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Archive: 2009

dicembre 31 2009

Giusto per chiudere una questione aperta qualche mese fa e portata avanti insieme a un bel po’ di amici, oggi è uscito in Gazzetta Ufficiale il decreto milleproroghe che proroga di un altro anno l’articolo 7 della legge Pisanu (sì, quello che vincola il WiFi negli esercizi pubblici ad autorizzazione preventiva e identificazione degli utenti). Ora aspettiamo il percorso parlamentare di conversione del decreto, ma non sono attesi colpi di scena. Non c’è molto da aggiungere, ho già espresso abbondantemente la mia opinione. Vista l’aria che tira, il rinnovo della Pisanu era il meno che potesse accadere. Resta la sensazione di una classe dirigente che sta rallentando pesantemente l’economia legata alle reti di comunicazione. Peccato.

Comunque la pensiate e dovunque voi siate, che sia un buon anno!

dicembre 3 2009

L’ex ministro Beppe Pisanu risponde ad Alessandro Gilioli in merito all’omonimo decreto di cui stiamo parlando da qualche tempo.

«Non pensa che il decreto del 2005 sui punti Internet pubblici e in particolar modo sul Wi-Fi sia da modificare in senso meno restrittivo?».

«Ritengo di sì, tenendo conto, da un lato, che le esigenze di sicurezza sono nel frattempo mutate e, dall’altro, che l’accesso ad internet come agli altri benefici dello sviluppo tecnologico deve essere facilitato».

novembre 26 2009

Torno sui due post precedenti, per una questione che sembrerebbe minare la relazione tra la scadenza della legge Pisanu con gli effetti sul WiFi. Nel suo post di presentazione della nuova proposta, Cassinelli specifica – e su questo mi richiamano anche Pietro Mencoboni nei commenti del post precedente e nei giorni scorsi anche Marco Scialdone nel suo blog – che la scadenza della legge Pisanu non cancellerebbe comunque il regime di identificazione vigente. Questo perché il comma 4 dell’articolo 7 della legge Pisanu demanda l’attuazione delle misure previste a un decreto ministeriale (emanato il 16/08/2005). A parte il fatto che nulla impedisce di novellare il decreto, ma per quel poco che capisco del diritto mi vien da dire che venendo meno la legge verrebbe meno anche la base giuridica del decreto stesso: come dire, avrebbe i giorni contati.

Mi pare che il nodo della questione stia piuttosto nel fatto che Cassinelli, così come Scialdone, interpreti il comma 4 dell’articolo 7 della legge Pisanu come del tutto slegato dal comma 1 dello stesso articolo, dove invece la scadenza è esplicitata. Dalla lettura dell’articolo 7 a me pare evidente il legame tra i vari commi e la scadenza comune. Non mi addentro in discussioni giuridiche per le quali non ho evidentemente la preparazione sufficiente, ma l’interpretazione mi sembra quanto meno un po’ dubbia e non ci costruirei sopra la ragion d’essere della proposta Cassinelli.  Mi limito a pensare che di una legge tutta sbagliata non abbia senso modificare piccoli pezzi. La scadenza della legge Pisanu porterebbe con sé buona parte dei pilastri della registrazione/autenticazione/archiviazione delle navigazioni degli utenti che da anni proviamo a mettere in discussione. E dal mio punto di vista sarebbe un buon inizio. Certo non la soluzione, che il problema è complesso, ma un buon inizio.

novembre 26 2009

Alessandro Gilioli, che ha il pregio di essere molto più realista di me, nel presentare l’appello di cui sotto coglie l’occasione per lanciare contestualmente la proposta di legge bipartisan Cassinelli-Concia. Lo dico senza giri di parole: a me il testo Cassinelli-Concia pare il classico compromesso all’italiana per accontentare superficialmente tutti senza di fatto cambiare nulla e procrastinare di anni ancora il problema. Tolta l’identificazione tramite cellulare, che snellisce semplicemente una procedura ritenuta necessaria soltanto in Italia (anche a Dubai, mi dicono), per il resto il testo non agisce in modo strutturale su nessuno dei freni che la legge Pisanu ha posto dal 2005 a oggi allo sviluppo della rete. Né mi aspetto che la discrezionalità di cui si vorrebbe rivestire il ministro dell’Interno cambi le sorti di una normativa che resta ottusa, vincolante e ispirata da una situazione di emergenza dichiaratamente temporanea.

Vorrei che fosse chiaro il termine di paragone: in tutto il mondo, per lo meno nelle democrazie compiute, per dare accesso alle persone non serve fare altro che procurarsi la banda necessaria e un buon router. Qui da noi bisogna prima registrarsi in Questura come fornitori del servizio e poi – per lo meno fino al 31 dicembre 2009 – identificare fisicamente chiunque utilizzi la connessione e tenere traccia di tutte le sue navigazioni nell’ipotesi che la magistratura se ne interessi. La proposta Cassinelli-Concia agirebbe soltanto sull’identificazione fisica, che sarebbe sostituita con procedure più immediate grazie all’interazione con la sim card del telefono cellulare (per ottenere la quale abbiamo a suo tempo dovuto presentare la carta di identità). Questo renderebbe giusto un po’ più agevole la gestione corrente dell’accesso WiFi, ma non cambierebbe la sostanza: per il gestore del servizio restano tutte le complicazioni burocratiche e amministrative. E sono queste, prima che il fotocopiare e archiviare carte di identità, che fa rinunciare a prescindere chi vorrebbe moltiplicare i punti di accesso e costruire iniziative appoggiandosi a Internet.

Dicevo che mantenere la legge Pisanu sarebbe stato come se dopo gli anni ’70 fossimo rimasti alla teleselezione tramite operatore. La proposta Cassinelli-Concia si limita a prevedere che alcune telefonate, a discrezione del gestore telefonico, possano essere instradate automaticamente e che al posto del gettone si possa usare anche la carta di credito. Capirai.

Ciò che più mi turba è che la proposta Cassinelli-Concia fornisce una via d’uscita onorevole al governo e al parlamento, i quali non hanno né il tempo, né l’interesse, né la cultura digitale necessaria per comprendere l’effetto delle loro decisioni. La legge Pisanu potrebbe a questo punto essere tranquillamente prorogata come da copione, con la promessa di emendarla al più presto con questa proposta bipartisan. Di qui in poi ce la giochiamo di nuovo: potrebbe non cambiare nulla per un altro anno oppure migliorare semplicemente la gestione dell’identificazione. A me non sembra un risultato soddisfacente. Resto convinto che è necessario far scadere la legge Pisanu a fine anno, per lo meno nelle sue previsioni sulla sicurezza informatica e sull’accesso a internet. Se poi si vorrà rimettere mano alla legislazione del settore, che sia finalmente una legge meditata, contemporanea, competente e soprattutto definita nell’interesse della nazione. Non vi sfugga il legame: se scade la Pisanu, la proposta Cassinelli-Concia non ha più alcun motivo di esistere, perché altro non è che un emendamento a un articolo della Pisanu stessa. Una ragione in più per fare pressione contro la legge attualmente in vigore, dal mio punto di vista.

Aggiornamento, ore 13.30: l’on. Roberto Cassinelli spiega la sua proposta di legge, presentata alla Camera il 19 novembre scorso.

novembre 26 2009

Con Alessandro Gilioli, Guido Scorza e Raffaele Bianco presentiamo oggi (e domani sarà anche sul numero dell’Espresso in edicola) un appello contro il rinnovo della legge Pisanu sottoscritto da cento esponenti della rete, del giornalismo, della politica, dell’economia, dell’università e della società civile che hanno a cuore il ruolo di internet come volano di sviluppo. Mi piacerebbe che chi ne condivide i contenuti la facesse girare all’interno delle proprie reti sociali. Segnalo inoltre il gruppo spontaneo WiFight su Facebook.


La Carta dei cento per il libero WiFi

Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore.

Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità.

Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata.

Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica.

Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte.

Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più.

Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.

Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.

Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese.

Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti.

FIRMATARI:

Alberto Abruzzese, docente universitario
Paolo Ainio, ceo Banzai
Paolo Basilico, ceo Kairos
Paolo Barberis, presidente Dada
Elvira Berlingieri, giurista
Giovanni Boccia Artieri, docente universitario
Raffaele Bianco, consigliere comunale e blogger
Antonio Boccuzzi, parlamentare
Stefano Bonaga, docente universitario
Roberto Bonzio, giornalista e blogger
Dino Bortolotto, Assoprovider
Mercedes Bresso, presidente Regione Piemonte
Giulia Caira, artista
Giovanni Calia, docente universitario, Supervisor New Media
Alessandro Campi, docente universitario
Luisa Capelli, editrice
Marco Cappato, presidente Agorà Digitale
Roberto Casati, filosofo e docente CNRS Parigi
Marco Cavina, docente universitario
Giuseppe Civati, consigliere regionale e blogger
Gianluca Comin, presidente Federazione Relazioni Pubbliche italiana
Luca Conti, consulente e giornalista
Davide Corritore, vicepresidente Consiglio Comunale di Milano
Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista e blogger
Mafe De Baggis, consulente Web
Derrick De Kerkhove, docente universitario
Juan Carlos De Martin, docente universitario
Gianluca Dettori, imprenditore Web
Lorenzo Diana, Fondazione Caponnetto
Arturo Di Corinto, saggista e ricercatore
Alberto D’Ottavi, docente e blogger
Stefano Esposito, parlamentare
Alberto Fedel, ceo Newton Management Innovation
Mario Fezzi, avvocato
Franco Fileni, docente universitario
Ricky Filosa, direttore Italiachiamaitalia.net
Paolo Gentiloni, parlamentare
Marco Ghezzi, editore
Alessandro Gilioli, giornalista e blogger
Giorgio Gori, imprenditore
Giuseppe Granieri, saggista
Matteo Ulrico Hoepli, editore
Alessio Jacona, giornalista e blogger
Giorgio Jannis, progettista sociale e blogger
Manuela Kron, manager Nestlè
Daniela Lepore, urbanista, docente e blogger
Gad Lerner, giornalista
Alessandro Longo, giornalista e blogger
Francesco Loriga, Responsabile provincia WiFi – Provincia di Roma
Riccardo Luna, direttore Wired Italia
Sergio Maistrello, giornalista e blogger
Fabio Malagnino, giornalista e blogger
Massimo Mantellini, blogger
Alberto Marinelli, docente universitario
Ignazio Marino, parlamentare
Giacomo Marramao, filosofo, saggista e docente universitario
Carlo Massarini, conduttore radiotelevisivo
Marco Massarotto, consulente di comunicazione
Maria Grazia Mattei, MGM Digital Communication.
Giampiero Meani, St Microelectronics
Fabio Mini, generale ed ex vicecomandante Nato
Antonio Misiani, parlamentare e blogger
Marco Montemagno, imprenditore Web e conduttore Sky
Andrea Nativi, giornalista esperto di questioni militari
Riccardo Neri, produttore cinematografico
Luca Nicotra, Segretario Agorà Digitale
Gloria Origgi, docente CNRS Parigi
Marco Pancini, Google Italia
Lorenza Parisi, ricercatrice universitaria e blogger
Vittorio Pasteris, Giornalista
Piergiorgio Paterlini, scrittore
Matteo Penzo, cofounder Frontiers of Interaction
Gian Palo Piazza, presidente Sunrise Advertising, responsabile settore informazione Legacoop Piemonte
Marco Pierani, Altroconsumo
Roberto Placido, vicepresidente del consiglio regionale del piemonte e blogger
Marco Revelli, storico e politologo
Stefano Rocco, Wired.it
Stefano Rodotà, giurista
Andrea Romano, direttore Fondazione Italia Futura
Gino Roncaglia, docente universitario
Massimo Russo, direttore di Kataweb
Claudio Sabelli Fioretti, giornalista e blogger
Francesco Sacco, docente universitario
Marcello Saponaro, consigliere regionale e blogger
Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e blogger
Sergio Scalpelli, dirigente d’azienda
Tiziano Scarpa, scrittore
Guido Scorza, docente universitario, presidente Istituto politiche dell’innovazione
Antonio Sofi, giornalista e blogger
Luca Sofri, giornalista e blogger
Elena Stancanelli, scrittrice
Tommaso Tessarolo, direttore Current tv
Eva Teruzzi, direttore innovazione Fiera Milano
Irene Tinagli, docente universitaria
Antonio Tombolini, imprenditore
Andrea Toso, newmedia project manager
Antonio Tursi, saggista e docente universitario
Paolo Valdemarin, imprenditore
Gianni Vattimo, docente universitario
Andrea Verde, collaboratore fondazione Farefuturo
Giancarlo Vergori, manager
Michele Vianello, direttore del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia
Luigi Vimercati, parlamentare
Vincenzo Vita, parlamentare
Vittorio Zambardino, giornalista e blogger
Giovanni Zanolin, assessore Pordenone
Marcella Zappaterra, presidente della Provincia di Ferrara
Giovanna Zucconi, giornalista e autrice

novembre 24 2009

Vedo con piacere che in questi giorni qualcosa si sta muovendo intorno alla legge Pisanu, contro il cui rinnovo mi ero espresso qualche settimana fa su Apogeonline. L’Espresso in edicola riprende quell’appello, nell’ambito di un articolo di Alessandro Gilioli dedicato alla nuova percezione di internet come diritto fondamentale dei cittadini. Interessante è anche il fatto che contro le rigidità della legge Pisanu si sia espressa nel fine settimana anche il ministro del turismo Michela Brambilla, secondo la quale è necessario semplificare e liberalizzare la connettività per i turisti che soggiornano in Italia. Poiché in tutto il mondo si naviga con sempre maggiore facilità, dice il ministro, le limitazioni italiane rischiano di rendere il nostro paese meno appetibile. Tra le righe il ministro Brambilla dice esplicitamente: «Il decreto Pisanu, che pure aveva alla base una finalità positiva, ha rappresentato indirettamente un freno alla crescita tecnologica e alla diffusione dei punti di accesso ad internet». Certo sarebbe opportuno preoccuparsi dei cittadini italiani prima che dei turisti, ma mi sembra comunque interessante che anche in ambito governativo si vada diffondendo una sensibilità ostile ai vincoli artificiali nella diffusione della rete.

novembre 21 2009

Appunti veramente sparsi e ancora incompleti, oggi. E’ stata una giornata altalentante, quella conclusiva al Personal Democracy Forum di Barcellona: sono mancati i grandi interventi di visione e anche la coralità e coerenza dei panel talvolta ha lasciato a desiderare. Decisamente meglio il pomeriggio della mattina: da recuperare in video, quando ce ne sarà l’occasione, l’intervento di Tom Steinberg (mysociety) e del fondatore di Meet Up Scott Heiferman in Reinventing Goverment e i panel Transparency and Participation: Changing the Equation e Can Social Media Create a European Union?. Notevole, ma da analizzare con calma, il modello di mediasfera e di hub management proposto da Vincent Ducrey in Adapting e Thriving in the New Media Environment. Di rilievo la presentazione di Antonio Sofi, che numeri alla mano ha fatto vedere come, soprattutto in Italia, i politici abbiano saltato il blog e siano approdati direttamente su Facebook, più che altro perché spinti dai propri elettori. Per via dei percorsi paralleli della conferenza ho perso purtroppo la presentazione di Alberto Cottica sul Progetto Kublai, che le voci di Twitter definiscono inspiring. Anche questa da recuperare in video appena possibile.

Nel corso della giornata sono emersi soprattutto quelli che Micah Sifry in apertura di giornata ha definito metahacker, piccoli e grandi abilitatori dell’hacker del processo di sintesi civica che risiede potenzialmente in ciascuno di noi. Me li appunto come promemoria sotto forma di link, alcuni già noti, da sviluppare semmai in seguito:

novembre 20 2009

Il primo giorno del Personal Democracy Forum Europe, qui a Barcellona, si è aperto con una conversazione tra Micah Sifry e Charlie Leadbeater tutta giocata sulla suggestione della cloud culture. Un numero maggiore di persone ha accesso a molti più strumenti creativi. Le nuvole sono una buona metafora del mondo verso cui stiamo andando: come in cielo, ce ne sono di tanti tipi, sono diverse tra loro, stratificate; il processo di aggregazione funziona come i cumulonembi. Leadbeater ridefinisce il modello bottom-up e top-down sotto forma di confronto tra cloudmaker e clockmaker, inserendo informazione e politica tradizionali nel secondo gruppo. Il problema dei giornali, dice Leadbeater, è che non hanno fatto abbastanza, si sono fermati alle pratiche di vent’anni fa. I politici invece dovrebbero preoccuparsi di guadagnare credito, piuttosto che di condividere semplicemente informazioni. Lasciare che le nuvole si formino liberamente sarà la sfida per i governi del mondo, e in questo senso i paesi occidentali dovrebbero farsi esempio trainante, piuttosto che tentare per primi di controllare il processo.

Da Anthony Hamelle di Linkfluence è arrivato uno studio molto interessante sulla “eurosfera”, la nuvola di contenuti e link del continente, per il momento limitata a quattro paesi: Germania, Olanda, Francia e Italia. Lo scopo era monitorare come le diverse blogosfere/infosfere nazionali si confrontassero vicendevolmente e soprattutto rispetto ai temi di attualità continentale. Particolarmente interessante è il caso italiano, che appare molto isolato, rinchiuso in se stesso, sostanzialmente disinteressato rispetto all’agenda dell’Unione e pesantemente incline alle opinioni personali piuttosto che alle analisi politiche. Da studiare il grafo sociale presentato, anche se non credo che la versione interattiva mostrata oggi sia messa a disposizione del pubblico.

Le sessioni più interessanti della prima giornata sono state quelle dedicate al caso Obama e alla sua potenziale riproducibilità nel Vecchio Continente. Joe Rospars, responsabile delle strategie sui nuovi media della vincente campagna presidenziale, ha insistito sulla relazione con gli attivisti, relazione che non aveva tanto a che fare con il candidato Obama in sé quanto con le persone stesse che lo sostenevano. Le persone erano ispirate da Barack Obama, ma erano motivate dal vedersi reciprocamente impegnati nella causa. I grandi eventi di massa sono stati soprattutto occasioni di contatto con i simpatizzanti, un contatto che poi, grazie a telefonate, email e social network, è continuato nel tempo con lo scopo di informare, stimolare l’attivismo locale e soprattutto far incontrare tra loro le persone. L’idea di fondo della campagna è stata abbassare le barriere alla partecipazione spontanea. Il risultato in soldoni parla di 13 milioni di persone contattate, dalle quali sono nati 45.000 gruppi locali autoorganizzati, 200.000 eventi sul territorio e naturalmente i famosi 500 milioni abbondanti di dollari in micro-donazioni spontanee. Ma anche il fundrising è stato concepito più in una chiave di relazione col candidato e con le idee condivise tra i sostenitori, piuttosto che una mera compartecipazione alle spese. Durante la campagna di Obama sono stati prodotti 1,2 miliardi di video, dei quali soltanto un decimo prodotti dallo staff ufficiale. Tre sono stati i principi ispiratori della campagna 2008, spiega Rospars: trasparenza, autenticità e partecipazione.

Quanto di tutto ciò può essere applicato in Europa? Obama è stato un candidato eccezionale in un momento eccezionale, dice Dominique Piotet, che pertanto è scettico sulla possibilità che il suo modello sia facilmente importabile al di qua dell’oceano. La campagna di Obama è stata la prima campagna del XXI secolo, così come quella di McCain è stata forse l’ultima del XX: Obama ha sfruttato il vantaggio di chi fa la prima mossa. E poi ci sono motivi strutturali profondi, sostiene Piotet: ci sono effettivamente comunità in Europa? Ci sono campagne? Abbiamo dei movimenti, ma i movimenti non sono campagne. Non abbiamo abbastanza movimenti spontanei, dal basso. Non abbiamo nemmeno una sinistra europea univoca, ma tanti piccoli schieramenti frammentati e incompatibili su scala continentale. Infine, non abbiamo ancora la necessaria predisposizione alla trasparenza. Guardate il calcio, ironizza il francese Piotet riferendosi implicitamente alla qualificazione mondiale della sua nazionale: vi pare che siamo pronti per la trasparenza? E l’elezione del presidente dell’Unione vi è sembrata una dimostrazione di trasparenza? No, Obama non può essere un modello per l’Europa, ma quanto meno una favolosa fonte di ispirazione.

Internet non è soltanto uno spazio pubblico, ma come dimostra Obama anche uno straordinario strumento di organizzazione, aggiunge Benoit Thieulin. In questo senso l’Europa deve sviluppare un’attitudine molto più professionalie. Tuttavia quello che ha fatto Obama rispetto alla gestione dei contatti dei sostenitori da noi non è pensabile, abbiamo tutt’altra propensione rispetto all’uso delle informazioni personali. Parere su cui non è d’accordo Rospars: non è poi così diversa la sensibilità, forse sono semplicemente le organizzazioni europee ad avere fatto finora un pessimo lavoro in questo senso. In Europa avete una dedizione al partito che negli Stati Uniti non esiste: è folle non metterlo a sistema. E non vi illudete rispetto alla congiuntura eccezionale in cui è stato eletto Obama, conclude: vi assicuro che portare alla Casa Bianca un afroamericano con un nome iracheno è stato tutto fuorché semplice.

Nel pomeriggio il programma si è spezzettato in diversi percorsi paralleli. Quelli che ho seguito io (l’uso del video a supporto di cause e candidati, con il caso tutto italiano di Diego Bianchi, e le strategie per la mass mobilitation) non sono andati molto oltre il già noto o la presentazione di strumenti e attività. Da recuperare in video (saranno messi a disposizione a breve) il panel su come i blog stanno trasformando la politica (moderato da Antonella Napolitano): a quanto pare le diverse esperienze messe a confronto hanno prodotto un’ora di contenuti molto stimolanti. Le sessioni nella sala principale, ad ogni modo, sono trasmessi in diretta streaming. Da seguire anche la cronaca collaborativa che emerge da Twitter.

novembre 19 2009

Sono in partenza per Barcellona, dove venerdì e sabato si tiene la prima edizione europea del Personal Democracy Forum (nel 2008 sono stato invece all’edizione madre di New York). I temi sono quelli usuali: internet, social media, collaborazione, partecipazione, democrazia emergente, implicazioni sulla società. In questo caso però sono molto curioso di vedere all’opera una rete di persone e di esperienze di stampo e sensibilità tutto continentale. Tra l’altro non sono pochi gli italiani inseriti in programma (day 1, day 2): Antonella Napolitano, Antonio Sofi, Diego Bianchi e Alberto Cottica. Per quanto possibile, raccoglierò e rilancerò segnali.

Al Pdf Europe dovrebbe anche essere presentata la bozza definitiva della Dichiarazione aperta sui servizi pubblici europei, un documento collaborativo messo a punto nei mesi scorsi con il quale si vorrebbe sensibilizzare i governi dell’Unione – riuniti a Malmo negli stessi giorni – al ripensamento delle amministrazioni in chiave di trasparenza, di partecipazione e di abilitazione dei cittadini (empowerment). Questo è il testo (nel sito è disponibile anche una traduzione italiana):

An Open Declaration on European Public Services

The needs of today’s society are too complex to be met by government alone. While traditional government policies sought to automate public services and encourage self-service, the biggest impact of the web will be in improving services through collaboration, transparency and knowledge-sharing.

Europe should grasp this opportunity and rebuild the relationship between citizens and the state by opening up public institutions and by empowering citizens to take a more active role in public services.

As citizens, we want full insight into all the activities undertaken on our behalf. We want to be able to contribute to public policies as they are developed, implemented, and reviewed. We want to be actively involved in designing and providing public services with extensive scope to contribute our views and with more and more decisions in our hands. We want the whole spectrum of government information from draft legislation to budget data to be easy for citizens to access, understand, reuse, and remix. This is not because we want to reduce government’s role, but because open collaboration will make public services better and improve the quality of decision-making.

Against this background, we propose three core principles for European public services:

1.       Transparency:  all public sector organisations should be “transparent by default” and should provide the public with clear, regularly-updated information on all aspects of their operations and decision-making processes. There should also be robust mechanisms for citizens to highlight areas where they would like to see further transparency. When providing information, public sector organisations should do so in open, standard and reusable formats (with, of course, full regard to privacy issues).

2.       Participation: government should pro-actively seek citizen input in all its activities from user involvement in shaping services to public participation in policy-making. This input should be public for other citizens to view and government should publicly respond to it. The capacity to collaborate with citizens should become a core competence of government.

3.       Empowerment: public institutions should seek to act as platforms for public value creation. In particular, government data and government services should be made available in ways that others can easily build on. Public organisations should enable all citizens to solve their problems for themselves by providing tools, skills and resources. They should also treat citizens as owners of their own personal data and enable them to monitor and control how these data are shared.

We recognise that implementing these principles will take time and resources as governance mechanisms will have to be adapted, but we believe they should be at the heart of efforts to transform government. Citizens are already acting on these ideas and transforming public services “from the outside”, but governments should support and accelerate this process.

We call on European governments and the European Commission to incorporate these principles in their eGovernment action plans and ensure that Europe’s citizens enjoy the benefits of transparent, participative, empowering government as soon as possible.

Per chi fosse interessato, sono aperte le sottoscrizioni al documento.  Lo scopo degli organizzatori naturalmente è quello di raggiungere il più ampio supporto possibile da parte dei cittadini. Come spiega David Osimo, che ha coordinato il progetto, «we manage to get the endorsement of gov2.0 enthusiasts (the Lisa Simpson) but struggled to involve the wider public (Bart Simpson)».

novembre 2 2009

Nei giorni scorsi hanno visto la luce due progetti a cui sto dedicando parte del mio tempo. Il primo è Filtr, per usare le parole di Giuseppe Granieri, che ora l’ha creato, «un posto in cui chi ha gli strumenti per informarsi mette la sua informazione a disposizione di chi è interessato ad averla». È un esperimento, un numero zero, un prototipo ancora largamente incompleto di funzionalità e di energie redazionali, ma cresce giorno dopo giorno. L’idea in soldoni è che alla rete in questo momento più che un nuovo giornale online manca un luogo di digestione sociale dell’attualità, che macini informazione su carta, etere e bit e la rimetta in circolo in un formato facilmente accessibile e adeguato alle grammatiche della rete. Chi ha considerevole esperienza di vita e navigazione dentro internet è spesso in grado di fare da sé, grazie alle proprie ramificazioni di fonti e di relazioni. E tuttavia esiste un’ampia frangia di nuovi arrivati che da una spinterella verso le potenzialità informative della internet può trarre giovamento. Come, quanto e se evolverà è presto per dirlo, al momento è soprattutto un esperimento sul campo. Filtr prevede anche alcune ramificazioni tecnologiche “social”, di cui il bottone sotto a questo post (utile per segnalare alla redazione articoli e post interessanti) è un primo esempio.

L’altro progetto è FactCheck.it, un piccolo blog collettivo nel quale mi piacerebbe fare il punto sul fact checking in Italia. Chi legge queste pagine ricorda forse la mia recente fissazione rispetto alla necessità di tornare ai fatti nel racconto della realtà. Dopo le prime sommarie ricerche di questi mesi, mi sono reso conto che la tradizione anglosassone del reality check non trova quasi sponda qui da noi. Posto che il buon giornalismo è per definizione una forma rigorosa di factchecking, ma senza voler sfondare nel più ampio dibattito sulla qualità e sui problemi dell’informazione, mi piacerebbe raccogliere esperienze, fissare paletti, promuovere stumenti in grado di aiutarci a recuperare una certa ecologia dell’informazione. Il blog nasce come blocco pubblico di appunti, ma prima ancora che lo presentassi (questa è la prima volta che ne parlo in pubblico) ha già riscosso inaspettata attenzione da parte di diversi colleghi e amici, molti dei quali si son resi disponibili a collaborare. Anche in questo caso navighiamo a vista, ma l’interesse intorno a questo tema è ulteriormente stimolante.

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