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Archive: febbraio 2006

febbraio 21 2006

Perché scrivere zucchero sul barattolo dello zucchero ci può aiutare a trovarlo prima e a non confonderlo più col sale. Ci faremo largo con i tag (Pdf, 350 KB circa), un articolo da Monthly Vision di marzo 2006.

febbraio 20 2006

Colgo al volo lo spunto di Andrea Beggi per sottoscrivere tutte le sue impressioni d’uso dell’Apple iBook (anche lui è al primo Mac, come me). Con meno titubanze sulla tastiera e appena qualcuna in più sul touch pad integrato (ottimo il sistema di puntamento, meno il tasto di selezione), per il resto concordo in pieno con lui:

iBook è un oggetto che ha il pregio di tutti gli ottimi computer: è equilibrato. E l’equilibrio porta stabilità ed affidabilità. [..] E’ un acquisto che certamente consiglierei ad un amico, a meno che non abbia una ragione precisa per usare Windows (e Office non è tra queste ragioni).
[leggi tutte le valutazioni di Andrea]

febbraio 17 2006

Il portiere

Se non amassi il mio lavoro, ho sempre pensato che avrei avuto un certo talento come portiere. Dev’essere per via di quest’indole recondita che da qualche settimana faccio da centralino per l’intero palazzo. Alle ore più impensate, di solito alla mattina molto presto oppure all’ora di pranzo, mi arrivano chiamate da ministeri e uffici pubblici in cerca di informazioni su residenti nel condominio.

Dice: servizi segreti. No, è solo che i primi piani del condominio sono soggetti a un discreto via vai di affitti, la maggior parte dei quali legati ai frequenti spostamenti delle famiglie di lavoratori stranieri. Così citofono e cassette delle lettere sono popolate di bigliettini provvisori e nomi non sempre facili da distinguere, col postino che secondo me si fa un grappino prima di imbucare la corrispondenza per farsi coraggio.

In questo andirivieni, che va a sommarsi alle difficoltà di socializzazione favorite dalla scarsa inclinazione dei miei concittadini per la mediazione culturale, spesso le raccomandate e le lettere si perdono. Oppure restano in attesa per settimane in bella vista nell’atrio. Oppure ancora tornano indietro al mittente, semplicemente perché il destinatario non ha ritenuto auspicabile dare segni della sua presenza nel nuovo domicilio. Oppure, non si può escludere, il grappino di cui sopra ha confuso del tutto il postino.

Dice: e tu che c’entri? C’entro perché a quanto pare sono uno dei primi risultati che le Pagine bianche online restituiscono a chi cerca gli intestatari di utenze telefoniche al mio indirizzo. Così l’impiegata di turno (evidenza statistica: tutte donne, finora) compone il mio numero e, saltando tutta una serie di preliminari che nella mia testa seguirebbero al buongiorno, cominciano a farmi domande incalzanti su persone che io non ho mai sentito nominare. Hai voglia a far notare che le scale sono due, che gli inquilini vanno e vengono, che no non ho mai fatto caso a chi viva al quarto piano interno venti. Eccetera.

L’aspetto bizzarro è la sensazione che sia scontato che loro chiamino me, che io debba saper rispondere al volo e che, laddove ignori l’informazione utile, io risponda “beh, attenda in linea che vado a vedere, neh”. Ci girano intorno, poi notano una certa reticenza e mi salutano frettolosamente, quasi infastidite.

Dice: embé? No, niente, è che mi incuriosisce questa tendenza spuntata dal nulla nel giro di un mese e già piuttosto frequentata (tre telefonate in poche settimane soltanto a me, da parte di tre impiegate diverse, alla ricerca di tre persone diverse sono ben curiose, no?). Per il momento mi limito ad annotare con diligenza l’amministrazione pubblica tra gli affezionati alla mia cornetta insieme a mobilifici friulani, negozi di accessori per giardino veneti, venditori porta a porta di surgelati e operatori telefonici.

febbraio 13 2006

A margine del post di sabato, più di qualcuno mi ha fatto notare qualche eccesso (anche di superificialità) nei toni. E magari con un po’ di ragione, trattandosi di uno di quegli interventi che sarebbe bene far riposare per qualche ora prima di pubblicare. Tuttavia, se anche la delusione non avesse calcato sulle parole, lo sconcerto sui contenuti rimarrebbe identico anche stamattina.

Del resto non riesco ad allinearmi al fronte che ha nella cacciata dell’attuale maggioranza lo scopo prevalente della campagna elettorale in corso. Riparare i danni – che certamente io vedo, soprattutto nella sensibilità profonda del Paese – dovrebbe essere l’obiettivo minimo, ma se non emerge contestualmente una forte visione del mondo qualunque intervento finirà per essere soltanto un enorme spreco di energie e opportunità. In questo filone, un punto di vista interessante me l’ha fornito Mauro in una conversazione in chat. La sua metafora, in sintesi, è questa: negli ultimi anni è stato hackerato il sistema operativo, dunque il compito più urgente del nuovo governo dovrebbe essere quello di reinstallarlo, un obiettivo delicatissimo perché non avrà la possibilità di fermare l’hardware e riformattare il disco fisso. Il resto è grasso che cola, insomma.

Tra i risvolti di questi giorni, due in particolare mi hanno incuriosito. Innanzitutto i commenti seguiti a due post di Massimo Mantellini (tra cui l’anticipazione del ragionevole contrappunto su Punto Informatico). Tra le righe, timidamente, emergono competenze e idee di cui il programma di governo dell’Unione non conserva alcuna traccia. Curioso, quanto meno, che le risposte di cui invano vado in cerca nei documenti ufficiali si trovino poi nei commenti di Manteblog: la prendo per una testimonianza incoraggiante di quel che sempre più sarà la politica.

L’altro segnale interessante è che le critiche hanno stimolato qualche presa di distanza non scontata anche all’interno del centrosinistra. Il post che Francesco Soro ha pubblicato stamattina sul blog per la Margherita è piuttosto coraggioso nei toni e nei contenuti. Tra le righe dice: non perdiamoci in polemiche e lavoriamo insieme per migliorare le cose. Non credo potrà influire nell’immediato, perché l’Unione in questa fase dimostra di avere quanto meno seri problemi di sintesi, ma se questo significa mettere basi per dopodomani a me come inizio sta comunque bene.

Resta l’idea che ormai stiamo lavorando per il 2011. Per il 2006 resto molto, ma molto preoccupato.

febbraio 11 2006

I nuovi media e l’innovazione
Poichè il ruolo di questo comparto è cruciale per promuovere e diffondere l’innovazione, la politica di sviluppo che l’Unione adotterà per la comunicazione e la multimedialità avrà un effetto moltiplicatore sull’insieme dell’economia nazionale. Attueremo politiche volte a favorire la nascita di un’industria multimediale e audiovisiva in grado di competere sui mercati globali. I punti di forza da cui partire saranno il cinema italiano e la produzione audiovisiva in generale.
[Per il bene dell’Italia, Programma di Governo 2006-2011]

Ho aspettato 19 ore, tot minuti e una manciata di secondi (con tanto di tristissimo conto alla rovescia, nemmeno fosse l’embargo per il nuovo Harry Potter) per sfogliare il programma dell’Unione (pdf) per la prossima legislatura. Duecentoottantuno pagine di principi generali, nelle quali dei temi che io ritengo fondamentali se c’è traccia è soltanto per diffondere affermazioni di una superficialità disarmante, buone per tutte le stagioni.

L’innovazione? Cinema, audiovisivi e qualche banalità su Internet. Sull’ambiente una botta di concretezza: mettiamo la tutela tra i principi costituzionali. Buona idea, certo. Ma così, dopo aver passato mezza legislatura a menarcela sulle sfumature del principio, a malapena avanzerà tempo per prendere decisioni concrete, di cui abbiamo disperatamente bisogno. La ricerca: eh, sì sì, è importante, individuazione, coordinamento, complementarietà, credito d’impresa. Capito tutto, pure la Casa delle Libertà cinque anni fa diceva cose simili, poi s’è visto. E poi garanti, garanti e ancora garanti: terzializzazione delle responsabilità e del controllo come se piovesse, come se un garante in Italia fosse mai riuscito a impedire che ciascuno faccia poi come gli pare. Qualcosa di più organico si trova nella sezione dedicata al lavoro, ma nulla che spieghi davvero come saranno trasformate in pratica alcune constatazioni di buon senso da supermercato. Non mi sorprende che l’abbiano sottoscritto tutti i partiti della coalizione, un programma del genere. Per quanto è generico potrebbe firmarlo perfino Berlusconi, credo.

Questo è quanto di meglio in fatto di visione del mondo ed efficacia di intervento sono in grado di partorire tre, se non quattro, generazioni di sinistra? Sono molto perplesso. Non vedo un cambiamento, non vedo un punto di rottura, non vedo una visione del mondo che prenda atto delle sfide urgentissime che ci troviamo di fronte. L’obiettivo sembra soltanto essere presentabili per le elezioni, e in questo l’Unione raggiunge il Polo in quanto a miopia. Ero scettico sulla scelta delle persone, ora comincio a essere pesantemente scettico anche sulle idee (di conseguenza, sulla capacità di metterle in pratica).

Sarà pure il linguaggio della politica, sarà che serve una capacità di leggere tra le righe che possiedono solo gli iniziati, sarà che un programma tocca proprio presentarlo ma poi ci s’improvvisa giorno per giorno. Ma io comincio a pensare che sulle questioni che riteniamo importanti non ci sia più altra strada che la mobilitazione dal basso (Chico was here propone un primo e semplice passo). Idee ne stanno girando parecchie, mi pare. Se cominciamo a lavorare sulla raccolta e sui meccanismi di sintesi, magari qualcosa di buono in tempo per il 2011 ne viene fuori. Abbiamo un vantaggio: a quanto pare corriamo molto più veloci di loro.

febbraio 10 2006

Alla fine a Genova ho raccontato ben poco di quanto mi ero appuntato sull’essere autore in cortocircuito tra la carta e il Web. Al contrario mi sono ritrovato a parlare molto più del previsto di politica e Rete, in improvvisata sostituzione di ospiti ben più titolati.

Avrei voluto raccontare meglio, per esempio, di quanto a mio parere la personalità e lo stile di una persona trascendano il mezzo su cui ci si esprime e poco importa a quel punto il libro, la rivista o il Web. Ha ragione Antonio: qualunque contrapposizione ci sia oggi, se davvero esiste, è destinata a finire a tarallucci e vino. Per esempio, mi sarebbe piaciuto citare un pomeriggio, qualche settimana fa, in cui, viaggiando per lavoro tra una galleria e l’altra nel profondo Friuli con la radio accesa, dal flusso indistinto di chiacchiere via etere mi si è fissata l’attenzione su una voce. Ero affascinato da quel modo appassionato e divertito di raccontare, e pur non avendola mai conosciuta di persona ho pensato che quella voce si accompagnava perfettamente all’idea che mi ero fatto di Placida Signora (alter ego con cui Mitì Vigliero partecipa alle conversazioni in Rete). Era Placida Signora, ho scoperto poi. Combinazione ancor più buffa, non solo a Genova ho finalmente incontrato Mitì, ma proprio a lei toccava il compito di moderare il nostro incontro sulle scritture. Peccato mi abbia fatto parlare di me, cosa che da sempre mi riesce malissimo, perché questo aneddoto (che lei già conosce) lo avrei ricordato volentieri.

Invece ho trovato modo di dire la mia su un altro tema che mi sta a cuore in questo periodo. Si parlava di politica, ma il discorso si può estendere a molti altri campi. Credo che quanti tra noi sono arrivati in anticipo nel cogliere certe opportunità (nel nostro caso mezzi di espressione e di interazione in Rete, primi barlumi della società digitale) hanno il dovere non solo di diffonderle, ma anche e soprattutto di essere pazienti con chi è ancora in cammino. Dovremmo cambiare marcia: abbiamo la responsabilità di essere costruttivi, prima che cedere al facile impulso di criticare o farci beffa degli insuccessi altrui. È fin troppo facile dire che la politica capisce molto poco di Internet, come sparare sulla croce rossa: il nostro compito dovrebbe essere quello di non cedere a conclusioni definitive e provare invece ad assumere il ruolo di ponte. Dobbiamo interagire, capire il loro punto di vista per poi proporre il nostro, suggerire alternative: le contrapposizioni a uso e consumo delle pagine di colore dei giornali non ci porteranno lontano. Questo, peraltro, vale per tutti quei casi in cui la ricerca del primato (di accessi, di rilancio di una notizia, di guadagno) finisce per mettere i piedi sulla testa della blogosfera intesa come organismo collettivo – l’unico peraltro che ci possa portare a qualcosa di nuovo. Vale come autocritia, prima che come critica.

Per il resto, Genova è stata una bella occasione di rivedere tante persone a cui voglio bene e di cui ho stima. L’aggregatore umano si è arricchito di conferme e nuove scoperte, da approfondire un po’ per volta. Tra tutti, Andrea Beggi ha rivelato tutta la generosità e sensibilità di cui lo ritenevo capace, mentre Paolo Attivissimo ha aggiunto al rigore che già gli riconoscevo attraverso il suo blog anche dosi abbondanti di ironia e disponibilità.

Nota mangereccia: se già provavo simpatia istintiva per le iniziative cultural-blog-gastronomiche di Antonio Tombolini, la sua presentazione appassionata (etica, mi verrebbe da dire) e il gustoso banchetto che ha offerto domenica a InEdita mi hanno definitivamente conquistato. La sua Blog Farm è un bell’esempio di iniziativa coraggiosa, che fa affari in Rete puntando su numeri contenuti, sulla trasparenza e sulla comunicazione reciproca tra produttore e consumatore. Tra l’altro Tombolini ci ha anticipato la conferma che l’orto si farà, mentre io ho subito approfittato dell’offerta promozionale Pesto al Blogger (anche perché sono in debito con Stefania di un piatto di trofie al pesto degno della città che ci ospitava).

Fine delle note personali. Chi vuole mettere insieme i pezzi dei quattro giorni di Genova trova pane per i suoi denti nel blog collettivo gestito da Marina Bellini (che ringrazio per la disponibilità), negli archivi di Technorati e, naturalmente su Flickr, dove svettano le centinaia di scatti dell’instancabile Samuele Silva.

febbraio 2 2006

Genova InEdita

A Genova già stanno parlando. Io ci arrivo domani sera, dopo una breve tappa a Milano. Sabato pomeriggio si parla di scritture e di cortocircuiti tra carta e web in ottima compagnia. Intorno a noi, tanti libri.