’uomo su questa terra (dopo la guerra umanitaria, probabilmente). E io per questa pubblicità, che mi spinge ad arrabbiarmi e a boicottare, non ho più né tolleranza né pietà.

Fatta questa premessa, che spiega forse il mio atteggiamento comunque molto scettico, io non ho alcuna intenzione di inserire pubblicità nei miei siti personali o amatoriali. E nelle mie collaborazioni professionali, quando ho voce in capitolo, cerco di far capire che oggi – soprattutto su Internet – il meno è più, che uno solo è meglio di troppi, che rispettare i tuoi lettori a tutti i livelli è la sola strategia che ti consente di sopravvivere, che tutto ciò che non è percepibile come un servizio gioca contro di te.

Fatto sorprendente, forse ho trovato un editore che la pensa come me. Uno di questi giorni magari racconterò anche quest’altra storia.

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