il blog di Sergio Maistrello

Archivio della categoria 'Parlo di Internet'Pagina 2 di 13

Al Personal Democracy Forum Europe

Sono in partenza per Barcellona, dove venerdì e sabato si tiene la prima edizione europea del Personal Democracy Forum (nel 2008 sono stato invece all’edizione madre di New York). I temi sono quelli usuali: internet, social media, collaborazione, partecipazione, democrazia emergente, implicazioni sulla società. In questo caso però sono molto curioso di vedere all’opera una rete di persone e di esperienze di stampo e sensibilità tutto continentale. Tra l’altro non sono pochi gli italiani inseriti in programma (day 1, day 2): Antonella Napolitano, Antonio Sofi, Diego Bianchi e Alberto Cottica. Per quanto possibile, raccoglierò e rilancerò segnali.

Al Pdf Europe dovrebbe anche essere presentata la bozza definitiva della Dichiarazione aperta sui servizi pubblici europei, un documento collaborativo messo a punto nei mesi scorsi con il quale si vorrebbe sensibilizzare i governi dell’Unione – riuniti a Malmo negli stessi giorni – al ripensamento delle amministrazioni in chiave di trasparenza, di partecipazione e di abilitazione dei cittadini (empowerment). Questo è il testo (nel sito è disponibile anche una traduzione italiana):

An Open Declaration on European Public Services

The needs of today’s society are too complex to be met by government alone. While traditional government policies sought to automate public services and encourage self-service, the biggest impact of the web will be in improving services through collaboration, transparency and knowledge-sharing.

Europe should grasp this opportunity and rebuild the relationship between citizens and the state by opening up public institutions and by empowering citizens to take a more active role in public services.

As citizens, we want full insight into all the activities undertaken on our behalf. We want to be able to contribute to public policies as they are developed, implemented, and reviewed. We want to be actively involved in designing and providing public services with extensive scope to contribute our views and with more and more decisions in our hands. We want the whole spectrum of government information from draft legislation to budget data to be easy for citizens to access, understand, reuse, and remix. This is not because we want to reduce government’s role, but because open collaboration will make public services better and improve the quality of decision-making.

Against this background, we propose three core principles for European public services:

1.       Transparency:  all public sector organisations should be “transparent by default” and should provide the public with clear, regularly-updated information on all aspects of their operations and decision-making processes. There should also be robust mechanisms for citizens to highlight areas where they would like to see further transparency. When providing information, public sector organisations should do so in open, standard and reusable formats (with, of course, full regard to privacy issues).

2.       Participation: government should pro-actively seek citizen input in all its activities from user involvement in shaping services to public participation in policy-making. This input should be public for other citizens to view and government should publicly respond to it. The capacity to collaborate with citizens should become a core competence of government.

3.       Empowerment: public institutions should seek to act as platforms for public value creation. In particular, government data and government services should be made available in ways that others can easily build on. Public organisations should enable all citizens to solve their problems for themselves by providing tools, skills and resources. They should also treat citizens as owners of their own personal data and enable them to monitor and control how these data are shared.

We recognise that implementing these principles will take time and resources as governance mechanisms will have to be adapted, but we believe they should be at the heart of efforts to transform government. Citizens are already acting on these ideas and transforming public services “from the outside”, but governments should support and accelerate this process.

We call on European governments and the European Commission to incorporate these principles in their eGovernment action plans and ensure that Europe’s citizens enjoy the benefits of transparent, participative, empowering government as soon as possible.

Per chi fosse interessato, sono aperte le sottoscrizioni al documento.  Lo scopo degli organizzatori naturalmente è quello di raggiungere il più ampio supporto possibile da parte dei cittadini. Come spiega David Osimo, che ha coordinato il progetto, «we manage to get the endorsement of gov2.0 enthusiasts (the Lisa Simpson) but struggled to involve the wider public (Bart Simpson)».

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Due progetti

Nei giorni scorsi hanno visto la luce due progetti a cui sto dedicando parte del mio tempo. Il primo è Filtr, per usare le parole di Giuseppe Granieri, che ora l’ha creato, «un posto in cui chi ha gli strumenti per informarsi mette la sua informazione a disposizione di chi è interessato ad averla». È un esperimento, un numero zero, un prototipo ancora largamente incompleto di funzionalità e di energie redazionali, ma cresce giorno dopo giorno. L’idea in soldoni è che alla rete in questo momento più che un nuovo giornale online manca un luogo di digestione sociale dell’attualità, che macini informazione su carta, etere e bit e la rimetta in circolo in un formato facilmente accessibile e adeguato alle grammatiche della rete. Chi ha considerevole esperienza di vita e navigazione dentro internet è spesso in grado di fare da sé, grazie alle proprie ramificazioni di fonti e di relazioni. E tuttavia esiste un’ampia frangia di nuovi arrivati che da una spinterella verso le potenzialità informative della internet può trarre giovamento. Come, quanto e se evolverà è presto per dirlo, al momento è soprattutto un esperimento sul campo. Filtr prevede anche alcune ramificazioni tecnologiche “social”, di cui il bottone sotto a questo post (utile per segnalare alla redazione articoli e post interessanti) è un primo esempio.

L’altro progetto è FactCheck.it, un piccolo blog collettivo nel quale mi piacerebbe fare il punto sul fact checking in Italia. Chi legge queste pagine ricorda forse la mia recente fissazione rispetto alla necessità di tornare ai fatti nel racconto della realtà. Dopo le prime sommarie ricerche di questi mesi, mi sono reso conto che la tradizione anglosassone del reality check non trova quasi sponda qui da noi. Posto che il buon giornalismo è per definizione una forma rigorosa di factchecking, ma senza voler sfondare nel più ampio dibattito sulla qualità e sui problemi dell’informazione, mi piacerebbe raccogliere esperienze, fissare paletti, promuovere stumenti in grado di aiutarci a recuperare una certa ecologia dell’informazione. Il blog nasce come blocco pubblico di appunti, ma prima ancora che lo presentassi (questa è la prima volta che ne parlo in pubblico) ha già riscosso inaspettata attenzione da parte di diversi colleghi e amici, molti dei quali si son resi disponibili a collaborare. Anche in questo caso navighiamo a vista, ma l’interesse intorno a questo tema è ulteriormente stimolante.

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Venice Sessions 4

Oggi sono anch’io alle Venice Sessions di Telecom Italia. Si parla di futuro dei media (ma magari anche di media del futuro). C’è una diretta web, per chi è interessato.

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Bill Gates e il mondo all’incontrario

Il fatto che Bill Gates scelga di uscire da Facebook per manifesta ingestibilità del suo profilo a me, con buona pace degli editorialisti oggi scatenati, conferma soltanto l’idea che questo strumento – non Facebook, internet – sta ridefinendo le priorità quantitative della società. È l’apologia dei piccoli numeri che scrivevo altrove. Sei una star? Fai il pieno di contatti? Bravo, non ti serve a nulla. Anzi, ti fa perdere qualcosa. Sei buono solo per far titoli sul giornale, per far la gara con Oprah e Ashton Kutcher. Ed è un problema, chiaro: ma non per i comuni mortali, che in barba alla compassione dei media stanno mettendo a frutto le loro insignificanti reti; quanto per le star, che rischiano di restar confinate nella loro realtà virtuale. Le relazioni mediate dalla rete premiano la normalità, il basso profilo, la quotidianità, i pochi ma buoni. Strano che ci si stia mettendo così tanto a comprenderlo.

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Io, il 14 luglio

Io non penso dovremmo protestare col silenzio. Al contrario, credo dovremmo parlare molto di più, spiegare molto di più, documentarci molto di più, facendoci forti dei fatti e guadagnando credibilità grazie alla laicità intellettuale dei nostri ragionamenti e alla rigorosa rinuncia all’emotività. Saranno i fatti a renderci liberi, non l’indulgere in proteste improvvisate, spesso isteriche e talvolta del tutto inconsapevoli. Nel caso delle leggi che in questo periodo lambiscono internet, in particolare, io credo che l’argomento “giù le mani dalla libertà d’espressione” abbia fatto un po’ il suo corso, tanto che spesso finisce per fare il gioco di chi un bavaglio alla rete magari vorrebbe metterlo davvero. Siamo autoreferenziali, reagiamo con argomenti che convincono chi è già dalla nostra parte e confondono o peggio irritano chi già ci vede con distanza e sospetto.

La maggior parte delle leggi per cui ci stiamo indignando in questi mesi sono destinate a non produrre effetti a causa dei limiti tecnici e giuridici dei testi proposti, ma questo non lo dice mai nessuno. Chi le scrive il più delle volte non sa di che cosa parla né ha idea di come raggiungere l’obiettivo. La casualità, l’improvvisazione, l’ignoranza su temi così strategici per il paese sono il vero scandalo. Su questo dobbiamo e possiamo lavorare molto di più. Abbiamo margini enormi di lavoro, se riusciamo a essere più forti, più coesi, più precisi e più saldi di nervi. Dovremmo essere così forti da imporre noi l’agenda legislativa in questo settore, piuttosto che subirla.

Un esempio? Credo che in rete esistano ampie convergenze sul fatto che la legge Pisanu faccia più danni di quanti ne abbia fin qui evitati e che in questi quattro anni abbia rappresentato un enorme freno alla diffusione della connettività in Italia. Bene, la legge Pisanu prevedeva una scadenza, che già due governi – peraltro di ispirazione politica opposta – hanno prorogato. A fine anno si porrà nuovamente il problema di che cosa farne e io scommetterei sul fatto che all’attuale governo non dispiacerà prorogarla per altri 12 mesi. Bene: abbiamo sei mesi per convincere l’opinione pubblica che la legge Pisanu va accantonata o per lo meno drasticamente ripensata. Prendiamo in mano noi l’iniziativa, organizziamoci, raccogliamo dati, alimentiamo un passaparola sano e vitale, guadagnamoci la fiducia di chi oggi non capisce e non capendo fa il gioco degli ignoranti e dei demagoghi.

Fin qui per dire il mio disagio, in termini generali. Il punto è ora che cosa fare il 14 luglio, giorno in cui molti blogger si uniranno ai giornalisti in una giornata di sciopero e protesta contro il decreto intercettazioni e il regime restrittivo sulle rettifiche esteso indiscriminatamente anche ai siti web. Sul testo Alfano valgono, per parte mia, le puntuali perplessità che Elvira Berlingieri ha espresso su Apogeonline: nei riferimenti a internet è talmente sconclusionato da non poter verosimilmente giungere ad alcun effetto reale. E tanto basterebbe, per conto mio. Dietro al tentativo generoso di Alessandro Gilioli e Guido Scorza vedo però in queste ore – lo dico usando le parole di Giuseppe Granieri – «il germe della società civile che in qualche modo può esserci e deve provare ad esserci». Allora se questo può essere un inizio, non mancherà la mia spinta.

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Facebook al lavoro

È quasi divertente vedere come la Regione Friuli-Venezia Giulia stia affrontando il caso Facebook, che certo non le ha portato molta visibilità positiva. Oggi sul giornale locale si parla addirittura di vertici organizzati per trovare una soluzione, con due linee possibili verso il disgelo: la prima, caldeggiata dallo stesso governatore Tondo (a modo suo blogger entusiasta), prende in considerazione il libero accesso durante la pausa pranzo; la seconda ipotizza l’individuazione di figure privilegiate a cui consentire il libero uso per ragioni di impegno politico o di servizio. Il tutto viene condito da curiose dichiarazioni dell’assessore al personale e ai sistemi informativi De Anna, secondo il quale (leggo sul Messaggero Veneto di oggi) «oltretutto Facebook non è completamente gratuito e [che] questo potrebbe creare, dunque, problemi di ordine giuridico».

Tempo fa Diletta Parlangeli mi chiese un parere per DNews sui filtri aziendali, in seguito alla pubblicazione di una ricerca australiana dalla quale emergeva un aumento della produttività laddove i dipendenti fossero stati lasciati liberi di usare il web anche per scopi personali. Un po’ quel che molti studi dicono riguardo alla musica piratata: il maggior consumo, seppure illegale, rende le persone maggiori e migliori consumatori di musica. Riprendo allora, completandola, la mia opinione:

  • i filtri sulla navigazione web sono una pessima idea, a prescindere;
  • dimostrano il fallimento della struttura gerarchica aziendale: un buon coordinatore dovrebbe saper riconoscere e prevenire gli abusi, senza la necessità di restrizioni indiscriminate;
  • la partecipazione ai social network in orario di lavoro, anche laddove sono utilizzati per incontrare gli amici e non per scopi professionali, sono probabilmente l’unica formazione ai social media che quei dipendenti riceveranno mai: riparliamone quando quelle stesse aziende si accorgeranno di averne bisogno e saranno disposte a strapagare una qualche multinazionale della formazione aziendale pur di recuperare il tempo perso;
  • la maggior parte delle aziende e delle pubbliche amministrazioni che ho conosciuto sono monumenti alla frustrazione sociale e alla rinuncia alle ambizioni personali: in caso di abusi Facebook forse è il sintomo, non il problema.
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Detta in altri termini

Dree Venier mi avvisa che ora è disponibile anche online un’intervista che mi aveva fatto qualche settimana fa per il numero di marzo del mensile La Patrie dal Friul, tutto dedicato alla rete.

A fâi cuintri a dutis chestis bielis robis al è il pês dal Digital Divide (vâl a dî, il divari digjitâl fra cui che al à a disposizion lis gnovis tecnologjiis, tant che internet, e cui no)… Tu tu âs ancje colaborât come consulent al progjet wi-fi (acès libar ae rêt cence fîl) dal Comun di Pordenon. Cemût ise la situazion in Friûl?
Plui che il divari digjitâl «tecnic» al è penç il divari digjitâl «culturâl». A son inmò zonis li che no rive la rêt, ma planc a planc chest si è daûr a superâlu: ogni dì o lei di sindics e di ditis che a protestin par jessi colegadis e duncje e je cussience de situazion, che e je daûr a comedâsi.
Ancje il wi-fi forsit nol è cussì eficaç come che o pensavi, stant che al è avonde dispendiôs: par rimedeâ ae mancjance di colegament di une part de popolazion si podarès pensâ a intervents smirâts che a domandin mancul bêçs.

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WiFi cittadine, ci ho ripensato

Siccome alla prova dei fatti nessuno è profeta in patria, provo ad articolare il ragionamento qui. Ho cambiato idea riguardo alle reti civiche cittadine. Non l’ho cambiata, in realtà, l’ho soltanto evoluta e adeguata allo scenario 2009. Come al solito ragiono su questo argomento a partire da un caso pratico e che conosco bene, ovvero le sperimentazioni in corso a Pordenone (nei miei archivi: 1, 2, 3, 4, 5). E arrivati alla primavera del 2009, tre anni e mezzo dopo la comparsa dell’idea nei programmi elettorali della coalizione vincente nella mia città, due anni e mezzo dopo l’inizio di un percorso allargato di progettazione, nove mesi dopo l’abbandono della prima fase di sperimentazione e ora in attesa di sviluppi, io credo che ora Pordenone dovrebbe cambiare progetto.

Non sono più convinto che le città debbano farsi la propria rete, direttamente o attraverso collaborazioni con operatori specializzati. Di fatto mi allineo alle posizioni di cui si era fatto interprete Alfonso Fuggetta qualche mese fa. Rinnego anche la necessità di un social network ad hoc, di cui sono stato forte sostenitore in passato. Naturalmente questo non significa che le città non debbano avere un ruolo nella promozione e nella diffusione della cittadinanza digitale, e anzi. Ma in questi ultimi mesi hanno fatto passi da gigante sia la tecnologia (crescita delle opportunità e delle modalità di connessione domestica e in mobilità, a cominciare dalle chiavette delle telecom) sia le persone (maggiore consapevolezza dello strumento e delle applicazioni sociali, a cominciare dal boom di Facebook).

Sono sempre più convinto che il digital divide si stia facendo da tecnologico a culturale. Restano disparità di accesso, da combattere certo, ma il problema più grande è il crescente rifiuto (sempre più spesso ideologico) delle opportunità da parte di chi non conosce la rete o non la vuole conoscere, un rifiuto che è tanto più accanito e determinante quanto più si sale nelle gerarchie della responsabilità. Sono convinto che se agiamo sul divide culturale, quello tecnologico andrà da sé e in tempi ragionevoli. Allora piuttosto che spendere soldi su un’infrastruttura che prosciugherà il bilancio degli enti locali e richiederà ulteriori spese per la manutenzione e l’assistenza, piuttosto che far fare al comune un lavoro che non è il suo (l’operatore di comunicazioni, anche se per interposto soggetto), io investirei sulla consapevolezza della città rispetto alle opportunità digitali. Nell’interesse della comunità cittadina, oltre che dei singoli. E in modo scalabile, ovvero definendo una rosa di priorità e adeguando nel tempo gli interventi alle condizioni contingenti – che sappiamo in rapidissima e forse inarrestabile evoluzione.

Allora, se oggi avessi la responsabilità politica di definire un piano locale di intervento, la metterei giù così:

- Disparità nell’accesso. L’ente locale non crea più la rete, ma interviene in tutte le situazioni in cui i suoi cittadini non sono messi nelle condizioni di accedere in modo equo alla rete esistente dei gestori specializzati. Su tre fronti: fornendo postazioni pubbliche di accesso alla rete, supportando con bandi e microfinanziamenti appositi le fasce più deboli; imponendosi in tutte le configurazioni immaginabili (gruppi d’acquisto, convenzioni ad hoc, imposizione del peso istituzionale) come mediatore tra i provider e i cittadini, per ottenere le migliori condizioni commerciali e tecnologiche possibili sul territorio.

- Promozione della presenza della città in rete. L’ente locale si fa promotore di tutte le iniziative utili per avviare punti di presenza e comunità di interesse in tutti i principali social network: non soltanto per rappresentare se stesso (ovvero per esprimersi e per ascoltare quanto di sua competenza, attraverso personale delegato), ma anche e soprattutto per favorire e lanciare l’iniziativa dei cittadini. Parallelamente, l’ente locale potrebbe sperimentare sul proprio sito web o su siti appositi alcune sezioni innovative aperte al dialogo e allo scambio di informazioni con i cittadini, ricorrendo alle tante tecnologie di rete disponibili (mashup tra mappe, strumenti di pubblicazione, sistemi di relazione, aggregatori di conversazione eccetera).

- Promozione della cultura e delle opportunità digitali. L’ente locale, direttamente oppure promuovendo la collaborazione di altri enti locali, università e associazioni, si fa promotore di cicli di incontri e occasioni formative a tutti i livelli (tecnologie, strumenti, processi). Approfitterebbe di ogni evento cittadino per declinare l’occasione anche in ottica digitale con spazi e approfondimenti a tema. Non corsi di computer, ma incontri e scambi di esperienze dal vivo con le persone e le idee che in Italia e nel mondo stanno trainando la corsa alla società digitale, compresi quanti si fanno portavoce dei possibili rischi.

- Coordinamento cittadino delle iniziative. Questo è un mio vecchio pallino: si prendono tre ragazzi promettenti, li si forma allo stato dell’arte dell’abitanza digitale e li si mette a disposizione della città per accumulare conoscenze, moltiplicare i contatti, promuovere iniziative, consigliare aziende istituzioni e cittadini, inventarsi cose online. Sarebbe una gran bella scommessa sul futuro di una comunità locale: la città in rete è un laboratorio vivo, che ha bisogno di un riferimento visibile, riconoscibile e reattivo. O, il più delle volte, di una pacca sulla spalla per cominciare.

Quanto costerebbe tutto ciò? Di sicuro non più di quanto potrebbe costare l’installazione e la manutenzione di un impianto cittadino di connettività wireless, mentre sono certo che renderebbe enormemente di più a breve, medio e lungo periodo. Piuttosto mi rendo conto che non sarebbe affatto facile spiegarlo ai propri elettori: se gli hai promesso il WiFi, gli hai fatto addirittura provare il WiFi, hai ventilato scadenze di diffusione capillare che non manterrai, ora che cosa fai, ti rimangi la parola e ripieghi su un progetto molto più difficile da comunicare? E tutto questo a pochi mesi/anni da appuntamenti elettorali che si preannunciano complicatissimi?

Io non sono proprio fatto per ragionare a questo livello. Ma da cittadino indipendente dico che apprezzerei molto se chi mi ha promesso fin qui la zuppa pronta oggi mi dicesse: «Beh, sapete che cosa? L’esperienza fatta fin qui, perché a questo progetto abbiamo lavorato un sacco anche se non si vedono ancora risultati pratici, ci ha insegnato che è oggi molto ma molto più importante investire per portare in città più cereali, più farina, più olio e più formaggio e per insegnare a ognuno di voi a farsi la zuppa da sé. Di più: noi dobbiamo creare le condizioni perché ciascuno di voi possa inventarsi nuove ricette e condividerle con i suoi vicini. Due anni fa era presto, oggi no. E non saremmo buoni amministratori se oggi noi vi preparassimo la zuppa soltanto per rispettare una promessa concepita leggendo una realtà completamente diversa». Aggiungerei anche: «E se siete così ottusi da non capirlo, ve la meritate la classe dirigente che governa l’Italia da diversi decenni a questa parte». Ma io non avrei speranze come politico, questo è chiaro.

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Appunti da Perugia (2)

Luoghi comuni riguardo a internet che mi piacerebbe si estinguessero entro il 2010: la velocità della rete, i navigatori vanno di fretta, la superficialità dei blog, i blog sono/non sono una nuova forma di giornalismo, la non competitività dei blog in fatto di numeri e traffico, il problema dell’information overload.

Se riducessimo il grado di maturità medio dei giornalisti (italiani) rispetto ai processi di rete a una percentuale, io mi immaginavo fossimo arrivati un po’ oltre al 30%. Dopo tre giorni a Perugia riaggiorno la percentuale a un 5% scarso. Lo considero il fallimento di una corporazione che non è più capace di vivere il proprio tempo, ma anche quello di una generazione di divulgatori ed early adopter.

Non è più necessariamente meglio che lavorare. Non mi spiegavo gli scarsi risultati ottenuti fin qui dal giornalismo italiano su internet, nonostante la presenza di alcune professionalità eccellenti. Dopo aver seguito le prime sessioni dedicate ai new media concludo che in realtà il giornalista medio semplicemente non ha voglia. Aveva il suo lavoro, gli bastava quello. A qualcuno tocca fare il giornale online, ma il più delle volte non ha la motivazione, il talento, l’elasticità mentale. Qualuno coglie l’occasione per rimettersi a studiare, ma spesso studia le cose sbagliate oppure capisce proprio male. Chi ha le idee, il talento, la voglia, l’elasticità non è quasi mai nel posto giusto al momento giusto, oppure resta proprio fuori dal sistema. Oggi l’innovazione deve arrivare da fuori, all’esterno dei grandi gruppi editoriali, dove però non ci sono i soldi per costruire modelli che superino la buona volontà delle intenzioni e l’amatorialità dei mezzi.

Un’altra auto-giustificazione che i giornalisti mainstream danno alla loro scarsa reattività, venuta fuori qua e là, è l’idea di trovarsi nel pieno di una fase di transizione, in cui è chiaro quello che non funziona più ma non è ancora chiaro che cosa funzionerà, e tanto vale aspettare. Mentre negli Stati Uniti e in mezzo mondo si stringono i denti e si sperimenta, qui si aspetta. Se e quando qualcosa funzionerà, magari copieremo. Male, come spesso accade.

Ancora più dei vecchi baroni fossilizzati sulla nostaglia del giornale degli anni Settanta e Ottanta, mi fanno impressione i giovani aspiranti giornalisti. Entusiasti, molto attivi, pieni di iniziativa: una ventata salutare di entusiasmo ed energia. Ma nella maggior parte dei casi capaci di riconoscere un solo modello tradizionale di giornalismo e in prima fila quando si tratta di condannare senza pietà la superficialità della rete. Stolti: vi stanno ingannando, vi state facendo ingannare. Se volete lavorare in questo settore dovete abbandonare la nostalgia per il giornale della seconda metà del Novecento. Nel bene e nel male, non esiste più. Spiace un po’ anche a me, ma tocca farsene una ragione. E cominciare a riempire di senso le piattaforme del nostro tempo (sociali, di relazione, prima che di contenuto).

Il festival nel suo complesso è davvero notevole, sono molto colpito dall’efficienza, dalla cura dei particolari, dalla fluidità, con cui tutto procede pacificamente tra formale e informale. Gli organizzatori sono stati capaci di creare un contesto ricco e virtuoso, favorito anche dal catino del centro storico perugina, contenuto e ospitale. Tante persone, tanta partecipazione, molti stimoli. Forse la rassegna potrebbe trovare una dimensione ancora più attiva, mettendo a sistema tutte queste energie e provando a liberarle dalla classica impostazione del convegno. Tanto di cappello ad Arianna Ciccone, anima della festa, ma soprattutto inusuale esempio di organizzatore gioioso e (apparentemente) mai stressato.

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Appunti da Perugia (1)

Il giornalismo non è un prodotto, è un processo (lo ha detto John Byrne, direttore dell’edizione online di Business Week)

Da studiare l’interazione coi lettori promossa da Business Week: ascolto strutturato, community editor, collaborazione attiva a più livelli da parte dei lettori, i lettori “con la faccia”.

Il “pubblico” sta subendo una modificazione genetica. Un po’ come Spiderman: ci ha morsi il ragno della rete e ora stiamo sviluppando superpoteri. (quel fumettaro di Antonio Sofi)

Credo che sul problema del filtro sia necessario essere molto drastici e molto chiari, senza tentennamenti. Se non si capisce il filtro diffuso e spontaneo non si capisce internet. Non è possibile sentire ancora nel 2009 giornalisti, dunque persone immerse nella comunicazione, che pongono il problema dell’overload informativo, soprattutto se sono giovani giornalisti. Non è possibile negoziare, nelle risposte, concedendo qualcosa per cortesia o prudenza alla presunta enormità del problema. Il filtro è ciascuno di noi: la responsabilità (ma anche l’opportunità) di mediare spetta a ciascuno di noi. Punto.

Continuo ad avere la sensazione che il giornalista, anche quando parla di apertura al pubblico, rinegoziazione del processo, necessità di scendere dal piedistallo, continui comunque a considerarsi protetto da un recinto invalicabile. È come se dicesse: ok, siete entrati in redazione, ma il mio ufficio ve lo scordate. Io non credo basterà. Non credo basterà chiamare “cittadini” i lettori, se poi non ci si considera cittadini a propria volta. Ritengo restino ampi spazi per l’esercizio professionale del processo giornalistico, ma non credo troveremo nessun nuovo modello di informazione finché l’informazione non sarà profondamente peer to peer.

Il confronto tra le industrie editoriali e giornalistiche di mezzo mondo e quella italiana si fa sempre più impietoso. Mi sto interrogando sui motivi, sto chiedendo in giro a colleghi che hanno visioni di sistema più ampie delle mie. Le prime risposte dicono che il giornalista italiano non studia più, una volta arrivato al suo posto. Persino le scuole di formazione creano professionisti fermi al secolo scorso. Non si investe in ricerca e sviluppo, nel giornalismo italiano. Dirigenti ed editori sono anche meno visionari. Si fa così perché in fondo è l’unica cosa che sappiamo fare. Il polso con cui un direttore americano impone nuovi processi e nuovi strumenti qui è sconosciuto. Me lo spiego in tempi di vacche grasse, ma oggi che sta chiaramente venendo giù l’intonaco quale alternativa abbiamo? Si perdono soldi per l’incapacità di innovare: perdite per perdite, perché non investire anche solo una piccola parte di quei soldi in laboratori creativi ed esperimenti digitali?

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