Ragiono a voce alta. Dei giornali amo le paginate spaziose, gli articoli che un tempo si sarebbe detto di un certo respiro, le storie approfondite e documentate. Trovo invece pagine sempre più piccole, articoli striminziti e scontati, storie di facile presa ma di scarso stupore, rimpalli di seconda mano dai quotidiani esteri e dalla tv.

Dei telegiornali amo l’esplorazione visiva sui fatti del giorno, la ricchezza di spunti, la lunghezza delle edizioni principali. Trovo invece esaltazione di mezzibusti, lunghe recite quotidiane di soundbite politici, riempitivi leggeri per tirarla lunga, rincorsa agli scoop del giorno dei quotidiani. Dieci minuti per addetti ai lavori, venti di sbraco imbarazzante.

Ora io non pretendo affatto di essere in pieno target rispetto ai prodotti giornalistici contemporanei. E so di fare un torto a qualche valorosa eccezione. Prendo solo atto che non c’è una scelta industriale recente (riduzione del formato, storie brevi, inserti targettizzati, risvolti-ghetto per le storie culturali o alternative, toni leggeri e disimpegnati, infotainment) che mi abbia portato a consumare più media tradizionali. Questo al netto di ogni riflessione sulla mia prolungata esposizione quotidiana all’ecosistema informativo in rete e sulle specificità dei vari piani editoriali.

La dico più semplice: non c’è restyling o innovazione o lancio, da diversi mesi a questa parte, che non mi abbia ulteriormente allontanato dalle edicole e dal televisore. Non ho la presunzione che questo spieghi qualcosa della crisi della carta e dell’informazione, però certo la tendenza mi incuriosisce. Non sono il consumatore-tipo, ma resto un consumatore. Perso.

(Sì, succede ogni volta che, come oggi in treno di ritorno da Venezia, dopo aver ragionato sul futuro dei media, mi posso regalare un’ora di immersione tra le pagine di Internazionale, che vale sempre i suoi tre euro.)