Giornalisti a Perugia

Sono in partenza per Perugia. Mi sono preso tre giorni sabbatici per andare a sentire quel che si dice di questa mia professione. È un anno molto particolare, questo: la polvere nascosta per anni sotto il tappeto è diventata una montagnola e sta cominciando a franarci addosso. La crisi epocale che soltanto l’altro ieri ci sembrava l’esagerazione del saggista di turno oggi ci sta sommergendo persino più impetuosa del previsto. Io da freelance la vivo con molto timore, ma al tempo stesso anche con la speranza che sia l’occasione di un importante ripensamento collettivo (non solo di una professione).

A Perugia vado ad ascoltare le idee di colleghi molto più preparati e navigati di me, non ho molto da dire. Conto di essere domani sera alla sessione su internet e partecipazione (Sofi, Tedeschini Lalli, Bradshow, Beccaria) e mercoledì sera all’incontro della Online News Association; per il resto improvviso e mi faccio guidare dal momento e dall’istinto (aggiornamenti via Twitter e Facebook, al limite). Mi sarebbe anche piaciuto cogliere l’occasione del MediaCamp per buttare giù un po’ di idee che mi frullano per la testa da un qualche tempo, ma non riesco a fermarmi in Umbria fino a domenica. Comincio intanto ad appuntare in modo molto disordinato alcune premesse su cui sto rimuginando.

Crisi di un’industria. Non è tanto il giornalismo a essere in crisi, quanto la sua industria. Non è vero che non ci sono (stati) soldi per la qualità: abbiamo semplicemente scelto di investire quei capitali in modi che, alla prova dei fatti, non si sono rivelati proficui sul lungo periodo. In tutto questo il giornalismo c’entra relativamente poco, perché molto poco giornalismo c’è nei prodotti giornalistici contemporanei.

Il senso di un mestiere. Io credo sia ora di superare la differenza tra coprire un argomento e riempire uno spazio. E non credo troveremo mai un modello di business per l’informazione online finché non prescinderemo dalla forma mentale delle lunghezze, del palinsesto e delle foliazioni. Non un tanto al chilo, ma il meglio che si può fare, giorno per giorno, senza troppi paletti. La misura non è il numero di cartelle, ma il gruppo di lavoro.  Qualunque sia la strada per la remunerazione degli investimenti e del lavoro nel prossimo decennio, non la troveremo di sicuro continuando a copiare e incollare lanci di agenzie.

Tornare ai fatti. C’è un enorme spazio da riempire, in Italia, sul fronte della rispondenza alla realtà. Giornalisti come notai dell’attualità, filtri di realtà che si mettano in testa non tanto di dire una verità assoluta (non esiste, e la nostra comunque non è interessante), quanto piuttosto di evidenziare tutte le storture, le menzogne e le montature che appesantiscono la nostra dieta informativa. È un compito che rivendichiamo spesso, ma a cui – alla prova dei fatti – preferiamo generi minori come il commento saccente o il pettegolezzo da salotto.

Iperlocale. Se avessi da parte un gruzzolo, investirei con decisione sull’informazione locale. Non la città: il quartiere, la via, il condominio, le microreti che innervano la comunità locale. Internet risponde già a molti bisogni informativi, tranne forse a quelli che toccano più da vicino la quotidianità delle persone. Non in alternativa a fenomeni embrionali come gli urban blog, laddove esistano, ma semmai proprio a partire da quelli. Lavorando, serve dirlo?, di rete, di presenze, di persone. Ho il sospetto che l’informazione locale sarà l’ultima ad andare in crisi, ma sarà anche l’ultima a soddisfare il lettore, nel suo dubbio mix di opportunismo, superficialità e agile cavalcatura di squallori di provincia. Si può far molto per far crescere un territorio, ma è necessario ripensare il modo in cui le testate locali mettono in comunicazione le persone e le idee. È una ricetta che, opportunamente messa a sistema, potrebbe valere anche a livello nazionale.

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Sabato al master

Questo è un post di servizio per la classe del master in digital marketing a cui sabato ho parlato di social media. Ho caricato, come di consueto, le slide su Slideshare. Quanto al video di cui ci ha fatto gentilissimo omaggio un raffreddato ma ispirato Giorgio Jannis, lo incollo qui sotto (da Vimeo). Grazie di cuore a Giorgio per aver accolto l’invito ad arricchire la nostra conversazione con alcuni spunti; e grazie alla classe per la partecipazione sempre vivace e ricca di spunti.


Cultura TecnoTerritoriale, Abitanza BioDigitale from Giorgio Jannis on Vimeo.

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Essere cittadini tra i banchi di scuola

È dalla settimana scorsa che mi gira per la testa la notizia dell’introduzione nei programmi scolastici dell’ora di Cittadinanza e Costituzione. Che, in fin dei conti, è solo un restyling pret-a-comuniché della vecchia e sempre trascurata educazione civica. Rilanciarla tanto male non potrà fare. Però. Mi chiedo: non sarebbe meglio insegnare a questi ragazzi la civiltà nella pratica, facendoli sentire cittadini fin dai banchi di scuola? Tu per primo, Stato, tratti da decenni bambini e adolescenti come voce di spesa da contenere, li releghi per buona parte della loro giornata in catapecchie cadenti, offri loro una didattica inadeguata ai tempi che vivono, investi sempre meno nel loro futuro, sei sordo ai loro tentativi di dialogo, permetti ai loro parenti di risolvere ogni ostacolo all’italiana, ma poi gli rifili il pippozzo scolastico sui principi della civiltà a cui dovrebbero attenersi? Se invece questi vengono su arrabbiati, refrattari, sfiduciati e rinchiusi nelle loro tribù, io non mi stupisco.

Né mi stupisco se tornano da una gita scolastica a Roma con la delusione che oggi leggo sul giornale locale, per dire:

Hanno messo giacca a cravatta nello zaino per entrare nella Camera dei deputati, a Roma. Il souvenir di 20 studenti dell’Isa Galvani di Cordenons nel viaggio-premio in Parlamento, è stato lo stupore. «Banchi vuoti nell’emiciclo e pochi deputati presenti attaccati al cellulare o a facebook sul computer portatile: che è ‘sta cosa?». Lo ha chiesto Tobia, al commesso con i guanti bianchi che lo scortava nel tempio della democrazia. «Cari studenti, nel momento delle interrogazioni va chi è interessato – ha scalato la marcia dell’indignazione ingenua, il funzionario -. E’ una prassi». Tribune a sbalzo semi-deserte, però chiassose. «I deputati presenti parlavano, si alzavano e facevano una gran confusione – è stato il report di Stefy, Rita e Athena studenti dell’Isa -. Leggevano giornali, chattavano al computer, telefonavano. L’aula fa impressione, perché sembra un mercato dove non si ascolta chi parla, in quel caso l’unico ministro presente Alfano. Ci siamo rimasti male, perché siamo più educati noi in aula a scuola».

[Messaggero Veneto del 10 marzo, ed. Pordenone, pag. 4 – non online]

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Toh

Anche a Pordenone, dove ieri si sono svolte le primarie del Partito Democratico per la scelta del candidato presidente della provincia, ha vinto l’outsider:

La nostra vittoria alle primarie si colloca nel solco della spinta al rinnovamento di stili e persone che sta attraversando tutto il Partito democratico. Non si tratta, o non si tratta solo, di un rinnovamento generazionale: è la visione del Partito che è diversa e che oggi ha vinto e chiede di avanzare. Un Partito che non ha paura del dibattito interno, ma che sollecita l’espressione di posizioni diverse, salvo poi trovare una sintesi comune. Un Partito che fa uso degli strumenti di comunicazione più moderni, come mezzo per allargare la diffusione delle informazioni e per valorizzare il confronto politico. Un Partito che considera una ricchezza anche la partecipazione saltuaria dei cittadini alla vita interna, e che si sforza di creare coinvolgimento e interesse su iniziative concrete e specifiche. Un Partito che pensa che il suo primo dovere è quello di dare l’esempio ai propri cittadini sulle tematiche di moralità, sobrietà e di utilizzo delle risorse pubbliche.

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Commissariamo il paese

Non so quanti, qualche settimana fa, abbiano visto questa puntata di Presa diretta dedicata alla scuola. Più che i soliti casi di frontiera italiani, mi impressionò il reportage girato in Svezia. Dove nelle periferie più povere e sfavorite stanno le scuole migliori, dove l’intero sistema sa che investire su formazione e ricerca è l’unica scommessa possibile per garantire il futuro di un piccolo stato europeo, dove gli immigrati sono messi nelle condizioni di competere con gli autoctoni sulla base del merito, dove l’impressione generale è che un giovane si senta effettivamente accolto e messo nelle condizioni di dare il meglio di sé. Ripensavo a tutto questo leggendo stamattina, sul giornale locale di quest’angolo ancora ricco di nord-est, del commissariamento di un liceo cittadino:

Commissario in arrivo al liceo Grigoletti di Pordenone: il consiglio d’istituto non ha approvato il bilancio 2009. Fumata nera, nella seduta di venerdì scorso: «E’ stata una scelta mirata, quella di non affrontare l’esame del piano annuale 2009 – ha spiegato il presidente dell’organo collegiale Mario Canzi -. In piena coerenza con la nostra battaglia per ottenere l’incasso del credito di 261 mila euro dal ministero dell’Istruzione, maturato dal 2006». Un atto di protesta politica della scuola contro lo Stato insolvente, quindi. […] «Il nostro credito nei confronti del ministero ammonta a 261 mila euro, cumulato dal 2006 al 2008 – ha confermato il direttore dei servizi amministrativi Oscar Poles -. La prima rata di risorse 2009, accreditata dal ministero dell’Istruzione, è di 74 mila 685 euro e permetterà di affrontare le spese di funzionamento per un trimestre. Il rientro dei residui attivi pari a oltre 6 milioni di euro è fondamentale nel Pordenonese, per le casse del liceo e di altre 48 scuole». Il rischio è una scuola con la liquidità e la qualità a terra. Il rischio è di non pagare le supplenze, gli esami di Stato 2009, di aumentare il ticket a mille 300 liceali.

[dal Messaggero Veneto, ed. Pordenone, pag. 1, non online]

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Il primo filo rosso

Di questa piccola cosa, tanto per tornare al filone battuto nei giorni scorsi, vado piuttosto orgoglioso. Oggi su Apogeonline abbiamo inaugurato una paginetta agile agile che prova a tener traccia delle leggi italiane destinate a toccare più o meno da vicino internet. Abbiamo cominciato con quelle di stretta attualità (le proposte ancora in discussione Carlucci, D’Alia, Barbareschi, Cassinelli), poi un po’ per volta abbiamo recuperato alcune grandi battaglie del recente passato che ancora attendono perfezionamenti o attuazioni (Gentiloni, Urbani, Pisanu – remember?). In una materia per addetti ai lavori, dove capire che cosa sta succedendo fa tutta la differenza tra contribuire alla causa e accontentarsi di starnazzare, spesso basta un po’ d’ordine e di contesto per inquadrare i piccoli e grandi aggiornamenti che si susseguono nel tempo. E c’è bisogno di sapere quel che sta accandendo, in un momento in cui la corsa a regolamentare internet, spesso senza motivo né competenza, trova tanti sostenitori acritici.

Ovviamente anche questa iniziativa non sarebbe stata possibile senza il contributo, la presenza e l’entusiasmo di Elvira Berlingieri, i cui generosi approfondimenti (oggi è il turno dell’emendamento Cassinelli all’emendamento D’Alia) hanno la capacità di rendere questa materia oltremodo appassionante. La pagina, per ora, è un esperimento in beta, una sorta di numero zero ancora perfezionabile di un modello informativo di servizio che mi piacerebbe approfondire in futuro. Abbiamo chiamato questa sezione in evoluzione “fili rossi” per sottolineare il tentativo di ricostruire una vicenda o un settore secondo una dimensione che sia alternativa tanto all’accumularsi disordinato delle notizie di attualità quanto a quella fotografia di un attimo che resta inevitabilmente anche il miglior approfondimento specialistico. Sintesi prolungate nel tempo che costruiscano ponti tra persone e tra contenuti: certo richiedono tempo, sono faticose, implicano il sostegno di esperti ed esigono disponibilità a mettersi in gioco, ma io credo siano uno spunto su cui cominciare a ripensare il ruolo e il senso stesso del giornalismo.

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Comunque benvenuti

La Camera dei Deputati ha aperto un canale su YouTube. Lo inaugura il presidente con un intervento il cui tono tra il cinico e l’informale mi ha in qualche modo divertito. Credo non si aspetti nulla di buono, Fini, e a modo suo lo dimostra. Però a un certo punto butta lì una frase di quelle che dentro c’è tutta internet: «Prima di giudicare, cercate di conoscerci». E se il pensiero valesse vicendevolmente, forse oggi avremmo  fatto un piccolo passo avanti.

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