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Il blog di Sergio Maistrello dal 2003

Maggio 21 2024

Una rete di 55 scuole del Friuli Venezia Giulia coordinata dal Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine ha studiato per alcuni mesi le implicazioni e le possibili applicazioni dell’intelligenza artificiale generativa nella scuola, con lo scopo di arrivare ad alcune linee guida di indirizzo (davvero interessanti!). Al convegno finale del ciclo di incontri mi è stato chiesto di portare una relazione. Quella che segue è la traccia del mio intervento.

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Io sono un giornalista, anziano abbastanza da aver scritto i primi articoli su una macchina per scrivere e fortunato abbastanza da aver vissuto la (da essere sopravvissuto alla) trasformazione non soltanto tecnologica della mia professione negli ultimi trenta o quarant’anni. Ho visto nascere il web e ho contribuito alla sua divulgazione e sperimentazione, con un occhio di riguardo per le intersezioni tra internet, informazione e dinamiche di comunità. Fin dalla fine degli anni ’90 ho studiato e sperimentato forme e formati per l’informazione online, vivendo contemporaneamente la stagione del grande entusiasmo per le potenzialità che vedevo aprirsi e della grande delusione per l’altrettanto ostinata (e a conti fatti suicida) guerra di retroguardia portata avanti da editori e ordini professionali, in modo particolarmente sconsiderato in Italia.

Oggi lavoro a Good Morning Italia, una startup giornalistica (non più startup in senso stretto, avendo festeggiato quest’anno i 10 anni di attività e superato i 50 collaboratori) che produce briefing informativi. Ve ne accenno perché ritengo che possa essere un caso di studio rilevante per il tema di oggi. Ogni mattina alle 6:30 Good Morning Italia pubblica una sintesi in circa 1.000 parole delle notizie e delle questioni fondamentali da conoscere prima di iniziare la giornata. Il Briefing si rifà idealmente, fin dal nome, al rapporto di intelligence che il Presidente degli Stati Uniti riceve ogni mattina appena sveglio, con gli aggiornamenti rilevanti delle situazioni critiche in tutto il mondo.

Come funziona: la redazione di Good Morning Italia digerisce ogni giorno notizie e approfondimenti dalla stampa di tutto il mondo, seleziona le fonti più interessanti e riassume in poche parole le novità più rilevanti, rimandando per approfondimenti alle fonti selezionate. Una rassegna stampa, se vogliamo semplificare, ma con alle spalle un progetto editoriale che prova ogni giorno a unire i puntini con uno sguardo globale, guidando il lettore a capire che cosa sta succedendo, perché sta succedendo e che cosa potrebbe succedere. Ogni edizione è prodotta da due giornalisti: il primo lavora fino a notte fonda per produrre la bozza dell’edizione del mattino, mentre all’alba un suo collega verifica gli ultimi aggiornamenti, integra gli articoli più interessanti usciti sui giornali del giorno e confeziona il prodotto finito. Durante il giorno, poi, una squadra di collaboratori produce un’ulteriore ventina di edizioni derivate dalla principale e personalizzate su misura per clienti aziendali o per mercati specifici.

Ora, se mi avete seguito fin qui, forse avrete colto alcune parole chiave: selezione, sintesi, unire i puntini. Che cosa vi fa pensare? Esatto: noi con l’intelligenza artificiale andiamo a nozze. Da alcuni mesi stiamo sperimentando e gradualmente inserendo nel nostro sistema editoriale applicazioni per supportare il lavoro dei giornalisti, ridurre i tempi di lavorazione e proporre nuove declinazioni e nuovi formati per i nostri prodotti giornalistici. Benché il controllo finale sia e dovrà sempre essere quello di un redattore esperto, già oggi l’intelligenza artificiale ci può dare un grande supporto nel trovare le fonti più interessanti e selezionare gli articoli che garantiscono un certo livello di approfondimento e di qualità oggettiva. Con l’intelligenza artificiale possiamo produrre bozze prelavorate delle unità di contenuto, unendo i dettagli più rilevanti raccolti tra diverse fonti.

Good Morning Italia ha uno stile peculiare: asciutto e puntuale, ma con concessioni all’ironia e alla leggerezza, in particolare nei titoli. Opportunamente istruita, l’intelligenza artificiale ha già dimostrato di equivalere la creatività di un essere umano. Con il prossimo aggiornamento della nostra piattaforma editoriale introdurremo inoltre il supporto alle traduzioni dei contenuti, per ridurre in modo significativo i tempi richiesti per la trasformazione delle notizie che alimentano le edizioni internazionali. Come potete immaginare, il tempo, per un’azienda che concentra la distribuzione della gran parte dei suoi prodotti in due ore al mattino, è chiaramente un fattore competitivo.

Su un fronte di ricerca e sviluppo più avanzato, grazie alla collaborazione con Activate Intelligence, che è il nostro partner tecnologico e che sta istruendo per noi alcuni agenti specializzati, stiamo sperimentando due prodotti nuovi totalmente costruiti su applicazioni di intelligenza artificiale. Il primo è una versione del Briefing pensata per essere stampata su carta. Questa è una richiesta che ci è arrivata dal mercato, in particolare dal settore della ricettività, dagli hotel: abbiamo scoperto che più di qualcuno era interessato a stampare le notizie e offrirle ai propri clienti al posto del giornale in sala colazioni. Così abbiamo messo loro a disposizione una piattaforma dedicata. Con una routine quotidiana e totalmente automatizzata, ogni mattina i contenuti del Briefing vengono presi dall’intelligenza artificiale appena sfornati, impaginati in modo da riempire comodamente un foglio A4 fronte e retro, tradotti in tre lingue, brandizzati col logo dell’hotel, salvati in formato pdf e spediti via email agli alberghi abbonati, che già alle 7 possono stamparne alcune copie e metterle a disposizione dei propri clienti. Inoltre, ogni edizione riporta un QR code per l’accesso all’edizione online, per permettere agli interessati di accedere alle fonti linkate e comunque di continuare a leggere i contenuti anche in un momento successivo.

Il secondo fronte di sperimentazione su cui stiamo lavorando riguarda invece la versione audio. Questo non è ancora un prodotto disponibile, stiamo lavorando ad alcuni prototipi interni. La versione podcast del Briefing è in effetti una delle richieste che ci arrivano più di frequente dai lettori e che per il momento non siamo stati in grado di offrire. Oggi stiamo studiando, avendo i primi riscontri positivi, il modo per produrlo utilizzando l’intelligenza artificiale. Ovviamente non basta far leggere il testo a una sintesi vocale: è necessario prima rielaborare il testo, renderlo più naturale per una lettura a voce, legare i vari passaggi, montare e sonorizzare il tutto. I primi test che abbiamo condotto utilizzando voci umane clonate, di cui oggi si trova in commercio già un’ampia biblioteca, cominciano a essere piuttosto soddisfacenti.

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Condivido due piccole epifanie che mi porto dietro da questi primi mesi di sperimentazione sull’intelligenza artificiale. La prima: addestrare l’intelligenza artificiale a supportare la produzione di contenuti giornalistici è di gran lunga una delle attività giornalistiche più stimolanti che mi sia capitato di osservare negli ultimi anni. Costringe a ripensare nel dettaglio al metodo, a tornare alle basi, a esplicitare che cosa discrimina il giornalismo dai riempitivi di bassa qualità. Quando produci contenuti molto sintetici, come nel caso di Good Morning Italia, ogni parola è decisiva: devi produrre la miglior sintesi nel minor spazio possibile, mettendo a fuoco i concetti essenziali. Il metodo giornalistico è a modo suo un algoritmo e per insegnarlo all’intelligenza artificiale dobbiamo definirlo con precisione, scrostarlo da decenni di appesantimenti stilistici, dalle scorciatoie dettate dalla fretta, dalle furbizie commerciali, dalle deviazioni dallo scopo. Ed è un esercizio molto salutare.

La seconda epifania è una similitudine. Vengo da una città che si è sviluppata soprattutto grazie al settore manifatturiero, a cominciare dal tessile. La chiave è stata la ricchezza di rogge e di corsi d’acqua, che col loro scorrere fornivano la forza che muoveva i primi telai meccanici e in un secondo tempo l’elettricità per alimentarli. La capacità dell’uomo, la portata della capacità dell’uomo, è stata espansa in modo decisivo dall’innovazione tecnologica. È cambiato il mondo, con quella tecnologia, e oggi la ricordiamo giustamente come una rivoluzione industriale. Quello che è accaduto in passato per le abilità fisiche e artigianali dell’uomo sta ora avvenendo con il suo pensiero, che viene espanso da una tecnologia in grado di accelerare e replicare a dismisura le sue capacità elaborazione e di produzione cognitiva. Chiamiamola quinta o sesta rivoluzione industriale o forse prima rivoluzione industriale del pensiero non so, ma questo è in sostanza. Il cambiamento di scala che ci attende all’orizzonte è paragonabile almeno al cambiamento di scala che passa tra la bottega del piccolo sarto e la fiorente industria tessile di fine Ottocento. In realtà diversi ordini di magnitudine superiore, perché nel mondo del digitale, tutte le piccole o grandi rivoluzioni dei contenuti, dei dati, delle relazioni, della conoscenza che si sono succedute, lavorando per così dire entro un sistema operativo comune, si contagiano e si potenziano vicendevolmente. 

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Ora, il grande problema quando parliamo delle innovazioni sostanziali che promettono di rivoluzionare il nostro rapporto con la conoscenza e con le interazioni fondamentali delle nostre comunità è che la società contemporanea, forse per difesa, forse per difesa delle rendite di posizione delle sue leadership, tende a non farsi troppe domande sul futuro, a ignorare le sfide, a non guardare al di là delle ricadute immediate, il più delle volte osservandole in negativo, come una minaccia. Siamo ancora, e in Italia molto più che altrove, figli della società delle mediazioni di massa, rifiutiamo istintivamente tutto ciò che nega le dinamiche di cui siamo ancora espressione. Alla complessità esplosiva di questi anni, che richiederebbe strutture leggere e flessibili, rispondiamo con organizzazioni ancora bizantine, elefantiache, pesantissime da riconvertire. Conservare, per contro, è sempre meno sinonimo di far funzionare, come dimostra la fatica di dare risposte che caratterizza un po’ tutti gli ambiti dell’apparato che chiamiamo “Stato”.

Anche nei casi in cui proviamo a cogliere le opportunità offerte degli strumenti contemporanei, forse più per moda o per pressione sociale che per reale convinzione, finiamo per dar vita realtà parallele in cui il burocrate che non è messo nelle condizioni di prendersi responsabilità incontra l’informatico che esegue acriticamente e insieme producono una versione digitale più complicata di processi ottocenteschi, facendo perdere una volta di più alla società l’enorme occasione di ripensarsi e di semplificare il proprio funzionamento alla radice. Penso alla digitalizzazione dei servizi del fisco o della previdenza, alla maggior parte dei servizi remoti dei comuni, in cui è ancora l’utente, il cittadino, a doversi adeguare a classificazioni, nomenclature, percorsi del tutto innaturali, specchio unicamente del linguaggio burocratico dell’ente e della sue sovrastrutture interne.

Mi viene sempre in mente, in questi casi, il sistema di pagamento digitale della pubblica amministrazione, PagoPA, nato con buone intenzioni durante la felice esperienza di Diego Piacentini come Commissario straordinario per l’attuazione della transizione digitale e subito dopo la sua partenza stravolto. Doveva essere una piattaforma unica per i pagamenti: immediata, semplice, universale. Appena se n’è andato Piacentini è stata spacchettata in venti circuiti regionali e numerose sottoclassificazioni, aumentando a dismisura i costi e complicando enormemente un servizio che aveva senso proprio in quanto unico, basilare, centralizzato ed economico. Il futuro ci piomba addosso come una slavina, e noi indifesi e arroganti fischiettiamo a fondo valle. 

Uso ancora come esempio il settore che conosco meglio, quello del giornalismo. L’economia dell’informazione è stata a lungo l’economia delle tipografie, dei trasporti, delle edicole, degli impianti di emissione. La remunerazione del lavoro giornalistico, peraltro in passato uno dei mestieri meglio pagati in assoluto, era trainata dai margini del prodotto cartaceo nel caso del giornale e da quelli del mercato pubblicitario nel caso della televisione. Da anni i giornali stanno perdendo in media il 10% di diffusione all’anno. I grandi giornali, che negli anni ’80 superavano il milione di copie e che alla fine del secolo avevano quasi dimezzato le copie vendute, oggi sono scesi spesso sotto le 100.000 copie. Con 100.000 copie non si può più parlare nemmeno di copertura nazionale. La tv, per contro, si è autosabotata con il passaggio al digitale terrestre, ha frammentato l’audience in centinaia di nicchie spesso nella pratica non sostenibili e oggi festeggia campioni d’ascolto che nella migliore delle ipotesi raccolgono una frazione dei programmi di punta degli anni ’80.

A fronte di questo fallimento imminente e annunciato, che mette seriamente a rischio la sopravvivenza di una funzione essenziale per la democrazia come il giornalismo, non sembra corrispondere uno sforzo adeguato a comprendere come trasferire l’informazione online sfruttando le peculiarità dell’ecosistema digitale e reinventando il proprio ruolo. La Rete non è mai entrata seriamente nei piani dei grandi editori italiani e anche laddove vi siano stati esperimenti concreti, giornalisti ed editori hanno continuato a cercare di fare i gatekeeper, i depositari di un processo che non è più loro esclusiva da almeno due o tre decenni. Senza contare l’aggravante oggettiva, per il nostro Paese, di un mercato – il mercato in lingua italiana – che in partenza troppo piccolo per pensare di costruire le economie di scala necessarie.

Cresce soltanto chi tenta la via della qualità, della relazione fiduciaria con chi legge, del servizio al lettore. Uno dei casi più interessanti è quello del Post, giornale online sostenuto da decine di migliaia di abbonati e che partendo quattordici anni fa da una nicchia di attenzione rigorosa per la semplificazione, il processo, il linguaggio e per la precisione, il tutto senza imporre nessuno sbarramento alle notizie per i non abbonati, oggi sta estendendo considerevolmente il raggio d’azione e insidiando lo stanco e caotico primato dei siti dei maggiori quotidiani nazionali. Sempre ammesso poi, naturalmente, che i numeri assoluti siano ancora una misura utile a valutare il valore distillato dalle relazioni che possono essere attivate da un sito giornalistico.

Stenta chi cerca soltanto di confezionare un prodotto al costo minore possibile e piazzarlo sul mercato al costo più alto possibile. Cresce chi serve una relazione con le persone e diventa hub della propria comunità di riferimento. Una storia significativa in questo senso arriva da Varese. Varesenews è una testata storica, esiste dal 2000 ed è sostenuto da un consorzio territoriale trasversale che unisce enti locali e partner industriali. Varesenews sta trasferendo la propria sede in una scuola abbandonata nella frazione di Sant’Alessandro: la vecchia scuola, reinventata, ospiterà la redazione, ma anche eventi, formazione, confronti di comunità. Si chiamerà Materia e il fatto che fosse una scuola e che le si voglia ridare vita come luogo di comunità mi pare particolarmente affascinante.

Mi ricorda tra l’altro quello che accadde a Pordenone ormai più di un decennio fa, quando una precoce webtv cittadina, Pnbox, prese in gestione la bastia del castello di Torre, impiantandoci dentro gli uffici, la redazione, gli studi televisivi e in mezzo a questi un ristorante e un palco per eventi. Finì, per dire ancora della lungimiranza delle classi dirigenti, con una denuncia dell’Ordine dei giornalisti, poi archiviata. Ma per qualche anno fu centro di raccolta e acceleratore di relazioni per nerd e pensatori laterali della zona, un volano di progetti e sodalizi culturali e civici di cui si è poi sentita la mancanza. 

In ambito più internazionale vi segnalo anche la Civic Hall di New York, uno spazio civico residenziale in Union Square, creato sulla scia dei Personal Democracy Forum, una serie di conferenze annuali internazionali organizzate negli Stati Uniti e in Europa per approfondire l’impatto della rete sulla politica e sulle dinamiche civiche.

Ecco, abbiamo più che mai bisogno di luoghi aperti al confronto, accoglienti, riservati a pensieri lunghi e non immediatamente convertibili in dinamiche di mercato. Abbiamo bisogno di pensare insieme che cosa fare di questo progresso esponenziale che rischia di travolgerci, se non gli troviamo un capo e una coda, e un modo per cavalcarlo insieme. Abbiamo bisogno di tempo, spazio ed esperienze per cominciare a fare e a farci le domande. Le domande giuste, come ci richiede l’intelligenza artificiale.  Voi qui oggi, mentre celebrate il traguardo di un progetto di studio importante, collettivo e collaborativo, siete un meraviglioso esempio proprio di questo.

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A volte mi chiedo se non sia già troppo tardi. Nel senso che anche le applicazioni sociali online su cui si potrebbero basare molti processi civici di rinascita sono molto cambiate in questi anni. L’ecosistema dei blog, degli hub, dei filtri distribuiti e condivisi, della spontaneità e della condivisione dell’esperienza e della conoscenza, tutto questo fermento è stato prima fagocitato dalle grandi piattaforme di social networking, che hanno ottimizzato, potenziato e portato alle masse il processo (e questo è stato a prescindere un bene) e poi cercato di spremerlo a scopi commerciali (e qui forse qualcosa per strada ce lo siamo persi).

Poi però è intervenuta la degenerazione di queste piattaforme in strumenti cinici per lo sfruttamento dell’attenzione e delle debolezze delle persone Sono stati disincentivati i contenuti più impegnati, le fonti di qualità che cercavano una remunerazione, le notizie (ditemi se nella vostra bacheca di Facebook compaiono ancora le notizie). È stato invece lasciato spazio ai produttori seriali di infotainment (quel miscuglio posticcio di notizie di seconda mano, clickbait e facile presa sui pregiudizi della geste), all’autoreferenzialità, ai fenomeni mordi e fuggi. Drogati di serendipity, impigriti dall’interminabile sequenza passiva di foto e video, rimpinzati di infinite varianti di qualunque dettaglio su cui il nostro sguardo dia anche solo l’impressione di posarsi per un istante, stiamo trasformando una straordinaria macchina per la costruzione di senso sociale, per la costruzione di comunità, in una tv più sciatta e cinica di quella pur mediocre che ha plasmato la nostra società negli anni ‘80. “Frenetica e superficiale, finta e scintillante. Sempre molto snack, anche quando contenga informazioni, utile per suscitare curiosità ma non per approfondire”, diceva l’altro giorno sul Foglio Vincenzo Cosenza.

E se l’assenza di una visione di comunità nella conquista di massa degli spazi digitali ha senz’altro contribuito a svilire le potenzialità e a lasciare la strada a squali e avventurieri degli spazi digitali, l’anello debole di tutta la vicenda e dal mio punto di vista l’aspetto più allarmante, a me sembra l’atrofizzazione della domanda (di nuovo il concetto di domanda che torna, chissà se è un caso, anche se in questo caso intendo la domanda in termini economici). Ci lamentiamo costantemente del livello dell’offerta: la mediocrità dei media, l’incapacità della classe dirigente, la sciatteria dei contenuti, le bassezze del marketing. Ma quello che a prescindere sembra mancare alla base è una domanda consapevole, una domanda formata, una domanda di comunità, una domanda di condivisione, una domanda di responsabilità, una domanda di partecipazione. Il problema, in altre parole, non è tanto quello che ci viene dato, ma quello che chiediamo. Il problema siamo noi, ciascuno di noi come individuo, il senso che diamo all’essere azionisti in milionesimi di questo caos informe. 

Attribuiamo ai social media la colpa di averci reso peggiori, di aver stimolato il nostro lato più litigioso e truffaldino. E può anche essere che i social media abbiano peggiorato o più probabilmente reso visibile qualcosa che già c’era, ma che era soffocato dai palcoscenici della società delle élite. Ma questa non può diventare una ragione per arrendersi. Qualche settimana fa è mancato improvvisamente e prematuramente uno dei pochi veri teorici della società digitale e dell’umanità accresciuta che abbiamo avuto in Italia, Giuseppe Granieri. Lo abbiamo salutato in rete con una discussione che, come ai vecchi tempi, è rimbalzata di bacheca in bacheca, di blog in blog, ricordando che cosa sono stati i primi anni del Duemila. In tutto il mondo, certo; ma per una volta in modo quasi autonomo in Italia. Le sperimentazioni, le condivisioni, il germe di una comunità che aveva voglia di sperimentare e reinventare i legami e i ruoli. Piccola comunità, troppo piccola, ha detto qualcuno. Devastata dall’arrivo delle masse, ha detto qualcun altro. Ma è proprio ora che le intuizioni di allora vanno agite e sostenute, quel modo di stare in rete propositivo e costruttivo opposto alle inevitabili degenerazioni di ordini di grandezza superiori. È stato un momento commovente, bellissimo e al tempo stesso frustrante, perché anche chi l’ha vissuto allora sembrava essersi tiktokizzato nelle aspirazioni, nel senso di possibilità.

È evidente che, al crescere della dimensione, le sfide esplodono, la complessità esplode, le tensioni esplodono. Come accadrà, del resto, intorno all’intelligenza artificiale, quando da oggetto di ricerca di pochi, terreno di sperimentazione di pionieri e da vantaggio competitivo per le aziende più reattive, diventerà una tecnologia popolare e pervasiva. Sarà allora meno potente e meno affascinante perché accelererà non solo le virtù e le buone intenzioni? O forse già adesso, come in parte già sta già cominciando ad accadere, dovremmo porci il problema di quando Gpt e Claude assimileranno pattern e tic appartenenti non soltanto al nostro lato migliore, ma anche a quello peggiore? 

Qualche settimana fa è uscita una ricerca molto interessante di un gruppo di ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma che fa riferimento a Walter Quattrociocchi, uno dei maggiori studiosi di comportamenti online. Sono i risultati di un’analisi durata due anni su 500 milioni di commenti pubblicati negli ultimi 35 anni su 8 piattaforme di primo piano, da Usenet (i vecchi forum dell’era pre-web) a Facebook e Reddit. I risultati sono per certi versi illuminanti, anche se non consolanti: non sono i social media a renderci peggiori, ma – e cito –  “la tossicità [delle relazioni] è una costante intrinseca al comportamento umano, resistente nel tempo e alla variazioni delle dinamiche di conversazione e degli algoritmi [delle piattaforme]”. Anche “la semplice rimozione di singoli utenti o commenti tossici”, notano i ricercatori, “potrebbe risultare inefficace di fronte a un fenomeno così pervasivo e sistemico”. Houston, direi che qui abbiamo un problema. Anzi: mondo della scuola, abbiamo un problema. Ma non è un problema di internet, dei social media o dell’intelligenza artificiale. È un problema di materia prima, per così dire. È un problema di disegno sull’umanità che vogliamo, sul modo in cui la formiamo e sulle prospettive di vita che vogliamo darle.

Non tocco nemmeno, perché sarebbe un altro capitolo gigantesco che non abbiamo tempo di approfondire oggi, il tema del rapporto tra i giovani e le nuove tecnologie, su cui come società stiamo costruendo uno dei nostri più sciagurati errori, scambiando completamente cause ed effetti, attribuendo alla tecnologia (che certo ha un ruolo) i danni che invece stiamo facendo noi adulti, noi genitori, noi insegnanti per il nostro modo di essere comunità, una comunità paranoica, spaventata, al servizio di interessi opachi, inconsapevole e impreparata, più incline a raccontarsi storie che a prendersi le responsabilità del presente.

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Insomma, tante parole per lasciarvi in realtà una morale e una conclusione abbastanza semplice, perfino banale, e non a caso di fronte a una platea prevalentemente scolastica, perché io sono ancora convinto del fatto che è nella scuola che viene custodito il germe della società. Dobbiamo, con una certa decisione, con una certa urgenza, ricominciare dalle basi, dalla formazione dei cittadini, dalla preparazione alla complessità, da un progetto di vita e di comunità pienamente contemporaneo, pensato insieme, costruito insieme, portato avanti insieme. Da troppi anni teniamo i piedi in troppe staffe, a tutti i livelli, dalla scuola, al lavoro, alla politica, alla cultura, cercando di tenere insieme allo stesso tempo Ottocento, Novecento e Duemila senza mai scegliere, senza fare scelte definite, subendo il succedersi delle tensioni epocali e perdendo di vista la possibilità se non di controllarli, ormai forse impossibile, almeno di indirizzare questi processi. O quanto meno di scegliere come affrontarli.

Dobbiamo ricominciare a chiederci se stiamo formando cittadini consapevoli dell’epoca in cui vivranno, in grado di difendersi dalle sfide che affronteranno. Dobbiamo chiederci se vogliamo una società inclusiva, che promuova gli sforzi di tutti, ma non perché la democrazia sia bella (la democrazia è lacrime e sangue): perché nell’era delle piattaforme e delle intelligenze artificiali l’alternativa alla democrazia esercitata è molto più facilmente che in passato la dittatura. La società della mediazioni di massa poteva ancora riuscire a tenere in equilibrio democrazia e tendenze oligarchiche delle élite, nascondendo sotto il tappeto a monte e a valle parte del processo. Ora stiamo uscendo da un’era straordinaria di equilibri prolungati, mentre di fronte a quel che resta delle nostre vite ma soprattutto a quella dei nostri figli c’è un’epoca di stabilità e prosperità che è tutta appena da guadagnarsi. Non credo onestamente che continuare a temporeggiare sia, se mai è stata, un’opzione.

Grazie a voi qui oggi perché il vostro impegno di questi mesi è un inizio, è un tentativo, è un esercizio di buona volontà. E so bene quanto poco sia scontato.

Marzo 24 2024

Ehi tu. Guarda che ti ho visto, piccoletta. Che ti aggiri per casa rubando ogni residuo di infanzia con la determinazione bonaria di chi pensa fosse anche ora, e ricevi lettere dal distretto sanitario per ricordarti che mica hai più diritto alla pediatra. Ma come ti permetti, dico io?

Lo riconosci anche tu il confine intorno a cui saltelli, ora di qua ora di là, un po’ piccola e un po’ grande, un po’ ingenua e un po’ scaltra, un po’ incerta e un po’ indipendente, un po’ spensierata e un po’ persa nei primi pensieri lunghi? Ti capita ancora di irrigidirti per la frustrazione, come quand’eri bambina, ma sempre più spesso te ne accorgi da sola e finisce che ti scappa da ridere anche al colmo della disperazione. E io sorrido con te, perché penso che forse sarà proprio l’ironia, che pure non ami perché la riconosci arma, a salvarti dai giorni bui.

Conosciamo ogni tuo muscolo, osso, legamento, perché la lotteria quotidiana dei crampi, dei risentimenti e delle contusioni è un rito che precede perfino il saluto, essendosi ormai evidentemente e irrimediabilmente compromessa la perfezione del giorno. E mentre te ne facciamo parodia, mi chiedo se in fondo questa esasperata propensione alla rilevazione e all’analisi magari un giorno non ti sarà alleata nel leggere le pieghe del mondo che attraverserai.

Intanto badi ai tuoi interessi con la sagacia del venditore di almanacchi, e l’almanacco alla fine a noi lo rifili quasi sempre. Non concepisci l’ingiustizia, a meno che non avvantaggi un pochettino anche te. E hai capito che per ricevere si deve prima dare, così sei sempre molto attenta ai desideri degli altri, coltivando la speranza che poi anche gli altri facciano altrettanto. E siccome l’esercizio del dono rende migliori, stai diventando una persona attenta e generosa, capace di celebrare i legami con spontaneità e creatività. Per cui è sempre più bello provare orgoglio.

Chiaramente ti piace ancora molto il gelato al cioccolato, intorno al quale ruotano una fitta rete di complicità familiari, itinerari indotti, uscite strategiche, amicizie solidali, mentre hai sempre più curiosità per il modo in cui si preparano le cose che mangi, a cui ora mancherebbe soltanto il coraggio di scoprire gusti nuovi (anche per dare un po’ di tregua alla noia – o all’ansia – di chi ti prepara i pasti).

Ehi tu, ladruncola di infanzia che insegui i pezzettini della tua identità in giro per luoghi e persone della tua quotidianità e poi ti rifugi nella tua camera per provare a metterli insieme come un puzzle rompicapo (o, più probabilmente, per vedere una serie da adolescenti sul telefonino): buon compleanno dal tuo papà.

Marzo 13 2024

È stato bellissimo, abbiamo combattuto battaglie, eravamo invasi di speranza. Ma ne è poi valsa la pena, mi chiedeva tra le righe stamattina un vecchio amico, gran compagno di precoci avventure digitali, mentre riguardavamo foto di Giuseppe Granieri – che dolorosamente stiamo salutando questa settimana – e degli anni in cui tanti di noi si sono conosciuti e hanno intrecciato progetti di ricerca, di lavoro, a volte di vita.

La domanda è rimasta tra le righe della chat, ma mi ha lasciato stordito a lungo, anche perché risuona col senso di resa che confesso mi ha impressionato ritrovare in tante pur commoventi e affettuose dediche a Giuseppe, un senso di resa manifestato spesso proprio da chi più si è speso e ci ha creduto. È stato bello. Meraviglioso. Abbiamo dato forma insieme a questi spazi sociali. Abbiamo goduto della prossimità con menti purissime e beneficiato della spinta di talenti straordinari. Ma oggi è tutta un’altra cosa, questi spazi non ci somigliano più, non c’entriamo più nulla, se l’è presi il diavolo. Quasi un rimorso d’aver tifato il futuro sbagliato.

La verità, quanto meno la mia, è che abbiamo combattuto la battaglia culturale del secolo e l’abbiamo sostanzialmente perduta, con vittime. Ma i presupposti e gli esiti sono ancora tutti là. Al contrario, crescenti evidenze suggeriscono che molte delle opportunità per cui ci siamo spesi sono infine state colte. Magari con un ritardo ingiustificabile, magari incompiute o difettose, magari inserite nella cornice inadeguata, magari fraintese, però sempre più spesso colte. Non era finita, la battaglia: siamo noi che abbiamo abbandonato il campo. Che non abbiamo saputo adattarci al cambiamento di scala su cui noi stessi mettevamo in guardia gli altri. Che siamo scappati inorriditi quando le masse che sognavamo hanno cominciato a invadere sul serio gli spazi residenziali della rete. Come se avessero dovuto riconoscerci qualche rendita di potere, baciare le mani ai fondatori, chiedere permesso.

Eravamo di nuovo niente e piuttosto che rimboccarci le maniche da capo e provare a indirizzare quel movimento caotico e improvvisamente gigantesco, abbiamo preferito ignorare o peggio deridere i nuovi arrivati. Comunque mollare. Quando il gioco si è fatto vero, quando c’era da tenere la posizione (culturale, molto prima che politica o tecnologica) ce la siamo dati a gambe. Quando il diavolo ha bussato, gli abbiamo aperto e gli abbiamo detto beh, vedi tu se riesci a cavare qualcosa di buono da questo casino. Auguri.

Certo s’era fatta una certa età e dovevamo cominciare a pensare a mantenere noi stessi e le nostre nuove famiglie. L’ebbrezza del progresso nel suo avanzare e la gloria effimera condita di pacche sulle spalle e free drink al barcamp non potevano bastare più, serviva cominciare a remunerare seriamente le nostre competenze, quali che fossero. E su questo piano non abbiamo mai saputo proporre un modello alternativo convincente, c’è poco da fare.

 Chi è rimasto spesso spesso ha accusato le ingiurie degli anni, perché le espressioni di sé di uno sconfitto che abita gli spazi digitali mentre attraversa le crisi della mezza età forse sono ancor più impietose delle rughe sul volto.

Inoltre papà non ha certo giocato pulito con noi. Ricordo sempre quel tale, che considero paradigma della classe dirigente di fine millennio, vantarsi di aver conquistato la propria posizione ammazzando – simbolicamente, s’intende – i suoi padri. E di guardarsi bene dal farsi da parte, finché qualche giovane abbastanza capace e temerario non fosse riuscito nell’impresa di ammazzare lui, sempre simbolicamente. Settantenni e ottantenni ancora sulla cresta dell’onda, abbarbicati con ogni mezzo alla propria posizione di influenza, sostenuti da una rete pavida di convenienze e di interesse, pronti a stroncare sul nascere e a delegittimare ogni idea che possa mettere a repentaglio la conservazione del ruolo. Ho pensato a lungo a quelle parole. È una visione della comunità che sta alla mia come l’acido muriatico sta all’aceto balsamico, ma contiene almeno una verità.

Non siamo stati abbastanza bravi. Avevamo ragione, avevamo gioia, avevamo idee, avevamo spirito civico e senso del nostro tempo, ma non bastava, non basta mai: dovevamo anche dimostrarlo e renderlo talmente evidente e sostenibile da imporlo e travolgere tutti i giochetti più o meno puliti con cui i nostri padri culturali, economici, professionali e politici ci hanno deliberatamente sabotato, rallentato, depistato, sminuendo noi e la portata della visione che offrivamo. Non c’è nulla di biasimevole o ignobile nella sconfitta. Al contrario, la gran parte degli eroi nel mio pantheon personale sono straordinari sconfitti. Ma la sconfitta va riconosciuta e metabolizzata. Noi in fondo non l’abbiamo fatto, ancora. Altrove hanno saputo inseguire compromessi realistici che, un passo alla volta, avvicinassero la società alle opportunità del presente. Altrove sono diventati adulti. Qui in fondo siamo rimasti spesso ragazzini rancorosi, illusi o disillusi a seconda del percorso individuale che ne è seguito. 

Dunque possiamo concludere che non ne è valsa la pena? Io non credo. A pensarci bene è una valutazione che manca di rispetto alla nostra storia, alla sincerità delle nostre intenzioni, alle nostre esplorazioni coraggiose in un mondo ignoto e creativo. Ne è valsa eccome la pena. Ha forgiato la maggior parte di noi, ha forgiato una generazione, ha forgiato un’ideologia, molto più umanistica che tecnologica, che certo ora andrebbe evoluta e messa a punto, ma che avrebbe potuto contribuire a correggere le esasperazioni dell’unica idea occidentale di società ancora in circolazione, con l’eccezione forse dei movimenti neo-ambientalisti, ovvero la società dei processi di massa e del consumismo. Per di più nel suo momento più pericoloso: il declino. Non ne abbiamo giovato? Siamo rimasti precari irrisolti senza certezza del futuro? Può essere, ma è il destino che a un certo punto ci siamo scelti, e io anche nei giorni di maggior sconforto non riesco proprio a rinnegarlo.

È importante che cominciamo a dirci queste cose sia per fare i conti col nostro passato sia perché un nuovo salto di paradigma, ancor più gigantesco, ci sta investendo. L’intelligenza artificiale promette di fare al sistema operativo della società quello che già gli ha fatto internet, solo in un ordine di magnitudine superiore. Auspicabilmente porterà con sé anche una nuova generazione di pionieri ed entusiasti sperimentatori, che mi aspetto stavolta possa trovare alleati nella nostra. Ma se neghiamo perfino di essere stati quello che siamo stati, se rinneghiamo le nostre origini, se non viviamo l’orgoglio del testimone da passare avanti a qualcuno che magari avrà più chance di noi di riuscire nell’impresa di risolvere i grandi problemi delle nostre comunità, finiremo per diventare anche noi padri rancorosi e ostili. Senza nemmeno le rendite di potere a giustificazione.



Marzo 11 2024

g.g.

Del resto eri sempre quel bel mucchietto di passi più avanti, no Giuseppe? T’amminchiavi su un’idea e non la mollavi per giorni, mesi, anni. Il weblog, il Filter, la società digitale, Second Life, l’ebook, l’intelligenza artificiale. Infine la notte buia e tempestosa, la prima che non sei riuscito a condividere, la prima che non hai saputo smontare e rimontare come volevi tu, per poi magari insegnarle con una punta di paternalismo come avrebbe dovuto essere.

Che cosa avrebbe detto stasera Machado, g.g.? Ci sarà pure una citazione di Borges che mi possa prestare le parole, improvvisamente codarde, per descrivere che cosa sei stato, tu che ne avevi una pronta per ogni occasione. Pessoa, il baule pieno di gente: e tu che mettevi l’accento su gente, per dissimulare quanto in realtà a te affascinasse l’idea di poter costruire un baule enormemente più grande di quanto l’uomo avesse mai sognato immaginare. Il prodigio dei tempi che ci è capitato di vivere.

La realtà si è fatta plastilina davanti ai nostri occhi e io ricorderò finché campo le tue mani che impastano idee, software, relazioni, modelli, letteratura, fantascienza, persone, progetti. “Il più diverso” tra i guru, nota bene Enrico. Quello che coi suoi modi aristocratici e compiaciuti – capaci di dare il sangue alla testa a quanti coll’internet dovevano farne tanti, maledetti e subito – riusciva a seminare rivoluzioni nelle persone più imprevedibili.

Lo ha detto così bene Alessandro: “mi ha espanso”. Ti piaceva piacere, ma ti piaceva di più veder “crescere, raccontarsi e capirsi” (per dirla con Giovanni, io direi addirittura “concepirsi”) la comunità intorno a te. Tu che avresti potuto avere fama e successo ovunque, ma hai sempre preferito rimanere nerd nella tua piccola provincia fuori rotta (e il valore di questa scelta lo coglie bene oggi Giovanni).

Un artista dell’inception: quante volte ho pensato di aver partorito un’intuizione luminosa, per poi ritrovarla a distanza di tempo nei tuoi scritti o discorsi antecedenti. “Può essere che io l’abbia detto”, sogghignavi quando autodenunciavo il plagio inconsapevole, “ma tu l’hai consegnato al mondo”. Nei tuoi occhi ho letto competizione, polemica, duello, mai possesso o gelosia. Semmai egocentrico, ma non egoista. Al contrario, una delle persone più sinceramente generose e aperte al prossimo con cui mi sia capitato il privilegio di condividere vita e lavoro.

Cìn, amico mio. Quanti rimpianti per questa notte che tutto l’amore di noi qui oggi affranti non è riuscito almeno a rischiarare un po’. Avrà senz’altro un senso, ma noi come al solito lo capiremo un po’ dopo.

§

L’originale sta su Facebook.

Avevo scritto di lui anche nel novembre scorso, nel giorno del suo compleanno.

Dicembre 21 2022

Forse è ancora più chiaro, oggi che i luoghi di aggregazione, sollecitazione e contaminazione per i giovani non esistono quasi più, quanto peculiare sia stata la congiuntura in cui siamo cresciuti noi figli degli anni ’70 e ’80, forse ancora degli anni ’90, qui nel capoluogo dell’operoso Nord Est.

Non era già più il tempo dei rigidi percorsi confessionali o politici che avevano incanalato secondo metodi collaudati la formazione della gioventù del Dopoguerra. Il loro posto veniva invece occupato da palestre sperimentali e contenitori accoglienti per i talenti dei giovani, talora spontanei e autogenerativi (penso al San Giorgio di don Bozzet) altre volte strutturati dentro a un più ampio ripensamento in senso inclusivo della cultura e della società (come la “Casa dello studente” di don Padovese).

Luoghi di rivoluzione pacifica, civica e quotidiana, che forse non a caso sono stati ispirati spesso da preti illuminati sulla via del Concilio e che ciononostante non erano riconducibili semplicemente a dinamiche di parrocchia e oratorio. Soffiavano i primi aliti delle tempeste che si sarebbero effettivamente abbattute sul nuovo secolo e lavorare sugli anticorpi delle nuove generazioni pareva evidentemente a qualcuno un esperimento necessario.

Alla Casa dello studente, fin da ragazzino, ho visto i film che mi hanno fatto innamorare del cinema, ho salutato con entusiasmo le tappe di avvicinamento all’Europa unita, ho letto giornali e riviste, ho pranzato, ho studiato insieme ai miei amici, ho visto mostre, ho seguito conferenze sui temi cardine del nostro tempo, ho visto moltiplicarsi intorno a me anno dopo anno corsi di lingua, di fotografia, di giornalismo, di videomaking, di teatro, di ogni possibile forma di competenza e creatività contemporanea fino a quelli più recenti di robotica e di progettazione 3D. Un fermento che ha inciso sulla pelle della mia generazione sentimenti di libertà, cittadinanza e apertura al mondo delle idee e delle possibilità.

Per tutto questo oggi saluto con riconoscenza don Luciano Padovese. La sua scomparsa chiude simbolicamente un’epoca, sebbene il fantastico staff del Centro Culturale Casa A. Zanussi – a cui va il mio abbraccio – prosegua eroicamente nell’opera.

Don Luciano e gli altri hanno saputo nutrire generazioni con gli avanzi della società dell’abbondanza e fare la differenza nella storia di molti di noi. Oggi che gli avanzi sembrano essersi ridotti a briciole, restano tuttavia le intuizioni di fondo della loro opera – rete, relazioni, cultura, mondo, complessità, generazioni, competenze, sperimentazione, quotidianità – e resta più che mai l’urgenza di nutrire le nuove generazioni, generazioni solo apparentemente sazie, giovani che fanno sempre più fatica a maturare la consapevolezza dei loro talenti e la visione d’insieme in cui inserirli, sperando di fare in tempo per le prossime tempeste che inevitabilmente ci sferzeranno. Sarebbe un modo degno di onorarne la memoria.

Settembre 30 2022

È stato un privilegio della vita lavorare al Centro di Riferimento Oncologico di Aviano. Raramente un luogo di lavoro ha saputo mescolare in modo così intenso la sfera professionale e quello degli ideali di comunità che inseguo nel mondo.

In tre anni ho ricevuto molto più di quanto io possa aver dato, dalle persone e nelle situazioni più imprevedibili. Questo è un luogo di dettagli, di sfumature, di interstizi, di epifanie. Ti si rivelano mentre sei in altro affaccendato e ti si appiccicano addosso, a volte svoltandoti la giornata, a volte imprimendo un segno nel tuo percorso di vita.

Qui resta un legame, non solo professionale, che spero di coltivare ancora. Da cittadino, molto prima che da professionista, provo gratitudine per le persone che hanno reso il CRO un luogo di cui andare fieri, e soprattutto per quanti oggi si adoperano per custodirne lo spirito.

Arrivederci. E grazie.

Marzo 25 2022

Ehi tu, dodicenne che canti e balli la tua canzone inventata nella terra di mezzo tra infanzia e adolescenza. Che ora brontoli sul divano perché i compleanni poi finiscono e ogni minuto deve essere memorabile più del precedente.

Tu che nell’ultimo anno hai imparato a ridere di gusto di una risata aperta, sincera e autoironica, che riempie le stanze e fa innamorare. Che ogni giorno te ne freghi per qualche minuto in più di quello che gli altri pensano di te e inizi a decidere da sola le cose che ti riguardano, dosando con sapienza cinismo e giudizio.

Tu che mangeresti (e mangi) gelato al cioccolato tutti giorni, a qualunque ora del giorno, e la sera provi a convincerci che non conta se l’hai già mangiato quel giorno, perché a ben vedere non è più giorno ma sera. Tu che passi dalla disperazione furibonda alla gioia travolgente in pochi minuti, cambiando registro con la facilità con cui cambi i mondi e le skin sulla playstation.

Tu che spacchi a scuola, spacchi nello sport, spacchi nella musica, spacchi nei videogiochi, ma fai tutto col freno a mano tirato (tranne i videogiochi, s’intende), dando l’impressione di risparmiare energie, andarci piano con le vocazioni e mantenere tempi e spazi per scorprirsi e farsi scoprire poco a poco. E che in compenso hai la straordinaria fortuna di incrociare il maestro giusto nel tempo giusto, quello in grado di accoglierti e rispettarti per come sei, intuendo quello che sarai o che potresti essere.

Tu che quest’anno hai ricostruito il tuo nido in una camera tutta nuova, per conto tuo. Che tuo fratello lo cerchi ancora, ma con una complicità più matura. Che hai cambiato quartiere, scuola e compagni non senza timori, per scoprire invece una naturalezza nuova, che ti ha rinforzato e reso più libera. Che non ti ha fatto perdere i vecchi amici e te ne ha fatti incontrare di nuovi. E che ti fa leggere le storie che incontri, i luoghi che attraversi e gli inevitabili pericoli in cui inciampi con una testa sulle spalle che mi rassicura molto per gli anni a venire.

Tu, che sei nata con le orecchie a tortellino nel salotto di casa di una casa che adesso casa non è più, e uscendo da lì ci è sembrato di perdere per sempre un po’ della magia di quella sera. E invece eri tu quella magia, e l’abbiamo ritrovata intatta, grati, mentre ti guardiamo avviarti in cerca della tua strada nel mondo.

Ehi tu, proprio tu, tanti auguri dal tuo papà.

Gennaio 10 2022

Gianni l’avrebbe fatta molto breve. Gli piaceva molto dilungarsi in aneddoti e storie sportive, amava veder riconosciute le sue imprese e quelle della sua società, ma tendeva a rifuggire le cerimonie ufficiali, i discorsi formali, il doversi parlare addosso in giacca e cravatta.

E del resto che cosa possiamo dirci oggi che non ci siamo già detti in quasi sessant’anni di G.S. Hockey Pordenone, Gianni? Abbiamo passato la vita assieme. Come una famiglia, per sessant’anni abbiamo fatto progetti, abbiamo gioito (e quanto abbiamo gioito!), abbiamo allevato ragazzini, abbiamo litigato (spesso), abbiamo tenuto duro. E poi abbiamo ricominciato, più e più volte da capo. Conto almeno dieci generazioni di ragazze e ragazzi che hanno messo i pattini ai piedi e afferrato una stecca, da quando ti sei messo in testa questa cosa dell’hockey, Gianni. Dieci generazioni, alcune delle quali mettono in fila nonno, papà e nipote.

E quanti nipotini oggi in pista, Gianni. A te importava soprattutto vederli grandi e possibilmente forti, lo svezzamento hockeistico lo lasciavi volentieri ad altri. Alla festa di Natale – tu non avevi potuto essere con noi – avresti dovuto vederli, ho fatto giusto in tempo a raccontartelo l’ultima volta che ci siamo visti. Un palazzetto che brulicava di ragazze e ragazzi di tutte le età, felici, divertiti, innamorati dello sport di cui tu ci hai fatto innamorare tutti quanti. Quella pista brulicante, il fermento che viviamo ogni settimana, per cinque giorni alla settimana, ecco, quello credo sia il più bel monumento che ti potremo mai dedicare. L’hockey che continua, lo sport che sopravvive al suo patriarca, il sogno di tornare grandi che si rinnova di anno in anno, di gruppo dirigente in gruppo dirigente.

La tua visione, il tuo sogno sono sempre stati più grandi e hanno alimentato le visioni e i sogni di centinaia e centinaia di persone. Altro che squadra di provincia: tu eri un dirigente di rango internazionale, e non è un caso che per almeno un paio di decenni tu sia stato davvero uno dei personaggi più potenti nell’hockey pista italiano, e non solo italiano. Lo stanno riconoscendo in tanti in queste ore. Eri uno di quegli uomini che, nel dubbio, preme l’acceleratore a tavoletta, piuttosto che tirare il freno. E nella scorribanda gioiosa, entusiasta e visionaria che è stata la tua vita hai trascinato un po’ tutti noi.

C’è solo una parola che manca nella vicenda del GS Hockey, ed è grazie. “Grazie Gianni” l’avremo detto un milione di volte, figurati. Il grazie distratto, frettoloso, circostanziato, di tutti i giorni. Pendeva invece la celebrazione compiuta della tua vicenda sportiva, il riconoscimento collettivo della longevità delle tue idee, l’apprezzamento pubblico per la generosità che hai dimostrato con le ultime tue decisioni da presidente.

Per questo, anche con la scusa dell’ottantesimo compleanno, ti stavamo preparando una sorpresa per l’inizio del campionato. Al contrario, la sorpresa l’hai fatta tu a noi, amara. E oggi, frastornati dalla commozione, non saremo probabilmente capaci di rendere giustizia alla tua carica umana, al tuo continuo incitamento a fare meglio, alla tua determinazione a superare qualunque ostacolo.

Continuare il tuo lavoro, ricordandoci ogni giorno di quell’uomo genuino dai sogni grandi che ci ha indicato la strada, sarà il nostro modo di dirti grazie.

Ciao a te, Giovanni Silvani. Ciao a te.

Luglio 13 2021

Sono convinto che una delle chiavi di lettura di quest’epoca sia la responsabilità: intorno alle responsabilità che decidiamo di prendere, o più spesso di scansare, prende forma la comunità a cui apparteniamo.

Con quest’animo, sebbene non proprio a cuor leggero, lunedì sera ho accettato di diventare presidente del G.S. Hockey Pordenone, storica associazione sportiva che mi ha conosciuto ragazzino negli anni ’80 (nella rarissima foto d’antan, il primo a sinistra) e mi ha ritrovato qualche anno fa genitore e poi dirigente nel settore giovanile.

Per spirito di servizio, e con lo spirito di servizio che ho conosciuto negli occhi di Antonio Santangelo, di Ermenegildo Marrone, di Antonio Aloisi e di tante altre brave persone di buona volontà che per nostra fortuna ancora attraversano il PalaMarrone, mi metto a disposizione di un progetto non soltanto sportivo per i bambini e i ragazzi di Pordenone che si avvicinano all’hockey su pista, evidentemente lo sport più appassionante di tutti i tempi.

Al presidente Giovanni Silvani, che ieri abbiamo all’unanimità eletto presidente onorario, va la gratitudine mia e di tutto il movimento hockeistico pordenonese per aver contribuito a piantare un seme cinquantasette anni fa e aver accudito quel germoglio attraverso trionfi e tempeste fino a farne uno degli alberi più alti e prestigiosi nel bosco sportivo della nostra città.
Io e l’affiatato gruppo di dirigenti che con me oggi riceve il testimone di una gestione storica ne portiamo la consapevolezza e l’orgoglio.

§

Il comunicato dell’ASD GS Hockey Pordenone

Giugno 30 2021

Se non ti chiedi come funziona quello che funziona, chi c’è dietro a tutta la cura che serve, comprendi solo una parte della tua città.

Dietro a Pordenone, dietro alle persone che ci hanno messo di volta in volta la faccia, com’è giusto che sia, dietro all’esplosione di eventi culturali e alla capacità della città di fare cose e attirare attenzione, negli ultimi vent’anni c’è stato soprattutto un manipolo di persone giovani, preparate, intraprendenti, la testa veloce quanto le mani, dotate di una passione e di un senso del servizio civico fuori dal comune.

O per meglio dire dentro al comune, perché in effetti l’epicentro di questa congiuntura straordinaria che ha contribuito a scuotere una città di fabbriche e caserme è stato proprio nella pancia del municipio. E l’epicentro dell’epicentro, nella mia immaginazione, era la scrivania di Bertilla Fantin, una scrivania il più delle volte vuota perché la città intera era per lei postazione di lavoro.

Allora forse si può intuire che cosa ha perso oggi Pordenone. Un ingranaggio di quelli che riparare il motore poi è un bel casino, che mica esistono le fabbriche di ingranaggi così. Un equilibrio meraviglioso di coscienza pubblica, efficienza privata, pratica, motivazione, capacità di trovare una soluzione per ogni problema.

E questo ancora è nulla di fronte alla simpatia, che scaturiva fin dal nome, alla carica umana, alla leggerezza, alla discrezione, alla benevolenza per il prossimo, all’amore per la città. Una persona molto speciale, che ti conquistava con naturalezza in un attimo e che poi non dimenticavi più, come confermerà probabilmente in queste ore chiunque l’abbia conosciuta.

Bertilla era un ingranaggio dell’anima di Pordenone. Non l’anima della Pordenon de ‘na volta, quella che fa tanta nostalgia. Ma l’anima della Pordenone di oggi, quella che stiamo ancora costruendo, a cui Bertilla ha dato tanto e ancora tanto avrebbe dovuto dare. Che fa rabbia, anche se un giorno rimarrà solo la riconoscenza.

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