Scosse

La differenza tra un giornalista e una persona in pace con sé stessa è che se alle sette di mattina un terremoto scuote il letto senza grazia, svegliandoti, tu pensi «chissà dove sarà stato l’epicentro», tua moglie invece chiede «ma che cos’hai da muoverti tanto?».

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Lo stato delle cose (e dei loghi)

Il nuovo logo turistico dell'Italia 

Avevo il dubbio che sfosse sfuggito qualcosa a me. Evidentemente no: 

Eppure l’aspetto più interessante e triste della vicenda è che questo logo condensa e sublima tutto un più ampio discorso sullo stato dell’Italia e degli italiani nel 2007. Una cosa che neanche un De Rita ispirato avrebbe saputo far meglio. Una spremuta concentrata di sociologia. C’è tutta la crisi di un paese che non sa nemmeno vedersi allo specchio e dire che ci vede riflesso, e allora chiede all’americano di dirglielo e quello gli risponde “C’hai le tradizioni, c’hai la fantasia. Ma soprattutto c’hai un casino in testa e attorno che nemmeno te lo immagini“. L’americano te lo dice infilando in sei lettere sei almeno 3 caratteri tipografici diversi (il caos cosmico prende corpo e turbina inquietante) e poi, a sfregio, ci infila una “t” verde che dice “che ci sto a fare io qui?” e fa quasi tenerezza in questa sua somiglianza con un peperone verde con la gobba. Un peperone che qualsiasi norma cee avrebbe destinato al macero. E invece, rivincita dello sgorbio e dell’informe, troneggia perentorio come la “T” di “troneggiare”, appunto, a rivendicare il diritto ad esistere del brutto.

[Martino Pietropoli, Un trattato di sociologia in 6 lettere]

Per uno sguardo tecnico segnalo anche designerblog. E non mi pare che i meno tecnici siano rimasti a bocca aperta. Chissà che la delibera non fosse tra le carte ancora da firmare del governo uscente.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Di quando sono tornato a scuola

La settimana scorsa ho fatto l’insegnante per una manciata di ore. Di tutto, l’effetto più stupefacente – e non necessariamente nell’accezione positiva – è stato ripiombare in quel mondo avulso dalla realtà che è la scuola. Il tempo scandito da campanelle, una pausa ogni due ore cascasse il mondo, le note sul registro, i rapporti tesi tra compagno e compagno, tra compagno e professore, tra professore e professore, tra professore e preside. Tralascio ogni ragionamento su quanto smunta ed emaciata ho trovato la scuola pubblica italiana, quindici anni dopo. E anche sulla mia incapacità di stare in un’aula senza sentirmi inguaribilmente studente.

Perché non è di questo che volevo parlare. Il fatto è che parlavo a questi ragazzi di blog, di wiki e di social network. E ci ho messo quattro giorni ad appassionarli (comunque poco) all’idea. La teoria non gli è andata giù nemmeno a fare il saltimbanco sulla cattedra o ricorrendo alle peggiori animazioni di PowerPoint. La pratica un po’ di più, che era sempre meglio di un’interrogazione di filosofia, ma insomma nemmeno troppo, e i giovani si sa hanno cose di molto più importanti a cui pensare.

Poi li guardavo nelle pause, oppure quando qualcuno finiva la sua esercitazione prima degli altri. Il blog diventava un’estensione naturale al sms: chiacchiere in codice nei commenti. Questi ragazzi hanno la conversazione nel sangue, ma quando gliela mostri non la riconoscono (ancora). Sfrucugliano nella ricerca per immagini di Google dentro un web tutto visuale, ma poi restano freddi davanti a Flickr. E appena non li guardi corrono nei reconditi meno opportuni di YouTube, che se poi glielo presenti come social software perde ogni fascino.

La morale di tutto questo è che in quattro giorni non ho trovato affatto una morale. Solo un gruppo di ragazzini pieni di opportunità, ma molto distratti e assai annoiati – pur con le debite, confortanti eccezioni. Hanno strumenti che noi ci sognavamo. Ai miei tempi (ecco, l’ho detto) pregavamo il tecnico perché ci prestasse la videocamera e poi ci montavamo i video col videoregistratore, pur di comunicare. Loro oggi hanno il mondo alle loro dita, ma spesso sembrano accontentarsi di fargli il solletico.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Vizio superlativo

Il fatto è che sovrastimiamo per lingua. Bello è bellissimo, magari anche stupendo. Bravo è bravissimo, e diventa genio in un attimo. Affascinante è strepitoso, perfino commovente. Così un’idea finisce presto per esser fenomeno, con pretese universali. E siccome il linguaggio forma la cultura, siamo drogati di emozioni forti a basso prezzo.

(Eh? No, nulla, parlavo da solo, continuate pure.)

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Ho provato Vista (e sono tornato a XP)

Bello è bello, come previsto. Sfumature, animazioni, rifiniture sono all’altezza del nuovo millennio. E veloce è veloce, anche più di quanto non mi sarei aspettato: il sistema di ottimizzazione delle applicazioni più utilizzate fa il suo dovere per benino, non c’è che dire. E la sidebar coi widget è efficace quanto su Mac, dove lo schermo con gli “accessori” non è visibile contemporaneamente allo schermo di lavoro, non riesce a essere.

Ma il livello di innovazione percepibile da un utente più o meno evoluto non mi ha strappato affatto quel “wow!” che promette il marketing di Microsoft. In quanto a evoluzioni sostanziali Vista riproduce il solito schema consolidato, che si ripete per lo meno da Windows 95 in poi: dare una ripulita al sistema operativo preesistente, sistemare alcuni difetti cronici e riverniciare il tutto con vernici più moderne. Vista raggiunge il Mac per efficacia e semplicità di alcune singole operazioni (e non necessariamente quelle determinanti nell’uso quotidiano), ma del Mac non ha ancora quella coerenza globale nell’esperienza d’uso. Se tutto ciò vale il costo al quale il nuovo software è stato messo in commercio, ma soprattutto se questo giustifichi i nuovi standard operativi richiesti in fatto di hardware, ognuno valuti da sé. Secondo me no, e restano – rinvigorite, se possibile – tutte le perplessità ecologiche che raccontavo qualche giorno fa.

Fatto sta che io sono tornato a XP dopo appena due giorni. Non tanto perché Vista è soprattutto chiacchiere e distintivo, ma perché il nuovo sistema operativo non supporta ancora molti software che uso correntemente per lavoro. Il che non è del tutto un problema di Microsoft, lo so bene, quanto semmai dei rispettivi produttori. Ma che dopo quel popò di ritardi che hanno contraddistinto il parto del nuovo Windows io debba avere difficoltà inconcepibili – giusto per fare l’esempio più allarmante – nell’uso di file in formato Pdf, per non parlare dell’impossibilità di crearne (stante la temporanea incompatibilità con buona parte dei programmi Adobe), mi pare di molto lontano da ogni ragionevolezza.

Immagino che tra sei mesi o un anno molto sarà diverso, e magari nel giro di un paio d’anni l’aggiornamento a Vista sarà perfino auspicabile per tenere il passo dell’evoluzione dei programmi più comuni. Per ora io, perplesso, resto a guardare.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Il BarCamp sotto casa

Giorgio Jannis mi segnala che è partita l’organizzazione dell’ActionCamp, un BarCamp che si terrà dentro la Fiera di Udine durante lo svolgimento di Innovaction, salone della conoscenza, delle idee e dell’innovazione in ambito aziendale.

Poiché la fiera dura quattro giorni, dal 15 al 18 febbraio, a quanto pare il BarCamp sarà lungo altrettanto (tutti i giorni dalle 10 alle 20). Il che da un lato è una gran bella opportunità, ma dall’altro mi sembra anche un bel rischio: a differenza di altri BarCamp le persone non vengono apposta, sono distratte da tante altre iniziative e i momenti di interesse rischiano di essere dilatati al punto da trasformarla in una non-non-conferenza (in pratica: una pausa caffé dedicata a un po’ di sano networking). Ovvero non esattamente un BarCamp. Ma perché non provarci?

Io intanto mi iscrivo, considerato il fatto che almeno quest’anno un giro a Innovaction conto di riuscire a farlo. E non essere presente a un Barcamp a 50 chilometri da casa, se BarCamp sarà, sarebbe veramente disdicevole.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail