Il mondo ha bisogno di cure materne

Uno di questi giorni, con più tempo, vorrei raccontare la nostra felice esperienza di parto naturale in casa. Vorrei per ora mettere a fuoco soltanto un concetto, che sento urgente: è assolutamente necessario, direi addirittura vitale per il genere umano, che le donne si riapproprino del loro sapere ancestrale legato alla nascita. È già tutto dentro di loro, il loro hardware e il loro software sono fatti apposta per generare vita in dolcezza e serenità. Altro che dolore: la retorica del dolore è una delle più grandi truffe ai danni dell’umanità. Certo che non è semplice come una passeggiata né piacevole come un massaggio balinese: il parto è cruento, piscologicamente e fisicamente impegnativo. Ma tutto ciò che succede, succede per un motivo e se si impara a riconoscere e dominare quello che accade non c’è analgesico che tenga.

Posto che è giusto che ognuno possa decidere per sé ciò che sente più giusto, dunque anche sedare ogni terminazione nervosa, dal mio punto di vista non c’è nulla di meno comprensibile della rincorsa all’epidurale o, peggio ancora, al cesareo quando non è strettamente necessario. È un raggiro, è l’istituzionalizzazione di un’ignoranza: invece di provare vergogna per le sue mancanze culturali, la nostra società incoraggia una medicalizzazione portata alle estreme conseguenze che fa gli interessi di tanti, ma certo non delle mamme e tantomeno dei bimbi. Ti insegnano per nove mesi delle procedure, ma è un inganno: sono le procedure che servono ad altri per gestire più numeri e più in fretta, e per tutelarsi legalmente da ogni starnuto.

Io li capisco i medici, e non credo certo che siano tutti dei criminali in malafede. I ginecologi, per esempio: ne vedono di tutti i colori, conoscono tutti i rischi di complicazioni. Sono abituati a pensare che se qualcosa può andare male certamente lo farà. Così nel dubbio si attengono alle procedure più sicure e scrupolose a prescindere per tutti. Ma la grandissima parte delle nascite non ha problemi e farebbe certamente a meno delle complicazioni legate all’ansia, alla dipendenza dall’ecografia, alla paranoia trasmessa dalle strutture sanitarie. Gli anestesisti li capisco meno, francamente: l’unico motivo per cui mi spiego il loro sostegno quasi incondizionato ai metodi artificiali di contenimento del dolore è che questi rendono molto e permettono al loro reparto di investire in altri servizi o ricerche utili che la contrazione delle spese statali non consente. Ho simpatia per le ostetriche, invece: sono costrette ad adeguarsi a un cinismo che non ha nulla a che fare con il loro mestiere. Le puoi dividere in gruppi: le ribelli e le istituzionalizzate. Le prima, appena possono, scappano. E ci credo.

Si parla di parto in casa soltanto per rivendicazioni economiche: ogni tanto saltano fuori mamme particolarmente agguerrite che pretendono il riconoscimento da parte del servizio sanitario della spesa da loro sostenuta. Han fatto risparmiare soldi allo Stato e una parte di quei soldi basterebbero a ripagare l’esborso della famiglia ribelle. Ma il problema non è la spesa, che pure immagino trattenga molte famiglie dal fare una scelta di questo tipo. Il punto è recuperare ovunque, dentro e fuori dagli ospedali, una conoscenza della nascita, una cultura del parto che viene sempre più spesso umiliata e disconosciuta. Dovrebbe essere una materia di scuola: educazione civica, biologia umana, ecologia dell’esistenza, non so. Fatto sta che ogni donna dovrebbe conoscere, fin da bambina, come la fisiologia del suo corpo racchiuda enormi capacità, delle quali può essere consapevole dominatrice o atterrita schiava. Assecondare queste capacità, riconoscerle, saperle gestire è più potente di qualunque anestetico, più sicuro di qualunque posizione da parto, più delicato di qualunque intervento esterno.

Io sono sicuro che io e la mia famiglia siamo stati estremamente fortunati nel corso di entrambe le gravidanze e credo che il mio punto di vista ne sia inevitabilmente influenzato. Ma so anche che se non fosse stato per la forza di Stefania, per la sua ostinazione nel mettere in discussione i percorsi che le venivano imposti senza apparentemente contemplare scelta, per la sua testardaggine nel trovare risposte personalizzate, per la sua sete di conoscenza clinica, entrambi i parti sarebbero stati molto peggiori, molto più dolorosi, molto meno sereni. E sono convinto che le nascite che mia moglie ha preteso per i nostri figli siano il più grande regalo che da genitori potremo mai fare loro. Nella scelta di partorire in casa non c’è soltanto la sconsideratezza che leggo sotto forma di biasimo negli occhi di molte persone con cui abbiamo parlato in questi giorni: se lo fai, ti affidi a professionisti preparati, che sanno riconoscere le condizioni che lo rendono opportuno e che per primi ti trascinano in ospedale se non è possibile procedere in modo sicuro.

C’è un mondo dietro le confuse riflessioni che sto provando ad abbozzare (con spirito di testimonianza e non certo di prescrizione universale), al quale non è facile avere accesso se qualche anima buona non ti indica un portoncino di servizio da cui entrare. Nel nostro caso è stato un regalo, un bellissimo libro di Verena Schmidt (Venire al mondo, dare alla luce) che noi da anni a nostra volta regaliamo a tutte le coppie di amici incinti. In questi giorni sta uscendo un nuovo libro della stessa autrice, Apprendere la maternità e ne sfogliavo proprio stamattina le prime pagine, annotando ogni piccola ola interiore che mi provoca. A cominciare da questa:

I gruppi di donne già in tempi lontani furono luogo “di coltivazione” del sapere femminile, luogo di condivisione e territorio sociale dei valori femmili. Oggi possono risorgere come strumento per il ritorno al sapere della maternità, della ciclicità che ancora dorme nella profondità di ogni donna. Di questo sapere non ha bisogno soltanto la donna, il figlio, la figlia che da lei nascono, ma anche il mondo, che sta sprofondando nella violenza, nei soprusi, nel disprezzo per la vita umana e rischia di morire per mancanza di “cure materne”. L’istinto protettivo innato nel femminile, ma leso sistematicamente, ha bisogno di risorgere nelle donne e negli uomini in difesa dell’integrità dello sviluppo umano.
[Verena Schmidt, Apprendere la maternità, Urra, 2010, pagg. XI e XII]

(Non credo sia davvero necessario spiegarlo, ma per correttezza e rispetto di tutti: collaboro con la casa editrice che pubblica i libri di Verena Schmidt, anche se non sono coinvolto direttamente nella loro produzione e promozione. Ogni valutazione qui riportata è del tutto personale ed è frutto delle mie esperienze di vita e del desiderio che altri possano avere almeno la possibilità di scegliere.)

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3 pensieri su “Il mondo ha bisogno di cure materne”

  1. Leggo con immenso piacere la tua nota…e ci aggiungo un caloroso ringraziamento….mesi fa lessi qui il titolo “Venire al mondo e dare alla luce”…l’ho comprato, ero a metà gravidanza…poi una serie di coincidenze…beh, Elia è nato in ospedale ma il travaglio fatto in casa è stato l’esperienza più ricca, emozionante, forte, potente e nel contempo dolce di tutta la mia vita…quasi quasi non vedo l’ora di fare un fratellino/sorellina e magari rimanermene a darlo alla luce sul mio tappeto! per ora ci godiamo il nostro piccolo grande Elia!ancora grazie della “dritta”!

  2. Giulia, sono io che ti ringrazio: sapere che il nostro suggerimento ti è stato utile e ti ha fatto vivere in modo migliore e più consapevole questo straordinario momento mi fa molto molto piacere. 🙂

  3. Tutto vero, anche se io personalmente a casa non mi sarei sentita sufficientemente protetta. Comunque cìè assoluto bisogno che la mamma “senta” il proprio corpo e lo conosca, avendo ben presente anche i rischi che si presentano nel caso di scelte troppo forzate, tanto da parte del ginecologo quanto da parte della madre.

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