Una grammatica essenziale per la rete

La copertina di Io editore tu reteNon sono sicuro di poterlo definire a tutti gli effetti “il mio nuovo libro”. Per tre ragioni. La prima è che esce soltanto in formato digitale (ebook in formato epub, si può leggere su tutti i lettori digitali smartphone compresi), ovvero non vedrà mai la carta. La seconda è che si tratta di un saggio più breve rispetto all’usuale taglio divulgativo dei libri precedenti. La terza è che non ho inaugurato un nuovo fronte, ma ho provato invece a riprendere i concetti su cui ho lavorato in questi anni per distillarne l’essenza. Il valore aggiunto dovrebbero essere dunque la sintesi e la riduzione nell’equivalente di un centinaio scarso di pagine dei processi che è necessario comprendere per usare la rete con coscienza e con creanza.

Il risultato si chiama Io editore tu rete e si propone come grammatica essenziale a disposizione di chiunque abbia a che fare con i contenuti sul web, sia a livello professionale sia a livello amatoriale. Se sono riuscito nello scopo mi piacerebbe poi saperlo da chi avrà la bontà di leggerlo (si trova già in vendita sulle principali librerie digitali, in promozione a 1,99€ fino al 27 novembre).

Devo il tentativo a Fabio Brivio e Federica Dardi di Apogeo, che mi hanno coinvolto in un’iniziativa creativa delle loro. Il testo infatti fa parte di una collezione di otto ebook dedicati all’editoria digitale pensati per gente del mestiere – e dintorni – desiderosa di approfondire l’impatto del digitale sul proprio lavoro (se andate alla pagina indice su Apogeonline scoprite anche che cosa c’entra il surfista che si esibisce sulle otto copertine, da cui l’hastag #ebooksurf). Si parla, in particolare, del mestiere dell’editor (Brivio), del rapporto con i social media (Dardi), del nuovo mercato (Sechi), del formato epub (Rachieli), di librerie digitali (Rigoli), di editoria universitaria (Cavalli), di aspetti giuridici legati all’ebook (Villa).

Il mio testo si apre con una prefazione di Luca De Biase (bontà sua) , che si può già leggere anche sul suo blog:

Gli editori sono in fermento. Internet sta cambiando radicalmente gli scenari del loro business. La tecnologia digitale sta trasformando i linguaggi espressivi e le filiere produttive. Le condizioni a contorno, nell’epoca della conoscenza, stanno mutando e facendo di ogni azienda, organizzazione, gruppo sociale e singola persona, un soggetto potenzialmente in grado di produrre e distribuire contenuti di valore pubblico. In questo contesto, gli editori vedono contemporaneamente uno scenario di crisi e una situazione densa di nuove opportunità. E la variabile essenziale che li conduce a privilegiare il giudizio ottimistico o pessimistico è la loro capacità di costruirsi una competente visione della situazione. E’ probabilmente il primo motivo di interesse per questo libro. Il secondo motivo discende dal fatto che il destino degli editori è importante per tutta l’evoluzione della capacità di generazione culturale delle società.

[continua a leggere sul blog di Luca De Biase]

Qui invece accenno alla mia introduzione, tanto per capire dove vado a parare:

Questo testo parla agli editori. Dunque parla un po’ a tutti, perché tutti oggi possono produrre, curare, diffondere contenuti. Bene. Siamo solo alla terza frase e ho probabilmente già perso la simpatia di una buona fetta di lettori, quelli che editori lo sono davvero e che lo sono da quando i grafomani del web non sapevano nemmeno battere i tasti della macchina per scrivere. Però proprio questo sta succedendo: le tecnologie della conoscenza stanno mettendo tutti sulla stessa linea di partenza, tutti ugualmente abilitati a esprimersi in una dimensione pubblica e tutti bramosi dell’attenzione dei propri simili. È vero: è un livellamento tecnologico, non necessariamente culturale, professionale, imprenditoriale e tanto meno di risultati. Ma girare consapevolmente la testa dall’altra parte per non vedere come questo processo abbia già cambiato le regole del gioco ed evitare di alzare lo sguardo per non tentare di immaginare come le cambierà ancora di più in futuro è ormai inutile. Siamo andati troppo oltre. Ci vuol coraggio a chiamarli nuovi media, dopo più di un decennio: siamo in piena normalizzazione.

Il paradosso è che i più indifesi, in questo passaggio storico, sono proprio gli editori e i produttori di contenuto di estrazione più tradizionale, i capisaldi degli ultimi sessanta anni di modernità. Hai voglia a dire che nessun media ha mai superato i precedenti: in questo caso il (non più nuovo) media non aggiunge, ma si nutre e fa sintesi dei linguaggi preesistenti. Abbatte le soglie di accesso alla cultura del nostro tempo, fa circolare le idee, chiede a tutti di contribuire democraticamente alla selezione del meglio, disgrega le rendite di posizione, stravolge i rapporti di forza. Di fronte alla velocità con cui Internet sta ridisegnando la geografia della conoscenza, anche i più prudenti osservatori si sono convinti che lo spostamento del paradigma sta facendo il suo corso e avrà ripercussioni sostanziali. La Rete pone sfide epocali, ma resta un’opportunità per tutti: non restringe la fetta, semmai allarga la torta.

«Dì, ma tu ti faresti mica operare da un giornalista?» L’obiezione è frequente, perfino un po’ logora ormai, e ha il pregio di definire chi la solleva, più che il destinatario. Sottintende che ognuno dovrebbe giocare nel suo campionato, fare ciò per cui ha studiato e fatto la pratica necessaria, per cui è stato selezionato da un consesso di suoi pari. No, non credo mi farei operare da un giornalista, ma ascolto volentieri le idee delle persone, consulto le loro creazioni, mi arricchisco delle loro esperienze, provo simpatia per i loro pensieri, anche se non sono stati abilitati o certificati da nessuno. Entrare in contatto con i pensieri e le esperienze delle persone è uno dei più grandi regali dell’ultimo decennio. Talvolta sono contributi imbarazzanti nella forma e ancor più nella sostanza, ma molto più spesso danno gioia alle mie ore. Il rischio di perdere tempo, ma anche la soddisfazione quando mi imbatto in qualcosa che sembra stato condiviso soltanto per me, si estremizzano. «Ci sono due tipi di contenuto», scriveva Hugh McLeod: «quelli che le persone desiderano disperatamente. E quelli che finiscono nel mucchio destinato all’oblio». E coglie un punto: le persone cercano senso, qualcosa che arricchisca la loro vita al punto da non poterne fare a meno. Chi glielo offre è, a questo punto, tutto sommato secondario. L’eccesso di offerta sta producendo affinamento della domanda.

Scopriremo più avanti che la chiave di lettura può essere, in realtà, ancora più pacifica. Secoli di cucina casalinga non han pregiudicato il business dei ristoranti, per dirne una. Perché la metafora regga è però necessaria un’immersione più avanzata nelle dinamiche di rete. Non esiste alcuna ragione per cui nella prateria digitale della conoscenza l’attività professionale dell’editore, del giornalista, dell’editor, dello scrittore non debba trovare riconoscimento (e mercato, una volta passata la sbronza per l’amatorializzazione di massa). Dentro a un mondo che ribolle di informazioni e creazioni come mai in passato è quanto meno auspicabile la presenza di professionisti che abbiano la dedizione, la continuità, la preparazione, gli strumenti (non più tecnologici, ma culturali sì e a prova di bomba) per tracciare percorsi, per unire i punti, per disegnare contesti, per mettere in relazione contenuti e persone. Per diventare questi professionisti, per andare in cerca di questo mercato, che avrà verosimilmente regole e gratificazioni differenti, è necessario aprirsi senza riserve al nuovo ecosistema della conoscenza che milioni di persone stanno già alimentando in tutto il mondo. Serve una grammatica essenziale, serve un distillato di processi, serve la voglia di rimettersi in gioco, sorridendo a un futuro che è ancora tutto da scrivere.

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