Tutti gli articoli di Sergio Maistrello

Appunti europei da Strasburgo

Sono a Strasburgo, dove il gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo ha radunato una ventina di $blogger da tutto il continente per una serie di incontri informali sui temi della rete e della politica europea. Dall’Italia siamo arrivati Antonella e io. È un esperimento per il PPE, ma a quanto dicono è anche la prima volta che da dentro il Parlamento europeo si cerca di costruire una relazione diretta con persone che fanno cose in rete.

Qualche spunto, man mano.


Martedì 25 febbraio

  • Tre aeroporti in sei ore: Venezia, Lione, Strasburgo. Due di questi mettono a disposizione dei passeggeri un accesso wifi gratuito e semplice da utilizzare. Lascio indovinare quali.
  • L’appuntamento è nel tardo pomeriggio in un albergo della periferia sud di Strasburgo. Pur essendo una delle due sedi del Parlamento europeo, la città non è collegata granché bene. Da Venezia ci si arriva con uno scalo, su linea low cost e in una comoda mezza giornata. Ma c’è chi è partito il giorno prima, chi ha fatto più veloce prendendo il treno e chi è sceso dall’aereo a Francoforte e poi ha preso la corriera.
  • Il gruppo è eterogeneo per esperienze, specializzazioni, professioni e familiarità con la politica continentale. Non abbiamo quasi nulla in comune, ma la cittadinanza europea è un potente generatore di contesto: accoglie e favorisce il confronto. Il passaggio da cittadino italiano a cittadino europeo che vive in Italia è sorprendentemente rapido.
  • Viviamo narrazioni insoddisfacenti e costruite su luoghi comuni, stereotipi e notizie frammentarie. Nessun paese è perfetto, tutti idealizziamo le realtà altrui. Parli con un olandese o con uno svedese e gli senti fare discorsi non così diversi da quelli che facciamo in Italia. Certo, se scavi un po’ più a fondo emerge tutta la maggiore concretezza di quelle nazioni nello scendere a patti con le sfide della contemporaneità, ma nessuno ti racconta il paradiso. Per il depresso cittadino italiano è un piccolo incoraggiamento.
  • Rifletto sull’assenza di spazi di costruzione di una narrazione continentale, comune, condivisa. Non ci unisce un solo giornale, sito, fonte, blog di riferimento. Mettiamo insieme frammenti di un racconto frammentatissimo. Le nostre categoria di lettura della cittadinanza europea sono ancora prepotentemente nazionali. La narrazione europea procede per estremi: caterve di documenti per addetti ai lavori oppure la miopia della propaganda locale. Da questo punto di vista internet e i social media sono un’opportunità straordinaria, mi pare di capire ancora poco sfruttati (da noi cittadini, prima ancora che dai funzionari).


Mercoledì 26 febbraio

  • Sono stato nell’emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo, qualche anno dopo essere entrato in quello di Bruxelles. Non sono mai entrato invece a Montecitorio o a Palazzo Madama. Qualcosa vorrà dire, anche se non so ancora bene cosa.
  • Benché probabilmente ancora giustificato da equilibri storici e politici, continua a sembrarmi un enorme spreco di spazio e di risorse la duplicazione delle sedi del Parlamento in due città diverse.
  • Per dire: stamattina a Strasburgo è stato approvato in prima lettura un importante pacchetto di liberalizzazioni in campo ferroviario accompagnato da vivaci polemiche nei giorni scorsi. Curioso, non ne trovo traccia nelle home page italiane.
  • Il fallimento del giornalismo riguardo ai temi europei non è una prerogativa italiana, pare. È un riferimento che in questi giorni ho sentito fare a diversi parlamentari di diverse provenienze. «Dicono che è complicato e per questo non ne parlano», sintetizzava stamattina uno dei vicepresidenti del Partito Popolare che si è intrattenuto con noi.
  • Noi italiani naturalmente aggiungiamo complessità alla complessità, grazie alle ripercussioni del frammentato e dinamico arco parlamentare italiano. Nella delegazione italiana del Partito Popolare Europeo, per esempio, convivono quattro anime (Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia e Udc) che non solo non trovano sintesi nel contesto continentale, ma al contrario costringono ad assetti variabili in funzione delle liti contingenti. Come disperdere influenza ed efficacia.
  • Nella mia leggerezza davo tutto sommato per scontata, anche soltanto nel lunghissimo periodo, una naturale convergenza dei governi nazionali verso «una più perfetta unione». Gli Stati Uniti d’Europa, insomma. Al contrario, mi rendo conto che il dibattito tra Europa come soggetto unico ed Europa delle nazioni e dei trattati è ancora vivacissimo e molto lontano dall’essere superato. Anche all’interno degli stessi partiti. Sarà forse che per noi italiani è più semplice pensare di rinunciare alla vetusta e inadeguata classe dirigente.
  • «Serve una pazienza geologica» (Alain Lamassoure)
  • Nel pomeriggio siamo stati protagonisti di un curioso “speed-dating” tra $blogger e Meps. Sono sempre più sensibile alla condivisione delle storie individuali/locali come veicolo di innovazione sociale e culturale, è stato un momento sorprendentemente stimolante.
  • Possono i social media contribuire alla comprensione del funzionamento delle istituzioni europee e delle opportunità collegate, ho chiesto a diversi membri del Parlamento. Certo, mi spiegava la settantacinquenne Cristina Gutiérrez-Cortinez, facendomi vedere le foto dei risultati delle votazioni di stamattina subito rilanciate in rete; ma questo è un ambiente molto gerarchico, che deve appena essere investito dalle logiche operative della rete. (Mio link mentale all’intervento di Jon Worth su questi temi a State of the Net 2013).
  • Le competenze sono la chiave, mi spiega Giovanni La Via, attivo eurodeputato siciliano della delegazione Ncd, entrato in Parlamento dopo aver lavorato diversi anni come consulente. Ci vuole tempo per entrare nelle logiche, bisogna essere esperti delle materie per poter incidere. In Germania il listino elettorale garantisce i più preparati. In Italia dominano altre logiche, da cui le celebri assenze di leader distratti da beghe romane e i lunghi apprendistati che disperdono energie e tempo.
  • La legislatura è agli sgoccioli, a maggio si vota. Il timore che la prossima legislatura sia dominata dai crescenti populismi nazionali, allungando il percorso dell’Unione europea verso l’efficienza, si respira nell’aria.
  • Mi portavo dall’Italia la sensazione che rispetto all’Europa stessimo sprecando un’occasione. Come se ne avessimo tante. Esco da questa giornata convinto che lo spreco sia di dimensioni epocali, benché forse più equamente distribuito di quanto mi aspettassi.
  • Un’interessante iniziativa a sostegno dei digital rights in vista delle elezioni di maggio, segnalata da Antonella: WePromise.eu

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Davanti al computer con Giorgio

giorgio_macbookQualche giorno fa mio figlio Giorgio, che ha sette anni e va in seconda elementare, è tornato a casa eccitato perché a scuola era stato nell’aula di informatica e la maestra gli aveva spiegato che cos’è, com’è fatto e da dove viene il computer. L’hanno presa un po’ classica – unità centrale, tastiera, mouse, schermo, stampante, videoscrittura – ma ha fatto subito breccia nella sua immaginazione.

Giorgio mi ha sempre visto lavorare su computer, tablet e smartphone, ma finora non ha manifestato in modo evidente i comportamenti precoci che si è soliti attribuire ai nativi digitali. Il suo unico interesse ricorrente sono stati i giochi e le applicazioni ludiche dell’iPhone di sua madre, quando sta con i suoi amici e perché li vede usare ai suoi amici. Io finora non ho promosso alcuna interazione con questi strumenti che non nascesse da una sua richiesta e dal suo percorso di scoperta del mondo.

Quel giorno Giorgio ha unito vari puntini isolati negli anni e ha capito che il pc di suo padre e di suo nonno gli potevano servire, oltre che per vedere cartoni animati a richiesta, per fare delle cose. Per creare lui, prima che per godere delle creazioni altrui. Così quello stesso pomeriggio ha scritto frasi, ha stampato su carta e poi ha mostrato orgoglioso a tutti il risultato. Visto l’improvviso entusiasmo, nei giorni seguenti gli ho proposto di continuare i suoi esperimenti su un vecchio iBook che non ero mai riuscito a dare via e che stava vivendo la sua obsolescenza programmata nell’imballo originale. In un certo senso lo tenevo lì per lui, e lui ne è stato felice.

Dopo aver preso le misure, Giorgio si è chiesto che cosa poteva farne, che cosa poteva scrivere. Gli ho suggerito che invece di scrivere qualcosa, poteva scrivere a qualcuno. Anzi, poiché gli era appena nata l’urgenza di chiedere un’informazione a una persona che non avrebbe incontrato presto di persona, gli ho spiegato che poteva mandargli un messaggio di posta elettronica. La prospettiva l’ha ulteriormente appassionato e in un paio d’ore aveva il suo primo indirizzo email, la prima password da ricordare e un messaggio nella casella della posta inviata. È stato un gran pomeriggio, altroché. Che è proseguito, nei ritagli di tempo dei giorni seguenti, e ha generato nuove conversazioni in rete con amici e parenti lontani.

Riflettevo stasera su quello che sto facendo con Giorgio. Cercavo di guardare questa esperienza con gli occhi di un settenne e di provare a decodificare l’affastellamento di stimoli, le azioni che gli venivano semplici e quelle che invece lo mettevano in difficoltà. Mettevo in discussione la piega che ha preso per me l’accompagnarlo in questa scoperta. Per noi è stato così diverso, ci siamo cresciuti dentro poco alla volta, molto lentamente. Per loro lo stato dell’arte sono aggeggi che stanno in tasca, che si toccano e che hanno imparato a nascondere buona parte della loro complessità, facendoti fare cose complicate senza preoccuparti di che cosa succede sotto quello schermo. Discussioni che, tra genitori nerd, abbiamo già fatto molte volte, esaminandone i pro e i contro.

Alla fine ho capito che stavo impostando male il mio ragionamento. Perché, più o meno consapevolmente, io non stavo già più insegnando a mio figlio a usare il computer. A capire come funziona il computer. Quello verrà da sé, un po’ per volta, assecondando curiosità e opportunità, con me o a scuola o con gli amici geek. In realtà in questi giorni noi due stiamo già facendo tutt’altro: stiamo imparando insieme a costruire e ad estendere la sua rete di relazioni, solo in un modo diverso da quelli che già conosceva. Non lo strumento, ma l’azione sociale. Non tecnologia, ma cultura e umanità. Non il computer: le relazioni.

Che poi è lo stesso scarto mentale che è chiamata a fare la nostra società, e intorno al quale s’è aggrovigliato in questi anni il mio lavoro. Solo che questa sera, grazie a Giorgio, ci sono arrivato attraverso un sentiero nuovo.

 

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Il giornalismo è un servizio alla comunità

La miglior definizione di giornalismo, per come lo avverto, lo vivo e provo a raccontarlo in questi anni di transizione:

Journalism is not content. It is not a noun. It need not be a profession or an industry. It is not the province of a guild. It is not a scarcity to be controlled. It no longer happens in newsrooms. It is no longer confined to narrative form.

So then what the hell is journalism?

It is a service. It is a service whose end, again, is an informed public. For my entrepreneurial journalism students, I give them a broad umbrella of a definition: Journalism helps communities organize their knowledge so they can better organize themselves.

Jeff Jarvis, There are no journalists

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Tutto State of the Net 2013


Quest’anno State of the Net è stata un’esperienza così intensa che non ne ho nemmeno lasciato traccia qui, ancora. Lo faccio oggi che tutti gli interventi possono essere rivisti integralmente. Per appuntarmi soprattutto  la sensazione di arricchimento e di crescita umana e professionale che quest’avventura, nata quasi per caso più di cinque anni fa, mi sta regalando anno dopo anno. Grazie a tutti coloro che hanno dato un’anima a SotN13.

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Appunti da IJF 2013

Mi porto a casa dai cinque giorni del festival del giornalismo di Perugia due sensazioni forti. La prima è che nel corso di un anno sia aumentata esponenzialmente la consapevolezza della profondità del cambiamento in atto, e che tuttavia a tale consapevolezza non corrisponda ancora alcun progresso sostanziale nelle forme e nelle pratiche del giornalismo (italiano). Sembra sempre tutto uguale a se stesso, pur non essendo affatto uguale: chi sta provando a innovare non ha le risorse per farlo in modo significativo, chi ha le risorse non ha il coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Il nodo restano gli editori e le strategie di riconversione di un’industria che non può più essere industria. In questo senso il festival di Perugia è destinato per ora a essere il nostro giorno della marmotta professionale, ironizzava qualcuno ieri.

La seconda: nella sensibilità media del giornalista italiano mi pare resti intatto l’apartheid funzionale che separa i giornalisti dai cittadini, questi ultimi considerati ancora pubblico, lettori, utenti. Si rivendica, a ragione, il professionismo nell’approccio all’informazione, ma si coglie a stento la conseguenza della rete nella genesi e nella vita della notizia. I giornalisti, perfino le leve più giovani, si considerano ancora parte di un’entità a sé che immette informazione nella rete, non parte attiva della rete. Sembra una differenza da poco, è invece il nodo della questione: non ci sarà giornalismo se non in mezzo alle persone, con le persone, in quanto persone. Non cambia soltanto la distribuzione, ma il processo nel suo complesso. E in profondità. Il giornalismo rinasce e prospera soltanto se torna a essere sistema nervoso della società, non soltanto il suo specchio.

Per chi non c’era, ma anche per chi c’era e come me ha dovuto fare scelte sofferte tra le decine di appuntamenti simultanei, segnalo le centinaia di ore di registrazione già disponibili su YouTube. Per iniziare, consiglio vivamente a chiunque sia interessato agli studi di rete la bellissima discussione tra Antonio Spadaro, Paul Tighe, Luca De Biase e Mario Tedeschini Lalli sul rapporto tra teologia e rivoluzione digitale, che ha offerto chiavi di lettura per nulla scontate e decisamente stimolanti sulla società in rete, sull’umanità condivisa e sul rapporto tra organizzazioni complesse e dinamiche di rete.

(E un grazie speciale ad Arianna Ciccone e Chris Potter, che insieme a tutti i volontari del festival mettono in piedi ogni anno una cosa bella e rara, in Italia.)

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Al festival del giornalismo di Perugia

Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:

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Fact checking, una visione d’insieme

Sta uscendo in questi giorni nelle principali librerie digitali il mio nuovo ebook dedicato al fact checking. Il fact checking non è altro che la verifica puntigliosa dei fatti, un rinforzo al metodo giornalistico, messo a punto negli Stati Uniti intorno al 1920 per migliorare l’accuratezza dei  prodotti editoriali e poi progressivamente abbandonato nelle case editrici. Oggi il fact checking torna di attualità grazie alla moltiplicazione di servizi indipendenti specializzati nella verifica delle affermazioni dei politici (come Politifact in America o Pagella Politica in Italia), ma è interessante, e per questo me ne sono appassionato, soprattutto come proposta di metodo diffuso e collaborativo nel fragile ecosistema della rete, frontiera su cui una piattaforma come Factchecking di Fondazione Ahref è all’avanguardia.

Il libro fa parte della nuova collana digitale Sushi di Apogeo, dentro la quale si trovano anche titoli tra gli altri di Daniele Chieffi, Antonella Napolitano, Marco Massarotto, Alessandra Farabegoli. Il mio libro, in particolare, è disponibile in versione epub senza alcuna forma di Digital Right Management (nemmeno social Drm, per intenderci). Significa che può essere caricato sul proprio lettore digitale o prestato agli amici senza restrizioni particolari (discorso che non vale nel caso di Amazon/Kindle, Apple/iBooks e Mondadori/Kobo, perché le loro politiche commerciali impongono restrizioni alla circolazione).

Di seguito l’introduzione del libro, per mettere a fuoco l’argomento.

 

Quella del fact checking è una storia americana che arriva in Italia sull’onda del successo di alcuni servizi web specializzati nel fare le pulci alle dichiarazioni dei politici. È una storia americana perché connaturata a una concezione del giornalismo molto più tecnica della nostra e a un’industria dell’informazione assai più strutturata e parcellizzata nelle sue funzioni di quanto mai sarà dalle nostre parti. Per una questione di dimensioni del mercato, banalmente.

Il fact checking racconta dell’espulsione da quell’industria del sovrappiù di procedure di controllo della qualità che faceva la differenza, ma costava troppo, e del suo rientrare in gioco prepotentemente sotto forma di servizi indipendenti a valle del processo, grazie a Internet. È dunque la storia di una rovina e di una possibile rinascita nella qualità del servizio che i giornalisti prestano alla società. Come tale non è più soltanto una storia di rilevanza americana, ma ha una portata universale.

Fact checking sta per verificare i fatti. Dicono spesso: e allora non potevi dirlo in italiano? Ma è talmente scontata e apparentemente anonima, come pratica, che se non le dai nemmeno quella sovrastruttura linguistica sembra tu stia parlando di nulla. Perché verificare i fatti è un’attività editoriale connaturata al metodo giornalistico. Di più: ne è costitutiva. Il giornalista cerca le notizie e verifica i fatti e, soltanto dopo che ha trovato abbastanza fonti attendibili, la racconta. Fin qui la teoria. Non deve essere stato sempre così semplice, se guardiamo alla qualità dell’informazione degli ultimi decenni. Di certo non è facile oggi, che la sfera pubblica si va arricchendo di milioni di voci spontanee e incontrollabili.

Ma proprio questo è il passaggio chiave, per cui è più che mai opportuno approfondire che cosa è stato e che cosa può diventare il fact checking. Con la Rete, com’è ormai evidente, salta ogni filtro editoriale all’origine dei contenuti e tutto diventa disponibile subito e ovunque, per il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte nel mondo, ha ritenuto opportuno che così fosse. Il meccanismo del filtro, su Internet, opera a posteriori ed è diffuso, collaborativo, imperfetto e creativo. I giornalisti possono essere ancora utili nell’affiancare e rinforzare questo filtro con l’esperienza della loro professione, ma serve soprattutto che il loro metodo, a cominciare proprio dalla verifica dei fatti, contagi i milioni di nuovi artigiani dell’informazione ed elevi la qualità del loro contributo alla comunità.

Nel Capitolo 1 ricostruiremo la storia e le caratteristiche del fact checking classico, come è stato in principio e fino all’altro ieri. Nel Capitolo 2 capiremo che fine ha fatto il fact checking dopo essere stato espulso dalla maggior parte dei grandi gruppi editoriali e quali forme indipendenti e innovative abbia assunto. Nel Capitolo 3 inseguiremo il fact checking in Paesi e in situazioni meno scontati. Nel Capitolo 4 scopriremo che cosa succede quando il fact checking cessa di essere soltanto una questione tra giornalisti e comincia ad attingere alle competenze delle persone e a servire l’intelligenza collettiva interconnessa. Nel Capitolo 5 faremo il punto sulla situazione italiana, al termine di una campagna elettorale che ha risvegliato un’insospettabile voglia di fatti. In conclusione rifletteremo sulla possibilità che la parabola del fact checking, nel suo incontro con l’ecosistema caotico e fecondo della Rete, diventi veicolo per un metodo condiviso e suggerisca un inedito ribaltamento di ruoli tra gli attori del processo di comunicazione.

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Verso State of the Net 2013

Stiamo lavorando per la nuova edizione di State of the Net, la conferenza internazionale sullo stato della rete che ho l’onore di organizzare insieme a Beniamino Pagliaro e Paolo Valdemarin. L’edizione 2013 si terrà ancora a Trieste il 31 maggio 1° giugno prossimi. Sabato scorso ci siamo incontrati con il comitato promotore, un gruppo di persone straordinarie per esperienza e dedizione, per definire il programma e visitare la nuova sede (il Molo IV, affacciato su piazza Unità e sul golfo di Trieste).

Le registrazioni alla conferenza sono già aperte e gratuite.

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Automanifesto politico di un cittadino qualunque

Io, cittadino italiano, ridestato dall’assopimento delle deleghe necessarie e delle mediazioni imprescindibili, pungolato da un reticolo di stimoli ipertestuali sempre a portata di dita, riprendo possesso del ruolo che mi spetta nella società. Torno a essere l’azionista di minoranza delle decisioni comuni che avrei sempre dovuto essere, scusandomi con i miei concittadini per l’assenza prolungata. Non addurrò a scusa il fatto che nel frattempo nessuno me l’abbia ricordato o l’abbia preteso: ho letto fin da bambino la Costituzione, sapevo bene quali fossero i miei diritti e quali i miei doveri.

Poiché ero assopito, prima di prendere posizione o giudicare le posizioni degli altri mi concedo il tempo di ricostruire e di decodificare. Mi impegno a identificare gli interlocutori e a fare domande. Mi aspetto collaborazione: se faccio le domande sbagliate mi piacerebbe essere corretto, non umiliato o ignorato. Comprendo che non tutte le domande hanno una sola risposta e che a ogni risposta corrispondono contesti complessi, tenuti insieme da legami di coerenza spesso faticosi da riconoscere. Inseguo un metodo che permetta a me e ai miei concittadini di condividere gli sforzi in modo efficace, pur garantendo a ciascuno le opinioni frutto degli sguardi e delle storie personali.

Mi considero nodo attivo in una rete aperta, dedita all’esplorazione della conoscenza e alla sintesi civica: poiché le mie scelte influenzano altri nodi, mi impegno a esercitare in modo responsabile le mie prerogative di discernimento. Evito di mettere la mia faccia e il mio nome accanto a cause e a tesi rispetto alle quali non abbia referenze certe o non sia in grado di risalire a fonti affidabili. Sono cosciente che l’attenzione collettiva è una risorsa scarsa, dunque investo le occasioni di ascolto che i miei pari mi concedono su azioni in positivo, tese a valorizzare contenuti utili o interessanti, più che in negativo, accontentandomi di moltiplicare il biasimo attorno a ciò che non condivido o reputo sbagliato.

Diffido delle verità ottenute in modo troppo semplice e dalle tesi che fanno leva sulle emozioni, dunque dubito di chiunque si rivolga a me con tono paternalistico o giudizi definitivi. Sono consapevole che la mia ignoranza e la mia superficialità fanno gola a chi costruisce consenso manipolando il prossimo, per questo sento il dovere sociale di ridurle al minimo. Chiedo alle istituzioni di farsi garanti di questo percorso, facilitando l’accesso alle informazioni rilevanti e custodendo memoria storica condivisa. Metto a disposizione le mie competenze e le mie specializzazioni, convito che, se ognuno facesse lo stesso nel proprio campo, tutti insieme potremmo fare un balzo di consapevolezza nell’affrontare la complessità.

Artefice del mio destino, riconosco i miei leader naturali in coloro che dimostrano di saper mettere a sistema questi processi, attingendo in modo efficiente alle energie di tutti e operando sintesi rapide, adeguate alla velocità delle sollecitazioni che interessano la società. A loro assicuro attenzione e collaborazione, non più deleghe assopite.

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