Fai presto a dire testata giornalistica

Poi, quando avrò tutti gli elementi per essere certo di quello che dico, parlerò della vicenda giudiziaria che vede opposti la webtv pordenonese Pnbox e l’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. È un caso che – da giornalista, friulano, attivo da anni al confine tra informazione tradizionale e online – vivo con notevole disagio, a cominciare dal fatto che conosco bene e stimo Francesco Vanin e i ragazzi di Pnbox. Se la mia città sta incubando processi e occasioni contemporanei lo si deve a loro e a pochi altri. Qui, per ora, ci tenevo a condividere una piccola esperienza personale, per dire innanzitutto del rapporto ancora difficoltoso tra testata giornalistica e internet. Il mio caso è opposto rispetto a quello di Pnbox: io vorrei registrare una testata giornalistica. Poco importano qui i dettagli e i motivi, ci saranno altre occasioni. Fatto sta che, per registrare una testata, è necessario presentare domanda al tribunale della città in cui la pubblicazione ha sede e fornire alcuni dettagli: il titolo, la periodicità, la sede della redazione, il carattere, la tecnica di diffusione, il proprietario, l’editore, il direttore responsabile (necessariamente iscritto all’Ordine) e la tipografia. La legislazione di riferimento è degli anni ’40 e ogni virgola ne risente, ma il caso della testata telematica è ormai considerato e previsto: è necessario indicare il nome e l’indirizzo del service provider, gli estremi dell’autorizzazione del ministero delle Comunicazioni e l’Url del sito. Non è difficile, no? A meno che il tuo fornitore di spazio web non stia all’estero e tu non abbia alcuna intenzione di cambiarlo.

Io, per esempio, da alcuni anni utilizzo per un certo numero di buone ragioni Dreamhost, un provider statunitense che mi permette il pieno controllo di tutti i miei siti in un solo account. Sono costretto a comprare in Italia il dominio .it, se del caso, ma poi redirigo i dns (che cosa sono?) all’estero. Da parte mia non c’è alcun ragionamento politico o legale, semplicemente la scelta del fornitore più adatto e più conveniente rispetto alle mie esigenze contingenti. Il problema è che, in questa configurazione, io non potrò mai registrare una testata giornalistica. Il tribunale, infatti, vuole sapere dove stanno le mie pagine e chi le ospita per poter dar corso con facilità alle previsioni di legge nel caso io, pubblicazione online registrata, compia illeciti e reati vari previsti dalla legge sulla stampa. Per questo, però, non gli basta sapere che le mie pagine stanno a Brea, California. Vuole avere preventivamente un rapporto consolidato con quell’operatore, in modo che le forze dell’ordine, ricevuto l’eventuale ordine della magistratura, possano seguire procedure rapide e codificate. Da qui la necessità dell’autorizzazione ministeriale, che ovviamente richiedono soltanto i provider italiani e di una certa dimensione. Dunque la testata telematica, se proprio la voglio, devo aprirla necessariamente presso un provider italiano certificato. Oppure sperare che l’interpretazione prevalente riguardo a questa materia evolva rapidamente.

Ho provato a capire che cosa significherebbe per me dar corso all’intero procedimento. Dovrei togliere il mio sito potenzialmente giornalistico dal provider estero in cui già risiede con soddisfazione, affrontare una serie di complicazioni amministrative per trasformare il mio profilo contrattuale presso il provider che mantiene il mio dominio (che, guarda caso, è riconosciuto dal ministero degli Interni), chiedere il permesso anche al provider medesimo (perché naturalmente pure loro vogliono sapere preventivamente se posso procurare guai) e infine presentare la mia benedetta domanda al Tribunale, che la valuterà. E sapete che cosa? A questo punto, non avendo particolari urgenze di riconoscimento formale, ho pensato che chiedere a tutte queste persone il permesso per fare quello che già faccio liberamente come cittadino e che milioni di cittadini fanno quotidianamente  in tutto il mondo, era piuttosto lontano dal mio ideale di mondo perfetto. E che tutto questo non c’entrava nulla con quello che ho capito fin qui della rete. Così, almeno per il momento, ho deciso di temporeggiare nel mio intento.

Questa storia non è nemmeno troppo originale, a dirla tutta. Quelli di Bora.la l’avevano già raccontata a modo loro nel 2006.

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