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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Maggio 18 2019

Mi succede questa cosa, da genitore. Non sopporto lo sbraco organizzativo, la sciatteria formale, la superficialità professionale nelle attività e negli ambienti in cui sono coinvolti i miei figli. Non certo perché io pretenda per loro qualcosa di speciale, tanto meno qualcosa di diverso dagli altri. Né perché loro, a dire il vero, se ne lamentino. Sono dettagli che in genere noto soltanto io, accumulando un rancore sociale che fatico sempre più a tenere a bada.

Stamattina per esempio, poco importa il come e il dove, sono entrato in un’università con Giorgio. Non avevamo ricevuto coordinate sufficienti prima di arrivare, sebbene una persona fosse stata incaricata di farlo. Non erano state previste indicazioni specifiche in loco, perché l’iniziativa non era abbastanza strutturata da prevedere un livello di comunicazione ad hoc, fosse anche un semplice manifesto. Né la sede contemplava un livello di accesso per visitatori occasionali, perché la collaudata tradizione accademica nazionale presuppone che tutti sappiano già oppure imparino a proprie spese dopo qualche giorno di prove ed errori.

Alla fine siamo arrivati là dove eravamo attesi nel modo tipico dei paesi latini: domandando in giro, prendendo iniziative, chiedendo venia, confidando nella disponibilità altrui. In poche parole: arrangiandoci, sentendoci poco considerati e aumentando inutilmente l’entropia di un ambiente già abbastanza caotico in quel momento. Poca cosa, come sempre. Eppure, mentre aspettavo di riprendere Giorgio, ci ho pensato a lungo.

Credo dipenda dal fatto che attraverso i miei figli rivivo luoghi e situazioni della mia infanzia e della mia adolescenza. E in questo ripasso da adulto colgo i semi del disastro sociale ed economico che ci aspettava al varco. E che oggi temo attenda di mortificare, con effetti ancora più radicali, le migliori energie dei nostri figli. 

Ho ripensato ad anni e anni di organizzazioni improvvisate, di responsabili poco scrupolosi, di promotori sciatti, di indicazioni approssimative, di luoghi introvabili, di gestioni poco professionali, di coinvolgimenti freddi e distratti. E a quella sensazione orribile di sottofondo, più che mai spiacevole agli occhi di un adolescente introverso, di non accoglienza e di indifferenza. Quasi mai in malafede, si intende. Quasi sempre suppliti dalla buona volontà e dalla generosità di singoli (indimenticabili e determinanti, nel mio caso). Nonostante ciò, profondamente incisi nella memoria. 

Perché dunque questa rabbia? Perché, mi rendo conto analizzando da adulto lo sguardo di un preadolescente, è a quest’età che si cominciano a riconoscere e a imitare gli standard. Se sei circondato da una tensione all’eccellenza, inseguirai e pretenderai anche da te stesso un livello non derogabile di qualità. Se ti abitui alla precarietà della forma e dei dettagli, cominci ben presto a fare sconti, a trascurare, a limitarti a ciò che viene.

E non è la qualità in sé, il problema. È ciò che la qualità porta con sé. Sono le condizioni che permettono alle persone di sentirsi a proprio agio, predisposte a dare il meglio. È fare in modo che ognuno riconosca nel modo più rapido ed efficiente la propria collocazione nel contesto e ciò che ci si attende da lui. È evitare che le energie vengano disperse o, peggio, operino contro. È concentrare ogni sforzo al servizio di un obiettivo comune. È un distillato di civiltà, in altre parole. Una cellula di comunità.

Tutto ciò che ho sopportato con indifferenza da ragazzo, oggi mi appare improvvisamente intollerabile. Così come intollerabile è vederlo rivivere in modo così simile dai miei figli. Perché lì prende forma il loro mondo. E lì li stiamo già fottendo.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Maggio 17 2019

Cadiamo in ogni tranello, te ne rendi conto? Hanno in mano il clic clac e scattiamo come cani di Pavlov. Siamo davvero così ingenui? Stiamo davvero parlando da due giorni dell’ispanico giustiziere mascherato? È una strategia completamente votata al rinforzo identitario e alla polarizzazione: qualunque cosa diciamo, anche se in buona fede e con le migliori intenzioni, serve soltanto a marcare la distanza tra noi e loro, rinforzando loro. È judo sociale: usano la nostra forza per metterci al tappeto. 

Li leggi mai i loro commenti? Lo vedi come festeggiano il tuo sdegno? Tutto ciò che diciamo diventa soltanto controprova di un pregiudizo. Non mette in discussione, non stimola autocritica, conforta solo nelle convinzioni. Serrano i ranghi grazie alla nostra indignazione e al nostro sarcasmo. Loro. Perché noi, dopo esserci sfogati strappando una risatina complice o un ghigno stizzito alle nostre cerchie, non siamo nulla. La nostra identità ha legami così deboli che coincide con la reazione a un presunto nemico comune e poco più.

Così non stiamo preservando, ma contribuendo a distruggere il terreno comune dell’incontro e del confronto. È così in politica, in una contingenza resa spudorata dall’imminente scadenza elettorale. Ma se ci fai caso è così in tutti i confronti divisivi della nostra epoca, come i vaccini o la sostenibilità ambientale. O gli alberi, se vivi a Pordenone. L’unica cosa che ci unisce, in questo momento storico, è che stiamo contribuendo tutti assieme a sfasciare tutto. E non so a te, ma a me questo comincia a fare parecchia paura…

(Bravo, ma come si fa a ripopolare le piazze del confronto? Non ne ho idea. Ma credo che potremmo iniziare se non altro contribuendo nel nostro piccolo a spostare l’asse del discorso pubblico. Raccontando storie in quanto storie potenzialmente universali, non in virtù del loro valore oppositivo o divisivo. Indirizzando le discussioni nel merito. Lasciando cadere ogni provocazione. Non concedendo più alcun alibi sui temi chiave della nostra epoca alle persone di buona volontà, a qualunque sensibilità civica, politica o ambientale appartengano. Ricercando affannosamente ciò che può avvicinare, fare sintesi, superare gli steccati rassicuranti. E poi vedere come va. Stiamo andando a votare per il Parlamento europeo: non sono ancora inciampato in una sola visione continentale, né io ho ancora fatto abbastanza per mettere a fuoco i temi su valutare le proposte. Ecco, io ricomincio da qui. Fanculo Zorro.)


(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook)

Aprile 24 2019

C’è una dinamica – narrativa e di comunicazione, prima che politica – che ricordo mi colpì molto ai tempi del plateale scontro al governo tra Berlusconi e Fini, e che oggi vedo almeno in parte ricalcata nell’elastica tensione dei rapporti tra Salvini e Di Maio. È una tipologia di contrapposizione interessante, che ha come effetto collaterale quello di ridurre all’irrilevanza l’opposizione, posto che in entrambi casi l’opposizione ha fatto il suo per facilitare l’impresa.

In un racconto mediatico della politica sempre più elementare e svilito nella complessità, c’è spazio per una sola storia principale, quella che detta (o giustifica) l’agenda della nazione. Come in ogni storia che appassioni, c’è un buono, c’è un cattivo e c’è uno scontro. Le storie in cui tutti si vogliono bene e cooperano per un fine superiore sono letteratura di genere, non ci si fa la Storia. 

Buono e cattivo cambiano in base al punto di osservazione, naturalmente. In un sistema maggioritario, già di suo binario e semplificato, corrispondono in genere a maggioranza e opposizione. A meno che la maggioranza non sia così forte a livello di consenso e astuta di fronte alle oggettive difficoltà che intravede all’orizzonte da gemmare al suo interno un nemico e spostare completamente il baricentro della storia, a quel punto controllandola integralmente.

Il nemico precedente, l’opposizione, ora può pure sbraitare, ma da un punto di vista narrativo sembrerà meno che un comprimario. E non c’è modo di riprendere il controllo della storia, per l’opposizione di turno, se non ritrovando abbastanza forza da imporre un racconto totalmente nuovo, necessariamente più appassionante, rispetto al quale ergersi a eroe (o antieroe, perché no: è comunque un modo per tornare visibile, in una politica in cui si naviga a vista e lo scarso orizzonte tende a chiudere un occhio sui mezzi).

Non ho prove per sostenere che nei due casi citati questa sia una strategia voluta e ricercata, anche perché certo implica margini di rischio piuttosto alti. Sta di fatto che oggi così come nel 2010 la telenovela intergovernativa non impedisce affatto al Governo di governare, mentre al contrario dà maggiore visibilità alle sue scelte. Berlusconi e Fini tennero banco per un anno senza pregiudicare seriamente il destino di un governo che si è infranto invece sui primi seri rimbrotti europei. Mentre noi di europeo abbiamo in vista un’elezione di qui a breve, anche se questa per il momento è un’altra faccenda.

Marzo 13 2019

Come un odore che squarcia il labirinto della memoria, i distratti omaggi ai trent’anni del Web e alle intuizioni di Tim Berners Lee ( ❤️ ) ci sbattono in faccia il sudore delle nostre migliori energie giovanili, l’entusiasmo delle prime illuminazioni professionali, i grandi sogni che hanno plasmato un’immaginazione poco più che adolescente.

Quello che molti di noi sono oggi, nonostante il peso delle disillusioni e la fatica della complessità, si nutre ancora dei frutti di quel potente senso di possibilità, dell’inebriante sensazione di riavvio del sistema operativo della società, che a lungo ispirò gli spiriti più liberi e indipendenti, quelli che non avevano niente da perdere e nessuna rendita di posizione. Nerd ad alto senso civico, che oggi in gran parte si aggirano confusi e irrisolti in una crisi di mezza età che è personale e generazionale assieme.

Il ragno geneticamente modificato che voleva ridisegnare la circolazione della conoscenza ci morse ragazzini. Sentimmo crescere in noi missione e superpoteri. Trent’anni dopo ci risvegliamo Don Chisciotte più che Spiderman, quiescenti missionari con sussulti di sdegno per lo spreco di intelligenza collettiva al cozzare di un’epoca che non riesce a morire contro un’altra che non riesce a nascere.

“Trent’anni fa” fa sembrare ieri dannatamente lontano.

[Bonus track con dedica a Franco Fileni: “C’è questo Mosaic che sembra interessante”]

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook.)

Gennaio 22 2019

Perché lo fanno? Per suscitare una reazione. Perché tu reagisci all’eccezionale, non all’ordinario. Tutti reagiscono all’eccezionale. E ne parlano. Insieme. E diventano tendenza. Le tendenze vengono misurate. Le misurazioni diventano notizia. Le notizie amplificano la tendenza di nicchia e diventano attualità. L’attualità suscita nuove reazioni, anche dove non era arrivata prima. Attira gli analisti, gli editorialisti, l’umanità circense in cerca di un pubblico quotidiano per sopravvivere. Diventa speculazione sul costume.

Così un fatto bislacco diventa, suo malgrado, agenda di una nazione. E l’agenda serve sempre qualcuno, anche quando nasce bislacca. Poco importa se il fatto iniziale era davvero bislacco: ti ha già cambiato, ci ha già cambiati. Ed è cominciato grazie a te. Ma non oggi: due o tre decenni fa, forse prima. Solo che oggi è più facile: loro lo hanno capito e tu, spesso, no.

Evolvi.

(L’originale, con discussione a seguire, sta su Facebook.)

Novembre 4 2018

Per il ponte di inizio novembre siamo stati a Billund, Danimarca, la patria dei Lego. Due giorni pieni, più due mezze giornate di viaggio, 55 ore in tutto. Abbiamo dedicato le prime a Legoland, il parco divertimenti nato negli anni ‘60 per mostrare al mondo che cosa si poteva costruire assemblando mattoncini (villaggi in miniatura, repliche delle meraviglie del mondo). Era un contorno o meglio un antipasto, nella nostra gita, e ci ha fatto passare una giornata senz’altro originale, nonostante una mattina di pioggia intensa e le attrazioni in gran parte all’aperto. A parte i plastici storici, ancora spettacolari, non c’è nulla che richiami sul serio la logica creativa, che è al tempo stesso personale e collettiva, dei mattoncini. È un luna park nemmeno gigantesco, raramente interattivo, ispirato a personaggi, situazioni e serie Lego, dalle montagne russe al dojo dei ninja. Non regge il confronto con i grandi parchi europei di pura adrenalina, non brilla per ispirazione e amore dei particolari, non scalda il cuore dei bambini sopra i 40 anni, confonde i più piccoli con mille distrazioni. Il clima un po’ mesto e affaticato da ultimo scampolo di stagione (dalla settimana seguente il parco sarebbe entrato in pausa fino a primavera) probabilmente non ha aiutato.

Tutto ciò che, forse ingenuamente, inseguivo a Legoland l’ho trovato, elevato a potenza, alla Lego House. Aperta poco più di un anno fa in centro città, è esattamente quello che ti aspetti da un monumento vivo all’esperienza creativa Lego. Pienamente contemporanea, talvolta visionaria, ricca di amore per la creatività e di rispetto per i creativi in erba, Lego House fonde in museo e laboratorio tutto ciò che nella vita di molti rappresentano i mattoncini dei Cristiansen: un’esperienza creativa profondamente individuale, ma proiettata sullo sfondo di un’identità collettiva e di codici condivisi che avvicinano e fanno interagire le persone. Uno strumento di trasmissione dell’esperienza e della memoria tra le generazioni, un collante famigliare. Un’attività che non ha quasi mai nel risultato finale il suo fine (ed è il limite dei mille pupazzoni senz’anima di Legoland), ma vive invece di scoperta, di perfezionamento, di riflessione sul processo, di trasformazione, di contaminazioni.

Lego House è un contenitore bellissimo ed evocativo, architettonicamente studiato su misura, iconograficamente ancora più emozionante di quel che mi aspettavo. Spesso con qualche scusa mi sono allontanato per sedermi semplicemente nella grande hall o al margine di qualche sala a guardare la vita che lo attraversava e a lasciar cadere l’occhio sui dettagli. I laboratori creativi sono un po’ meno strutturati rispetto alle aspettative e al tempo stesso più aperti, fluidi, pronti ad accogliere le tensioni e le aspirazioni di ciascuno e di tutti assieme in quell’ambiente, in quel momento. Si costruisce, si disfa, si ricomincia, si fotografano le opere meglio riuscite per scaricarne il ricordo una volta tornati a casa attraverso tramite app, si lasciano i manufatti di cui si è più orgogliosi in bella mostra in mezzo alle grandi piscine di mattoncini, sotto l’imponente cascata che domina la stanza, finché un solerte impiegato non passerà con delicatezza e discrezione per selezionarli e portarli nelle sale riservate da cui di tanto in tanto escono scatole colme di mattoncini sciolti.

In un continuo gioco al rilancio, ubriaco per la quantità di mattoncini a tua disposizione ai piedi della plateale cascata, passi dalla semplice attività di costruzione alla messa in opera, alla condivisione, alla competizione in pretestuose gare di automobiline, all’astrazione del tuo progetto che viene scannerizzato in una rappresentazione virtuale e animata dove si riuniscono i contributi di tutti. Giocando, interagisci con elementi di urbanistica, di architettura, di robotica, di cinema. Nulla di troppo tecnico o avanzato, a dire il vero, ma tutto insistentemente focalizzato sulla creatività. La suddivisione apparentemente rigida per tema e per colore, perde rigore nel corso della giornata e asseconda il tuo andare e venire, il tuo soffermarti, il mescolare indisciplinato delle esperienze e il ricominciare da capo. Se sei genitore, l’esperienza la vivi due volte: coi tuoi occhi e con quelli dei tuoi figli, due sensibilità diverse e complementari, che si arricchiscono a vicenda. A margine di ogni ambiente, c’è uno spazio per i piccolissimi non rinchiude, ma include e rende parte organica del brulicare di vita nell’ambiente anche neonati e fratelli piccoli. Spesso i bambini sono semplicemente immersi nelle vasche, confusi tra i pezzi di ogni colore e misura.

Lego House si sforza costantemente di farti sentire unico e protagonista, pur in mezzo a quel calderone di persone che si susseguono giorno dopo giorno, pur consapevole della visionaria e ispirata operazione di marketing. Un braccialetto dotato di chip ti identifica in ogni attività, sa come ti chiami, si ricorda di te e ti aiuta a costruire ricordi indelebili. Per non lasciarti il dubbio che il cervellone della casa si dimenticherà di te appena avrai varcato l’uscio, all’uscita ti viene assegnata una combinazione univoca tra le centinaia di milioni possibili tra otto mattoncini 2×4, che porterà il tuo nome e conserverà traccia del tuo passaggio.

Il ristorante interno della Lego House, Mini Chef, è un’esperienza nell’esperienza: costruisci la combinazione di menu, la dai in pasto al computer di tavolo, il pasto ti viene recapitato in modo automatizzato su un rullo e consegnato da due robot burloni. Nel sotterraneo c’è il museo storico, un distillato di avventura imprenditoriale e familiare tra giochi di legno, prime intuizioni modulari, spot d’epoca e i modelli che hanno fatto la storia Lego dalla paperella di legno di nonno Ole in poi. Nel cuore dell’esposizione, la collezione storica, con la riproduzione navigabile di tutte le confezioni commercializzate fin dagli anni ’60 e teche contenenti la ricostruzione di alcuni modelli di grande successo, che toccano corde molto profonde in chiunque ci abbia giocato nella sua infanzia.

Vale la pena? A caldo dico sì, per qualunque Lego-nerd, ma anche per chi si interessa di sistemi museali, laboratori didattici, user experience e ricerca intorno alla creatività. Non è semplice, perché Billund è fuori dalle rotte aeree low-cost e la città non offre particolare simpatia o motivi di interesse, al di fuori del circuito strettamente turistico e tematico (e pure lì senza dimostrare troppo calore, dovessi dire). Bisogna proprio volerci andare, o prendersi un giorno in più sulla rotta delle grandi capitali del Nord Europa. Però se devo misurare il gradimento sulle facce di noi quattro ieri sera all’uscita, ciascuno con età e sensibilità ludica abbastanza diverse, beh è stata un’esperienza che non dimenticheremo facilmente.

Ottobre 10 2018

F.

Caro F.,
avrei voluto saperti dire, in questi giorni di attese e non detti, quanto tutti noi ti abbiamo voluto bene, tra le pieghe di un quotidianità distante vissuta all’ombra delle ciacole con papà.

Ho amato fin da bambino il modo così tuo, così raro di impregnare di gentilezza, ironia e sobrietà ogni situazione e ogni emozione. L’ho ammirato ancor più da adulto, man mano che intuivo la difficoltà di esserne all’altezza nelle vicende di ogni giorno. Non ho mai visto nessuno impastare allo stesso modo benevolenza e riservatezza, affetto e pudore, presenza e rispetto, passione e temperanza.

Per tutto questo e per un’altra cosa provo enorme gratitudine, oggi che è passato l’ultimo vaporetto. Per esserti preso cura di papà per una vita intera, per aver alimentato anno dopo anno un’amicizia veneziana d’altri tempi, di quelle che ai miei tempi forse non esistono più, e che ho ammirato e vi ho invidiato sempre.

Sei stato l’eroe di papà, sei stato l’eroe della nostra famiglia. Ci mancherai così tanto.

Agosto 10 2018

Mi è tornata la voglia di ragionare di informazione in rete. Sono convinto che una delle vie più promettenti verso la rigenerazione del giornalismo post-internet passi per la dimensione locale e che da qui un modello finalmente autoctono possa poi scalare ai livelli successivi. Sono convinto che esista una domanda di informazione (scomposta, volatile, confusa, anche perché spesso incapace di supporre l’esistenza di risposte) che parta dal vivere quotidiano, dal livello micro, e che questa oggi sia servita in modo inefficiente da modelli editoriali concettualmente fermi al secolo scorso.

L’informazione prodotta professionalmente è sempre meno utile. Riesce molto meno che in passato a fare la differenza nella vita delle persone. È tanta, è ovunque, ma spesso non è lì dove serve a chi ne ha bisogno. Oppure c’è ma è incompleta o datata. L’utilità, che sia reale o percepita, sarà sempre più il motore dell’economia dell’informazione. Capita di pagare anche solo per la bellezza, la qualità o la curiosità, ma se non è anche utile faticherò a decidere di sostenerla in modo duraturo.

Alcune evidenze soggettive che mi hanno fatto riflettere, di recente. Ho ignorato il paywall del Corriere della Sera, finendo per perderne completamente di vista il sito. Ma un po’ alla volta ho ceduto al micro-abbonamento di Rep, perché almeno un articolo alla settimana vale la monetina. Mi sono abbonato a vita a Good Morning Italia perché Beniamino è mio amico, ma anche perché il loro lavoro mattiniero e sistematico di digestione delle notizie mi risparmia tempo e fatica. Mi hanno regalato un abbonamento al New York Times, che è una goduria per tanti motivi, eppure fatico a inserirlo nella mia dieta quotidiana perché è un piacere più che un’esigenza. Non ho ancora aderito a Noi, la membership del mio giornale regionale di riferimento, perché pur muovendosi nella giusta direzione non incide ancora sul prodotto giornalistico.

Utile è ciò che migliora la vita, ciò che la rende più semplice, più soddisfacente, più comprensibile. Magari più divertente. Utile è ciò che mi aiuta a contenere la complessità e a trovare chiavi di lettura efficienti. I giornali sono stati enormemente utili finché l’accesso all’informazione era scarso, poi hanno perso il passo e, invece di aprire i propri processi alla rete, si sono rinchiusi in se stessi. Nell’età dell’informazione abbondante, e tuttavia abbandonata in mille silos, l’iniziativa nel tessere relazioni tra le informazioni e le persone – che per vocazione avrebbe potuto essere terreno elettivo dei professionisti dell’informazione – è stata lasciata quasi completamente ai lettori, ai cittadini, agli specialisti, con tutta la casistica di conseguenze virtuose (Wikipedia, urban blog, social streetcommunity hub ecc.) e viziose (amplificazione di fake news, bolle di autocompiacimento, pregiudizi di conferma ecc.) che abbiamo sotto gli occhi.

L’informazione di servizio sta alle fondamenta del giornalismo contemporaneo almeno quanto la prosa letteraria stava al giornalismo (italiano) del Novecento. C’è più giornalismo oggi nel mettere al posto e al momento giusto un indirizzo, un orario o un collegamento (tra un sito e un altro, tra una persona e un’altra, tra un’idea e un’altra) di quanto ve ne sia nei copia-incolla meccanico e ossessivo dei rulli d’agenzia. Io ho imparato di più sulle dinamiche dell’informazione in rete traducendo in diario quotidiano su web e social media le prescrizioni per gli abitanti di una città su cui stava per abbattersi l’invasione di un evento di massa. Oppure creando timeline ipertestuali e repertori di dati dedicati a vicende civiche complesse e oggetto di dibattiti che si andavano allontanando dalla razionalità.

Dove è possibile essere più utili alle persone? Là dove la complessità si manifesta nel quotidiano, là dove la gente vive e fa cose. Quel che resta del giornale locale è, in potenza, l’avamposto più scontato eppure meno presidiato dalle corazzate superstiti dell’editoria giornalistica per tentare la ricostruzione di un rapporto di utilità del giornalismo e di fiducia tra giornalismo e cittadini. Per farlo credo sia inevitabile smontare il giornale locale così come lo conosciamo e usare gli stessi pezzi per farne qualcosa di diverso e dirompente. Io qualche idea in proposito l’avrei. Comincerei, programmaticamente, dalla sezione meno nobile e oggi sciatta, l’Agenda del giorno.

Immagino un sito (o un’app o un feed o qualunque altra forma serva lo scopo) in grado di sintetizzare tutte le informazioni di servizio necessarie per vivere e interpretare nel modo più completo e consapevole un certo giorno in determinato luogo. Penso a una forma liquida di sodalizio civico che superi la competizione tra giornalisti, istituzioni, cittadini e associazioni per l’attenzione della comunità e dia vita a una piattaforma condivisa in grado di valorizzare al meglio necessità e opportunità aggregando e digerendo dati, facendo incontrare intelligenza condivisa e intelligenza artificiale e unendo a queste il mestiere di chi gestisce professionalmente informazione. Il giornale come snodo funzionale della comunità, lo chiamavo qualche anno fa.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo la ricostruzione del legame di fiducia perduto tra giornalisti e comunità. Io giornalista lavoro incessantemente per conoscere, connettere, rilanciare, fare sintesi, mettendo a sistema una comunità che già fa molto di suo seppure in modo disordinato e inefficiente, tu cittadino hai disposizione un supporto in tempo reale per vivere in modo consapevole e completo il tuo luogo e il tuo tempo. Solo una volta sviluppato questo bocciolo di legame fiduciario, innesterei ogni livello ulteriore di approfondimento critico e di speculazione civica, ciò che oggi vendiamo come core business del giornalismo e che basiamo sulla presunzione di un ruolo in realtà ormai consunto.

Su questa base essenziale e ribaltata ci giochiamo anche la messa a punto di un modello economico che garantisca sostenibilità e sviluppo nel tempo. Se il criterio guida è quello dell’utilità e l’effetto generato è un reale senso di comunità, possiamo finalmente inseguire una combinazione di forme di membership che non siano soltanto lipstic on pigs, microabbonamenti per servizi avanzati diretti ad aziende e negozi, formati finalmente ecologici di pubblicità, eventi significativi mirati al crowdfunding, grant per sperimentazioni di interesse nazionale e internazionale,  e ogni altra forma di micro-condivisione dei costi oggi la tecnologia permetta di sperimentare con facilità. Dovrebbe essere questo, almeno in una prima fase, il vero versante creativo del progetto.

Ci penso da un po’. Credo di essere distante da una soluzione, ma sono più che mai convito che meriti provare. L’alternativa è lasciare spegnere come candele i media locali ormai cronicamente incapaci di spremere valore dagli strumenti del loro tempo, affidandoci a iniziative gracili e parziali oppure all’estro di istituzioni civiche illuminate. In Gran Bretagna e in altri Paesi anglofoni, dove hanno dalla loro anche una lingua franca che allarga enormemente il potenziale mercato di contenuti che prescindano dal qui e ora, si è generata con maggiore spontaneità un’onda di iniziative civiche e iperlocali che spesso ha costretto gli editori a interrogarsi sul loro compito e sul loro destino.

In Italia le difficoltà dello startupper azzerano le possibilità di incidere in tempi ragionevoli, mentre l’imitazione stanca di modelli tradizionali non introduce innovazione nel sistema. Per questo un impegno diretto dei grandi editori sarebbe auspicabile e urgente: una piazza marginale, un piccolo gruppo di lavoro, un anno di libertà totale di sperimentazione e tanto coraggio nel ribaltare ogni logica consolidata.

Negli ultimi decenni il giornalismo ha servito a vario titolo progetti industriali, interessi legittimi e illegittimi, strategie di marketing, talvolta semplicemente se stesso. Non ha funzionato. Dovrebbe tornare a fare l’unica cosa che ha senso: prendersi cura. Delle persone, delle comunità, della loro capacità di vivere meglio attraverso un migliore accesso alle e una migliore gestione delle informazioni che favoriscono la consapevolezza e il benessere. Senza più alcun paternalismo, per puro spirito di servizio. Prendersi cura.

Agosto 6 2018

Ehi tu, dodicenne.

Cuore grande, corazza ancora fina da proteggere con bardature e sovrastrutture. Cinque sensi da mettere alla prova con urgenza a ogni intuizione, storia, canzone, barzelletta, cibo, materiale, salvo abbandonarli dove capita il momento dopo. Tu, curioso esploratore del presente e del passato, indolente abitante di casa. Capace di affetto scomposto e fastidio respingente nello stesso quarto d’ora. Tu, che attraversi sospettoso il confine tra l’età senza pensieri e l’età dei pensieri grandi. Che hai ancora bisogno di rinforzare il nido, ma insegui già il coraggio per distruggerlo.

Trascinatore di sodali con armi fantastiche contro i mulini a vento, in disarmo quando le dinamiche di gruppo si fanno adolescenti. Tu, che invidi le lusinghe al leader di turno e non riconosci ancora la forza di chi sa farsi colla. Che metti gli amici del cuore su un piedistallo, ma non hai abbastanza piedistalli per adattarti alle circostanze. Tu, ingordo ascoltatore con la musica del mondo a portata di dita, vulnerabile ai tormentoni anni ’70. Tu, che sei un libro ancora da disegnare, ma hai dalla tua un talento straordinario per la matita.

Tu, che porti ancora addosso un po’ della magia della notte in cui sei nato.

Ehi tu, proprio tu, buon compleanno dal tuo papà

Giugno 19 2018

State of the Net – ci strizzava l’occhio Luca De Biase nell’intervento introduttivo di questa edizione – è un metodo culturale: serve guardare oltre, analizzare, non fare sintesi affrettate e confrontarci al di là dell’emotività che ci circonda. Lo abbiamo fatto per la settima volta ed è sempre emozionante e stimolante come la prima, nel 2008. Non è facile, non sempre è popolare, ma da oltre dieci anni è il nostro modo di contribuire ad affrontare questi tempi intricati.

Quest’anno abbiamo parlato di conseguenze, sinonimo di complessità ed ecosistema. Abbiamo dedicato un pomeriggio ad approfondire la gestione dell’innovazione in Italia con i top manager dell’industria privata e rappresentanti di alto profilo della pubblica amministrazione (il ministro del digitale siete voi, per dirla col presidente di Insiel Simone Puksic). E poi un giorno intero ai nostri ospiti internazionali, col grande ritorno di Dave Snowden, Dave Winer, Ton Zijlstra and Gigi Tagliapietra e altrettanto felici incontri come quello con Luigi Zingales, Lorenza Baroncelli o Hossein Derakshan, un ricercatore che ha imparato a soppesare la gravità delle parole in un carcere iraniano.

La registrazione integrale si trova su Facebook in cinque parti: prima e seconda parte di giovedì 14 giugno (in italiano) e prima, seconda e terza parte di venerdì 15 giugno (in inglese). I singoli interventi del primo e del secondo giorno sono già disponibili come sempre su YouTube, insieme all’intera storia di State of the Net.

Abbiamo un grande staff, che rende organizzare questo evento un’esperienza umanamente e professionalmente degna di essere vissuta: a ognuno di loro va il mio ringraziamento. Ma, come sempre, l’ultima parola è per Beniamino Pagliaro, senza il quale State of the Net semplicemente non esisterebbe anno dopo anno, e Paolo Valdemarin, the smartest and the funniest guy in town.

Dai, rifacciamolo ancora.

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