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Archive: ottobre 2006

ottobre 31 2006

Io detesto lo spam con tutte le mie forze. È una di quelle cose che non riesco quasi mai a prendere con il distacco e l’umorismo necessari, forse perché alla fin fine è la degenerazione delle degenerazioni della pubblicità (rispetto alla quale la mia opinione è ben nota). E tuttavia, non posso fare a meno di riconoscere la creatività tecnologica, il colpo di genio stilistico, l’inventiva nel superare qualunque ostacolo per far arrivare comunque un messaggio davanti ai tuoi occhi con un inchino e uno sfottò. A volte, poi, il cortocircuito tra frasi di senso compiuto generate in automatico, approssimative localizzazioni nelle diverse lingue nazionali, sostituzioni di lettere con numeri dalla forma compatibile, separazioni tra le sillabe delle parole e quant’altro permetta di imbrogliare i filtri genera risultati soprendenti. Quello di stamattina è un capolavoro, nel suo piccolo; un amminchiamento dello spam che strappa la risata e l’applauso insieme:

Sei pronto ad aumentare il Suo reddito? 

ottobre 30 2006
ottobre 26 2006

Mi è arrivata una fattura intestata al Gior. prof. Maistrello.

ottobre 21 2006

Quello di cui ci occuperemmo se fossimo abitanti assennati di questo pianeta finito sotto scacco di interessi piccoli, criminali e suicidi.

(grazie a Beppe Caravita)

ottobre 20 2006

Miraggi

Stamattina Internet Explorer (sette, infine) e Firefox mi mostrano lo stesso sito apparentemente nello stesso modo. Sono cose.

Aggiornamento del 22/10: era un miraggio, appunto. Son più i problemi introdotti in siti e applicazioni che uso correttamente che altro. Quindi, buono buono, io me ne torno a IE 6 e, una volta per tutte, passo a Firefox come browser predefinito.

ottobre 19 2006

Questa settimana termina anche per noi l’esperienza dell’abbonamento all’orto, iniziata con entusiasmo dieci mesi fa. Tempo di bilanci, dice Francesco Travaglini, anima e muscoli del Parco dei Buoi, la tenuta molisana che ha allietato per otto mesi la nostra tavola. E allora che bilanci siano: trasparenti come si conviene a un esperimento del genere, anche per rispetto a chi a suo tempo si era interessato all’iniziativa attraverso queste pagine. Il nostro, nel complesso, è soddisfacente: molti pregi, ma anche alcuni difetti di varia natura. Talvolta critici, dal mio punto di vista.

Partiamo dai primi. È stato… come posso dirlo senza sembrare patetico… umanamente bello sapere di avere un orto che tutte le settimane, in base alle diverse maturazioni, ci riforniva di ortaggi freschi direttamente a casa. Non un’industria alimentare, non una tenuta a sfruttamento intensivo, ma un’azienda agricola a gestione familiare che destinava parte del proprio terreno alla coltivazione di un orto in grado di ripagarsi le spese e poco più rivendendo i prodotti a qualche decina di consumatori garantiti in partenza. In un certo senso è stato davvero come avere un orto sotto casa. La cassetta consegnata dal corriere conteneva regolarmente una varietà e una quantità di verdura sufficiente a coprire le esigenze settimanali della famiglia; talvolta, pur avendo scelto il pacchetto small, è stato perfino necessario smistare la merce al parentado o stivare qualcosa nel congelatore.

È stato bello anche doversi adattare in qualche modo al ritmo imposto dall’orto: non sempre peperoni, zucchine e melanzane, come spesso avremmo scelto noi all’ortofrutta vicino a casa, ma anche fagiolini, lattughe varie, fave e molto altro. Compresi gli assaggi a sopresa, gentile omaggio della fattoria, mai meno che generosa nelle quantità. La varietà ci ha permesso anche di (ri)scoprire gusti a noi poco familiari: le puntarelle, per dirne una, introvabili nel nord-est, e deliziose lasciate macerare al freddo con un po’ d’olio e filetti di acciuga. Quanto alla qualità, al netto delle bizzarrie di una stagione non certo gentile con gli ortaggi, non ci possiamo lamentare: mi mancheranno soprattutto le cipolle (eccezionali, farei un abbonamento soltanto per quelle), le melanzane dolci, gli spinaci freschi, i piselli, le patate. Promette bene anche la zucca, arrivata la settimana scorsa e in attesa di essere cucinata nei modi creativi tipici del periodo. Gustosi anche i pomodori, l’insalata, le zucchine. La conserva, che a più buttate mia suocera ha ottenuto dagli pomodori da sugo, è molto piacevole – e la scorta durerà a lungo.

La qualità ci porta, inevitabilmente, ai punti critici dell’esperienza. Il trasporto su gomma lungo mezza Italia, che già mi dava da pensare per il costo ambientale, raramente è passato senza conseguenze sullo stato di conservazione della merce. Nei mesi più caldi qualche etto di foglie e pomi è arrivato a dir poco fiaccato, se non del tutto compromesso. Del resto è lo stesso Travaglini a dirsi non del tutto soddisfatto del corriere scelto. Non so se all’origine o se almeno durante i viaggi di dorsale tra un centro di smistamento e l’altro le verdure fossero conservate con le accortezze che si devono alla merce deperibile, fatto sta che nel tratto finale la cassetta viaggiava nella stiva di un qualunque furgoncino non refrigerato, senza particolari corsie preferenziali e spesso in ritardo di un giorno sul previsto. Dal punto di vista della società di spedizioni, del resto, era un pacco da consegnare come tanti altri: verdura, libri o computer per loro poco diversi sono. Se poi, come in una delle ultime occasioni, i colli sono due, ma uno di questi per qualche ragione si perde, vaglielo a spiegare al solerte impiegato che della prima confezione possono tranquillamente far concime, se non te lo fanno avere comunque al più presto o per lo meno non lo mettono al fresco.

La dipendenza dal corriere espresso è stato un punto debole anche in un altro senso, questo certamente più personale e non imputabile al Parco dei Buoi. Pur lavorando a casa, e quindi garantendo una presenza abbastanza regolare al domicilio indicato per la consegna, l’attesa dalla consegna in giorni non sempre prevedibili e a orari ancor più variabili – prolungata per una trentina di settimane – è stato un vincolo pesante: obbliga a programmare, spesso inutilmente, uscite, assenze e vacanze, mentre basta un imprevisto per costringerti a ritirare la merce non prima del giorno successivo al deposito dello spedizioniere, disperso in qualche zona industriale dei dintorni. Nel frattempo a noi è nato pure Giorgio, le cui conseguenze sull’organizzazione e sui tempi domestici avevo certamente sottostimato al momento dell’abbonamento.

Quanto a Francesco Travaglini e al Parco dei Buoi, a loro ho poco da rimproverare. Continuo a pensare che abbiano azzeccato tempi e modi per un’operazione commerciale sana, etica e a misura d’uomo. Mi aspettavo forse più informazione e più tempestiva: la vicinanza virtuale col produttore non è certo mancata, ma ha latitato talvolta proprio quando le date previste non potevano essere rispettate – che, per quanto detto sopra, per me faceva la differenza tra attendere e ricevere la cassetta il martedì e attendere a vuoto e al buio fino al giovedì o al venerdì successivi. La fatica di garantire trasparenza e presenza, già ammirevole in sé per un’impresa agricola in condizioni normali, ha avuto infine un tracollo durante il mese di agosto, quando in seguito a un brutto episodio accaduto proprio dentro la fattoria, alcuni lavoranti extracomunitari sono poi stati espulsi o confinati in un centro di permanenza temporanea per irregolarità nelle procedure di immigrazione. Emergenza che ha avuto una coda lunga e (umanamente, soprattutto) spiacevole per il loro datore di lavoro. Di questo, davvero, non mi sento di farne una colpa a Francesco, benché certo lui per primo ammetta che non tutto sia andato come voleva.

Lo rifarei? Sì, sono contento di aver fatto questa esperienza, sceglierei di certo di provare almeno una volta, se non l’avessi fatto. Lo rifarò? Non per adesso, non finché il bimbo è così piccolo e con le sue esigenze stravolge ogni possibile routine, non finché non trovo il modo di svincolarmi dalla schiavitù del corriere espresso, non finché i ritmi di lavoro e di vita non mi permetteranno di godermi appieno la varietà e la quantità di verdure da smistare e stivare ogni settimana. Per questo non ho sottoscritto l’orto invernale (cavoli, verze e affini) e difficilmente prenderò in considerazione il prossimo orto estivo, se ci sarà. E anche se probabilmente rimarrò affezionato al mio primo orto molisano, spero che esperienze di questo genere contagino presto anche il resto della penisola, annullando ogni residua difficoltà logistica. Sotto casa, per davvero.

ottobre 15 2006

Te lo spiegano l’Espresso e Samuele Silva.

ottobre 4 2006

Ci sono momenti in cui capita di chiedersi a che punto esattamente siamo. Spesso accade che sia il marketing a dare una mano a trovare la risposta. Per esempio, questa cosa qui – Alitalia che svende i voli a 49 euro, facendoti poi pagare il carburante e la stessa vendita del biglietto a parte – io la trovo una mappa eccezionale della situazione complessiva. Come a dire che il bar ti offre il cappuccino a 30 centesimi, ma poi ti chiede un contributo a parte per il caffé (un euro) e per il latte (altri 50 centesimi). O che il gestore di telefonia ti passa tutte le chiamate a 5 centesimi al minuto, salvo considerare a parte il canone mensile, lo scatto alla risposta, la variazione tariffaria oltre il primo minuto di conversazione e le telefonate in entrata quando hanno origine al di sotto del 48° parallelo. Confido, comunque, che anche in questo caso i paladini del marketing-a-tutti-i-costi sappiano indicarmi la chiave per interpretarla come un’evoluzione necessaria e auspicabile delle strategie di vendita e di promozione.

ottobre 3 2006

Il BzaarCamp è stato una bella esperienza, stimolante e piacevole. Sono in debito di diversi grazie con chi ha avuto tutte quelle piccole accortezze gratuite (a cominciare dalla focaccia, dai badge stampati con cura, dalle magliette inaspettate e via dicendo) che fanno la differenza e predispongono il clima alla condivisione delle idee. Come sempre è stata una gioia rivedere persone che, in situazioni e in modi diversi, in questi anni mi sono particolarmente care. E come sempre non sono riuscito ad ascoltare tutto quello che avrei voluto.

Il barcamp funziona così, per chi non ne sapesse ancora nulla: tutti partecipano, nessuno viene soltanto ad ascoltare, l’organizzazione (a partire dal generoso Bru) è un costante divenire. E pure io, che in un primo tempo contavo su un sabato di relax e aggiornamento in compagnia, mi sono dovuto improvvisare in un paio d’ore un tema di cui parlare. Già che c’ero, ho messo a fuoco un paio di spunti ancora non del tutto digeriti legati alla mia acerba esperienza di padre e all’altrettanto recente velleità di raccontare in pubblico le emozioni di una famiglia che si sta allargando.

L’ho concepita come una conversazione: sapevo che tra gli iscritti c’erano diversi genitori, alcuni dei quali hanno a loro volta condiviso la propria esperienza, e mi interessava confrontare i punti di vista. Perfino fare autocritica, se fosse stato necessario. Lo facciamo davvero per loro, nel loro interesse, o alla fine è soltanto una manifestazione di egoismo? Diamo loro opportunità di sviluppare precocemente una familiarità con le reti sociali oppure svendiamo una privacy che non possono ancora difendere? Rilanciamo le nostre emozioni in segno di gratitudine con chi le ha raccontate prima di noi (e in tal modo spesso ci ha aiutato nel cammino verso la maternità e la paternità), oppure intasiamo Internet di dettagli fin troppo intimi? Il tutto a partire da qualche schermata, che faceva il punto sulla mia esperienza per contestualizzare: le allego anche qui, ammesso che da sole dicano qualcosa.

La conversazione c’è stata, ed è stata molto interessante. Tutto sommato favorevole alla condivisione dell’esperienza dei neogenitori, ma con la consapevolezza che è soprattutto un esercizio di razionalizzazione personale, una trascrizione della memoria in tempo reale perché certi dettagli non vadano dimenticati. Nel video girato da Marlenek con la webcam c’è traccia tutto sommato comprensibile dei diversi pareri, per chi avesse voglia di approfondire (inizia al 22° minuto, prima c’è la notevolissima cavalcata in otto squillini di Antonio Sofi): mi piacerebbe isolarli e trascriverli appena avanza un po’ di tempo. Segnalo anche il contributo di Federico Fasce, che nel rielaborare a freddo il suo intervento sul capitale sociale prova a dare un nuovo impulso al nostro discorso.

– Le mie slide: Quando sei nato non puoi più nasconderti (Pdf 1,8 MB)
– Link, materiali, riferimenti a partire dal wiki ufficiale
– Conversazioni post-BzaarCamp via Technorati
– Foto, foto e ancora foto su Flickr

ottobre 2 2006

Fosse vera, e non ho alcun motivo di dubitare che lo sia, la storia di Michael May raccontata ieri sera in modo piuttosto colorito da Giuliano Marrucci a Report (sono disponibili il video e la trascrizione integrale del suo servizio) sarebbe un interessante caso mediatico. Illuminante, perlomeno nella mia fiacca tardo-domenicale. La vicenda è questa: impiegato tedesco in pensione, May consegna un ricca eredità (due milioni di euro) nelle mani di un partito politico semisconosciuto della Renania-Westfalia, accontentandosi di continuare a vivere dei frutti del proprio lavoro.

Benché il partito si distingua per un’attenzione non scontata per la promozione sociale dei meno facoltosi (e per il modo in cui lo fa meriterebbe una riflessione a parte), nulla lascia pensare che i due milioni di euro costituiscano un investimento davvero decisivo per le sorti di alcunché. Dunque stiamo parlando di un sacco di soldi donati da una persona qualunque a un’associazione qualunque per realizzare progetti qualunque. Ma non è questo il punto. Perché nell’intervista, in quattro battute, May butta lì un’intera visione del mondo:

MICHAEL MAY
Oh si, io ho passato tutta la mia vita in posti come questo, ero impiegato nelle miniere, mi occupavo dei risarcimenti che le aziende minerarie devono dare a chi ha subito danni alle abitazioni proprio a causa delle vibrazioni generate dal lavoro in miniera, e ho sempre vissuto del mio stipendio, e oggi della mia pensione.

GIULIANO MARRUCCI
E quanti soldi sono?

MICHAEL MAY
Non è niente male, sono circa 1900 euro. Credo ci sia parecchia gente che vive con molto meno

GIULIANO MARRUCCI
Certo ma tu avresti potuto essere milionario, non ti ha mai attratto quest’’idea?

MICHAEL MAY
No, non ci trovo niente di attraente.

GIULIANO MARRUCCI
Una bella auto?

MICHAEL MAY
Perché la mia auto non ti piace? È una bella macchina…

GIULIANO MARRUCCI (fuori campo)
Una bella Skoda Fabia, 14.000 euro chiavi in mano.

GIULIANO MARRUCCI
E non so, uno yacht ad esempio, non ti piacciono le barche?

MICHAEL MAY
Certo, mi piacciono le barche, sarebbe bello ad esempio avere la possibilità di utilizzare una barca una volta l’’anno per qualche giorno, con 4 o 5 amici. E una volta che l’’hai usata sarebbe bello che lo stesso toccasse ad altri 4 o 5 persone. Perché mai dovrei avere una barca tutta mia per tenerla ferma.

GIULIANO MARRUCCI
Invece di una bella villa con piscina che ne dici?

MICHAEL MAY
No, io abito in una tipica casa da minatore. È molto carina, c’’è il giardino, e abbiamo degli splendidi vicini, sono tutti minatori o ex minatori. Se siamo in vacanza ci annaffiano il giardino, e se loro vanno in vacanza noi gli annaffiamo il loro.

GIULIANO MARRUCCI (fuori campo)
La casa si trova a Moers, ma la compagna di Michael gli ha vietato di mostrarla alla tv. Non dovrebbe comunque essere diversa da queste altre casette, casette di minatori.

GIULIANO MARRUCCI
Te la sei comprata con i soldi dell’’eredita’?

MICHAEL MAY
No, non l’’ho comprata, vivo in affitto. Non è casa mia, è della società immobiliare della miniera.

GIULIANO MARRUCCI
Cioe’ non ti sei nemmeno comprato casa?

MICHAEL MAY
Nooo…, per cosa?

GIULIANO MARRUCCI
E quindi sei piu’ povero di me? eri milionario e ora sei piu’ povero di me?

MICHAEL MAY
È probabile.

GIULIANO MARRUCCI
E hai mai pensato di andare a vivere che ne so alle Bahamas?

MICHAEL MAY
No, a vivere no, magari in vacanza. Quando c’’è bel tempo veniamo qui e beviamo qualcosa in uno di questi caffè che trovi per strada. Perché mai dovremmo andarcene a vivere alle Bahamas. Alle Bahamas ci sono tutti questi caffè all’’aperto? Non so, non credo. Io voglio vivere qui, nella Ruhr.

[…]

MICHAEL MAY
Sai cosa penso a vedere questo panorama? Penso che nei nuovi stabilimenti che vedi là all’’orizzonte un operaio produce 20 volte l’acciaio che produceva in una vecchia fabbrica come questa. Questo significa che potrebbe lavorare soltanto 10 ore la settimana, e il profitto sarebbe comunque sufficiente. Credo che un mondo così tecnologicamente avanzato, dove la produzione è praticamente tutta automatizzata e un uomo da solo produce più di quanto producessero in 50 50 anni fa è un mondo ricco, ma la ricchezza non appartiene a chi lavora, appartiene a pochi, e nella storia società così squilibrate non sono mai durate a lungo.

Allora alla fine mi è venuto da pensare questo: che quello di May è un esempio come in fondo te ne capitano tanti davanti agli occhi tutti i giorni. Persone oneste, lucide, che hanno quattro idee, ma quelle quattro sono chiare in testa, e tu che li stai ad ascoltare ci ripensi su per qualche ora. Di diverso c’è solo che May – consapevole o meno che sia stato nel farlo – s’è comprato la visibilità per il proprio esempio: ha fatto qualcosa di illogico che l’ha reso curioso, ha mandato in cortocircuito il meccanismo per cui le persone virtuose tendono a scomparire di fronte alla quotidianità del mondo impazzito, ha ottenuto quell’ascolto su vasta scala che in genere è negato ai più e ha detto la sua in modo schivo a tutti coloro che si sono interessati al suo caso. Senza nemmeno un gran pontificare: gli è bastato rispondere in modo elementare a domande elementari. In fondo che cosa c’è di tanto complesso nella vita di una persona che guarda un po’ più lontano?

Certo, magari ne vengono fuori soltanto una serie di servizi sulla compassionevole bizzarria di un uomo che poteva spassarsela e che invece vive in affitto con la Skoda Fabia in garage, ma intanto la sua visione delle cose ha toccato tante persone quante non avrebbe mai potuto raggiungerne in vita sua in condizioni normali. May non ha (soltanto) donato una cifra ragguardevole per ampliare la sede di un partito ininfluente: si è concesso il lusso di investire due milioni di euro sulla sua testimonianza di vita. Per tutto questo, in attesa di saperne di più, io lo iscrivo a piccolo eroe contemporaneo della resistenza a questi tempi balordi.