Tutti gli articoli di Sergio Maistrello

Il punto sull’integrazione carta-web in Italia

Nei giorni scorsi è uscita la prima relazione del gruppo di lavoro sull’evoluzione della professione istituito dall’Ordine dei giornalisti. Quadro aggiornato sull’integrazione carta-web nell’informazione italiana, questa raccolta di appunti è  interessante perché raccoglie in modo sintetico molte testimonianze di prima mano, in un viaggio nelle redazioni italiane che copre a campione le testate tradizionali, quelle native digitali, le agenzie e i service di nuova generazione.

A margine del rapporto compaiono alcune interviste a esperti del settore, tra cui Giovanni Boccia Artieri («Non credo che le informazioni stiano su Twitter, solo che su Twitter abbiamo la sensazione di vederle emergere mentre su Facebook hanno senso se e perché finiscono nel flusso dell’utente»), Mafe De Baggis («È cambiata la società intera ed è cambiata più per la pillola anticoncezionale e i voli low cost che per il digitale»), Luca Conti e Stefano Quintarelli. Pier Luca Santoro ha raccolto anche la mia opinione, che riporto qui per tenerne traccia.

 

Qual è l’impatto dei media digitali sul giornalismo?

Dal punto di vista del metodo nessuno: il giornalismo resta quello che è sempre stato, una funzione vitale per la società che continua ad adeguarsi nei decenni a canali e grammatiche differenti. Cambiano le pratiche, i ruoli operativi, i modelli di business, ma il giornalismo resta e resta se stesso. I media digitali stanno promuovendo soprattutto un sano ritorno all’artigianato, dopo trent’anni di esasperazioni industriali.

Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale?

Un grande alleato. Posto che fatico sempre più a distinguere un’informazione fatta da professionisti e un’informazione fatta da non professionisti. Tutti fanno informazione, secondo diversi livelli di qualità, precisione e indipendenza. L’aspetto professionale subentra a un diverso livello, nella capacità e nella continuità del professionista di andare a fondo nelle questioni e assistere il filtro comunitario diffuso della rete a far emergere il meglio, i dati di fatto, le notizie verificate.

La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologica e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante?

La dote più importante è tenersi aggiornati e continuare a studiare con curiosità: una duttilità alla formazione personale permanente, la voglia di sporcarsi le mani, di imparare sbagliando. Non sono materie stabilizzate, evolvono in continuazione. Sono create in continuazione e in modo collaborativo dalle persone che le studiano. La formazione professionale può essere soltanto scintilla, poi il fuoco va tenuto acceso con i propri mezzi e la propria costanza. Le specializzazioni passano e passeranno in fretta, si caleranno naturalmente nella professionalità che verrà data per scontata in un addetto professionale all’informazione, come oggi sono scontate la videoscrittura, la pubblicazione in internet o la comunicazione via email.

Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti?

La curiosità, la capacità di andare a fondo nelle questioni trattate, una certa predisposizione alle relazioni e, sempre più, specializzazione.

È il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori?

È un problema di business, che siamo lontani dal risolvere perché continuiamo ad applicare schemi mentali e processi editoriali che appartengono a media precedenti. È necessario abbandonarsi ai processi – semplici, ma controintuitivi – della rete per capire fino in fondo la rete, per comprendere i meccanismi di produzione del valore e immaginare come trasformarli in rendita economica.

È il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra?

È la non comprensione della struttura di base e dei meccanismi della rete.

Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista?

In realtà dal mio punto di vista è un unico grande canale, in cui circolano come liquidi frammenti di informazione liberi di ricombinarsi secondo necessità e priorità individuali. I social network accelerano la scomposizione dell’informazione in frammenti e massimizzano il processo creativo individuale nel ricombinarli. Ma di per sé non cambiano né il giornalismo in sé né il mestiere di giornalista. Cambiano i formati, le logiche operative, le grammatiche, il ruolo in relazione alla comunità delle persone interconnesse.

Dovendo fare una previsione, quale scenario per l’informazione italiana?

Continuerà a sbagliare a lungo. Poi forse un giorno uno dei maggiori giornali online si affrancherà dalla tirannia insensata delle metriche quantitative e aprirà una fase nuova. Patiremo sempre, però, l’ appartenenza a un’ enclave linguistica di dimensioni molto contenute, incapace di connettersi alle grandi conversazioni internazionali, di arricchirsene e di contribuirvi.

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Personal Democracy Forum in Italia, lunedì

Il Personal Democracy Forum è la più importante conferenza dedicata all’impatto della tecnologia sulla politica e sulle forme di governo. È nata nel 2004 negli Stati Uniti e  da allora – attraverso conferenze, seminari e contenuti online – ha raccolto una comunità di innovatori e attivisti sempre più vasta e internazionale. Un osservatorio preziosissimo, per chi si interessa di democrazia emergente, di partecipazione e di innovazione sociale.

In passato io sono stato al Personal Democracy Forum di New York nel 2008 (appunti: 1, 2) e alla prima edizione del Personal Democracy Forum Europe a Barcellona nel 2009 (appunti: 1, 2).

Lunedì all’Auditorium della Musica di Roma si tiene la prima edizione del Personal Democracy Forum Italia, nell’ambito della colossale Maker Fair organizzata da Riccardo Luna e Massimo Banzi. Sarà un’occasione per connettere le più interessanti esperienze italiane di politica e cittadinanza digitale con i dibattiti internazionali sull’argomento (e viceversa). Ci si può ancora iscrivere gratuitamente su Eventbrite. Il programma è densissimo, ricco di presenze internazionali e ruota intorno alle sfide della società dei dati. Ci sono anch’io, immeritatamente: modero un bellissimo panel dedicato agli strumenti per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Come scrive Antonella Napolitano, editor europeo di Personal Democracy Media, curatrice della conferenza e (soprattutto) amica e guida nell’esplorazione delle implicazioni civiche della rete:

Spero che chi verrà abbia semplicemente la stessa esperienza che ne ho io: spalancare gli occhi, la testa, aver davvero bisogno delle pause per elaborare, aver voglia di andare a parlare con quello speaker o chiacchierare col vicino di quel che si ha appena sentito, pensare più volte “ecco, voglio fare questo/potrei fare questo/farò questo”. [leggi tutto]

L’hashtag è #PDFIitaly.

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Quando le periferie della rete si popolarono

Giovedì mattina a Pordenonelegge dovevo moderare un incontro sulla democrazia digitale di cui era protagonista Fabio Chiusi. Come avviene di solito nei festival, fuori dalla sala c’era un banchetto con in vendita i libri degli autori. Mi aspettavo di trovare Giornalismo e nuovi media, l’ultimo dei miei libri stampati su carta. Invece c’era La parte abitata della rete, forse il testo a cui sono più affezionato, uscito nel 2007. Strano, dico al libraio, lo sapevo ormai introvabile.  Strana anche la copertina, insisto, d’un cartoncino lucido e leggero che non ricordavo. È toccato al colophon dirmi la novità: il libro è andato in ristampa, la seconda, proprio in queste settimane. Si vede che non si usa più avvertire l’autore.

La notizia mi ha da un lato inquietato (dopo sette anni che cos’avrà mai da dire un libro che parla della rete avanti Facebook, se non testimoniarne la preistoria?) e dall’altro emozionato (dopo sette anni dalla pubblicazione è ancora tra i piedi, quel dannato libretto!). Ancor più emozionante è stato leggere su Facebook, dove d’istinto ho condiviso la mia sorpresa, i commenti di chi a suo tempo l’aveva apprezzato. Qui, per festeggiare, le prime pagine di La parte abitata della rete.

§

Ho preso la residenza nella parte abitata di Internet per la prima volta nel 1996, al 6272 del lungocosta di SouthBeach, dentro Geocities. Geocities era un servizio che permetteva di aprire pagine Web amatoriali, uno dei primi dedicati a quanti entravano nel Web con la velleità di costruire un ambiente in cui tutti erano nello stesso tempo autori e lettori di contenuti. A metà degli anni ’90, Geocities era diviso in città e in vicinati: il mio aveva la fama di un luogo dove ritrovarsi e chiacchierare senza impegno, ma c’erano quartieri per gli hobby e gli interessi più in voga: dalla politica (Capitol Hill) alle scienze (Cape Canaveral), dalla musica classica (Vienna) agli stili di vita alternativi (West Hollywood), dalle collezioni di fumetti giapponesi (Tokio) agli sport estremi (Pipeline), e perfino un parco giochi riservato ai bambini (Enchanted Forest).

Geocities riproduceva sull’allora giovanissimo World Wide Web alcune metafore di tipo geografico e sociale legate alla vita reale. Oggi potremmo definirle ingenue, se non tenessimo conto del fatto che dieci anni fa Internet era un ambiente nuovo e sconosciuto, quanto meno al di fuori dei circoli accademici e scientifici. L’analogia con la realtà era un primo, efficace strumento per esplorarlo: ogni vicinato era composto da una strada che collegava tra loro le costruzioni, a ciascuna delle quali corrispondeva la pagina personale di un iscritto identificata da un numero civico progressivo. Le villette di Geocities erano punti di presenza dei pionieri della Rete e il primo tentativo, necessariamente immaturo, di mettere in connessione i contenuti di tutti attraverso contesti arbitrari e tuttavia intuitivi.

Nel 1998 i fornitori di accesso a Internet gettavano le fondamenta di quelle che sarebbero diventate le prime città di Internet. Erano posti strani, con tante vie d’entrata, ma pochi modi per andarsene. Ti invitavano a trasferirti da loro regalandoti un po’ più di spazio, laddove le esigenze crescevano e il mercato degli affitti andava rincarando. Accettai, abbandonando a malincuore Geocities, che dal canto suo cominciava a trasformarsi lentamente in qualcosa di più asettico e funzionale agli interessi dei neonati portali. Il mio domicilio, che ospitava una breve biografia e qualche dettaglio sui miei hobby, diventò una sequenza di lettere poco affascinante e imposta dal provider (space.tin.it/io/smaistr), in cui – dato un nome-utente poco leggibile, definito automaticamente dal sistema – si poteva scegliere soltanto la sottocategoria che avrebbe suggerito al visitatore il taglio del sito: viaggi, arte, salute eccetera. Non trovandomi a mio agio in nessuna classificazione a priori, scelsi la più generica e personale: io.

Dalla finestra di quel monolocale piccolo e poco ospitale ho visto passare una dopo l’altra le tempeste di quel periodo di follia collettiva passato alla storia come new economy: buona parte dell’architettura autoctona del Web – fatta di esperimenti, di presenze individuali e di connessioni ancora molto simili a quelle sperimentate nelle Bbs – venne travolta dalle nuove metropoli dei contenuti commerciali e industriali, che attiravano
le energie migliori e dimenticavano la vocazione più autentica di Internet. Portali e comunità virtuali creati a tavolino per ottimizzare i costi e massimizzare il numero di accessi imponevano sensibilità e strutture mutuate dal mondo dei mezzi di comunicazione di massa. Ogni muro disponibile veniva riempito di marchi e cartelloni pubblicitari. Si stava costruendo la nuova televisione: altrettanto generalista, livellata verso il basso e passiva di quella tradizionale, sebbene il telecomando fosse più complicato. Doveva far ricchi tutti, Internet, e per alcuni anni andò davvero così. Ma non durò a lungo, e lasciò dietro di sé pessimismo e crisi di creatività, insieme all’idea che per fare qualcosa di buono sarebbero serviti comunque tanti soldi.

A partire dal 2000 si sparse la voce che, lontano da queste metropoli sempre più depresse, le periferie si andavano popolando. Rustici di campagna e villini in collina venivano resi interessanti da una tecnologia che permetteva a chiunque di metter su pareti e mobilio senza la necessità di ricorrere ad architetti, ingegneri, arredatori, muratori e carpentieri. Erano gli embrioni di ciò che oggi chiamiamo
weblog, sistemi di pubblicazione personale economici in virtù dei quali l’autore non ha più necessità di perdere tempo a comprendere la tecnologia, ma può concentrarsi sui contenuti. Racconta Eloisa Di Rocco:

Era il classico quartiere dove non ci si viene a fare niente, il quartiere che ha senso solo per chi ci abita. Che non ha nessun secondo fine se non quello di essere usato per il suo scopo. […] Il quartiere che nessuna guida turistica, nessun quotidiano fuori dalla pagina di cronaca, nessun giornaletto alternativo stampato su carta riciclata e distribuito gratis nella metropolitana nomina mai. Lì c’è solo gente comune che vive. Esce, va al supermercato, si ferma ai semafori, parcheggia in garage, compra i fiori all’angolo, va alla scuola di fronte, prende l’autobus sulla via grande, si incontra al bar, sul muretto, sulla piazzetta. In un quartiere così ci capitano tutti per caso.

Divenne un’alternativa sempre più concreta rispetto alle esasperazioni commerciali di Internet, il luogo della rifondazione di ideali originari di libertà, creatività, condivisione e collaborazione. Un numero inaspettato di persone ci si stabilì in via definitiva, rimboccandosi le maniche per alimentare uno straordinario quanto
improvvisato esperimento di ingegneria sociale mediato dalla rete di comunicazione. Io ci sono capitato diverse volte per lavoro, per studiare quello che stava succedendo e raccontarlo in città: nel 2003 ero ormai talmente affascinato da quanto vedevo che mi ci sono trasferito a mia volta. Vinte le ultime diffidenze da artigiano del web, che ama costruire a mano le pagine dominando quel poco di codice Html conosciuto, ho colonizzato un indirizzo che ora porta il mio nome (www.sergiomaistrello.it) e che da allora raccoglie quanto di più significativo concerne la mia vita personale e lavorativa. Ogni pagina di questo libro nasce da ciò che è successo in seguito e da ciò che ho imparato come cittadino di quel quartiere appena fuori città.

[Tratto da La parte abitata della rete, Tecniche Nuove, 2007]

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State of Me 2014

comfort zone
Jessica Hagy, How to be interesting

Abbiamo archiviato un’altra edizione di State of the Net, la quarta.

Il giorno dopo è sempre un guazzabuglio di stanchezza, emozioni e stimoli da elaborare. Quello che è andato da manuale e quello che è riuscito meno convincente, gli apprezzamenti inaspettati e le critiche sempre benvenute. Ci saranno giorni deputati ai bilanci e ai progetti per il futuro, altrove. Qui vorrei invece tenere memoria di una sensazione, oggi più che mai forte.

State of the Net è l’esperienza professionale di gran lunga più complessa e stimolante che mi sia capitata finora. È la mia asticella: ogni anno sale, sempre più in alto e sempre più velocemente di quanto io sia realmente pronto a saltare. È una sfida che mi porta in continuazione lontano dalla mia comfort zone e che fa succedere cose. A volte il salto riesce al primo colpo, più spesso atterri malamente, quando proprio non travolgi l’asta nel tentativo. Ma è nel volo che capisci che solo in quel punto lì, scoordinato e affannato, potevi incontrare l’intuizione e la determinazione necessarie per evolvere.

Per questo senso di scomodità e di ebbrezza insieme io sono oltremodo grato. E, tra i tanti con cui sono in debito, sono grato in particolare ai miei compagni di viaggio Beniamino e a Paolo, di cui ogni anno vado più orgoglioso.

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Digital Day in Friuli Venezia Giulia

La regione in cui vivo, il Friuli Venezia Giulia, è la prima a sperimentare le ricette per la digitalizzazione di imprese, pubbliche amministrazioni, scuole e cittadini proposte da Go on Italia. Il merito va soprattutto a Riccardo Luna, che ha avviato la collaborazione con Debora Serracchiani, e a quella banda di generosi e appassionati innovatori chiamata Wikitalia. In regione il motore infaticabile è Simone Puksic, che come anima del Distretto delle Tecnologie Digitali di Udine ha già dimostrato di saper tessere reti in modo sano e lungimirante.

Go on Friuli Venezia Giulia parte ufficialmente domani, 5 maggio, con un Digital Day che accenderà scintille di innovazione in oltre 100 sedi delle quattro province dall’alba al tramonto. Tutte le realtà regionali legate alla rete e al digitale sono in qualche modo coinvolte.

Al #DDayFVG naturalmente partecipiamo anche noi di State of the Net, organizzando un incontro sugli open data come leva culturale ed economica per il territorio a cui prenderanno parte Alberto Cottica, Giovanni Menduni, Maurizio Napolitano, Ernesto Belisario e Matteo Brunati. L’assessore regionale Paolo Panontin verrà a presentare in anteprima legge e portale open data del Friuli Venezia Giulia. Se tutto va bene, ci sarà anche una diretta web dalla sala consiliare del Comune di Pordenone, dove inizieremo alle 9.

Nel pomeriggio alle 17 io sarò a Maniago, ospite dell’assessore comunale Cristina Querin con Livio Martinuzzi e Marco Grollo, per parlare di comunità emergenti che intessono reti intorno alle proprie competenze e unicità (e del perché, secondo me, la pubblica amministrazione dovrebbe farsi garante di questo passaggio culturale).

Vedi tutti i 100 e passa eventi in programma il 5 maggio in Friuli Venezia Giulia e un dettaglio sugli incontri previsti a Pordenone.

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Le voci digitali dell’inchiesta

ok 70x100 VOCI INCHIESTA 2014Tra gli innumerevoli eventi che caratterizzano in questi anni Pordenone, città spesso beatamente inconsapevole del tesoro di esperienze e competenze su cui è seduta, c’è Le Voci dell’Inchiesta. Nato da un’ispirazione cinematografica nella culla di Cinemazero (il cineclub che, tra le altre cose, ospita anche il principale evento al mondo dedicato al cinema muto) e animato dalla sensibilità accademica di Marco Rossitti, il festival sta aggregando anno dopo anno temi e personaggi di primo piano nel dibattito sul giornalismo di qualità. Storicamente più incline alla retrospettiva (quest’anno Andrea Barbato e Adriano Olivetti, tra gli altri) e all’anteprima di documentari e inchieste d’annata (The Human Experiment, Narco cultura, Soul Food Stories per cominciare), quest’anno Le Voci dell’Inchiesta rivolge per la prima volta uno sguardo strutturato anche alle questioni legate al giornalismo in(torno alla) rete. Segnalo qui per affinità di temi e perché direttamente coinvolto questa specifica costola del ricco programma.

Domani, mercoledì 9 aprile, alle 10, intavoliamo una conversazione con Paolo Valdemarin sulle piattaforme. Paolo è una delle prime persone che ho incontrato in rete e mi è compare nell’avventura di State of the Net, ma soprattutto è un eccellente sviluppatore di social software, una scheggia di Silicon Valley trapiantata nel Carso goriziano. Il senso del nostro incontro è guardare ai fatti sociali dentro Facebook dal verso opposto a quello consueto. A monte dei comportamenti in rete e delle influenze che questi hanno sulla società c’è il contenitore che li ospita, la piattaforma, che non è mai neutra. La piattaforma definisce percorsi e standardizza azioni, dà forma alla comunità degli utenti, il suo codice di programmazione in quel contesto è legge. Ne consegue che il modo in cui viene concepito e sviluppato un social network, posto che il modello del social network è sempre più il sistema operativo della rete, è uno dei processi chiave per capire le implicazioni di internet nelle nostre vite e sull’informazione.

A seguire, se nel giro di un’ora non abbiamo ancora steso i nostri interlocutori nella comoda sala di Cinemazero, toccherà a me raccontare la storia del fact checking, la sua rinascita in rete sotto forma di start up giornalistiche e l’importanza che può avere questo distillato di metodo giornalistico nei grovigli quotidiani della rete.

Nel pomeriggio alle 16 interviene Fabio Chiusi, indagatore pressoché solitario in Italia del più grande e sottovalutato scandalo contemporaneo, il Datagate scatenato dalle rivelazioni di Edward Snowden e dalle imprese giornalistiche di Glenn Greenwald. Fabio ha fatto un eccellente lavoro di ricostruzione, verifica e sintesi del complesso corpo di rivelazioni sulle indiscriminate intercettazioni globali della National Security Agency americana. Il minuzioso lavoro svolto nel blog Chiusi nella rete è poi diventato un ebook gratuito distribuito dal Messaggero Veneto. Sempre a sua firma è uscito in questi giorni il saggio Critica della democrazia digitale.

Giovedì 10 aprile alle 15.30 ci raggiunge Elisabetta Tola, giornalista scientifica appassionata e sorridente, per uno sguardo di insieme sul data journalism e sulle inchieste più interessanti realizzate negli ultimi mesi in Italia e nel mondo. Elisabetta aveva già parlato di dati che raccontano storie durante il simposio inaugurale di Pordenone più facile, un paio d’anni fa. Nel frattempo le esperienze si sono moltiplicate in fretta, il giornalismo dei dati è diventato una specialità fondamentale nelle redazioni al passo con i tempi e tante storie che altrimenti non sarebbero state tali sono venute alla luce.

Sabato 12 aprile alle 18.30, sempre a Cinemazero, Giovanni Boccia Artieri parlerà di Facebook per genitori, o per meglio dire della relazione tra genitori e figli in un mondo connesso. Dice che c’entra con il giornalismo d’inchiesta? Poco, apparentemente, se non fosse che per costruire un rapporto consapevole e maturo con la rete, dove l’informazione trova declinazioni inedite e potentissime, c’è più che mai bisogno, oggi, in Italia, nelle nostre province, di parlare di educazione alla rete, tema spesso ancora alieno alla gran parte delle famiglie e delle scuole. E se c’è qualcuno che sa farlo in modo sano, equilibrato e divertente, nonostante sia un docente universitario (blink), questo è senz’altro Giovanni.

Domenica 13 aprile alle 10, stavolta a Palazzo Badini, si torna in redazione con Marco Pratellesi, responsabile del nuovo sito de L’espresso. Con lui, che ha guidato la conquista della rete in alcune delle testate storiche del nostro paese, e tra queste il Corriere della Sera, daremo uno sguardo alle opportunità e alle complicazioni che comportano i social network per una grande organizzazione giornalistica.

Dopodiché tutti in trasferta a Perugia, dove il 30 aprile comincia l’edizione più ricca e internazionale di sempre del festival del giornalismo.

 

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Angelo Agostini, che badò al fuoco

Un giorno, quando la polvere di questi anni confusi sarà depositata e potremo ricostruirne la storia, racconteremo di come noi, nani per età o per resistenze o per ignoranza, beneficiammo del rigore, della visione e della generosità di alcuni giganti. Giornalisti molto più attenti a tenere acceso il fuoco che a illuminare la propria firma. Quel giorno, in quell’elenco, ad Angelo Agostini spetterà di diritto un posto.

Io l’ho conosciuto tardi, Angelo, grazie ad amici comuni e poi al festival di Perugia. Ho fatto in tempo a lavorarci insieme per un piccolo progetto, che non vedrà mai la luce. Era un uomo che ci metteva poco a lasciarti un’impronta, per competenza e per carisma. Uno di quei colleghi a cui, per diverse qualità, e tra queste certamente la capacità di trasmettere il testimone ai giovani, speri di riuscire ad assomigliare almeno un poco, un giorno.

Ci mancherà, lo ricorderemo.

§

Il ricordo di Luca De Biase, di Vittorio Zambardino, di Arianna Ciccone, quello di alcuni studenti dello Iulm

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A Franco Fileni, con molte grazie

Il web l’ho visto nascere nel suo laboratorio, doveva essere la fine del 1994 o l’inizio del 1995. C’è questo Mosaic che sembra interessante, ha detto un giorno. Gli ipertesti multimediali su cui lavoravamo da qualche tempo improvvisamente uscivano dai floppy disk e prendevano vita. Franco Fileni è stato il mio professore di sociologia delle comunicazioni. Un corso di quelli che ti aprono la testa, mettono ordine alle tue idee e ti indicano una direzione.

Lui un incrocio tra un signore d’altri tempi e un provocatore senza troppi scrupoli. Una gran testa: in quegli anni infilò un paio di testi sul digitale che se la battevano alla pari con gli americani. Nel suo studio aveva installato una BBS con nodo Fidonet, poi un server, diversi computer alcuni dei quali connessi a internet. Mi fece avere un accesso telefonico alla rete dell’università molto prima che arrivasse Video On Line. Spalancò le porte del mondo in cui vivo e lavoro oggi. In quegli anni era decisamente troppo avanti per essere riconosciuto.

Frequentammo il suo studio per diverso tempo dopo l’esame, sfidando il suo carattere ben poco paziente. Tre anni ci sono rimasto, io. Lì mi sono appassionato alla comunicazione mediata dal computer, lì ho frequentato le prime “comunità virtuali”, lì ho capito che nel sistema operativo della nostra società stavano per cambiare diverse cose. Con lui feci la tesi e mi laureai. Non l’entusiasmava granché questo mio interesse per l’informazione in rete, nemmeno io in fondo gli andavo troppo a genio, ma mi lasciò fare. E alla fine mi dimostrò con la sua amicizia l’apprezzamento.

Mi richiamò in università a fare qualche seminario, poi un corso intero. Il Web 2, come lo chiamava lui, l’aveva preso un po’ in contropiede: la riorganizzazione universitaria, la stretta ai progetti di ricerca e alcuni incarichi organizzativi gli avevano assorbito gran parte dell’attenzione. Ho aspettato a lungo che si immergesse nei social media per rileggerli nelle sue parole. Credo che l’ultimo ventennio di vita pubblica e accademica l’abbia deluso parecchio negli ideali e nelle aspettative. Lo inserisco con grande rispetto nella lista dei meravigliosi sconfitti che hanno influenzato in modo determinante la mia vita.

Franco Fileni, mio professore, relatore, collega e amico, se n’è andato la notte scorsa, molto prima del dovuto. La gratitudine che provo per lui ingigantisce il vuoto che lascia.

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