Alla fine dell’orto

Questa settimana termina anche per noi l’esperienza dell’abbonamento all’orto, iniziata con entusiasmo dieci mesi fa. Tempo di bilanci, dice Francesco Travaglini, anima e muscoli del Parco dei Buoi, la tenuta molisana che ha allietato per otto mesi la nostra tavola. E allora che bilanci siano: trasparenti come si conviene a un esperimento del genere, anche per rispetto a chi a suo tempo si era interessato all’iniziativa attraverso queste pagine. Il nostro, nel complesso, è soddisfacente: molti pregi, ma anche alcuni difetti di varia natura. Talvolta critici, dal mio punto di vista.

Partiamo dai primi. È stato… come posso dirlo senza sembrare patetico… umanamente bello sapere di avere un orto che tutte le settimane, in base alle diverse maturazioni, ci riforniva di ortaggi freschi direttamente a casa. Non un’industria alimentare, non una tenuta a sfruttamento intensivo, ma un’azienda agricola a gestione familiare che destinava parte del proprio terreno alla coltivazione di un orto in grado di ripagarsi le spese e poco più rivendendo i prodotti a qualche decina di consumatori garantiti in partenza. In un certo senso è stato davvero come avere un orto sotto casa. La cassetta consegnata dal corriere conteneva regolarmente una varietà e una quantità di verdura sufficiente a coprire le esigenze settimanali della famiglia; talvolta, pur avendo scelto il pacchetto small, è stato perfino necessario smistare la merce al parentado o stivare qualcosa nel congelatore.

È stato bello anche doversi adattare in qualche modo al ritmo imposto dall’orto: non sempre peperoni, zucchine e melanzane, come spesso avremmo scelto noi all’ortofrutta vicino a casa, ma anche fagiolini, lattughe varie, fave e molto altro. Compresi gli assaggi a sopresa, gentile omaggio della fattoria, mai meno che generosa nelle quantità. La varietà ci ha permesso anche di (ri)scoprire gusti a noi poco familiari: le puntarelle, per dirne una, introvabili nel nord-est, e deliziose lasciate macerare al freddo con un po’ d’olio e filetti di acciuga. Quanto alla qualità, al netto delle bizzarrie di una stagione non certo gentile con gli ortaggi, non ci possiamo lamentare: mi mancheranno soprattutto le cipolle (eccezionali, farei un abbonamento soltanto per quelle), le melanzane dolci, gli spinaci freschi, i piselli, le patate. Promette bene anche la zucca, arrivata la settimana scorsa e in attesa di essere cucinata nei modi creativi tipici del periodo. Gustosi anche i pomodori, l’insalata, le zucchine. La conserva, che a più buttate mia suocera ha ottenuto dagli pomodori da sugo, è molto piacevole – e la scorta durerà a lungo.

La qualità ci porta, inevitabilmente, ai punti critici dell’esperienza. Il trasporto su gomma lungo mezza Italia, che già mi dava da pensare per il costo ambientale, raramente è passato senza conseguenze sullo stato di conservazione della merce. Nei mesi più caldi qualche etto di foglie e pomi è arrivato a dir poco fiaccato, se non del tutto compromesso. Del resto è lo stesso Travaglini a dirsi non del tutto soddisfatto del corriere scelto. Non so se all’origine o se almeno durante i viaggi di dorsale tra un centro di smistamento e l’altro le verdure fossero conservate con le accortezze che si devono alla merce deperibile, fatto sta che nel tratto finale la cassetta viaggiava nella stiva di un qualunque furgoncino non refrigerato, senza particolari corsie preferenziali e spesso in ritardo di un giorno sul previsto. Dal punto di vista della società di spedizioni, del resto, era un pacco da consegnare come tanti altri: verdura, libri o computer per loro poco diversi sono. Se poi, come in una delle ultime occasioni, i colli sono due, ma uno di questi per qualche ragione si perde, vaglielo a spiegare al solerte impiegato che della prima confezione possono tranquillamente far concime, se non te lo fanno avere comunque al più presto o per lo meno non lo mettono al fresco.

La dipendenza dal corriere espresso è stato un punto debole anche in un altro senso, questo certamente più personale e non imputabile al Parco dei Buoi. Pur lavorando a casa, e quindi garantendo una presenza abbastanza regolare al domicilio indicato per la consegna, l’attesa dalla consegna in giorni non sempre prevedibili e a orari ancor più variabili – prolungata per una trentina di settimane – è stato un vincolo pesante: obbliga a programmare, spesso inutilmente, uscite, assenze e vacanze, mentre basta un imprevisto per costringerti a ritirare la merce non prima del giorno successivo al deposito dello spedizioniere, disperso in qualche zona industriale dei dintorni. Nel frattempo a noi è nato pure Giorgio, le cui conseguenze sull’organizzazione e sui tempi domestici avevo certamente sottostimato al momento dell’abbonamento.

Quanto a Francesco Travaglini e al Parco dei Buoi, a loro ho poco da rimproverare. Continuo a pensare che abbiano azzeccato tempi e modi per un’operazione commerciale sana, etica e a misura d’uomo. Mi aspettavo forse più informazione e più tempestiva: la vicinanza virtuale col produttore non è certo mancata, ma ha latitato talvolta proprio quando le date previste non potevano essere rispettate – che, per quanto detto sopra, per me faceva la differenza tra attendere e ricevere la cassetta il martedì e attendere a vuoto e al buio fino al giovedì o al venerdì successivi. La fatica di garantire trasparenza e presenza, già ammirevole in sé per un’impresa agricola in condizioni normali, ha avuto infine un tracollo durante il mese di agosto, quando in seguito a un brutto episodio accaduto proprio dentro la fattoria, alcuni lavoranti extracomunitari sono poi stati espulsi o confinati in un centro di permanenza temporanea per irregolarità nelle procedure di immigrazione. Emergenza che ha avuto una coda lunga e (umanamente, soprattutto) spiacevole per il loro datore di lavoro. Di questo, davvero, non mi sento di farne una colpa a Francesco, benché certo lui per primo ammetta che non tutto sia andato come voleva.

Lo rifarei? Sì, sono contento di aver fatto questa esperienza, sceglierei di certo di provare almeno una volta, se non l’avessi fatto. Lo rifarò? Non per adesso, non finché il bimbo è così piccolo e con le sue esigenze stravolge ogni possibile routine, non finché non trovo il modo di svincolarmi dalla schiavitù del corriere espresso, non finché i ritmi di lavoro e di vita non mi permetteranno di godermi appieno la varietà e la quantità di verdure da smistare e stivare ogni settimana. Per questo non ho sottoscritto l’orto invernale (cavoli, verze e affini) e difficilmente prenderò in considerazione il prossimo orto estivo, se ci sarà. E anche se probabilmente rimarrò affezionato al mio primo orto molisano, spero che esperienze di questo genere contagino presto anche il resto della penisola, annullando ogni residua difficoltà logistica. Sotto casa, per davvero.

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6 pensieri su “Alla fine dell’orto”

  1. Caro Sergio,
    sono felicissimo del tuo giudizio “complessivamente soddisfacente” e ti ringrazio per aver partecipato a questo esperimento dell’orto in abbonamento.
    Condivido anche le difficoltà ed i problemi legati alle consegne di SDA con i relativi comprensibili condizionamenti.
    Condivido anche il resto delle tue “critiche” e ti ringrazio, saranno importantissime per poter migliorare. Quanto alla mia carenza comunicativa, alla scarsa dimestichezza con le parole che mi fa essere molto macchinoso nello scrivere si sono aggiunte, come giustmente osservi, le conseguenze psicologicamente molto logoranti legate alla vicenda a cui fai riferimento e riuscire a scrivere e pensare ad altro è diventato impossibile.
    Ma forse ho comunicato qualcosa anche senza scrivere e questo è importante.
    Grazie mille ancora e tanti cari auguri per il vostro bimbo!!

  2. Pingback: chubby spreading

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