Archivio dell'autore: Sergio Maistrello

Appunti da IJF 2013

Mi porto a casa dai cinque giorni del festival del giornalismo di Perugia due sensazioni forti. La prima è che nel corso di un anno sia aumentata esponenzialmente la consapevolezza della profondità del cambiamento in atto, e che tuttavia a tale consapevolezza non corrisponda ancora alcun progresso sostanziale nelle forme e nelle pratiche del giornalismo (italiano). Sembra sempre tutto uguale a se stesso, pur non essendo affatto uguale: chi sta provando a innovare non ha le risorse per farlo in modo significativo, chi ha le risorse non ha il coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Il nodo restano gli editori e le strategie di riconversione di un’industria che non può più essere industria. In questo senso il festival di Perugia è destinato per ora a essere il nostro giorno della marmotta professionale, ironizzava qualcuno ieri.

La seconda: nella sensibilità media del giornalista italiano mi pare resti intatto l’apartheid funzionale che separa i giornalisti dai cittadini, questi ultimi considerati ancora pubblico, lettori, utenti. Si rivendica, a ragione, il professionismo nell’approccio all’informazione, ma si coglie a stento la conseguenza della rete nella genesi e nella vita della notizia. I giornalisti, perfino le leve più giovani, si considerano ancora parte di un’entità a sé che immette informazione nella rete, non parte attiva della rete. Sembra una differenza da poco, è invece il nodo della questione: non ci sarà giornalismo se non in mezzo alle persone, con le persone, in quanto persone. Non cambia soltanto la distribuzione, ma il processo nel suo complesso. E in profondità. Il giornalismo rinasce e prospera soltanto se torna a essere sistema nervoso della società, non soltanto il suo specchio.

Per chi non c’era, ma anche per chi c’era e come me ha dovuto fare scelte sofferte tra le decine di appuntamenti simultanei, segnalo le centinaia di ore di registrazione già disponibili su YouTube. Per iniziare, consiglio vivamente a chiunque sia interessato agli studi di rete la bellissima discussione tra Antonio Spadaro, Paul Tighe, Luca De Biase e Mario Tedeschini Lalli sul rapporto tra teologia e rivoluzione digitale, che ha offerto chiavi di lettura per nulla scontate e decisamente stimolanti sulla società in rete, sull’umanità condivisa e sul rapporto tra organizzazioni complesse e dinamiche di rete.

(E un grazie speciale ad Arianna Ciccone e Chris Potter, che insieme a tutti i volontari del festival mettono in piedi ogni anno una cosa bella e rara, in Italia.)

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Al festival del giornalismo di Perugia

Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:

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Fact checking, una visione d’insieme

Sta uscendo in questi giorni nelle principali librerie digitali il mio nuovo ebook dedicato al fact checking. Il fact checking non è altro che la verifica puntigliosa dei fatti, un rinforzo al metodo giornalistico, messo a punto negli Stati Uniti intorno al 1920 per migliorare l’accuratezza dei  prodotti editoriali e poi progressivamente abbandonato nelle case editrici. Oggi il fact checking torna di attualità grazie alla moltiplicazione di servizi indipendenti specializzati nella verifica delle affermazioni dei politici (come Politifact in America o Pagella Politica in Italia), ma è interessante, e per questo me ne sono appassionato, soprattutto come proposta di metodo diffuso e collaborativo nel fragile ecosistema della rete, frontiera su cui una piattaforma come Factchecking di Fondazione Ahref è all’avanguardia.

Il libro fa parte della nuova collana digitale Sushi di Apogeo, dentro la quale si trovano anche titoli tra gli altri di Daniele Chieffi, Antonella Napolitano, Marco Massarotto, Alessandra Farabegoli. Il mio libro, in particolare, è disponibile in versione epub senza alcuna forma di Digital Right Management (nemmeno social Drm, per intenderci). Significa che può essere caricato sul proprio lettore digitale o prestato agli amici senza restrizioni particolari (discorso che non vale nel caso di Amazon/Kindle, Apple/iBooks e Mondadori/Kobo, perché le loro politiche commerciali impongono restrizioni alla circolazione).

Di seguito l’introduzione del libro, per mettere a fuoco l’argomento.

 

Quella del fact checking è una storia americana che arriva in Italia sull’onda del successo di alcuni servizi web specializzati nel fare le pulci alle dichiarazioni dei politici. È una storia americana perché connaturata a una concezione del giornalismo molto più tecnica della nostra e a un’industria dell’informazione assai più strutturata e parcellizzata nelle sue funzioni di quanto mai sarà dalle nostre parti. Per una questione di dimensioni del mercato, banalmente.

Il fact checking racconta dell’espulsione da quell’industria del sovrappiù di procedure di controllo della qualità che faceva la differenza, ma costava troppo, e del suo rientrare in gioco prepotentemente sotto forma di servizi indipendenti a valle del processo, grazie a Internet. È dunque la storia di una rovina e di una possibile rinascita nella qualità del servizio che i giornalisti prestano alla società. Come tale non è più soltanto una storia di rilevanza americana, ma ha una portata universale.

Fact checking sta per verificare i fatti. Dicono spesso: e allora non potevi dirlo in italiano? Ma è talmente scontata e apparentemente anonima, come pratica, che se non le dai nemmeno quella sovrastruttura linguistica sembra tu stia parlando di nulla. Perché verificare i fatti è un’attività editoriale connaturata al metodo giornalistico. Di più: ne è costitutiva. Il giornalista cerca le notizie e verifica i fatti e, soltanto dopo che ha trovato abbastanza fonti attendibili, la racconta. Fin qui la teoria. Non deve essere stato sempre così semplice, se guardiamo alla qualità dell’informazione degli ultimi decenni. Di certo non è facile oggi, che la sfera pubblica si va arricchendo di milioni di voci spontanee e incontrollabili.

Ma proprio questo è il passaggio chiave, per cui è più che mai opportuno approfondire che cosa è stato e che cosa può diventare il fact checking. Con la Rete, com’è ormai evidente, salta ogni filtro editoriale all’origine dei contenuti e tutto diventa disponibile subito e ovunque, per il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte nel mondo, ha ritenuto opportuno che così fosse. Il meccanismo del filtro, su Internet, opera a posteriori ed è diffuso, collaborativo, imperfetto e creativo. I giornalisti possono essere ancora utili nell’affiancare e rinforzare questo filtro con l’esperienza della loro professione, ma serve soprattutto che il loro metodo, a cominciare proprio dalla verifica dei fatti, contagi i milioni di nuovi artigiani dell’informazione ed elevi la qualità del loro contributo alla comunità.

Nel Capitolo 1 ricostruiremo la storia e le caratteristiche del fact checking classico, come è stato in principio e fino all’altro ieri. Nel Capitolo 2 capiremo che fine ha fatto il fact checking dopo essere stato espulso dalla maggior parte dei grandi gruppi editoriali e quali forme indipendenti e innovative abbia assunto. Nel Capitolo 3 inseguiremo il fact checking in Paesi e in situazioni meno scontati. Nel Capitolo 4 scopriremo che cosa succede quando il fact checking cessa di essere soltanto una questione tra giornalisti e comincia ad attingere alle competenze delle persone e a servire l’intelligenza collettiva interconnessa. Nel Capitolo 5 faremo il punto sulla situazione italiana, al termine di una campagna elettorale che ha risvegliato un’insospettabile voglia di fatti. In conclusione rifletteremo sulla possibilità che la parabola del fact checking, nel suo incontro con l’ecosistema caotico e fecondo della Rete, diventi veicolo per un metodo condiviso e suggerisca un inedito ribaltamento di ruoli tra gli attori del processo di comunicazione.

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Verso State of the Net 2013

Stiamo lavorando per la nuova edizione di State of the Net, la conferenza internazionale sullo stato della rete che ho l’onore di organizzare insieme a Beniamino Pagliaro e Paolo Valdemarin. L’edizione 2013 si terrà ancora a Trieste il 31 maggio 1° giugno prossimi. Sabato scorso ci siamo incontrati con il comitato promotore, un gruppo di persone straordinarie per esperienza e dedizione, per definire il programma e visitare la nuova sede (il Molo IV, affacciato su piazza Unità e sul golfo di Trieste).

Le registrazioni alla conferenza sono già aperte e gratuite.

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Automanifesto politico di un cittadino qualunque

Io, cittadino italiano, ridestato dall’assopimento delle deleghe necessarie e delle mediazioni imprescindibili, pungolato da un reticolo di stimoli ipertestuali sempre a portata di dita, riprendo possesso del ruolo che mi spetta nella società. Torno a essere l’azionista di minoranza delle decisioni comuni che avrei sempre dovuto essere, scusandomi con i miei concittadini per l’assenza prolungata. Non addurrò a scusa il fatto che nel frattempo nessuno me l’abbia ricordato o l’abbia preteso: ho letto fin da bambino la Costituzione, sapevo bene quali fossero i miei diritti e quali i miei doveri.

Poiché ero assopito, prima di prendere posizione o giudicare le posizioni degli altri mi concedo il tempo di ricostruire e di decodificare. Mi impegno a identificare gli interlocutori e a fare domande. Mi aspetto collaborazione: se faccio le domande sbagliate mi piacerebbe essere corretto, non umiliato o ignorato. Comprendo che non tutte le domande hanno una sola risposta e che a ogni risposta corrispondono contesti complessi, tenuti insieme da legami di coerenza spesso faticosi da riconoscere. Inseguo un metodo che permetta a me e ai miei concittadini di condividere gli sforzi in modo efficace, pur garantendo a ciascuno le opinioni frutto degli sguardi e delle storie personali.

Mi considero nodo attivo in una rete aperta, dedita all’esplorazione della conoscenza e alla sintesi civica: poiché le mie scelte influenzano altri nodi, mi impegno a esercitare in modo responsabile le mie prerogative di discernimento. Evito di mettere la mia faccia e il mio nome accanto a cause e a tesi rispetto alle quali non abbia referenze certe o non sia in grado di risalire a fonti affidabili. Sono cosciente che l’attenzione collettiva è una risorsa scarsa, dunque investo le occasioni di ascolto che i miei pari mi concedono su azioni in positivo, tese a valorizzare contenuti utili o interessanti, più che in negativo, accontentandomi di moltiplicare il biasimo attorno a ciò che non condivido o reputo sbagliato.

Diffido delle verità ottenute in modo troppo semplice e dalle tesi che fanno leva sulle emozioni, dunque dubito di chiunque si rivolga a me con tono paternalistico o giudizi definitivi. Sono consapevole che la mia ignoranza e la mia superficialità fanno gola a chi costruisce consenso manipolando il prossimo, per questo sento il dovere sociale di ridurle al minimo. Chiedo alle istituzioni di farsi garanti di questo percorso, facilitando l’accesso alle informazioni rilevanti e custodendo memoria storica condivisa. Metto a disposizione le mie competenze e le mie specializzazioni, convito che, se ognuno facesse lo stesso nel proprio campo, tutti insieme potremmo fare un balzo di consapevolezza nell’affrontare la complessità.

Artefice del mio destino, riconosco i miei leader naturali in coloro che dimostrano di saper mettere a sistema questi processi, attingendo in modo efficiente alle energie di tutti e operando sintesi rapide, adeguate alla velocità delle sollecitazioni che interessano la società. A loro assicuro attenzione e collaborazione, non più deleghe assopite.

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In cerca di metodo, conoscenza e validazione

Gran parte delle esperienze personali e professionali degli ultimi due anni mi hanno portato a ragionare sulla partecipazione civica. Non me la sono cercata, sta di fatto che gli ultimi approfondimenti in campo tecnologico, giornalistico e politico mi han portato tutti lì. La chiamiamo dimensione iperlocale o giornalismo di comunità, a seconda dei casi, ma ha sempre a che fare con l’evoluzione della società dalle gerarchie al peer to peer e con il declino dei tradizionali sistemi di mediazione. C’è ancora molto da fare, soprattutto in quanto a consapevolezza e alfabetizzazione rispetto alle grammatiche e alle sensibilità promosse dalla rete, ma ci sono momenti in cui lo strappo è più sensibile. E questa peculiare congiuntura italiana, dopo anni di battaglie di retroguardia vinte ai punti dalle ottuse classi dirigenti che ci siamo dati, è nel bene e nel male uno di questi momenti (do qui per acquisite le riflessioni sull’utopia digi-egualitaria di Mario Tedeschini Lalli).

Insomma, abbiamo finalmente una simil massa critica di cittadini che usano strumenti di espressione pubblica, che condividono idee e competenze, che si aggregano intorno a specializzazioni e interessi, che si coordinano in modo fluido per fare insieme e co-creare la realtà in cui vivono. L’immaginavamo, l’aspettavamo. Ora ci siamo. Più o meno. Quello che personalmente ho sottostimato finora è quanto ci saremmo arrivati malconci, da un punto di vista dei processi democratici e partecipativi. Ma guardandola in positivo – perché nonostante tutto è un meraviglioso momento storico, di quelli in cui hai la possibilità di contribuire a dare forma al mondo con i tuoi gesti e con le tue idee – sento urgente l’esigenza di riflettere e di inventare strumenti in grado di mettere a fuoco:

  • un metodo. Non possiamo contare su regole vincolanti imposte dall’alto, dobbiamo agire necessariamente sulle buone pratiche che emergono dal basso. Non c’è più l’arbitro che fischia il rigore, la comunità deve lavorare in modo condiviso sui premi e sulle sanzioni che, agendo sulla reputazione dei singoli nodi, favoriscano il rispetto di alcuni principi condivisi. Principi come l’accuratezza, l’imparzialità, l’indipendenza, la legalità, per ispirarsi al lavoro di ricerca sui media civici di Fondazione Ahref. Principi che vengono poi declinati in una serie di indicazioni sul trattamento delle fonti. Principi che da dodici anni stanno, per esempio, alla base del lavoro editoriale di Wikipedia. Comunque sia, sta a noi: se vogliamo che l’ecosistema civico migliori ed evolva, dobbiamo, ciascuno nel nostro piccolo, dare il buon esempio, contribuire alla diffusione di culture e competenze digitali, agire in modo rigoroso sia nella pubblicazione di contenuti sia nella selezione, aggregazione e valorizzazione dei contenuti altrui.
  • sistemi di gestione della conoscenza. Non esistono, al momento, strumenti efficienti di gestione e di sistematizzazione della conoscenza di una comunità. In tempi di abbondanza di informazione e flussi di notizie iperveloci, la conoscenza collettiva è una risorsa ancora scarsa, incompleta e affidata quasi esclusivamente agli albi pretori, alle emeroteche e alle biblioteche. Basti pensare a come, al termine di ogni mandato amministrativo, viene sostanzialmente azzerata la conoscenza delle questioni correnti, che non sedimentano se non nel distillato assai minoritario e burocratico degli atti formali. Nei settori operativi di un’amministrazione si finisce molto spesso per rivolgersi al funzionario più anziano, quando si ha la necessità di ricostruire questioni complesse e di lunga durata: se questi va in pensione, si genera un buco di memoria storica e di pensieri lunghi. Anche in campo giornalistico sono sempre meno i professionisti che mantengono archivi personali su situazioni e personaggi, che comunque non vengono mai condivisi in pubblico se non sotto forma di articoli e libri, coi limiti di cui sopra. Tutto ciò che non è ancora storia e non è più notizia di attualità viene sottoposto il più delle volte a trattazioni deficitarie, incomplete e improvvisate, quando non malevolmente condizionate da interessi particolari. Il dibattito civico, mentre viene progressivamente trasferito in rete, ne risente e si impoverisce, viene agevolmente manipolato. Di qui la necessità di dare forma a depositi di conoscenza condivisa, wiki di rilevanza (iper)locale, sistemi di contestualizzazione delle notizie che lavorino sulle mille possibili relazioni tra le notizie del giorno e le vicende del passato. Sarebbe, questo, terreno di evidente vocazione giornalistica o editoriale, ma in loro mancanza sospetto che il ruolo propositivo potrebbe essere assunto almeno in una prima fase dalle amministrazioni pubbliche, a garanzia di un approccio neutrale e super partes.
  • infine, sistemi di validazione delle informazioni. Una volta ottenuti con metodo condiviso i contenitori di sapere condiviso, abbiamo per le mani uno straordinario strumento di validazione al servizio della comunità, che permette di depurare sul nascere dibattiti pubblici viziati da informazioni sbagliate, ricostruzioni incomplete e incoerenze di fondo. Non è un interesse puramente accademico: è un supporto fondamentale a disposizione dei filtri collaborativi e spontanei dei cittadini, è un sistema di biasimo condiviso che svergogna chi non misura le parole e si spinge in terreni che non ha praticato a sufficienza. Se i servizi di fact checking oggi sono interessanti, dal mio punto di vista lo sono in quanto palestra di validazione collaborativa molto prima che per le qualità di occasionali start up giornalistiche come Politifact o Pagella politica. Ma, di nuovo, non è l’azione di controllare le dichiarazioni altrui che innesca l’evoluzione: è il ragionare e il costruire i propri argomenti, soprattutto dentro l’ipertesto del web,  in una modalità già pensata per fornire all’interlocutore gli appigli per approfondire, controllare, smontare le tesi fino ad arrivare alla loro essenza.

Una cosa soprattutto mi è chiara, dopo questi mesi di esperimenti e ragionamenti sulle dinamiche iperlocali. Ed è che non ne verremo mai a capo se continueremo a fare i giornali come li stiamo facendo, ad amministrare le istituzioni come le stiamo amministrando e, soprattutto, se continueremo a essere cittadini come lo siamo oggi. L’inerzia delle funzioni delegate non basta più. Il web ha aggiunto la terza dimensione alle nostre proiezioni sociali. È giunto il momento di rinegoziare le deleghe, di superare le mediazioni, di assumersi nuove responsabilità, non per stravolgere ciò che è stato, ma per riempire da capo di senso gli spazi di convivenza civica. Il mondo cambia soltanto se ci rimettiamo in gioco noi, tutti noi, uno per uno, peer to peer.

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Il giornalismo che verrà, appunti da Firenze

L’Associazione Stampa Toscana mi ha chiesto di concludere oggi con uno scenario sul “giornalismo che verrà” un corso di formazione per uffici stampa comunali organizzato con Anci Toscana e Ordine dei giornalisti. Questi sono gli appunti su cui ho basato il mio intervento.

1.

Il giornalismo che verrà possiamo immaginarlo soltanto se cambiamo prospettiva. Al momento le nostre energie sembrano concentrate soprattutto sul trasportare nel modo più indolore e redditizio possibile l’informazione dai suoi veicoli consolidati, la carta e la tv, alla rete. La retorica della nostra categoria professionale è piena di conservare, garantire, sopravvivere. Siamo consapevoli che qualcosa cambierà, anche in profondità, ma ci preoccupiamo che questo assomigli il più possibile a ciò che c’era.

Se invece di concentrarci sugli ultimi centocinquant’anni di storia della comunicazione, ovvero sull’epopea dei mezzi di comunicazione di massa, allargassimo lo sguardo per abbracciare l’intera storia della società umana, centocinquantamila anni, la chiave di lettura ci apparirebbe diversa. Forse più pacifica. Abbiamo costantemente ridefinito la nostra relazione con il tempo e con lo spazio. In principio tutto era qui e ora. Con le iscrizioni rupestri abbiamo infranto il vincolo del tempo. Con le tavolette di argilla e creta quello dello spazio. La cultura permane e circola, subendo la spinta decisiva con l’invenzione della stampa. Poi l’elettricità, l’elettronica, i primi computer, le reti, internet, in un’accelerazione formidabile. Oggi le informazioni circolano ovunque e subito. Da uno a uno. Da uno a pochi. Da uno a molti. E oggi, potenzialmente, da tutti a tutti.

Le nostre difficoltà di oggi sono un accidente della storia. Hanno a che fare molto poco con la sopravvivenza dell’industria giornalistica e molto con il progresso della civiltà. La storia, di cui stiamo scrivendo l’inciso che ci spetta, non comincia con la penny press, ma dai versi elementari nella grotta di un nostro trisavolo. Mettere tutto in prospettiva rende forse più semplice accettare alcune premesse. Che l’industria era tale perché industriali erano le economie dei sistemi di trasporto dell’informazione (e, in un secondo tempo, anche le ambizioni di alcuni imprenditori del settore). Che la rete, non più mezzo di comunicazione ma sistema operativo della società, favorisce il ritorno all’artigianato, in un mondo di hobbisti. Che non è la fine delle mediazioni professionali, ma che alle mediazioni professionali, per sopravvivere, è richiesto un salto di astrazione.

2.

Una componente considerevole della professione giornalistica è stata, negli ultimi decenni, la gestione e l’organizzazione dei mezzi di comunicazione. Questo compito ci è stato tolto, o meglio è stato redistribuito tra tutti i cittadini. L’altra funzione essenziale era dare le notizie: cercarle, controllarle, confezionarle e diffonderle. Ma anche questo compito è stato almeno in parte redistribuito: oggi una parte delle notizie viene già prodotta, verificata e redistribuita senza l’intervento di un giornalista.

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Significa, per esempio, cominciare ad aprire le nostre redazioni, ancora blindate e distanti sia fisicamente che metaforicamente dalla vita della comunità. Negli Stati Uniti, le sedi di alcuni giornali iperlocali sono diventati centri civici, luoghi di ritrovo, bar. Succede anche in Italia, in alcune web-tv.  Il giornalismo sta salendo a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione: è il momento di adeguare le pratiche, gli strumenti, i luoghi della nostra professione. Il prodotto ne è una conseguenza.

3.

Finora abbiamo vissuto di contenuti. I contenuti erano il fine del lavoro giornalistico e il valore che offrivamo e vendevamo alla società. Ma la rete ormai trabocca di contenuti, spesso di valore anche superiore ai nostri. Il contenuto cessa di essere il fine ultimo. Il contenuto diventa uno strumento, l’inizio di una relazione con altri contenuti e con le persone. Il fine del nostro lavoro, ma in realtà il fine di chiunque cerchi valore in rete, è dunque generare relazioni.

Non ricostruiremo un’economia sui contenuti, tanto meno difendendo i nostri articoli e mettendoli sotto chiave. I contenuti hanno bisogno di essere liberi, perché solo circolando liberamente hanno la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e con nuove persone. Lo zoccolo duro di lettori consisterà sempre meno in quelli che riusciremo a trattenere, ma in quelli che conquisteremo in giro per la rete, tra quanti ancora non sanno che esistiamo o che comunque non sapevano avessimo un contenuto interessante per loro.

Generare relazioni implica visione d’insieme, capacità di selezione e sintesi, connessione, condivisione, rilancio di attenzione. Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

4.

Il primo passo potrebbe essere abbandonare concettualmente la centralità del prodotto. La logica dell’ipertesto scardina la sequenzialità dell’informazione e disgrega i contenitori convenzionali: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e facilitandone lo scorrimento in situazioni e luoghi spesso imprevedibili in partenza.

Ragioniamo sempre meno per testate: i lettori citano e rilanciano singoli articoli in virtù del loro valore superiore e della loro originalità, indipendentemente dalla loro provenienza. La testata si riduce a piattaforma di lancio e marchio di fabbrica, che certifica, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei processi editoriali, il metodo e la credibilità.

Stiamo progressivamente cedendo al lettore l’impaginazione delle notizie, la definizione degli ingombri e delle gerarchia di urgenza e valore. Il suo procedere per salti e immersioni crea un equilibrio tutto personale sia per varietà che per qualità. Possiamo facilitare questo processo, favorendo connessioni e suggerendo analogie, ma non dettiamo più noi l’agenda. I giornali online più maturi stanno progressivamente rinunciando all’home page strutturata, reinterpretazione digitale della prima pagina di carta, per sostituirla con un semplice elenco puntato di titoli di notizie. Il valore sta all’interno: ogni pagina, a modo suo, è una home page.

5.

Il fiume Mississippi, negli Stati Uniti, ha ancora oggi la fama di essere insidioso per la navigazione. Si racconta che nel XIX secolo, quando il fiume diventò una delle vie per la conquista del West, la navigazione fosse suddivisa in tante piccole tratte, ciascuna delle quali servita da un battello diverso. Ogni tratta aveva caratteristiche talmente peculiari, che ogni marinaio conosceva soltanto la sua tratta e per la successiva affidava i passeggeri al marinaio esperto del tratto successivo. I giornalisti saranno sempre più come i marinai del Mississippi, specializzati e interdipendenti tra loro. In una rete dove persone e contenuti si aggregano spontaneamente in gruppi di interesse e comunità di competenze, non basta l’occhio indistinto del generalista: serve l’esperienza di una specializzazione, occorrono riferimenti precisi e misure, capacità di inquadrare i problemi, strumenti per sviscerarli, interfacce collaudate per interconnettere specialità e sensibilità differenti.

La scrittura guadagna la terza dimensione, quella dei link e dei riferimenti ipertestuali, permettendo sintesi della complessità che non rinnegano più la possibilità di approfondimento o di argomentazione approfondita. A quali repertori di dati ha fatto riferimento il giornalista? Qual era il contesto originale di una citazione? Il link serve il lettore, aprendo nuove vie al suo percorso di documentazione e favorisce la credibilità dell’autore stesso, rendendo trasparente il suo metodo e le sue fonti. Il costo della verifica delle informazioni, sempre meno sostenibile perfino laddove dovrebbe essere garantito per prassi professionale, è così di fatto condiviso tra autore e lettore.

E ancora sui tagli dell’informazione online: non componiamo più moduli su un menabò, in rete abbiamo a disposizione tutto lo spazio che serve a una buona storia o a una buona causa. Inoltre ogni articolo continua a vivere anche dopo essere stato pubblicato. Si dice spesso che le notizie sul web debbano essere molto brevi ed essenziali, per venire incontro alla scarsa disponibilità di tempo e attenzione di un lettore frettoloso e distratto. Il più delle volte, il lettore non ha fretta: scappa, perché non trova contenuti all’altezza o perché trova l’ennesima copia di una notizia già letta altrove. È un problema di originalità, profondità e qualità della narrazione, non di lunghezza.

6.

Abbiamo ancora tanto da fare, tanto da inventare, tanto da sbagliare. Dentro e fuori la professione, perché intorno a noi stanno maturando fronti altrettanto interessanti e promettenti, come l’open data, il diritto all’accesso alle informazioni pubbliche, il superamento giuridico del copyright e la libera circolazione della conoscenza. Sono tutte battaglie culturali nelle quali spicca non soltanto l’assenza del contributo attivo della nostra comunità professionale, ma spesso addirittura la diffusa mancanza di consapevolezza. Significa che non siamo soli, che l’intera società è alla ricerca di nuovo senso, di nuove modalità operative, di nuove sintesi della complessità in cui siamo immersi.

È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta cambiando il sistema operativo della società: dalla logica gerarchica delle mediazioni, stiamo passando a un’organizzazione reticolare, particolarmente efficiente perché corrisponde alla conformazione naturale della società e al modo in cui da sempre le persone si interconnettono le une alle altre. È un viaggio al buio che pone sfide  nel contempo angoscianti ed entusiasmanti a tutti noi: a chi governa, a chi informa, ma anche ai cittadini, che vedono un po’ per volta erodersi lo scudo delle deleghe che nella società dei processi di massa giustificava un atteggiamento spesso passivo e distaccato.

Abbiamo affrontato epici viaggi verso l’ignoto, nella storia dell’umanità. I grandi esploratori viaggiavano in assenza di vie consolidate e di destinazioni certe, ma si aggrappavano all’unico punto di riferimento certo e assoluto: le stelle e le costellazioni. Il giornalista oggi si mette in viaggio consapevole che deve spogliarsi di molte sovrastrutture e abitudini rassicuranti, ma ha in sé la certezza a cui aggrapparsi: il metodo giornalistico, basato su accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità. Può cambiare tutto nella professione, ma la sopravvivenza del giornalismo non può che passare attraverso questi tratti costitutivi.

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Che cos’è il fact checking

A Trento, ospiti di Fondazione Ahref, abbiamo passato una bella giornata a discutere di fact checking (#factchecking su Twitter), allargando lo sguardo dal fenomeno mediatico del momento, molto legato al periodo pre-elettorale che stiamo attraversando, alle sfumature giornalistiche, filosofiche, psicologiche e tecnologiche di questa pratica. Ne è venuto fuori un sano e stimolante esercizio di desemplificazione, nella via verso la costruzione di «uno spazio civico dove condividere un metodo», per dirla con le parole usate da Luca De Biase in apertura dei lavori.

Nei prossimi giorni Fondazione Ahref dovrebbe mettere a disposizione il video degli interventi. Io, intanto, come d’abitudine, metto a disposizione le slide del mio, un’introduzione alle principali esperienze italiane e internazionali e al contesto da cui prende avvio, oggi anche nel nostro paese, il fact checking collaborativo in rete.

Aggiornamento, 25 gennaio: sono disponibili le registrazioni video di tutti gli interventi della conferenza.

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Sfogliare Io editore tu rete

Point break, otto ebook sull'editoria digitaleAlla fine del 2011 ho scritto per Apogeo un saggio breve in formato ebook sull’editoria digitale, Io editore tu rete (ne ho parlato a suo tempo). Faceva parte di una collana dedicata agli operatori del settore alle prese con la transizione verso la rete, all’interno della quale sono usciti anche testi di Letizia Sechi (sul passaggio dalla carta agli ebook), Fabio Brivio (sul mestiere dell’editor), Ivan Rachieli (sul linguaggio epub), Federica Dardi (sui social media come opportunità per editori e autori), Ginevra Villa (sugli aspetti contrattuali degli ebook), Nicola Cavalli (sull’editoria universitaria) e Francesco Rigoli (sulla gestione di una libreria digitale).

L’anno scorso gli otto ebook della collana sono stati confezionati anche in un’unica raccolta da 700.000 battute: si intitola Point Break, per mantenere la metafora surfistica che impreziosiva le copertine degli otto saggi (il riferimento è a una citazione di Riccardo Cavallero: non possiamo fermare lo tsunami, possiamo solo comprare una tavola da surf). Ne parlo perché su Google Play, il negozio per dispositivi Android, c’è un’ampia anteprima di Point Break che permette di leggere integramente il primo di otto saggi. Incidentalmente, il mio. E a me fa molto piacere segnalarlo.

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Come stiamo facendo la smart city a Pordenone

Questa è una storia locale, ma la racconto qui perché potrebbe interessare anche chi locale non è. A Pordenone stiamo rifacendo il piano regolatore. Lo stiamo facendo prendendo a riferimento da un lato gli standard internazionali di sostenibilità ambientale e dall’altro considerando la tecnologia come uno strumento al servizio della qualità della vita. L’ennesima smart city, almeno nelle aspirazioni di lungo termine, ma forse un po’ più originale perché capovolta nel processo e strettamente interconnessa agli strumenti di pianificazione del territorio.

Il primo motivo di originalità è che l’amministrazione comunale – con cui in questo progetto collaboro, tanto perché siano chiari i conflitti di interesse di chi scrive – ha deciso di non partire da un’idea specifica di città, la classica direttiva politica che si traduce poi in numero di abitanti attesi nel medio periodo, bensì dalla valutazione preventiva della capacità del suolo cittadino di sopportare la vita e l’operosità del territorio senza compromettere l’ecosistema naturale (i cosiddetti servizi ecosistemici: produzione di cibo, depurazione delle acque, contenimento dei fenomeni legati al clima e via dicendo). Da qui verrà l’indicazione se esistano margini di crescita ulteriore o se, più probabilmente, non sia il caso di fermarsi o addirittura fare qualche consistente passo indietro, fino a considerare la possibilità di negoziare i diritti edificatori pregressi o di ripristinare aree naturali.

Il secondo motivo di originalità è che tutta la fase di analisi che precede la progettazione è stata svolta in gran parte insieme ai cittadini. Da luglio a oggi la città è stata coinvolta in un percorso partecipativo che, attraverso incursioni urbane, convegni, laboratori civici, incontri informali e visite sul territorio, ha mobilitato quasi 500 persone (su una popolazione di 50.000, il proverbiale 1%). Non si è trattato soltanto di animazione e acquisizione di consenso, ma di coprogettazione a tutti gli effetti: dal lavoro collettivo di questi mesi sta emergendo una relazione approfondita (qui una bozza, a giorni sarà disponibile il documento definitivo) contenente le tracce di una visione condivisa della città, della sua identità, delle sue criticità e delle sue aspirazioni.

Questa visione diventerà la base su cui, insieme agli scenari dello studio socio-economico del territorio e al bilancio urbanistico, i progettisti chiamati a redarre il nuovo strumento di pianificazione daranno il loro contributo tecnico (l’incarico è in fase di assegnazione in queste settimane, nonostante qualche interessante complicazione). La partecipazione civica proseguirà fino all’approvazione del nuovo piano regolatore: ogni passaggio chiave sarà condiviso e discusso con la comunità, così come previsto dal bando di gara (a cui stanno partecipando alcuni dei maggiori studi nazionali di pianificazione territoriale).

«La città è un modo di coordinamento, è una piattaforma per le relazioni», diceva Luca De Biase nel corso del convegno inaugurale. Se il piano regolatore seguirà il suo destino tecnico prima e politico poi (l’approvazione definitiva è stimata per la metà del 2014), il 2013 dovrebbe essere anche l’anno decisivo per l’elaborazione di una strategia tecnologica del territorio, che alla fine sempre pianificazione è (e qui mi torna in mente la visione urbanistica degli spazi digitali di Giorgio Jannis). Progettiamo luoghi digitali e favoriamo relazioni sociali nello stesso modo e con gli stessi scopi per cui finora abbiamo aperto strade, arredato piazze e pensato i flussi di persone e beni. «L’intelligenza nell’epoca del web è la condivisione della conoscenza», ci ricordava  a settembre Michele Vianello. La sfida, secondo il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti, assume urgenza particolare di fronte a una crisi che ormai parla di trasformazione, ma è tutt’altro che semplice: «Dobbiamo ricollocare le nostre capacità consolidate in un contesto completamente diverso, perché non perdano valore. Per riuscirci dobbiamo fare salto gigantesco di semplificazione della nostra vita quotidiana. Questo processo ci metterà a nudo, perché tutti dovremo mettere in discussione le nostre abitudini e probabilmente rinunciare a qualcosa».

Se smart è il metodo più che l’obiettivo, la chiave di volta potrebbe essere assecondare le caratteristiche, le predisposizioni e le competenze del luogo. In questo senso il confronto partecipato con i cittadini in questi mesi è un eccellente punto di partenza, da riprendere e approfondire. Remano contro i pesantissimi tagli  di bilancio in corso a tutti i livelli nella pubblica amministrazione, che fanno strage degli sprechi ma anche dei nuclei potenzialmente benigni di innovazione, per contro ho la sensazione che proprio l’impossibilità di procedere a grandi investimenti sarà uno stimolo eccezionale alla creatività diffusa e alla ricerca di soluzioni semplici, economiche e concrete. La città diventa smart se una massa critica di cittadini diventa smart nei comportamenti, nelle pratiche e nelle aspirazioni di ogni giorno. Il che ne fa un’opportunità culturale prima che tecnologica.

Segnalo tutto questo qui e ora perché, qualora qualcuno fosse interessato a conoscere da vicino l’esperienza pordenonese, sabato 15 dicembre è in programma l’evento di presentazione dei primi risultati (a Palazzo Badini, in piazza Cavour, dalle 9 alle 18). Per chi vuole approfondire, il progetto si chiama Pordenone più facile e naturalmente tutto il materiale è condiviso anche online. L’hashtag su Twitter, se qualcuno vuole partecipare alla conversazione, è #pnfacile.

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