Tutti gli articoli di Sergio Maistrello

Angelo Agostini, che badò al fuoco

Un giorno, quando la polvere di questi anni confusi sarà depositata e potremo ricostruirne la storia, racconteremo di come noi, nani per età o per resistenze o per ignoranza, beneficiammo del rigore, della visione e della generosità di alcuni giganti. Giornalisti molto più attenti a tenere acceso il fuoco che a illuminare la propria firma. Quel giorno, in quell’elenco, ad Angelo Agostini spetterà di diritto un posto.

Io l’ho conosciuto tardi, Angelo, grazie ad amici comuni e poi al festival di Perugia. Ho fatto in tempo a lavorarci insieme per un piccolo progetto, che non vedrà mai la luce. Era un uomo che ci metteva poco a lasciarti un’impronta, per competenza e per carisma. Uno di quei colleghi a cui, per diverse qualità, e tra queste certamente la capacità di trasmettere il testimone ai giovani, speri di riuscire ad assomigliare almeno un poco, un giorno.

Ci mancherà, lo ricorderemo.

§

Il ricordo di Luca De Biase, di Vittorio Zambardino, di Arianna Ciccone, quello di alcuni studenti dello Iulm

facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

A Franco Fileni, con molte grazie

Il web l’ho visto nascere nel suo laboratorio, doveva essere la fine del 1994 o l’inizio del 1995. C’è questo Mosaic che sembra interessante, ha detto un giorno. Gli ipertesti multimediali su cui lavoravamo da qualche tempo improvvisamente uscivano dai floppy disk e prendevano vita. Franco Fileni è stato il mio professore di sociologia delle comunicazioni. Un corso di quelli che ti aprono la testa, mettono ordine alle tue idee e ti indicano una direzione.

Lui un incrocio tra un signore d’altri tempi e un provocatore senza troppi scrupoli. Una gran testa: in quegli anni infilò un paio di testi sul digitale che se la battevano alla pari con gli americani. Nel suo studio aveva installato una BBS con nodo Fidonet, poi un server, diversi computer alcuni dei quali connessi a internet. Mi fece avere un accesso telefonico alla rete dell’università molto prima che arrivasse Video On Line. Spalancò le porte del mondo in cui vivo e lavoro oggi. In quegli anni era decisamente troppo avanti per essere riconosciuto.

Frequentammo il suo studio per diverso tempo dopo l’esame, sfidando il suo carattere ben poco paziente. Tre anni ci sono rimasto, io. Lì mi sono appassionato alla comunicazione mediata dal computer, lì ho frequentato le prime “comunità virtuali”, lì ho capito che nel sistema operativo della nostra società stavano per cambiare diverse cose. Con lui feci la tesi e mi laureai. Non l’entusiasmava granché questo mio interesse per l’informazione in rete, nemmeno io in fondo gli andavo troppo a genio, ma mi lasciò fare. E alla fine mi dimostrò con la sua amicizia l’apprezzamento.

Mi richiamò in università a fare qualche seminario, poi un corso intero. Il Web 2, come lo chiamava lui, l’aveva preso un po’ in contropiede: la riorganizzazione universitaria, la stretta ai progetti di ricerca e alcuni incarichi organizzativi gli avevano assorbito gran parte dell’attenzione. Ho aspettato a lungo che si immergesse nei social media per rileggerli nelle sue parole. Credo che l’ultimo ventennio di vita pubblica e accademica l’abbia deluso parecchio negli ideali e nelle aspettative. Lo inserisco con grande rispetto nella lista dei meravigliosi sconfitti che hanno influenzato in modo determinante la mia vita.

Franco Fileni, mio professore, relatore, collega e amico, se n’è andato la notte scorsa, molto prima del dovuto. La gratitudine che provo per lui ingigantisce il vuoto che lascia.

facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Appunti europei da Strasburgo

Sono a Strasburgo, dove il gruppo parlamentare del Partito Popolare Europeo ha radunato una ventina di $blogger da tutto il continente per una serie di incontri informali sui temi della rete e della politica europea. Dall’Italia siamo arrivati Antonella e io. È un esperimento per il PPE, ma a quanto dicono è anche la prima volta che da dentro il Parlamento europeo si cerca di costruire una relazione diretta con persone che fanno cose in rete.

Qualche spunto, man mano.


Martedì 25 febbraio

  • Tre aeroporti in sei ore: Venezia, Lione, Strasburgo. Due di questi mettono a disposizione dei passeggeri un accesso wifi gratuito e semplice da utilizzare. Lascio indovinare quali.
  • L’appuntamento è nel tardo pomeriggio in un albergo della periferia sud di Strasburgo. Pur essendo una delle due sedi del Parlamento europeo, la città non è collegata granché bene. Da Venezia ci si arriva con uno scalo, su linea low cost e in una comoda mezza giornata. Ma c’è chi è partito il giorno prima, chi ha fatto più veloce prendendo il treno e chi è sceso dall’aereo a Francoforte e poi ha preso la corriera.
  • Il gruppo è eterogeneo per esperienze, specializzazioni, professioni e familiarità con la politica continentale. Non abbiamo quasi nulla in comune, ma la cittadinanza europea è un potente generatore di contesto: accoglie e favorisce il confronto. Il passaggio da cittadino italiano a cittadino europeo che vive in Italia è sorprendentemente rapido.
  • Viviamo narrazioni insoddisfacenti e costruite su luoghi comuni, stereotipi e notizie frammentarie. Nessun paese è perfetto, tutti idealizziamo le realtà altrui. Parli con un olandese o con uno svedese e gli senti fare discorsi non così diversi da quelli che facciamo in Italia. Certo, se scavi un po’ più a fondo emerge tutta la maggiore concretezza di quelle nazioni nello scendere a patti con le sfide della contemporaneità, ma nessuno ti racconta il paradiso. Per il depresso cittadino italiano è un piccolo incoraggiamento.
  • Rifletto sull’assenza di spazi di costruzione di una narrazione continentale, comune, condivisa. Non ci unisce un solo giornale, sito, fonte, blog di riferimento. Mettiamo insieme frammenti di un racconto frammentatissimo. Le nostre categoria di lettura della cittadinanza europea sono ancora prepotentemente nazionali. La narrazione europea procede per estremi: caterve di documenti per addetti ai lavori oppure la miopia della propaganda locale. Da questo punto di vista internet e i social media sono un’opportunità straordinaria, mi pare di capire ancora poco sfruttati (da noi cittadini, prima ancora che dai funzionari).


Mercoledì 26 febbraio

  • Sono stato nell’emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo, qualche anno dopo essere entrato in quello di Bruxelles. Non sono mai entrato invece a Montecitorio o a Palazzo Madama. Qualcosa vorrà dire, anche se non so ancora bene cosa.
  • Benché probabilmente ancora giustificato da equilibri storici e politici, continua a sembrarmi un enorme spreco di spazio e di risorse la duplicazione delle sedi del Parlamento in due città diverse.
  • Per dire: stamattina a Strasburgo è stato approvato in prima lettura un importante pacchetto di liberalizzazioni in campo ferroviario accompagnato da vivaci polemiche nei giorni scorsi. Curioso, non ne trovo traccia nelle home page italiane.
  • Il fallimento del giornalismo riguardo ai temi europei non è una prerogativa italiana, pare. È un riferimento che in questi giorni ho sentito fare a diversi parlamentari di diverse provenienze. «Dicono che è complicato e per questo non ne parlano», sintetizzava stamattina uno dei vicepresidenti del Partito Popolare che si è intrattenuto con noi.
  • Noi italiani naturalmente aggiungiamo complessità alla complessità, grazie alle ripercussioni del frammentato e dinamico arco parlamentare italiano. Nella delegazione italiana del Partito Popolare Europeo, per esempio, convivono quattro anime (Forza Italia, Ncd, Fratelli d’Italia e Udc) che non solo non trovano sintesi nel contesto continentale, ma al contrario costringono ad assetti variabili in funzione delle liti contingenti. Come disperdere influenza ed efficacia.
  • Nella mia leggerezza davo tutto sommato per scontata, anche soltanto nel lunghissimo periodo, una naturale convergenza dei governi nazionali verso «una più perfetta unione». Gli Stati Uniti d’Europa, insomma. Al contrario, mi rendo conto che il dibattito tra Europa come soggetto unico ed Europa delle nazioni e dei trattati è ancora vivacissimo e molto lontano dall’essere superato. Anche all’interno degli stessi partiti. Sarà forse che per noi italiani è più semplice pensare di rinunciare alla vetusta e inadeguata classe dirigente.
  • «Serve una pazienza geologica» (Alain Lamassoure)
  • Nel pomeriggio siamo stati protagonisti di un curioso “speed-dating” tra $blogger e Meps. Sono sempre più sensibile alla condivisione delle storie individuali/locali come veicolo di innovazione sociale e culturale, è stato un momento sorprendentemente stimolante.
  • Possono i social media contribuire alla comprensione del funzionamento delle istituzioni europee e delle opportunità collegate, ho chiesto a diversi membri del Parlamento. Certo, mi spiegava la settantacinquenne Cristina Gutiérrez-Cortinez, facendomi vedere le foto dei risultati delle votazioni di stamattina subito rilanciate in rete; ma questo è un ambiente molto gerarchico, che deve appena essere investito dalle logiche operative della rete. (Mio link mentale all’intervento di Jon Worth su questi temi a State of the Net 2013).
  • Le competenze sono la chiave, mi spiega Giovanni La Via, attivo eurodeputato siciliano della delegazione Ncd, entrato in Parlamento dopo aver lavorato diversi anni come consulente. Ci vuole tempo per entrare nelle logiche, bisogna essere esperti delle materie per poter incidere. In Germania il listino elettorale garantisce i più preparati. In Italia dominano altre logiche, da cui le celebri assenze di leader distratti da beghe romane e i lunghi apprendistati che disperdono energie e tempo.
  • La legislatura è agli sgoccioli, a maggio si vota. Il timore che la prossima legislatura sia dominata dai crescenti populismi nazionali, allungando il percorso dell’Unione europea verso l’efficienza, si respira nell’aria.
  • Mi portavo dall’Italia la sensazione che rispetto all’Europa stessimo sprecando un’occasione. Come se ne avessimo tante. Esco da questa giornata convinto che lo spreco sia di dimensioni epocali, benché forse più equamente distribuito di quanto mi aspettassi.
  • Un’interessante iniziativa a sostegno dei digital rights in vista delle elezioni di maggio, segnalata da Antonella: WePromise.eu

facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Davanti al computer con Giorgio

giorgio_macbookQualche giorno fa mio figlio Giorgio, che ha sette anni e va in seconda elementare, è tornato a casa eccitato perché a scuola era stato nell’aula di informatica e la maestra gli aveva spiegato che cos’è, com’è fatto e da dove viene il computer. L’hanno presa un po’ classica – unità centrale, tastiera, mouse, schermo, stampante, videoscrittura – ma ha fatto subito breccia nella sua immaginazione.

Giorgio mi ha sempre visto lavorare su computer, tablet e smartphone, ma finora non ha manifestato in modo evidente i comportamenti precoci che si è soliti attribuire ai nativi digitali. Il suo unico interesse ricorrente sono stati i giochi e le applicazioni ludiche dell’iPhone di sua madre, quando sta con i suoi amici e perché li vede usare ai suoi amici. Io finora non ho promosso alcuna interazione con questi strumenti che non nascesse da una sua richiesta e dal suo percorso di scoperta del mondo.

Quel giorno Giorgio ha unito vari puntini isolati negli anni e ha capito che il pc di suo padre e di suo nonno gli potevano servire, oltre che per vedere cartoni animati a richiesta, per fare delle cose. Per creare lui, prima che per godere delle creazioni altrui. Così quello stesso pomeriggio ha scritto frasi, ha stampato su carta e poi ha mostrato orgoglioso a tutti il risultato. Visto l’improvviso entusiasmo, nei giorni seguenti gli ho proposto di continuare i suoi esperimenti su un vecchio iBook che non ero mai riuscito a dare via e che stava vivendo la sua obsolescenza programmata nell’imballo originale. In un certo senso lo tenevo lì per lui, e lui ne è stato felice.

Dopo aver preso le misure, Giorgio si è chiesto che cosa poteva farne, che cosa poteva scrivere. Gli ho suggerito che invece di scrivere qualcosa, poteva scrivere a qualcuno. Anzi, poiché gli era appena nata l’urgenza di chiedere un’informazione a una persona che non avrebbe incontrato presto di persona, gli ho spiegato che poteva mandargli un messaggio di posta elettronica. La prospettiva l’ha ulteriormente appassionato e in un paio d’ore aveva il suo primo indirizzo email, la prima password da ricordare e un messaggio nella casella della posta inviata. È stato un gran pomeriggio, altroché. Che è proseguito, nei ritagli di tempo dei giorni seguenti, e ha generato nuove conversazioni in rete con amici e parenti lontani.

Riflettevo stasera su quello che sto facendo con Giorgio. Cercavo di guardare questa esperienza con gli occhi di un settenne e di provare a decodificare l’affastellamento di stimoli, le azioni che gli venivano semplici e quelle che invece lo mettevano in difficoltà. Mettevo in discussione la piega che ha preso per me l’accompagnarlo in questa scoperta. Per noi è stato così diverso, ci siamo cresciuti dentro poco alla volta, molto lentamente. Per loro lo stato dell’arte sono aggeggi che stanno in tasca, che si toccano e che hanno imparato a nascondere buona parte della loro complessità, facendoti fare cose complicate senza preoccuparti di che cosa succede sotto quello schermo. Discussioni che, tra genitori nerd, abbiamo già fatto molte volte, esaminandone i pro e i contro.

Alla fine ho capito che stavo impostando male il mio ragionamento. Perché, più o meno consapevolmente, io non stavo già più insegnando a mio figlio a usare il computer. A capire come funziona il computer. Quello verrà da sé, un po’ per volta, assecondando curiosità e opportunità, con me o a scuola o con gli amici geek. In realtà in questi giorni noi due stiamo già facendo tutt’altro: stiamo imparando insieme a costruire e ad estendere la sua rete di relazioni, solo in un modo diverso da quelli che già conosceva. Non lo strumento, ma l’azione sociale. Non tecnologia, ma cultura e umanità. Non il computer: le relazioni.

Che poi è lo stesso scarto mentale che è chiamata a fare la nostra società, e intorno al quale s’è aggrovigliato in questi anni il mio lavoro. Solo che questa sera, grazie a Giorgio, ci sono arrivato attraverso un sentiero nuovo.

 

facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Il giornalismo è un servizio alla comunità

La miglior definizione di giornalismo, per come lo avverto, lo vivo e provo a raccontarlo in questi anni di transizione:

Journalism is not content. It is not a noun. It need not be a profession or an industry. It is not the province of a guild. It is not a scarcity to be controlled. It no longer happens in newsrooms. It is no longer confined to narrative form.

So then what the hell is journalism?

It is a service. It is a service whose end, again, is an informed public. For my entrepreneurial journalism students, I give them a broad umbrella of a definition: Journalism helps communities organize their knowledge so they can better organize themselves.

Jeff Jarvis, There are no journalists

facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Tutto State of the Net 2013


Quest’anno State of the Net è stata un’esperienza così intensa che non ne ho nemmeno lasciato traccia qui, ancora. Lo faccio oggi che tutti gli interventi possono essere rivisti integralmente. Per appuntarmi soprattutto  la sensazione di arricchimento e di crescita umana e professionale che quest’avventura, nata quasi per caso più di cinque anni fa, mi sta regalando anno dopo anno. Grazie a tutti coloro che hanno dato un’anima a SotN13.

facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Appunti da IJF 2013

Mi porto a casa dai cinque giorni del festival del giornalismo di Perugia due sensazioni forti. La prima è che nel corso di un anno sia aumentata esponenzialmente la consapevolezza della profondità del cambiamento in atto, e che tuttavia a tale consapevolezza non corrisponda ancora alcun progresso sostanziale nelle forme e nelle pratiche del giornalismo (italiano). Sembra sempre tutto uguale a se stesso, pur non essendo affatto uguale: chi sta provando a innovare non ha le risorse per farlo in modo significativo, chi ha le risorse non ha il coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Il nodo restano gli editori e le strategie di riconversione di un’industria che non può più essere industria. In questo senso il festival di Perugia è destinato per ora a essere il nostro giorno della marmotta professionale, ironizzava qualcuno ieri.

La seconda: nella sensibilità media del giornalista italiano mi pare resti intatto l’apartheid funzionale che separa i giornalisti dai cittadini, questi ultimi considerati ancora pubblico, lettori, utenti. Si rivendica, a ragione, il professionismo nell’approccio all’informazione, ma si coglie a stento la conseguenza della rete nella genesi e nella vita della notizia. I giornalisti, perfino le leve più giovani, si considerano ancora parte di un’entità a sé che immette informazione nella rete, non parte attiva della rete. Sembra una differenza da poco, è invece il nodo della questione: non ci sarà giornalismo se non in mezzo alle persone, con le persone, in quanto persone. Non cambia soltanto la distribuzione, ma il processo nel suo complesso. E in profondità. Il giornalismo rinasce e prospera soltanto se torna a essere sistema nervoso della società, non soltanto il suo specchio.

Per chi non c’era, ma anche per chi c’era e come me ha dovuto fare scelte sofferte tra le decine di appuntamenti simultanei, segnalo le centinaia di ore di registrazione già disponibili su YouTube. Per iniziare, consiglio vivamente a chiunque sia interessato agli studi di rete la bellissima discussione tra Antonio Spadaro, Paul Tighe, Luca De Biase e Mario Tedeschini Lalli sul rapporto tra teologia e rivoluzione digitale, che ha offerto chiavi di lettura per nulla scontate e decisamente stimolanti sulla società in rete, sull’umanità condivisa e sul rapporto tra organizzazioni complesse e dinamiche di rete.

(E un grazie speciale ad Arianna Ciccone e Chris Potter, che insieme a tutti i volontari del festival mettono in piedi ogni anno una cosa bella e rara, in Italia.)

facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail