Archivi categoria: Guardo

È tutto morto se non vi innamorate

Del nuovo film di Benigni, La tigre e la neve, mi ha colpito una cosa in particolare. Che durante la stessa scena, spesso, c’era chi rideva di gusto e chi si asciugava le lacrime. Segno di un film particolarmente ricco di livelli di lettura differenti, e che a me nel complesso è piaciuto. Mi ha sorpreso all’inizio (la scena iniziale è tripudio di citazioni e di sottointesi) ed è rimasto credibile – pur tenendosi con le unghie – anche sotto le bombe di Bagdad. Credibile, e poetico, nei termini della lezione un po’ folle sul senso e sul potere della poesia che il protagonista tiene alla sua classe nella prima parte, molto solare, del film.

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Dall’alba al tramonto

Dunque ora so che Celine e Jesse non s’incontrarono affatto a Vienna sei mesi dopo essersi conosciuti su un treno diretto a Parigi da Budapest. Immaginavo che andare a vedere Prima del tramonto (Before Sunset) nove anni dopo Prima dell’alba (Before Sunrise) avrebbe rovinato in parte la poesia che il film di Linklater mi ha trasmesso ogni volta che l’ho rivisto (non poche). Meraviglioso: un film in cui i protagonisti non fanno altro che blaterare dal primo all’ultimo minuto, senza che succeda mai nulla per davvero. Ha ragione Pietro, probabilmente, quando dice che il primo film parla ai ventenni come oggi il secondo parla ai trentenni; sta di fatto che a me Prima dell’alba in qualche modo ha continuato a parlare.

Quello che penso di Prima del tramonto è condizionato per i primi 10 minuti dall’effetto “ah, ecco come andò poi a finire”, seguito da sguardo ebete e tentativo di riprendere faticosamente il filo della storia. Per i successivi 20 minuti mi sono lasciato distrarre dall’impressione di riconoscere riferimenti visivi a uso e consumo di chi conosce a memoria i primi 105 minuti: il risultato, nel mio caso, è stato fastidio più che complicità. Quando finalmente la pellicola entra nel vivo, i protagonisti riprendono a blaterare amabilmente da dove si erano interrotti. Dice Louga di Bamboo che i dialoghi sono a volte più banali a volte più interessanti, ma mai noiosi; e io sono d’accordo con lui. Questa volta, però, i protagonisti sembrano andare di fretta e manca un pizzico della magia che teneva viva la storia: è scomparsa l’illusione di una meta da scoprire passo dopo passo del primo film, e l’impressione è semmai di trovarsi davanti a un percorso tracciato a tavolino su una piantina di Parigi.

Nella seconda metà il film trova il suo perché e diventa più coinvolgente, ben interpretato da Ethan Hawke e Julie Delpy. Il finale, neanche a dirlo, resta sospeso. Nel complesso niente male, ma mi appunto di rividerlo a mente lucida tra qualche mese per giudicarlo in modo più obiettivo.

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Oscar va di fretta

Il manifesto ufficiale della 76. edizione degli Oscar Entro le 17 di oggi (ora di Los Angeles, le 2 di notte in Italia), i giurati dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences avranno espresso le proprie preferenze in merito ai film della stagione cinematografica 2003. Le cinquine selezionate per gli Oscar saranno annunciate fra 10 giorni, all’alba di martedì 27 gennaio. La 76.a cerimonia di assegnazione delle statuette si terrà il 29 febbraio, con quasi un mese di anticipo rispetto alle precedenti edizioni, e sarà presentata da Billy Crystal. Per la categoria miglior film sono in concorso 254 lungometraggi. Più numerose che mai, 54, le nazioni che hanno presentato un film nella categoria riservata al miglior film straniero. Rappresenta l’Italia, come noto, Io non ho paura di Gabriele Salvatores.

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Le foto del Che

Ernesto Che Guevara, autoritratto, 1959Sabato ho visto la mostra di Ernesto Guevara Lynch de la Serna, un fotografo poco conosciuto, più noto come rivoluzionario cubano: sono esposte un centinaio di immagini scattate negli anni ’50 in occasione dei viaggi del Che da studente di medicina in Asia e Sud America e quindi agli inizi dell’attività politica in Guatemala e Messico. La raccolta nasce sulla base di un lavoro di recupero e conservazione avviato al Centro de Estudios Che Guevara dell’Havana e da un paio d’anni sta girando tra Spagna, Cuba, Messico, Uruguay, Francia, Nicaragua e Germania. A Milano si ferma fino al 20 dicembre nello spazio Solferino 19 (di fronte al Corriere della Sera), con dettagli riassunti qui.

Mettete un appassionato di fotografia davanti a reperti storici in bianco e nero e a qualche precoce esperimento di colore e farete di lui una persona felice. Lo stesso vale per chi in Che Guevara ha amato un’ideale politico e vuole approfondire la conoscenza dell’uomo. Tuttavia la mostra non offre molto più di questo e vien da pensare che difficilmente, non fosse diventato un’icona del XX secolo altrimenti, Che Guevara avrebbe guadagnato tanto interesse come fotografo, nonostante le sue opere dimostrino indubbia umanità e sensibilità nel fissare momenti, sguardi e architetture. Tra gli scatti più sorprendenti, le intuizioni di alcuni autoritratti, la serie di testimonianze dall’India e i panorami messicani.

Ernesto Che Guevara, autoritratto, Cuba, 1959Della mostra, almeno per come è arrivata a Milano, delude più di tutto l’allestimento scarno. Troppo impegnati a celebrare un improbabile Che Guevara grande artista, i quattro o cinque pannelli introduttivi perdono completamente l’opportunità di entrare nel vivo del percorso fotografico, che attira interesse soprattutto in quanto percorso di vita del suo autore. Perfino le didascalie delle immagini non vanno oltre descrizioni generiche e imprecise: dietro Ciminiere, Cuba, 1961 e alle curiose immagini di fabbriche sudamericane, per esempio, c’è un universo di senso che l’occhio contemporaneo fatica a cogliere e che qualche studioso avrebbe potuto aiutare a comporre. Laddove non è pura espressione d’arte, la fotografia è documentazione e ricordo, pertanto vive soprattutto di contesti.

Per chi se ne vuole fare un’idea più precisa, un’ampia introduzione è disponibile in inglese sul sito del Museum für Kunst und Gewerbe di Amburgo, che ha ospitato la retrospettiva nel 2001. Dodici fotografie in mostra sono pubblicate da Virgilio.

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Will Hunting in salsa tartara

Un fotogramma di Monsieur Ibrahim e i fiori del CoranoPrendi quattro dosi di Kim, tre di Will Hunting e di Scoprendo Forrester, due di Karate Kid (ma può andare bene anche Il ragazzo dal kimono d’oro). Mescola il tutto a lungo e, dopo averlo versato in un bicchiere, aggiungi una scorza di Bagno Turco, una ciliegina alla 400 colpi e guarnisci il tutto con una spolverata di Thelma&Louise. Ecco fatto il cocktail Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano. Che non è niente male, soprattutto se lo prendi con leggerezza, se ti sei fatto depistare a sufficienza dal trailer, se non hai idea di che cosa tratti e se ignori dove vada a parare. Piccolo bignami senza pretese e piuttosto conciliante sulle differenze culturali tra le religioni, il film resta tutto sommato credibile anche quando da storia della formazione alla vita di un sedicenne ebreo preso sotto l’ala protettrice di un anziano commerciante sufi si trasforma in un road movie che parte dalla periferia parigina per arrivare agli sterrati del Corno d’Oro. Misurato nell’alternare elementi scontati a evoluzioni sorprendenti, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano regala piacevoli chicche, a cominciare dal viaggio raccontato per cieli e per odori. Ottimo il cast, notevoli i due protagonisti (Omar Sharif e il debuttante Pierre Boulanger), bravo il regista François Dupeyron a non farlo scadere in un intollerabile polpettone di buoni sentimenti.

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Nient’altro che Allen

Mi chiedo se sia un buon segno il fatto che non ho molto da dire su Anything Else. È il solito Woody Allen d’annata. Un buon Allen d’annata, questa volta. Stile raffinato, cast indovinato, dialoghi serrati, ironia intelligente, improvvise e folgoranti battute (che non sono mai quelle che hai letto sui giornali). Insomma, un film piacevole che riempie con dignità due ore del tempo dello spettatore. Anything else?

(Beh, volendo qualche riflessione tra psicologia e cinema sull’evoluzione del cineasta Woody Allen, ma altri l’hanno già fatta meglio.)

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Il senso dei sognatori per il cinema

Un fotogramma di The DreamersMa sì, il sessantotto. E poi il sessantanove, il settanta, il settantuno, e via fino al duemilauno, duemiladue, duemilatre, e la delusione sul volto di Matthew nella scena finale che è probabilmente la stessa di molti di fronte alle ribellioni ragionevoli di questi anni condotte in modo irragionevole. Non mi è dispiaciuto The Dreamers. Non mi ha nemmeno esaltato, a essere sincero, ma di questi tempi ho fatto l’abitudine a uscire scettico dalla sala. L’ho trovato denso di fascino: a volte sprecato, a volte compiaciuto, a volte intenso e raffinato. Talvolta è superficiale nel dipingere i tre protagonisti e spesso ha il fiato corto nel tenere il filo dei giorni che passano. Tuttavia sulle perplessità trionfano scene e citazioni di grande impatto visivo, che – piaccia o meno il film nella sua interezza – ci accompagneranno a lungo: peccato soltanto che la loro intensità sia stata svilita da settimane di antipazioni su locandine, riviste e tv. Ho amato The Dreamers per brevi istanti, quando è più genuina la complicità adolescenziale tra i protagonisti e i film della loro vita. Nelle scene che si perdono tra presente e pellicola (così come era stato, a modo loro, in Garage Demi o in Nuovo Cinema Paradiso) c’è un tentativo di onorare la magia del cinema nella vita di tutti i giorni che immancabilmente mi emoziona.

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Una storia già vista

Un fotogramma di ElephantElephant, di Gus Van Sant. Palma d’oro e premio alla regia al Festival di Cannes 2003.

Prima di tutto mettiamoci d’accordo sul titolo. La Repubblica: «Si riferisce ai massacri compiuti dai pachidermi impazziti». L’Unità: «Prende il titolo, non a caso, dal simbolo del partito repubblicano». Corriere della Sera: «Van Sant ha preso il suo titolo dall’apologo buddista dei ciechi che cercano di immaginare un elefante, riuscendo soltanto a descrivere la parte che ciascuno può toccare». BBC: «Van Sant took both the title and the multi-perspective style of Elephant from British director Alan Clarke’s 1989 BBC programme about violence in Northern Ireland. Van Sant originally thought that Clarke’s title referred to the old Buddhist parable in which several blind men each examine a different part of an elephant and think that they understand the whole, but it turns out that Clarke was actually referring to the proverbial elephant in the room that everyone sees but no one mentions».

Poi il film. Non sarebbe neanche male se non arrivasse buon ultimo a colpire l’immaginario collettivo con immagini di gioventù perduta e sparatorie nelle scuole. Pescando a caso i primi esempi che mi passano nella testa: Bowling for Columbine, The Basketball Diaries, l’intera collezione di Larry Clark (da Kids a Ken Park), per finire in musica con la sempreverde Jeremy (RA, WM) dei Peal Jam.

Note sparse. Lunghi piani sequenza pedinano in continuazione i protagonisti: bello, anche se ripetitivo. Piccoli fatti visti da più angolazioni: bello, ma non molto originale e in questo caso fin troppo abusato. I personaggi hanno lo stesso nome dei rispettivi attori: tutti bravi, per non essere professionisti. La cornucopia di luoghi comuni nelle ambientazioni, nelle situazioni, nelle musiche e nella caratterizzazione dei personaggi: talmente marcata da sembrare per lo meno voluta. Le occasionali immagini al rallentatore: terribili, soprattutto in un film d’autore. L’uso di suoni e rumori come elemento narrativo di primo piano: questo sì, mi è piaciuto. Il gioco a disorientare lo spettatore con le lunghe passeggiate dei protagonisti, che cambiano direzione ogni volta che chi guarda crede di aver intuito la possibile meta: bello, ma calcato ai limiti della noia.

In definitiva. Non mi ha convinto molto. Non ho capito tutto l’entusiasmo generato a Cannes, dove ha vinto quasi tutto. Mi è sembrata sopravvalutata la reinterpretazione di cose già viste, nonostante il tocco di classe di Gus Van Sant, regista che in genere apprezzo molto. Non mi ha preso alla gola dopo dieci minuti, come promettevano le locandine. E, a costo di sembrare cinico, non mi ha nemmeno sconvolto più di tanto.

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