Top

Archive: aprile 2008

aprile 21 2008

Visto che questi giorni, complice l’imminente giornata esclamativa di Grillo, in tanti sollecitano opinioni in merito, sintetizzo la mia. Io credo che l’Ordine dei giornalisti abbia un senso di esistere, ma che esista malamente da troppo tempo per avere una giustificazione a continuare. Lo abolirei, dunque? No, al contrario spingerei per farlo funzionare per quel che dovrebbe essere: prima che una corporazione (che forse non è mai esistita), un soggetto di autocontrollo in grado di fare le pulci al lavoro di tutti gli iscritti. Di tutti gli iscritti, tutti i giorni – cosa che adesso evidentemente non è, o non è in modo soddisfacente.

Quella che ai più sembra un’anacronistica barriera sulla via della libertà di cronaca – una barriera che mi pare abbia scoraggiato ben poca gente, anche laddove a scoraggiare era il mercato – è invece, in potenza, la più alta garanzia di libertà, etica e qualità dei giornalisti italiani, soprattutto in un momento storico in cui conflitti di interessi sempre più plateali fanno abbandonare agli editori i loro ultimi scrupoli sulla via dell’industrializzazione selvaggia dei processi editoriali. Fare a pezzi quest’istituzione, che non ha nemmeno la forza di portare a casa un contratto nazionale di lavoro da tre anni, credo non sia né la via più breve né la più efficace per risolvere i problemi dell’informazione italiana. Una vittoria piccola piccola, insomma.

Per fare buona informazione servono editori illuminati, giornalisti professionali (più che professionisti) e lettori maturi. L’Ordine si colloca idealmente molto più vicino agli interessi dei lettori che a quelli degli editori, motivo per cui chiedere la sua testa mi sembra accontentarsi del pesce piccolo e sperare che il pesce grande muoia di fame.

aprile 18 2008

Stamattina ascoltavo con grande interesse il vicesindaco di Venezia raccontare al VenetoExpo il progetto di copertura wireless della sua città. Notevoli le cifre: 6,5 milioni di euro investiti per un rete in banda larga-WiFi e una pletora di contenuti/servizi/iniziative da veicolare sul network cittadino. Notevole il richiamo ai privati: lasciate stare i chip, le carte e gli altri ammenicoli chiusi, la rete è più moderna, universale e aperta. Notevole anche il corollario di iniziative a misura d’uomo: tutor comunali accompagneranno in Rete, uno per uno, diverse decine di migliaia di cittadini veneziani. Notevole infine la sicumera nel liquidare malamente le iniziative di altre città vicine, ma questa è un’altra storia. Insomma, un gran bel progetto.

Quello che mi ha fatto più impressione, però, è non averne saputo quasi nulla fino a oggi. Voglio dire: Venezia è a quattro passi da dove vivo e lavoro, e io di queste cose un po’ mi interesso. Trascuratezza tutta mia, certamente, ma anche volendo saperne di più e visitando il sito di questo progetto veneziano – a dire dell’amministratore così ampio e complesso, nonché già in avanzata fase operativa – non ho trovato un solo dettaglio tecnico e progettuale che andasse oltre la generica presentazione o un paio di cartine topografiche prive di possibilità di ingrandimento. Mi interessava sapere, per esempio, come intendessero gestire l’autenticazione per i cittadini e per gli ospiti, fase che nel progetto pordenonese ha dato un po’ di filo da torcere: non ho ancora trovato una riga. Già che c’ero ho scartabellato un po’ la Rete, trovando – per esempio – tracce di un altro progetto milanese da almeno 15 milioni di euro (cifra che fa impressione soprattutto se si pensa che l’ossatura in fibra ottica lì esiste già ed è pervasiva come in nessuna città europea). Tanto materiale per la mia mappetta delle città italiane che fanno cose in Rete, ma il punto è un altro.

Una quantità sorprendente di cervelli in tutta Italia sta studiando le stesse cose, pur declinandole secondo le mille peculiarità locali. Ma apparentemente non c’è il minimo scambio di idee fra loro, quand’anche dei singoli progetti esista effettivamente una qualche conoscenza al di fuori dei territori di pertinenza. Peggio: nei rari casi in cui vi sia reciproca dimestichezza, i referenti si guardano in cagnesco, rivendicando primati e quantità o contendendosi il WiFi come se lo avessero inventato loro stessi – come se non stessimo tutti quanti copiando da New York, Los Angeles, San Francisco, Montreal, Amsterdam, Seul eccetera. Chissà quanto tempo – e soldi – potremmo risparmiare condividendo le intuizioni, per esempio. Magari arrivando un po’ per volta a una serie di linee guida nazionali che prevengano le amministrazioni ultime arrivate dal fare daccapo tutti i ragionamenti (e gli errori) del caso, partendo da esperienze straniere che potrebbero essere datate e talvolta già fallite.

D’accordo: stiamo parlando di progetti di amministrazioni pubbliche e per di più in un campo atipico e magari assistito da blindatissime multinazionali dell’hardware e del software. Ma poiché sono le stesse amministrazioni a venderci poi la Rete come un nuovo modo di connetterci gli uni agli altri e collaborare, non sarebbe carino che proprio loro dessero il buon esempio dimostrandone le potenzialità? La Rete non unisce soltanto i municipi ai loro cittadini, ma anche le amministrazioni tra di loro, i cittadini di una città all’amministrazione di un’altra città e via dicendo. Possibile, per esempio, che nessuna amministrazione coinvolta in milionari progetti di copertura WiFi abbia sentito la necessità di dire la propria opinione sulla provocazione dei giorni scorsi di Alfonso Fuggetta? Possibile che non l’abbiano nemmeno tracciata? (Sì, è possibile, lo so; ma non è un buon segno.) Provocazione, aggiungo, che coi milioni di euro in gioco diventa a questo punto sempre più giustificata: stiamo investendo nella direzione giusta? E chi lo sa, nemmeno ci parliamo.

Proposte concrete: inventiamoci un luogo terzo in Rete che faccia da riferimento per le reti civiche e le esperienze di accesso pubblico a Internet. Un luogo di inventario, racconto, confronto e condivisione. Magari facilmente riconoscibile in ambienti dell’amministrazione pubblica – come Formez, ForumPA o Compa. O anche no, perché ho il timore che proprio gli schemi rigidi delle nomenclature amministrative remino contro il dialogo aperto e libero. L’obiettivo non è arrivare primi o fare a gara nei chilometri quadrati coperti, ma mettere in piedi un meccanismo che funzioni, porti valore e aiuti effettivamente a vivere meglio. Dimostrare che si può fare e ha senso, evitando errori che facciano perdere milioni di euro e anni di consapevolezza digitale a questa Italia già arrancante di suo. Non serve mica chissà che: basta una mappa di Google e qualche link, per cominciare. E la voglia di farlo, naturalmente.

aprile 16 2008

Una delle cose che mi incuriosisce di più, in queste ore, è la quantità di persone che mi dice: eh, ma io lo sapevo, perché io sono sempre in giro e sentivo ben quello che pensava la gente. Sottointendendo: mica come te, che sei sempre davanti al computer. Magari hanno ragione. Sul filtro apparentemente distorto delle reti sociali in Rete ragiona stamattina Vincenzo Caico, sottovalutando forse il fatto che queste si formano in modo abbastanza spontaneo e sulla base di affinità personali e professionali reciproche. Difficile pensare che queste affinità, pur nella miriade di sfumature concesse dalla politica italiana, non si estendano anche alle scelte elettorali. Soprattutto se in scena ci sono attori che polarizzano simpatie e antipatie come Silvio Berlusconi o la Lega.

L’altro pensiero, stimolato indirettamente dal corroborante richiamo di Beppe Caravita, è qualcosa che ho sempre invidiato alle democrazie più mature (o più plastificate, dipende dai punti di vista). Ovvero la capacità di battersi per le proprie priorità politiche finché ci si gioca le elezioni, ma poi di schierarsi compatti a sostegno (critico) del proprio governo, qualunque esso sia. Dunque, comunque sia andata, il messaggio è abbastanza chiaro: abbiamo (quasi) un nuovo governo, il quale godrà pure del dono (raro) della governabilità. Fino a prova contraria, sarà il governo di tutti gli italiani. Auguri di buon lavoro.

aprile 15 2008

L’editoriale

[…] Un’’Italia così mi disgusta, certo. Forse dovrei essere più compassionevole, ma vengo da un’’altra cultura. Posso solo prendere un impegno serio, che è migliorare me stesso. Tra l’’altro c’’è molto da fare. Credo laicamente alla teoria per cui i miglioramenti interiori portino benefici a ciò che hai intorno. […]

Suzukimaruti, L’opportunità del male – riflessioni postelettorali stranamente serene

aprile 13 2008

Fuggetta rilancia il discorso sulle reti WiFi cittadine con una versione estesa e argomentata del sassolino gettato nello stagno l’altro giorno. Da leggere. In sostanza: la pur benemerita iniziativa pubblica dovrebbe sì sostenere la diffusione dell’accesso a Internet, ma senza disperdere investimenti o mettersi a fare un lavoro che non è il suo. Interessante soprattutto quando sottolinea il rischio che l’avventatezza di oggi potrebbe fossilizzare il problema, piuttosto che risolverlo in modo più veloce ed efficiente.

Mi sto convincendo del fatto che la maggior distanza tra il suo punto di vista e il mio è che quando parliamo di WiFi cittadine pensiamo a due realtà molto diverse. Lui a Milano, io a Pordenone. Un milione e mezzo di persone (che raddoppiano durante il giorno)  in un caso, cinquantamila nell’altro. Chiaro: investimenti, opportunità e potenzialità vanno di pari passo; ma non solo. Parliamo di maturità, stili e consapevolezze molto diversi in fatto di comunicazione. Parliamo di opportunità, molto diverse, anche. E di primi passi che forse Milano ha già fatto da tempo, con le sue reti civiche antelucane e i suoi servizi in tempo reale, mentre Pordenone – così come tante altre località medio-piccole alla periferia dell’impero – ancora deve immaginare di poter compiere.

Insisto dunque sul mio punto, di un valore che so molto residuale rispetto al ragionamento proposto da Fuggetta: vivo la costruenda rete WiFi della mia città come una grande opportunità culturale, molto prima che tecnologica. E mi piace l’entusiasmo candido e genuino che le sta girando intorno. Mi piace che quando i tecnici – comunali e delle società regionali specializzate, secondo un peculiare modello di outsourcing comunque interno alla pubblica amministrazione – installano una nuova antennina in una via del centro si formi subito un capannello di gente. Mi piace che il telefono dei referenti in Municipio suoni spesso, e che questi rispondano di problemi tecnici che stanno cercando di risolvere e non di accordi commerciali ancora da definire. Mi piace che laddove il Comune tentenna in cerca di soluzione, i cittadini comincino a proporre la loro idea. Mi piace che le persone si lamentino del fatto che il loro quartiere non è ancora raggiunto.

Sono certo, pur non potendo supportare la mia affermazione con argomenti da tecnico o da imprenditore, che la chiavetta di una telecom non avrebbe lo stesso impatto sulla comunità. Almeno oggi, almeno per un po’. Fatto il primo passo, stimolata una domanda di rete e un’offerta di contenuti/servizi/relazioni, le esigenze forse saranno altre e ne potremo riparlare. Ma viste le cifre in gioco (per ora l’equivalente di quattro o cinque rotonde, a Pordenone), mi sento di appoggiare l’investimento, fosse anche a fondo perduto. In fondo stiamo parlando di come arrivare nello stesso posto, soltanto seguendo strade diverse ed entrambe ancora da esplorare.

aprile 12 2008

Curioso: finora i blog dei candidati mi hanno aiutato a capire soprattutto chi *non* ho intenzione di votare. E anche laddove mi fosse rimasto qualche dubbio, spesso ci pensano le interviste e i reportage dal basso di iniziative spontanee come qui da noi Polisnaonis per completare il quadro delle preferenze mancate (che alle regionali ci permettiamo ancora il lusso di scegliere le persone, neh).

L’altro pensiero che ho oggi, al termine di una campagna elettorale insolitamente veloce, è: pensavo peggio. Chi ha ripetuto i soliti argomenti stucchevoli e circensi l’ha fatto tutto sommato con scarsa convinzione e limitata insistenza. Chi ha provato a fare qualcosa di diverso, in linea di massima ci ha messo più impegno di quanto avrei pensato. Aveva ragione Giuseppe qualche settimana fa: basta un po’ di coraggio per fare innovazione (e avendone un altro po’ si potrebbe fare ancora meglio).

Quindi ho le idee chiare? Sì: le campagne elettorali sono inutili, chiacchiere al vento, quintali di carta al macero, festival delle promesse a cui nessuno presta nemmeno più attenzione, carrozzoni di persone che vanno di fretta e non hanno davvero tempo di ascoltare. Ma con mille distinguo sulle strategie, diverse distanze in merito alle liste, persistente mancanza di empatia col leader, abbondante delusione sulle politiche di innovazione e consistente timore di ingovernabilità, domani vado là e metto una croce sul PD. E vediamo quanti giorni ci metto questa volta a dire “ma che diavolo m’è saltato in mente”.

aprile 10 2008

Da Alfonso Fuggetta è in corso un interessante dibattito (ripreso anche da Federico Fasce) riguardo all’’opportunità di creare reti WiFi cittadine quando ormai le infrastrutture della telefonia mobile, grazie soprattutto alle nuove e pubblicizzatissime chiavette dati, consentono ovunque accessi a Internet competitivi in velocità e costi. Perché dunque duplicare investimenti e disperdere risorse, si chiede più di qualcuno. Le opinioni emerse nei commenti al post originale sono molto varie e in genere ben documentate, ne consiglio la lettura. Io non sono un tecnico in senso stretto e non mi sento di avere ancora una posizione forte sull’argomento, tuttavia sono particolarmente sensibile allo sviluppo di reti wireless locali per via della sperimentazione in corso nella mia città. Dunque provo a isolare qualche ulteriore punto a mio parere significativo, badando a non farmi condizionare troppo da tutto il male che penso dei gestori di telefonia mobile.

C’è un aspetto commerciale. Nel caso del WiFi cittadino, la città si costruisce la sua rete, stabilisce le regole di accesso e gestione, identifica il fornitore di banda più conveniente tramite bando, quindi i cittadini usufruiscono di un servizio gestito da loro stessi e pagato dal governo locale con i soldi di tutti. L’’amministrazione pubblica, ideale garanzia degli interessi pubblici, si pone tra il cittadino/utente e l’’operatore commerciale. Il cittadino/utente non ha nemmeno bisogno di sapere chi gli fornisce la banda, poiché il suo interlocutore è l’amministrazione pubblica, per definizione non commerciale. Nel caso in cui la stessa città preferisse invece attivare convenzioni con un operatore di telefonia mobile per l’’uso delle sua infrastrutture dati ad alta velocità, a prescindere dalle condizioni economiche, il rapporto tra cittadino e fornitore tornerebbe a essere diretto e commerciale, con l’’istituzione di garanzia pubblica che si fermerebbe a monte del processo o comunque a sostegno soltanto esterno dello stesso. D’’accordo, sto spaccando il capello in quattro e magari strizzo l’’occhio al più bieco veterocomunismo; ma se penso al mercato attuale della telefonia in Italia, a me non sembra una banalità e propendo nettamente per la prima possibilità.

C’’è, di conseguenza, un aspetto politico. Portando quanto appena detto all’’esasperazione, potremmo dire che nel caso delle WiFi cittadine la connettività a Internet cessa di essere un semplice servizio (commerciale o meno) per diventare un diritto pubblico, parte del bouquet di diritti e doveri insiti nella cittadinanza. Per quello che ho capito di Internet, e sperando di riuscire a scansare ogni paraocchi ideologico, è un’’ipotesi che mi piace parecchio.

C’è un aspetto geografico. La città si può costruire tutte le reti che vuole, ma limitatamente al proprio territorio. Il gestore di telefonia ha, in genere, reti nazionali. Col WiFi cittadino io navigo gratis in tutta la città, ma appena mi sposto nel paese vicino torno ad aver bisogno di connettività, fissa o mobile che sia, personale. Dunque non esaurisco, ammesso che il WiFi pubblico sia mai in grado di farlo veramente, tutte le mie necessità di collegamento in Rete. Questo, a ben vedere, porta acqua al mulino della convenzione con un operatore di telefonia: con la stessa chiavetta che uso a casa e in giro per la città, oggi posso continuare a collegarmi ovunque mi capiti di andare e a una velocità per la prima volta competitiva con i collegamenti Adsl. Grazie al roaming internazionale, con lo stesso dispositivo potrei connettermi perfino all’’estero. Nello stesso tempo, questo aspetto complica un po’ la definizione della convenzione locale: io amministrazione pubblica ti regalo la chiavetta dell’’operatore XY, vincitore di bando pubblico, ti pago tutta la banda che consumerai quando sarai servito dalle celle telefoniche locali (o anche soltanto un forfait annuale), ma al di fuori di ciò diventi un cliente a tutti gli effetti di quell’operatore oppure sei costretto ad attivare un altro contratto personale. Non so, assomiglia sempre più al prospetto di opzioni ed eccezioni che tanto mi fa detestare le tariffe della telefonia contemporanea. Ma certo, il punto di forza della connettività che non conosce confini – in assenza di iniziative pubbliche nazionali – è notevole.

C’è un aspetto progettuale. I tempi pubblici sono dilatati, le reti WiFi che vengono timidamente avviate oggi sono state discusse e progettate non meno di anno fa, quando l’’alternativa della chiavetta Usb/Hsdpa non esisteva ancora, mentre il supporto WiFi era già di serie nella maggior parte dei portatili in commercio. Questo non toglie il fatto che quei progetti oggi possano essere riconsiderati alla luce dell’’avanzamento tecnologico, ma è un elemento che va tenuto presente nel giudicarle.

C’’è infine un aspetto divulgativo, poco concreto magari, ma a cui io tengo molto. L’’iniziativa civica difficilmente riuscirà ad andare oltre l’’offerta di una connettività base, il minimo etico garantito per tutti: la rete potrebbe essere più lenta, affollata e vincolata di quanto un power user sarà mai disposto ad accettare. Chi lavora su/attraverso Internet, così come chi scarica pesantemente audio e video, si terrà aggrappato all’’Adsl o alla fibra ottica ancora per un bel po’’, limitandosi a sfruttare la copertura wireless gratuita durante passeggiate in centro o gite al parco. Ma la città che stende la sua rete e connette i suoi nodi, e non semplicemente un sindaco che promuove l’’abbonamento facilitato alla linea dati di una telecom, ha un impatto simbolico e divulgativo molto più profondo, in grado di raggiungere e coinvolgere anche le fette di popolazione meno facili da interessare e abilitare. Fatevi raccontare quanti anziani hanno affollato lunedì la prima uscita pubblica del WiFi civico di Pordenone, per dire. Date un’’occhiata all’esperienza modulare e partecipata di Ile Sans Fil, progetto canadese che anche Pordenone amerebbe emulare, una volta realizzato lo scheletro di base. Si costruisce tutti insieme qualcosa di nuovo ed è una cesura culturale e tecnologica forte, un inizio che mette tutti sullo stesso piano, non soltanto un’opportunità calata dall’altro che i soliti digerati potranno decodificare e sfruttare per un risparmio peraltro contenuto. Io su questo qualche rischio di disperdere risorse e investimenti sarei disposto a correrlo.

I miei due centesimi. 🙂