Dichiarazioni, anzichenò

Il Manifesto è in crisi e chiede soldi. Io considero Il Manifesto il mio master quotidiano nell’arte di fare i titoli, che per il lavoro che faccio ha il suo bel perché. Una tassa universitaria volontaria ci può ben stare, in fondo. Poi sono d’accordo con Carlo Felice Dalla Pasqua: è un giornale intelligente, anche se non è sempre facile condividerne le posizioni, e di giornali intelligenti c’è molto bisogno. Così come abbiam bisogno di utopie come quella di una cooperativa autogestita in cui tutti, dal centralino alla direzione, prendono lo stesso stipendio.

Di referendum (come il Manifesto definisce la sottoscrizione in corso) in referendum: domani e lunedì si vota, di nuovo e – si spera – per l’ultima volta quest’anno (che un’altra campagna elettorale qui la si tollererebbe a fatica). Io voto no. Prima ancora che per gli obiettivi, alcuni perfino ragionevoli, per il modo in cui si è cercato di raggiungerli. E se proprio dobbiamo adeguare la nostra costituzione alla diversa complessità del mondo di questi anni, forse abbiamo bisogno di neo-padri della patria un po’ più credibili.

In questi giorni nel mio aggregatore è comparso il primo feed con banner pubblicitari. È stato davvero un peccato dover cancellare The Blog Herald dalla lista.

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Mi chiedevo

Perché, se sono state congelate non più di 261 pagine dei 3,8 milioni di voci complessivi di Wikipedia, in tanti si affrettano a descrivere il fallimento dell’enciclopedia collaborativa?

Perché, se le intercettazioni telefoniche generano una forma poco civile di gossip, si pensa a tagliare le intercettazioni e non invece a impedire con severità la loro pubblicazione almeno mentre le indagini sono in corso?

Perché nel 2006, anno generoso di derive misantropiche e disidratato di serietà francescana, il Vaticano ritiene opportuno far parcheggiare 100 Ferrari sul sagrato di San Pietro e farle benedire dal Papa la domenica in mondovisione?

(Fine del post qualunquista, dovuto probabilmente al caldo, al troppo lavoro e all’ennesimo racconto disgraziato di un mondo in cui talvolta faccio fatica a riconoscermi.)

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L’uomo al centro della Rete

Giovedì riparto. Torno a Torino, dove di blog e social network si parla sempre con un piacere tutto particolare. Questa volta l’occasione è il terzo incontro del ciclo sulla scrittura digitale nell’ambito delle manifestazioni legate a Torino Capitale Mondiale del Libro con Roma. Ospite Giuseppe Granieri, partecipano Antonio Sofi, Paolo Valdemarin e, in video, Luca De Biase. Trovo curioso il collegamento del tutto casuale che si è creato tra questo incontro e quello di una settimana fa a Milano: si parla sempre più di uomini e di società, sempre meno di tecnologia in quanto tale. Processi, più che strumenti.

(Poi, certo, speriamo che i tramezzini siano buoni.)

Peraltro segnalo che della tavola rotonda di giovedì scorso all’Everything But Advertising Forum sono disponibili una sintesi molto scrupolosa di Marlenek e la registrazione audio integrale dei Maestrini per caso. Metto nel mucchio anche la trascrizione integrale (in Pdf) del convegno di qualche settimana fa alla Federazione della Stampa, dove parlando di giornalismo e rete sono emersi alcuni punti di vista interessanti.

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Il nuovo umanesimo digitale

Giovedì pomeriggio alle 14.30 sono a Milano al Palazzo Affari dei Giureconsulti per l’Everything But Advertising Forum. Partecipo alla tavola rotonda Network, o del nuovo umanesimo digitale. Ospite Mafe De Baggis, assente quasi giustificato Giuseppe Granieri, presenti Carlo Annese (responsabile di QuasiRete de La Gazzetta dello Sport), Luca De Biase (caporedattore di Nova24-Il Sole 24 Ore), Marco Grossi (responsabile sviluppo web di Condé.Net), Marco Mazzei (responsabile Ricerca e Sviluppo di Mondadori Digital Publishing) e Paolo Valdemarin (co-fondatore di Evectors Software) e chiunque abbia qualcosa da aggiungere.

L’utilizzo di Internet come ambiente di incontro, confronto e condivisione di saperi è nato con la rete stessa: dagli anni ‘70 a oggi l’evoluzione degli strumenti di comunicazione mediata dal computer ha permesso a sempre più persone di affiancare alle esperienze sociali “fisiche” una fitta rete di rapporti online, una conversazione senza inizio e senza fine che spazia su qualunque argomento e permette di lavorare insieme, divertirsi, innamorarsi. Dalle BBS alle community, fino all’esplosione del “grassroots journalism” con i blog, all’integrazione con la telefonia e con il video: vivere online vuol dire vivere a una velocità diversa, con un’intesità maggiore e in un rapporto paritario con gli altri media e con i produttori di beni e servizi. Chi o cosa influenza le scelte – di acquisto e non solo – di chi vive intensamente la rete? Ed è ancora possibile pensare di farlo?

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