Il lettore che sto diventando

(Pubblicato originariamente  su Apogeonline)

All’inizio pensavo fosse solo un mio momento di affaticamento oppure una congiuntura poco felice delle mie testate di riferimento. Dopo almeno un anno di disagio manifesto e crescente, prendo atto che forse sta irrimediabilmente cambiando il mio rapporto con l’informazione. Non provo più il piacere irrinunciabile di sfogliare un quotidiano, resto del tutto insensibile al fascino dei settimanali, lascio incellophanati i mensili a cui sono abbonato, non accendo quasi più la televisione. Sono sentimenti per me inediti: sono cresciuto col giornale in casa tutti i giorni, ho passato buona parte della vita guardando due edizioni al giorno di almeno tre telegiornali diversi, osservo con curiosità fin da molto giovane il modo in cui prende forma sulla carta o nell’etere il racconto dell’attualità. Oggi tutto questo non mi gratifica più, talvolta mi dà la sensazione di perdere tempo, molto spesso mi infastidisce. Perché? Mi sono interrogato a lungo, ho scansato con cura i luoghi comuni sulla qualità del giornalismo italiano nell’ultimo decennio (c’entrano, ma non sono il punto) e sono andato in cerca di indizi. Provo a condividerli, anche per la curiosità di capire se è qualcosa di più di una suggestione personale.

Immerso nel flusso

Amo dire che «vivo e lavoro in rete» da oltre quindici anni. Nell’ultimo decennio in particolare, ovvero da quando la nostra umanità e socialità ha cominciato a espandersi in modo significativo sul web attraverso blog e social network, il numero di persone e di idee con cui entro in contatto quotidianamente è cresciuto in modo esponenziale. Mi aggiorno in tempo reale grazie a servizi di informazione online, ma soprattutto attraverso le aggregazioni delle mie fonti preferite, professionali e amatoriali. Quando manco uno spunto che potrebbe essermi utile, il più delle volte l’informazione rientra nel flusso attraverso le condivisioni dei miei contatti su Facebook e Twitter. Flusso è il concetto chiave. Vivo immerso e sono parte di un flusso che scorre ininterrotto, portando con sé in giro per la rete notizie, esperienze, idee, contatti, emozioni. Quando intercetto qualcosa che mi interessa in modo particolare inizio ad andare in profondità: parto dal pretesto che mi ha incuriosito e risalgo la corrente fino alla fonte che ha dato origine a quel concetto o allargo il cerchio fino a farmi un’idea soddisfacente dell’argomento o della vicenda.

Il flusso non è un tritatutto unidimensionale, al contrario contiene in sé – grazie ai link, ai like, alle innumerevoli forme in cui in rete si generano relazioni tra persone e contenuti – tutti gli appigli per muoversi, ciascuno contemporaneamente, in grande libertà nel tempo e nello spazio. Ai miei studenti spiego che internet è un sistema operativo: ecco, io uso questo sistema operativo per decodificare la complessità secondo i miei bisogni contingenti. Uso internet per informarmi meglio, quando mi serve, per quello che mi serve. Uso internet per vivere meglio e avere le risposte che cerco nel momento in cui le cerco. Uso internet per lavorare in modo più efficace e dare spessore agli argomenti di cui sono chiamato a interessarmi. Tutto ciò contribuisce a fare di me un lettore per certi versi di frontiera nelle pratiche ed evidentemente sempre più frustrato da quanto non si plasma in tempo reale sulle sue esigenze e necessità. Non parlo solo di giornali: detesto anche i menu al ristorante, quando mi obbligano a chiedere chiarimenti a un cameriere distratto.

Raccontami, non raccontarmela. 

La prima risposta alle domande da cui sono partito, dunque, è scontata e ancora superficiale: internet è più comoda, più potente, più presente e più personalizzabile. Quando leggo un giornale soffro la superficialità di un articolo che si ferma a troppi passi da quello che intravedo come il nocciolo della questione e mi abbandona a me stesso dopo l’ultima parola. Quando leggo un periodico constato una ricorrente difficoltà a rientrare nel target al quale la redazione fa riferimento per massimizzare le entrate pubblicitarie e le vendite. Quando guardo la televisione unisco le due sensazioni e tendo a moltiplicarle. Ma c’è di più, secondo me. Per esempio, mi scopro intollerante alla messa in scena delle notizie: l’impaginazione eclatante, la presentazione che gronda retorica, la semplificazione eccessiva e talvolta irrispettosa dell’intelligenza del lettore.

Per loro costituzione, i mezzi di comunicazione di massa dispensano conoscenza da un palcoscenico: ci sono gli attori e c’è il pubblico. Per sua costituzione, internet abbatte quel palcoscenico, lasciando che i ruoli semplicemente si definiscano spontaneamente in base ai contesti. Quello che vale dentro internet non deve valere necessariamente per carta e etere, ma è inevitabile che col tempo le abitudini e le sensibilità di un numero crescente di persone ne escano ridisegnate. Tutto ciò che ricalca la supremazia del palcoscenico sui contenuti stessi – e spesso le gabbie, i progetti grafici, le scenografie più recenti sembrano esasperare questo concetto, quasi in forma di estrema difesa – finisce progressivamente per apparire stonato, artificiale, autoreferenziale, distante dalla realtà. Vorrei la notizia, l’idea, il commento, senza troppi giri di parole, senza immagini inutili, senza le calcificazioni ideologiche, di contesto e di stile che oggi caratterizzano molti giornalisti e molti progetti editoriali di successo.

Unità di senso

Non ne faccio affatto una questione di lunghezza. Considero un falso mito della rete la necessità di produrre testi asciutti, brevi, addirittura scomposti in più pagine se superano un taglio gestibile a colpo d’occhio. L’esperienza maturata negli ultimi cinque anni proprio qui su Apogeonline, che certo non si nega d’esser rivista di nicchia, mi racconta il contrario: la lunghezza è per definizione q.b., quanto basta, sta poi a chi scrive sostenere col proprio stile e col giusto equilibrio di sintesi e dettaglio l’attenzione e il giudizio del lettore. L’articolo torna a essere strumento di una relazione tra chi legge e chi scrive, non il mero prodotto finito di progetto editoriale. Il fatto è che una porzione consistente delle variabili che nel sistema tradizionale sono stati riserva del giornalista e delle redazioni finiscono in modo naturale e quasi trasparente nella disponibilità di chi usufruisce di contenuti attraverso la rete: la gerarchizzazione delle notizie, lo spazio e il livello di approfondimento destinati a ogni argomento dipendono dalle scelte di ciascun lettore, che può passare indifferentemente da un articolo a un altro, da un sito all’altro, avendo a cuore non certo il target, non certo la testata, non certo il piano editoriale, ma soltanto le sue esigenze contingenti e la sua curiosità.

Il lettore in rete non cerca la messa in scena del contenuto, cerca il contenuto e lo cerca all’altezza, altrimenti va altrove. Io, come lettore, mi sto abituando a scomporre la complessità in unità di senso, servendomi di ogni fonte disponibile. Cerco l’articolo prima che il giornale, il post prima che il blog, il messaggio di stato prima che il social network. Il processo di accesso all’informazione è capovolto e procede per ricombinazioni personali e non preventivabili all’origine. Non sto affatto insinuando che il giornale, la trasmissione, il palinsesto nel loro passaggio alla rete vengano superati, quanto piuttosto che diventano strumenti abilitanti al servizio dei contenuti. I nostri siti gravitano ancora concettualmente sulla home page, mentre l’esperienza del web contemporaneo ci sta dicendo che il baricentro si è spostato progressivamente nelle pagine interne e dunque, per come sono fatti gran parte dei siti più recenti, sulle unità di contenuto che quel sito ha da offrire alla rete. Non si spiegherebbe altrimenti perché, esempio tra i più efficaci di una tendenza consolidata nei siti di news statunitensi, CNN avrebbe ridotto la propria pagina principale a un anonimo elenco di link e spostato ogni cura all’interno delle ricchissime pagine interne.

Desemplificare i fatti

Io come lettore compio, insomma, una costante e consapevole opera di desemplificazione, laddove il ruolo dei giornali è stato fin qui soprattutto quello di semplificare e rendere accessibili questioni complesse. Ho più che mai bisogno dell’esperienza e della capacità divulgativa altrui, ma sono io a scegliere chi, quando e come. È il motivo per cui, anche tra i giornali online, scelgo soprattutto quelli che per vocazione si cimentano soltanto in questioni in cui sono in grado di fornire un consistente valore aggiunto, seminando il web di unità di contenuto di qualità, o quelli che per contro svolgono la meritoria funzione di ricostruzione del contesto nelle vicende più complicate, fornendo utili appigli per la selezione delle fonti più degne di interesse. Salvo da questo processo di disgregazione delle testate e dei contenitori il libro, a prescindere dalla sua progressiva (e irrilevante, da questo punto di vista) digitalizzazione in ebook, perché lo riconosco nella maggior parte dei casi compatibile con la ricerca di unità di contenuto sulle quali basare i miei percorsi di approfondimento personale.

Infine, sono un lettore alla disperata ricerca di fatti, di dati di fatto, di verità oggettive e sopra le parti. Ho la necessità di capire e di verificare, di giudicare potendo osservare il mondo intorno a me soltanto dopo aver appoggiato entrambi i piedi su un terreno consistente. Per questo mi sento tradito più volte al giorno da chi lo dovrebbe fare per me (insieme a me) e invece continua a ragionare più facilmente per battute, cartelle,pagine che per peso specifico di un articolo. Questo rende la necessità del fai-da-te o della ricombinazione personale dei testi e delle fonti più che mai necessaria e urgente, almeno quanto urgente è affrancare il filtro comunitario dei social media dalle emozioni e dalle urla di parte. Sono tutti processi complicati, che richiedono tempo e fatica, ma che avverto irrimediabilmente avviati, benché lontani da un approdo certo e rassicurante. So di non essere più il lettore di prima, non so ancora quale lettore sarò. Ma avverto la responsabilità di vivere in modo più che mai consapevole questo percorso.

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Un pensiero su “Il lettore che sto diventando”

  1. E’ solo una ‘mesmerica convinzione’ (?!?) come dice il nostro caro Piervincenzo…
    Passerà, passerà.
    Comumque la Natura prevale sempre anche sulla Filologia e sui suoi ‘visionari del didietro’ (alias filologi), come scrisse il Grande Goethe (penso non ben conosciuto da Piervincenzo).
    🙂

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