Il giornalismo che verrà, appunti da Firenze

L’Associazione Stampa Toscana mi ha chiesto di concludere oggi con uno scenario sul “giornalismo che verrà” un corso di formazione per uffici stampa comunali organizzato con Anci Toscana e Ordine dei giornalisti. Questi sono gli appunti su cui ho basato il mio intervento.

1.

Il giornalismo che verrà possiamo immaginarlo soltanto se cambiamo prospettiva. Al momento le nostre energie sembrano concentrate soprattutto sul trasportare nel modo più indolore e redditizio possibile l’informazione dai suoi veicoli consolidati, la carta e la tv, alla rete. La retorica della nostra categoria professionale è piena di conservare, garantire, sopravvivere. Siamo consapevoli che qualcosa cambierà, anche in profondità, ma ci preoccupiamo che questo assomigli il più possibile a ciò che c’era.

Se invece di concentrarci sugli ultimi centocinquant’anni di storia della comunicazione, ovvero sull’epopea dei mezzi di comunicazione di massa, allargassimo lo sguardo per abbracciare l’intera storia della società umana, centocinquantamila anni, la chiave di lettura ci apparirebbe diversa. Forse più pacifica. Abbiamo costantemente ridefinito la nostra relazione con il tempo e con lo spazio. In principio tutto era qui e ora. Con le iscrizioni rupestri abbiamo infranto il vincolo del tempo. Con le tavolette di argilla e creta quello dello spazio. La cultura permane e circola, subendo la spinta decisiva con l’invenzione della stampa. Poi l’elettricità, l’elettronica, i primi computer, le reti, internet, in un’accelerazione formidabile. Oggi le informazioni circolano ovunque e subito. Da uno a uno. Da uno a pochi. Da uno a molti. E oggi, potenzialmente, da tutti a tutti.

Le nostre difficoltà di oggi sono un accidente della storia. Hanno a che fare molto poco con la sopravvivenza dell’industria giornalistica e molto con il progresso della civiltà. La storia, di cui stiamo scrivendo l’inciso che ci spetta, non comincia con la penny press, ma dai versi elementari nella grotta di un nostro trisavolo. Mettere tutto in prospettiva rende forse più semplice accettare alcune premesse. Che l’industria era tale perché industriali erano le economie dei sistemi di trasporto dell’informazione (e, in un secondo tempo, anche le ambizioni di alcuni imprenditori del settore). Che la rete, non più mezzo di comunicazione ma sistema operativo della società, favorisce il ritorno all’artigianato, in un mondo di hobbisti. Che non è la fine delle mediazioni professionali, ma che alle mediazioni professionali, per sopravvivere, è richiesto un salto di astrazione.

2.

Una componente considerevole della professione giornalistica è stata, negli ultimi decenni, la gestione e l’organizzazione dei mezzi di comunicazione. Questo compito ci è stato tolto, o meglio è stato redistribuito tra tutti i cittadini. L’altra funzione essenziale era dare le notizie: cercarle, controllarle, confezionarle e diffonderle. Ma anche questo compito è stato almeno in parte redistribuito: oggi una parte delle notizie viene già prodotta, verificata e redistribuita senza l’intervento di un giornalista.

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Significa, per esempio, cominciare ad aprire le nostre redazioni, ancora blindate e distanti sia fisicamente che metaforicamente dalla vita della comunità. Negli Stati Uniti, le sedi di alcuni giornali iperlocali sono diventati centri civici, luoghi di ritrovo, bar. Succede anche in Italia, in alcune web-tv.  Il giornalismo sta salendo a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione: è il momento di adeguare le pratiche, gli strumenti, i luoghi della nostra professione. Il prodotto ne è una conseguenza.

3.

Finora abbiamo vissuto di contenuti. I contenuti erano il fine del lavoro giornalistico e il valore che offrivamo e vendevamo alla società. Ma la rete ormai trabocca di contenuti, spesso di valore anche superiore ai nostri. Il contenuto cessa di essere il fine ultimo. Il contenuto diventa uno strumento, l’inizio di una relazione con altri contenuti e con le persone. Il fine del nostro lavoro, ma in realtà il fine di chiunque cerchi valore in rete, è dunque generare relazioni.

Non ricostruiremo un’economia sui contenuti, tanto meno difendendo i nostri articoli e mettendoli sotto chiave. I contenuti hanno bisogno di essere liberi, perché solo circolando liberamente hanno la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e con nuove persone. Lo zoccolo duro di lettori consisterà sempre meno in quelli che riusciremo a trattenere, ma in quelli che conquisteremo in giro per la rete, tra quanti ancora non sanno che esistiamo o che comunque non sapevano avessimo un contenuto interessante per loro.

Generare relazioni implica visione d’insieme, capacità di selezione e sintesi, connessione, condivisione, rilancio di attenzione. Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

4.

Il primo passo potrebbe essere abbandonare concettualmente la centralità del prodotto. La logica dell’ipertesto scardina la sequenzialità dell’informazione e disgrega i contenitori convenzionali: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e facilitandone lo scorrimento in situazioni e luoghi spesso imprevedibili in partenza.

Ragioniamo sempre meno per testate: i lettori citano e rilanciano singoli articoli in virtù del loro valore superiore e della loro originalità, indipendentemente dalla loro provenienza. La testata si riduce a piattaforma di lancio e marchio di fabbrica, che certifica, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei processi editoriali, il metodo e la credibilità.

Stiamo progressivamente cedendo al lettore l’impaginazione delle notizie, la definizione degli ingombri e delle gerarchia di urgenza e valore. Il suo procedere per salti e immersioni crea un equilibrio tutto personale sia per varietà che per qualità. Possiamo facilitare questo processo, favorendo connessioni e suggerendo analogie, ma non dettiamo più noi l’agenda. I giornali online più maturi stanno progressivamente rinunciando all’home page strutturata, reinterpretazione digitale della prima pagina di carta, per sostituirla con un semplice elenco puntato di titoli di notizie. Il valore sta all’interno: ogni pagina, a modo suo, è una home page.

5.

Il fiume Mississippi, negli Stati Uniti, ha ancora oggi la fama di essere insidioso per la navigazione. Si racconta che nel XIX secolo, quando il fiume diventò una delle vie per la conquista del West, la navigazione fosse suddivisa in tante piccole tratte, ciascuna delle quali servita da un battello diverso. Ogni tratta aveva caratteristiche talmente peculiari, che ogni marinaio conosceva soltanto la sua tratta e per la successiva affidava i passeggeri al marinaio esperto del tratto successivo. I giornalisti saranno sempre più come i marinai del Mississippi, specializzati e interdipendenti tra loro. In una rete dove persone e contenuti si aggregano spontaneamente in gruppi di interesse e comunità di competenze, non basta l’occhio indistinto del generalista: serve l’esperienza di una specializzazione, occorrono riferimenti precisi e misure, capacità di inquadrare i problemi, strumenti per sviscerarli, interfacce collaudate per interconnettere specialità e sensibilità differenti.

La scrittura guadagna la terza dimensione, quella dei link e dei riferimenti ipertestuali, permettendo sintesi della complessità che non rinnegano più la possibilità di approfondimento o di argomentazione approfondita. A quali repertori di dati ha fatto riferimento il giornalista? Qual era il contesto originale di una citazione? Il link serve il lettore, aprendo nuove vie al suo percorso di documentazione e favorisce la credibilità dell’autore stesso, rendendo trasparente il suo metodo e le sue fonti. Il costo della verifica delle informazioni, sempre meno sostenibile perfino laddove dovrebbe essere garantito per prassi professionale, è così di fatto condiviso tra autore e lettore.

E ancora sui tagli dell’informazione online: non componiamo più moduli su un menabò, in rete abbiamo a disposizione tutto lo spazio che serve a una buona storia o a una buona causa. Inoltre ogni articolo continua a vivere anche dopo essere stato pubblicato. Si dice spesso che le notizie sul web debbano essere molto brevi ed essenziali, per venire incontro alla scarsa disponibilità di tempo e attenzione di un lettore frettoloso e distratto. Il più delle volte, il lettore non ha fretta: scappa, perché non trova contenuti all’altezza o perché trova l’ennesima copia di una notizia già letta altrove. È un problema di originalità, profondità e qualità della narrazione, non di lunghezza.

6.

Abbiamo ancora tanto da fare, tanto da inventare, tanto da sbagliare. Dentro e fuori la professione, perché intorno a noi stanno maturando fronti altrettanto interessanti e promettenti, come l’open data, il diritto all’accesso alle informazioni pubbliche, il superamento giuridico del copyright e la libera circolazione della conoscenza. Sono tutte battaglie culturali nelle quali spicca non soltanto l’assenza del contributo attivo della nostra comunità professionale, ma spesso addirittura la diffusa mancanza di consapevolezza. Significa che non siamo soli, che l’intera società è alla ricerca di nuovo senso, di nuove modalità operative, di nuove sintesi della complessità in cui siamo immersi.

È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta cambiando il sistema operativo della società: dalla logica gerarchica delle mediazioni, stiamo passando a un’organizzazione reticolare, particolarmente efficiente perché corrisponde alla conformazione naturale della società e al modo in cui da sempre le persone si interconnettono le une alle altre. È un viaggio al buio che pone sfide  nel contempo angoscianti ed entusiasmanti a tutti noi: a chi governa, a chi informa, ma anche ai cittadini, che vedono un po’ per volta erodersi lo scudo delle deleghe che nella società dei processi di massa giustificava un atteggiamento spesso passivo e distaccato.

Abbiamo affrontato epici viaggi verso l’ignoto, nella storia dell’umanità. I grandi esploratori viaggiavano in assenza di vie consolidate e di destinazioni certe, ma si aggrappavano all’unico punto di riferimento certo e assoluto: le stelle e le costellazioni. Il giornalista oggi si mette in viaggio consapevole che deve spogliarsi di molte sovrastrutture e abitudini rassicuranti, ma ha in sé la certezza a cui aggrapparsi: il metodo giornalistico, basato su accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità. Può cambiare tutto nella professione, ma la sopravvivenza del giornalismo non può che passare attraverso questi tratti costitutivi.

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Che cos’è il fact checking

A Trento, ospiti di Fondazione Ahref, abbiamo passato una bella giornata a discutere di fact checking (#factchecking su Twitter), allargando lo sguardo dal fenomeno mediatico del momento, molto legato al periodo pre-elettorale che stiamo attraversando, alle sfumature giornalistiche, filosofiche, psicologiche e tecnologiche di questa pratica. Ne è venuto fuori un sano e stimolante esercizio di desemplificazione, nella via verso la costruzione di «uno spazio civico dove condividere un metodo», per dirla con le parole usate da Luca De Biase in apertura dei lavori.

Nei prossimi giorni Fondazione Ahref dovrebbe mettere a disposizione il video degli interventi. Io, intanto, come d’abitudine, metto a disposizione le slide del mio, un’introduzione alle principali esperienze italiane e internazionali e al contesto da cui prende avvio, oggi anche nel nostro paese, il fact checking collaborativo in rete.

Aggiornamento, 25 gennaio: sono disponibili le registrazioni video di tutti gli interventi della conferenza.

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Sfogliare Io editore tu rete

Point break, otto ebook sull'editoria digitaleAlla fine del 2011 ho scritto per Apogeo un saggio breve in formato ebook sull’editoria digitale, Io editore tu rete (ne ho parlato a suo tempo). Faceva parte di una collana dedicata agli operatori del settore alle prese con la transizione verso la rete, all’interno della quale sono usciti anche testi di Letizia Sechi (sul passaggio dalla carta agli ebook), Fabio Brivio (sul mestiere dell’editor), Ivan Rachieli (sul linguaggio epub), Federica Dardi (sui social media come opportunità per editori e autori), Ginevra Villa (sugli aspetti contrattuali degli ebook), Nicola Cavalli (sull’editoria universitaria) e Francesco Rigoli (sulla gestione di una libreria digitale).

L’anno scorso gli otto ebook della collana sono stati confezionati anche in un’unica raccolta da 700.000 battute: si intitola Point Break, per mantenere la metafora surfistica che impreziosiva le copertine degli otto saggi (il riferimento è a una citazione di Riccardo Cavallero: non possiamo fermare lo tsunami, possiamo solo comprare una tavola da surf). Ne parlo perché su Google Play, il negozio per dispositivi Android, c’è un’ampia anteprima di Point Break che permette di leggere integramente il primo di otto saggi. Incidentalmente, il mio. E a me fa molto piacere segnalarlo.

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