il blog di Sergio Maistrello

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Fatevene una ragione, arriveranno sempre dopo

Capisco sempre meno le polemiche sul ritardo dell’informazione mainstream in caso di notizie importanti e impreviste. Prendiamone atto e facciamocene una ragione: in piena notte, in orari periferici, in situazioni confuse, i giornalisti arriveranno sempre più tardi. Ed è molto meglio così. Preferisco un’informazione che si prenda il tempo di verificare i dettagli e che quando si esprime diffonde certezze, rispetto a dirette fiume improvvisate, che prendono notizie a casaccio da agenzie e flussi di rete, mancano alla loro missione essenziale basata sull’accuratezza e sulla sintesi. I social network ci hanno abituato a una velocità che prima semplicemente non esisteva. Ricordo bene terremoti come quello di stanotte, quando ero ragazzino: le edizioni straordinarie dei tg non si facevano con la facilità di oggi, non esistevano i canali all news (italiani), c’era solo il benemerito Televideo, embrione di flusso digitale nell’informazione giornalistica tradizionale, davanti al quale aspettavo non meno di un’ora l’aggiornamento chiarificatore. Ed era un’altra ansia, peraltro nemmeno condivisa come oggi.

Dovremmo considerare lo straordinario tempo reale condiviso attraverso Twitter e Facebook qualcosa in più, un arricchimento per tutti, non una competizione con le testate giornalistiche. “Se non ci fosse stato Twitter…”: invece c’è, ed è per questo che percepiamo la differenza. Stiamo parlando di due forme di informazione diverse, che hanno tempi e presupposti differenti. Non basta un tweet e una foto di un crollo per avere la notizia, giornalisticamente parlando: o meglio è un’informazione rilevante per me se il tweet mi arriva da @gluca, di cui ho fiducia e che ha l’avventura di vivere sull’epicentro del sisma di questa notte, ma dal Tg1, da Rainews o da Repubblica.it voglio qualcosa di diverso e di più che una collezione di tweet aggregati dalla rete. Non è semplice e lo è ancora meno oggi, che di fronte all’aumento di complessità del mestiere gli organici, i turni e il non necessario vengono selvaggiamente potati per contenere i costi. A volte penso a che cosa avrebbe potuto essere l’informazione giornalistica se mai avesse unito gli strumenti d’oggi alle risorse di ieri.

Non capisco nemmeno le polemiche sui tweet acquisiti più o meno sportivamente dalle testate: io non riesco proprio a concepirli come contenuti originali che ciascuno di noi compone in esclusiva per il proprio ininfluente canale Twitter (col sottointeso che, se utilizzati da canali professionali dovrebbero essere adeguatamente remunerati). Sono testimonianze che mettiamo a disposizione di un ecosistema e che, in contesti straordinari e auspicabilmente rari, diventano parte di una notizia e vengono amplificati dai media mainstream. La notizia non è soltanto copia-incolla, è un processo di validazione e costruzione complessa di senso che prescinde dalla sigola unità di informazione. Ieri si intervistavano le persone con un microfono, oggi esistono molti altri modi per mettere a sistema i loro punti di vista, in modo più veloce ed efficace.

Per inciso, di quello che io penso debba essere un approccio compiutamente giornalistico nell’epoca delle reti sociali ho riscontrato un solo caso all’altezza, stanotte. Ed è stato quello de Il Post, che ha saputo unire sangue freddo velocità di reazione, ricchezza di fonti, prudenza nella selezione e capacità di sintesi.

Perché apprezzo i nuovi Diari di Facebook

Ho sempre pensato abbastanza male di Facebook (e ne ho scritto anche in passato). Lo considero un laboratorio sociale imprescindibile, perché è pur sempre la prima applicazione della rete costruita su grafi sociali ad aver clamorosamente superato ogni possibile massa critica necessaria per far girare al massimo i suoi ingranaggi. Tuttavia soffro la rigidità dei suoi percorsi e i vincoli formali imposti qui e là all’espressione personale. Certo conta, nel mio giudizio, il fatto che io provenga da una socialità web, quella dei blog, dove tutto può essere disegnato a propria immagine e somiglianza. Eppure ultimamente trovo Facebook migliorato: non sarà mai il mio luogo elettivo, perché resta profondamente chiuso al suo interno in una rete che ci insegna che il valore nasce consiste nell’apertura, ma riconosco che il servizio sta diventando giorno dopo giorno più ricco e flessibile. Al punto che questa volta non condivido affatto le proteste che si vanno diffondendo sulle nuove pagine, i cosiddetti diari (o, come dovevano chiamarsi prima della contestazione del marchio, le timeline).

Con le timeline, infatti, Facebook recupera la memoria, ovvero ciò che più gli mancava. Non è soltanto un fatto funzionale, legato alla maggiore o minore facilità di accesso ai contenuti passati. La memoria in rete è il fondamento dell’identità e della reputazione, oltre che un volano di interazioni inaspettate per i contenuti nel tempo. A molti ritrovarsi davanti il priorio passato non piace affatto, soprattutto se le chiacchiere affidate alla rete sono intese come una forma di intrattenimento istantaneo e senza troppe implicazioni. Forse queste persone dovrebbero prendere atto che, diari o non diari, stanno usando lo strumento sbagliato: in rete il passato lascia tracce anche senza un accesso diretto agli archivi. In rete siamo quello che scriviamo e condividiamo, siamo il modo in cui gestiamo le interazioni con gli altri, siamo quello che gli altri scrivono di noi. L’identità e la reputazione ci servono, se vogliamo che le nostre idee siano prese in considerazione (le urla scomposte degli sconosciuti impressionano soltanto i giornalisti del vecchio mondo). Dunque fornire un supporto molto più evidente e funzionale alla memoria delle interazioni dentro Facebook dal mio punto di vista è un miglioramento sostanziale.

Trovo poi che le nuove pagine servano molto meglio i contenuti. Il contenitore fa un significativo passo indietro rispetto ai contenuti. Inoltre le nuove pagine danno molto più spazio alla sensibilità e ai criteri estetici del singolo iscritto. Piccoli dettagli, forse, ma ho la sensazione che ora le pagine di persone molto diverse fra loro possano apparire in modo sostanzialmente diverso. L’uso della “copertina”, il colpo d’occhio sulla selezione di amici in primo piano che forma un’immagine molto diversa dalla lista precedente, l’uso integrato di metadati di tempo, luogo e prossimità a corredo dei contenuti: colgo un diffuso e importante tentativo di fornire strumenti all’espressione delle peculiarità individuali. Nulla che non fosse già disponibile dal 1999, ma per la prima volta integrato in un sistema popolato da 800 milioni di persone, non è un salto indifferente. Resta forse da trovare un migliore equilibrio nella riconoscibilità di unità di contenuto che scorrono ora da una parte ora dall’altra della timeline, ma mi pare il meno.

Dice che sacrifica i contenuti giornalistici. L’argomentazione non mi convince del tutto o comunque mi pare molto contingente, di corto respiro. È vero, il nuovo formato valorizza le immagini più del testo, così come forse ridimensiona un po’ il video: mi pare una buona notizia per le immagini, senza togliere nulla a ciò che già il testo aveva a disposizione. Ma in un mezzo di comunicazione che prova a fondere testo, immagini e video in grammatiche nuove mi pare un problema relativo, un passaggio verso una più matura capacità di espressione crossmediale. Inoltre tenderei a sdrammatizzare il problema di quanto cambino le pagine delle persone, dei giornali o delle aziende. Perché, come nel caso dei siti, si tratta sempre più di piattaforme di lancio per i contenuti, non del luogo principale di socializzazione tra le persone e i contenuti. Un po’ come il rapporto tra redazioni ed edicole: le persone non vengono in redazione a leggere il giornale, lo comprano in edicola e lo leggono dove pare a loro. Così su Facebook: la pagina rende pubblici i contenuti, custodendoli per chi cerca contestualizzazioni più marcate, ma la fruizione prevalente avviene soprattutto nella bacheca generale degli iscritti e attraverso le segnalazioni della rete sociale.

Solo per dire: guardiamola un po’ più da lontano, ecco.

Fargli un monumento

Ma io mi ostino a pensare che questa protesta, geniale e coinvolgente, degli studenti che si prendono i luoghi simbolo d’Italia non sia tanto contro questa riforma e contro questo governo. Quelli sono il pretesto, la notizia buona per i titoli del tg. La scintilla che innesca. Mi piace invece pensare che stiano protestando per lo sfascio, per l’arroganza, per il cinismo, per la miopia che gli ultimi venti o trent’anni di storia italiana, con governi di ogni colore, hanno riservato loro. Per lo stato in cui è ridotto l’intero sistema della formazione nazionale, per la precarietà degli edifici, per la prostrazione degli insegnanti, per la tristezza delle ultime riserve di potere, per il tedio dell’ennesima riforma che sai già destinata a impoverire ancora. Per lo spettacolo disonorevole di questi anni. Mi piace pensare che questi esuberanti giovanotti abbiano trovato il coraggio, la motivazione e l’intuizione per fare quello che noi ex-studenti sfuggiti per un soffio al collasso, noi genitori che portiamo a scuola la carta igienica per i nostri figli, noi adulti tramortiti al pensiero dell’eroismo quotidiano che ci sarebbe richiesto, non siamo stati capaci di fare: ritrovare dignità, alzare la voce, riprenderci – almeno simbolicamente – ciò che ci spetta. Per questo trovo quei monumenti occupati un’immagine potente come non se ne vedevano da anni. Per questo auguro a tutti noi che non si stanchino o non siano distratti troppo presto. E per questo, come altri in queste ore, penso che su quei monumenti dovremmo esserci anche noi.

Salutando la legge Pisanu

Quello che penso di quella che per molti, me compreso, è la notizia del giorno (appunti disordinati per chiarirmi le idee):

  • il fatto che il governo abbia deciso di lasciar finalmente scadere la legge Pisanu (quel che ne resta) è, a prescindere, un bene;
  • non è avvenuto per improvvisa illuminazione di chi fino a ieri ha ostinatamente rifiutato ogni dialogo in proposito, è un banale gioco di contingenze politiche e convergenze di schieramenti, internet paradossalmente c’entra poco o nulla;
  • non è, di conseguenza, sintomo di un’inversione di tendenza nella considerazione di una classe dirigente profondamente impermeabile a tutto ciò che non ha origine nelle dinamiche di massa e nella loro conservazione;
  • dunque non servirà a molto, sarà soltanto un gagliardetto di cui qualcuno, durante la prossima campagna elettorale, a centrodestra così come a centrosinistra, si farà vanto cercando voti in determinati segmenti della società;
  • anche perché l’articolo 7 della legge Pisanu (ovvero l’oggetto della decisione di oggi) non è che la punta di un iceberg fatto di vincoli e norme riguardanti internet in Italia: si potrà accedere più facilmente agli hotspot pubblici, ma non sarà la libertà totale che qualcuno immagina;
  • il valore di questa decisione è soprattutto simbolico: la legge Pisanu era diventata il pretesto per una battaglia culturale molto più ampia, una battaglia è ancora in corso e che nonostante una giornata di gloria non promette benissimo;
  • parentesi: spero che di questa finestra tardiva e ormai quasi inaspettata approfittino soprattutto le reti civiche convinte che l’accesso a internet sia elemento costituzionale della cittadinanza dei prossimi decenni;
  • oggi non abbiamo fatto un passo avanti, siamo semplicemente tornati su una linea di partenza da cui avevamo scelto consapevolmente di retrocedere; gli altri sono già tutti più avanti.

Le puntate precedenti: il mio appello del 2009 su Apogeonline, le prime reazioni, la Carta dei Cento per il libero WiFi, spunta la proposta Cassinelli, dubbi sugli effetti della Pisanu sul WiFi, l’epilogo 2009, il mio cinismo brontolone nel 2010.

Altri pareri interessanti (link man mano che leggo): Zambardino sui timori del procuratore antimafia Grasso e soprattutto sul un passaggio regolamentare ancora molto nebuloso, Scorza fa il punto sulla confusione intorno all’annuncio, Gilioli è prudente e non del tutto soddisfatto,  Jannis stigmatizza il tono di Maroni e fa una domanda precisa, Mantellini dice che è una presa in giro (e ha ragione), Longo dice che non è del tutto una presa in giro.

Il beneficio del dubbio, a posteriori

La guerra giusta, le bombe intelligenti e tutte le altre menzogne retoriche. Quando, sul ciglio della disgraziata guerra in Iraq, qualcuno alzava la voce per ricordare che nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono civili, veniva messo a tacere e sbeffeggiato dagli zelanti portavoce della coalizione dei volonterosi. Oggi sappiamo che erano questi ultimi ad avere ragione: in effetti le vittime civili in Iraq non sono il 90%, sono soltanto il 60%. Saranno soddisfatti.

Manuale di istruzioni per la contemporaneità

Ieri sera a Mestre – era un dibattito sul futuro del giornalismo, tra carta e rete – verso la fine è arrivata una domanda interessante da una persona in sala. Diceva, su per giù: ai miei tempi c’era un bel libro, ti insegnava come utilizzare in modo consapevole gli strumenti di comunicazione di allora. Era Come si legge un giornale di Paolo Murialdi. Come si intitolerebbe oggi un libro del genere?

Io – avevo appena finito di parlare dell’inadeguatezza delle leadership, che interpretano i problemi del 2010 con la testa del 1985, e della necessità di pensare non tanto alle regole da imporre, ma alla consapevolezza e alla responsabilità individuale da coltivare – ho risposto d’istinto Come essere buoni cittadini.

Ma m’è sembrata una domanda inconsueta e ricca di sfumature, e mi piacerebbe raccogliere qualche altra idea in proposito.

È anche un problema di virgole

Lui scrive di getto, dal cellulare, senza cura per la punteggiatura e senza rispetto per il lettore. Ne esce un pensiero faticoso e poco chiaro, di quelli che pur volendo essere assertivi ti lasciano alcuni punti di domanda. Lei glielo fa notare: non potresti essere più chiaro? Lui risponde: dal cellulare va così, mi passa la voglia di trovare le virgole e se ragionassi di più mentre scrivo perderei di efficacia. Scorrendo innocenti aggiornamenti estivi su Facebook mi si accende una lampadina. È proprio così che facciamo: quando abbiamo torto marcio difendiamo le nostre ragioni con sprezzo della vergogna che dovrebbe serrarci la bocca e invece rispondiamo con la supponenza delle nostre condizioni soggettive elette a criterio universale di giudizio e di giustificazione. Non rispettiamo più le regole del gioco: abbiamo abbandonato il campo neutro, ci siamo ritirati nel nostro cortile. Ognuno contro tutti gli altri, ognuno secondo ordini differenti e autoindulgenti.

La valigia dell’attore

Dan Gillmore scriveva l’altro giorno di come i cittadini che fotografano il fatto di cronaca e lo rilanciano in rete non siano forse giornalisti, ma di certo commettono atti di giornalismo. Sulla stessa falsariga, ieri al convegno di Ustation Roberto Toffolutti suggeriva che forse la rete non ci rende tutti editori, ma permette a tutti di compiere atti editoriali. Nel vivace dibattito americano sull’attentatore suicida che si è lanciato sulla sede di Austin del fisco americano, dibattito che cerca da giorni di decidere se si può chiamare terrorista quello che probabilmente è soltanto un fanatico violento, c’è chi comincia a dire che no, non era un terrorista, ma è innegabile che abbia compiuto atti di terrorismo. Cominciano a mancare le parole per definirci.

I panini e la rivoluzione

Da qualche parte dovremo pur ricominciare a ricostruire questo Paese. Sono convinto da tempo che la soluzione non riuscirà più ad arrivare dall’alto, ma dovrà necessariamente emergere dal basso. Da ciascuno di noi in quanto parte di un soggetto collettivo che ha il dovere di farsi carico del proprio destino. Se le cose vanno come vanno è prima di tutto colpa nostra, altrimenti certe anomalie italiane non sarebbero durate nemmeno un giorno. Ci penso spesso, cercando un appiglio, un innesco per questa rivoluzione gioiosa che sono certo un giorno salverà l’Italia dalla depressione, dalla senilità e dalla rassegnazione. Ieri sera alla stazione centrale di Milano penso di averlo finalmente trovato. Nei panini.

In nessuna stazione o aeroporto in cui mi sia capitato di transitare si mangiano panini altrettanto scialbi, insignificanti, dozzinali. Non necessariamente cattivi: semplicemente si accontentano di essere il meno possibile, il punto di equilibrio più stiracchiato possibile tra necessità delle persone, costo al dettaglio e qualità complessiva. Tu hai fame, loro hanno il cibo: se non ti sei preso per tempo, se viaggi a orari critici, se devi calmare quel languorino che poi ti rende il tragitto una sofferenza non hai alternative. In dieci anni che frequento regolarmente quel luogo non è mai comparsa un’alternativa che sia una, e al contrario ce ne sono sempre meno. Nell’arco di mezzo chilometro, nella seconda città del Belpaese, l’unica alternativa sono i panini di McDonald’s, per dire. Non ho mai mangiato cibo da urlo in una stazione, ma insignificante e avvilente come quello di Milano – che pure ho comprato spesso per necessità e disorganizzazione – da nessuna parte mai.

Allora, ragionavo ieri sera, se volessimo cominciare a prenderci carico delle sorti di questo Paese, i panini della stazione centrale di Milano potrebbero essere un buon punto di partenza. Un pretesto, un simbolo da stampare sulle bandiere che sventoleremo durante la rivoluzione. Sono la metafora perfetta di ogni grettezza, di tutto il cinismo, del primato del commercio su ogni afflato di umanità e di passione per ciò che si fa. Immagino che quei panini facciano girare (non poco) l’economia di quel microcosmo, ma chi conta i soldi deve avere gli occhi foderati di prosciutto, ed è prosciutto scadente. Ecco, cominciare a lottare per quei panini – non tanto per averne di migliori, quanto per rivendicare il nostro sacrosanto diritto alla gioia del palato, alla soddisfazione dell’appetito e al felicità dello stomaco – mi sembra un punto di partenza. Il fatto che non esistano alternative non deve giustificare la nostra complicità. Boicottiamo i panini della stazione centrale di Milano, lottiamo per averne di migliori, marciamo per la dignità dei nostri apparati digerenti. Un uomo è anche ciò che mangia, se mangiamo cibo triste siamo destinati a crogiolarci in questa malinconia. Tutto il nostro essere, a cominciare dalle papille gustative, anela alla felicità. Capaci che se ci prendiamo gusto poi, un po’ per volta, ce la si faccia ad arrivare fino ai massimi sistemi.

(Avevo anche un ragionamento iconoclasta sulla violenza psicologica degli spot rilanciati dagli schermi comparsi nelle stazioni italiane e sul nostro diritto naturale a sabotarli, ma magari un’altra volta.)

Le copertine dei libri americani

Ieri ho spostato libri tutto il giorno per mettere a punto una bibliografia. Improvvisamente ho messo a fuoco una curiosità che continuava a sfuggirmi davanti agli occhi: i libri americani non hanno (quasi) mai il marchio dell’editore sulla copertina. Il logo compare discreto sulla costa e in quarta di copertina, ma la prima di copertina è tutta concentrata sulla presentazione del libro e del suo autore. Pulita, essenziale e in un certo senso unica. Abituato alle gabbie italiane, dove il formato e il design caratterizzano a prima vista non solo l’editore, ma spesso addirittura la collana, ci ho rimuginato un po’ su. Pensa ai libri Einaudi, per dirne una, raffinatissimi nella loro essenzialità, in quella peculiare predominanza di bianco: è chiaro al primo sguardo che quello è prima di tutto un libro Einaudi; solo dopo ti concentri sulla sua unicità, sul suo titolo, sul suo autore.

Non è questione di meglio o peggio: sono sensibilità diverse, storie diverse, mercati diversi. Però non mi dispiace quello che leggo tra le righe di questa convenzione tutta americana: la interpreto come una forma di rispetto estremo per il libro, per l’unicità della sua storia, per un processo di produzione e commercializzazione che non dovrebbe conoscere routine e che andrebbe adattato titolo per titolo. E mi sembra interessante che un mercato che istintivamente percepisco come più industriale e codificato del nostro riesca a comunicare al contrario questo sottile non-so-che di artigianale. Da noi l’artigianato sta soprattutto soprattutto nella fase di produzione (ed è un bene, credo), poi il prodotto è indirizzato su un percorso standardizzato e impersonale già a partire dalla confezione.

Tra le righe leggo anche un diverso equilibrio tra i ruoli. L’editore sceglie, produce e distribuisce (tre parole da cui trapela a fatica la complessità): è il soggetto forte, quello che garantisce la vita commerciale di un testo, quello che ha l’ultima parola e che per definizione deve guadagnare dal suo prodotto. Ma una volta che il libro è fatto, che al mercato (ovvero ai distributori e ai librai) sono chiare le sue coordinate e che s’è investito quel che si doveva investire in marketing, l’editore statunitense fa un passo indietro. A quel punto diventa una relazione tra librario e cliente. E diventa, soprattutto, una questione di empatia a distanza tra autore e lettore (la scrittura è telepatia, dice Stephen King in On Writing). In Europa l’editore è l’ospite. Negli Stati Uniti è il maggiordomo.