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Il wifi a scuola e le porte aperte sul cambiamento

L’Istituto superiore  Evangelista Torricelli di Maniago, in provincia di Pordenone, mi ha invitato a intervenire in occasione dell’inaugurazione del sistema di accesso WiFi d’istituto, e-Vangelista. Questo è quello che ho raccontato agli insegnanti e agli studenti presenti questa mattina.

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Ci troviamo qui stamattina per inaugurare una manciata di scatolotti di plastica e di circuiti elettronici, un po’ di antenne e qualche centinaio di metri di cavi. Perché è importante, al punto da spingere il vostro dirigente scolastico a impegnare per l’occasione mezza mattina del nostro tempo? Perché quegli scatolotti, quelle antenne, quelle onde radio sono una porta aperta. Avete idealmente spalancato una porta tra le vostre idee e attività e le idee e le attività di tutti gli altri, là fuori.

Certo, molto probabilmente non avevate bisogno del WiFi di istituto per aprire quella porta. Molti di voi ne avranno sicuramente una a portata di mano, in tasca, nel vostro telefonino. E a casa. E nei vostri luoghi di ritrovo preferiti. Accendere un WiFi dentro una scuola è però una dichiarazione programmatica di accoglienza del cambiamento, di senso del presente, di voglia di mettersi in gioco. Dove se non a scuola? Dove se non nel luogo in cui si formano i cittadini di un mondo che è sempre più basato sulla capacità di aprire porte e far circolare rapidamente le idee?

Quello che stiamo vivendo è un cambiamento frenetico, esponenziale. Non facciamo in tempo a venire a capo delle sfide avanzate da ieri che siamo già in forte ritardo per affrontare quelle di domani. Gran parte delle discussioni sul futuro che impegnano in questi anni le classi dirigenti di questo Paese, e a cui noi facciamo da ingenuo coro greco, con ogni probabilità suoneranno ridicole quando vivremo effettivamente il futuro che oggi stiamo immaginando e pianificando. Sta succedendo tutto molto più velocemente di quanto siamo pronti ad assecondare. E questi cambiamenti stanno incidendo sulla forma della nostra società molto più profondamente di quanto siamo preparati a riconoscere e a gestire. Allora un WiFi acceso in una scuola è un piccolo segno di accettazione di questa velocità e della volontà di sperimentare insieme nuove dimensioni operative, nuove velocità, nuove connessioni, ognuno nel suo ruolo.

(Naturalmente trovare modi nuovi per copiare la versione di latino o il tema di italiano da parte degli studenti, e arginare in modo altrettanto aggiornato queste furbizie da parte degli insegnanti, lo considero parte integrante di questo percorso di apprendimento condiviso.)

In questo senso, e-Vangelista mi sembra un nome particolarmente evocativo. Mi rendo conto che è quasi un caso, avrebbe potuto essere e-Ugenio o e-Rmenegildo se solo mamma e papà Torricelli avessero scelto diversamente. Ma mi ha fatto tornare in mente quello che diceva lo scrittore Ferdinando Camon inaugurando un’edizione precoce di Pordenonelegge, diversi anni fa. Camon in verità parlava delle ragioni della lettura e della scrittura, ma mi colpì molto quando a un certo punto suggerì che l’imperativo etico dei nostri giorni, prima ancora che “ama il prossimo tuo come te stesso”, avrebbe dovuto essere “acquisisci il maggior numero possibile di informazioni sugli altri e fornisci agli altri il maggior numero di informazioni su di te”. Sulla disponibilità e sullo scambio di informazioni, diceva, si fonda il dialogo tra le persone, l’incontro delle culture, il senso della civiltà.

Acquisisci informazioni. Fornisci informazioni. Imperativo etico. Senso della civiltà. Io trovo che sia una meravigliosa, quanto probabilmente involontaria, definizione della rete come piattaforma sociale, almeno per come ho avuto la fortuna di viverla io nell’ultimo paio di decenni. Internet si fonda sulla possibilità garantita a ciascuno di contribuire con il proprio tassello a uno sterminato mosaico universale della conoscenza. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, con cui collaborare, con cui fare affari. Vale per i singoli, ma vale a maggior ragione per le nostre comunità territoriali, che sono così ricche di identità e di specificità. Quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto al manifatturiero delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori, dei mobili, dei coltelli, oggi la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire ai nostri eventi culturali, alle nostre imprese innovative, alle tante eccellenze nelle professioni e nelle arti, alla manifattura e all’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

Se la circolazione della conoscenza è il fattore strategico, il tempo è il fattore competitivo. I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone o a Maniago. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo.

Internet in questo senso è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della nostra società, esalta le affinità tra le persone e tra i contenuti, costruisce ponti tra i territori e le specializzazioni, permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale serviva poco prima e serve sempre meno ora, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. La storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità. Ditelo per esempio ai nostri festival di dignità nazionale e internazionale, che si ostinano a chiudere gli archivi in un cassetto.

Lo sforzo non può che essere collettivo e distribuito: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questo cambiamento che da otto anni chiamiamo crisi. Crisalide, la chiama Luca De Biase: terminerà quando avremo saputo interpretare la transizione.

Voi, cari e-Vangelisti, oggi diventate a tutti gli effetti un nodo al servizio di questo sforzo collettivo. Avete scelto di fare rete, di tessere rete al vostro interno, ma in questo modo ora siete inevitabimente connessi da nodo ad altri nodi. Da questo momento il vostro compito non è già più semplicemente amministrare i vostri hotspot, i vostri punti di accesso interni. Dovrete avere cura del benessere delle reti delle comunità a cui appartenete – la comunità territoriale maniaghese e pordenonese, ma anche le comunità di interessi specifici, come quella del mondo della scuola per esempio. È una responsabilità che viene insieme all’accesso, compresa nel prezzo per così dire. Ed è un ecosistema: ogni vostra azione, nel suo piccolo, influenzerà in bene e in male i destini della comunità, e dunque il vostro stesso destino nel lungo periodo.

Mi chiedo – e lo chiedo in particolare agli studenti presenti oggi – se vi rendiate conto dello spostamento di potere che quello scatolotto e quelle antennine implicano. Non più di venti o trent’anni fa, io ero seduto al vostro posto, in una sala simile a questa, in una scuola che peraltro il vostro preside conosce molto bene. Allora l’urgenza di comunicare ci portava a stampare giornalini scolastici con il ciclostile e a montare video che testimoniavano le nostre attività utilizzando la telecamera della scuola e i due videoregistratori del laboratorio di scienze. Già il fatto che la scuola avesse acquistato una telecamera e la facesse usare agli studenti, in quegli anni, era straordinario. Potete ad ogni modo immaginare il risultato. Quei giornalini e quei video li vedevano, quando andava bene, alcuni nostri compagni di classe e forse gli insegnanti più curiosi. Potevamo addirittura uscire con le nostre idee fuori dall’edificio, se per esempio il video veniva abbastanza bene da competere al concorso video della Casa dello Studente o se l’articolo del giornalino solleticava la curiosità del giornale locale.

Oggi voi potete comunicare direttamente al mondo, potete far arrivare le vostre idee ovunque in un attimo e, se sono valide e ben confezionate, potete assistere al miracolo di vederle sbocciare. La scuola, con iniziative come quella che celebriamo oggi, vi aiuta a farlo. Potete ascoltare il mondo e potete parlare al mondo. Fornite informazioni, acquisite informazioni. Avete nelle vostre mani un potere enorme, rispetto a quello che avevamo noi alla vostra età. Ma anche molto spesso rispetto a quello che hanno ancora oggi gli adulti che, dalla famiglia alle istituzioni, sono incaricati di guidarvi.

Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, diceva negli anni ‘60 Ben Parker (lo zio di Spiderman, per capirci). Questo è il compito che avete davanti nei prossimi mesi, dal mio punto di vista, ora che la rete è fatta. Comprendere quali sono le responsabilità di cui dovete farvi carico in quanto nodi della vostra comunità scolastica e cittadina. Responsabilità rispetto al modo in cui trattate le informazioni e rispettate l’oggettività dei fatti. Responsabilità nel selezionare i contenuti più interessanti per voi stessi, per i vostri percorsi di approfondimento, perché le vostre scelte, i vostri commenti, i vostri apprezzamenti indirizzano le scelte altrui e permettono alla comunità di far emergere solo ciò che merita davvero. Responsabilità nel riconoscere e difendere l’interesse generale di una comunità, un valore che oggi sembra drammaticamente trascurato dentro i gruppi di discussione locale nei social network. Responsabilità nelle cause che decidete di sostenere o combattere, sapendo che la rete è un grande alleato di chi si spende in positivo a favore di ciò in cui crede e che il modo migliore per boicottare ciò che non ci piace è semplicemente ignorarlo.

Insomma, credevate di avere per le mani semplicemente una rete di hotspot WiFi. State invece inaugurando un piccolo laboratorio sociale, dove imparare a diventare comunità intelligente, scuola intelligente, cittadini del mondo intelligenti. Fatene buon uso.

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Il punto sull’integrazione carta-web in Italia

Nei giorni scorsi è uscita la prima relazione del gruppo di lavoro sull’evoluzione della professione istituito dall’Ordine dei giornalisti. Quadro aggiornato sull’integrazione carta-web nell’informazione italiana, questa raccolta di appunti è  interessante perché raccoglie in modo sintetico molte testimonianze di prima mano, in un viaggio nelle redazioni italiane che copre a campione le testate tradizionali, quelle native digitali, le agenzie e i service di nuova generazione.

A margine del rapporto compaiono alcune interviste a esperti del settore, tra cui Giovanni Boccia Artieri («Non credo che le informazioni stiano su Twitter, solo che su Twitter abbiamo la sensazione di vederle emergere mentre su Facebook hanno senso se e perché finiscono nel flusso dell’utente»), Mafe De Baggis («È cambiata la società intera ed è cambiata più per la pillola anticoncezionale e i voli low cost che per il digitale»), Luca Conti e Stefano Quintarelli. Pier Luca Santoro ha raccolto anche la mia opinione, che riporto qui per tenerne traccia.

 

Qual è l’impatto dei media digitali sul giornalismo?

Dal punto di vista del metodo nessuno: il giornalismo resta quello che è sempre stato, una funzione vitale per la società che continua ad adeguarsi nei decenni a canali e grammatiche differenti. Cambiano le pratiche, i ruoli operativi, i modelli di business, ma il giornalismo resta e resta se stesso. I media digitali stanno promuovendo soprattutto un sano ritorno all’artigianato, dopo trent’anni di esasperazioni industriali.

Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale?

Un grande alleato. Posto che fatico sempre più a distinguere un’informazione fatta da professionisti e un’informazione fatta da non professionisti. Tutti fanno informazione, secondo diversi livelli di qualità, precisione e indipendenza. L’aspetto professionale subentra a un diverso livello, nella capacità e nella continuità del professionista di andare a fondo nelle questioni e assistere il filtro comunitario diffuso della rete a far emergere il meglio, i dati di fatto, le notizie verificate.

La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologica e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante?

La dote più importante è tenersi aggiornati e continuare a studiare con curiosità: una duttilità alla formazione personale permanente, la voglia di sporcarsi le mani, di imparare sbagliando. Non sono materie stabilizzate, evolvono in continuazione. Sono create in continuazione e in modo collaborativo dalle persone che le studiano. La formazione professionale può essere soltanto scintilla, poi il fuoco va tenuto acceso con i propri mezzi e la propria costanza. Le specializzazioni passano e passeranno in fretta, si caleranno naturalmente nella professionalità che verrà data per scontata in un addetto professionale all’informazione, come oggi sono scontate la videoscrittura, la pubblicazione in internet o la comunicazione via email.

Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti?

La curiosità, la capacità di andare a fondo nelle questioni trattate, una certa predisposizione alle relazioni e, sempre più, specializzazione.

È il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori?

È un problema di business, che siamo lontani dal risolvere perché continuiamo ad applicare schemi mentali e processi editoriali che appartengono a media precedenti. È necessario abbandonarsi ai processi – semplici, ma controintuitivi – della rete per capire fino in fondo la rete, per comprendere i meccanismi di produzione del valore e immaginare come trasformarli in rendita economica.

È il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra?

È la non comprensione della struttura di base e dei meccanismi della rete.

Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista?

In realtà dal mio punto di vista è un unico grande canale, in cui circolano come liquidi frammenti di informazione liberi di ricombinarsi secondo necessità e priorità individuali. I social network accelerano la scomposizione dell’informazione in frammenti e massimizzano il processo creativo individuale nel ricombinarli. Ma di per sé non cambiano né il giornalismo in sé né il mestiere di giornalista. Cambiano i formati, le logiche operative, le grammatiche, il ruolo in relazione alla comunità delle persone interconnesse.

Dovendo fare una previsione, quale scenario per l’informazione italiana?

Continuerà a sbagliare a lungo. Poi forse un giorno uno dei maggiori giornali online si affrancherà dalla tirannia insensata delle metriche quantitative e aprirà una fase nuova. Patiremo sempre, però, l’ appartenenza a un’ enclave linguistica di dimensioni molto contenute, incapace di connettersi alle grandi conversazioni internazionali, di arricchirsene e di contribuirvi.

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Personal Democracy Forum in Italia, lunedì

Il Personal Democracy Forum è la più importante conferenza dedicata all’impatto della tecnologia sulla politica e sulle forme di governo. È nata nel 2004 negli Stati Uniti e  da allora – attraverso conferenze, seminari e contenuti online – ha raccolto una comunità di innovatori e attivisti sempre più vasta e internazionale. Un osservatorio preziosissimo, per chi si interessa di democrazia emergente, di partecipazione e di innovazione sociale.

In passato io sono stato al Personal Democracy Forum di New York nel 2008 (appunti: 1, 2) e alla prima edizione del Personal Democracy Forum Europe a Barcellona nel 2009 (appunti: 1, 2).

Lunedì all’Auditorium della Musica di Roma si tiene la prima edizione del Personal Democracy Forum Italia, nell’ambito della colossale Maker Fair organizzata da Riccardo Luna e Massimo Banzi. Sarà un’occasione per connettere le più interessanti esperienze italiane di politica e cittadinanza digitale con i dibattiti internazionali sull’argomento (e viceversa). Ci si può ancora iscrivere gratuitamente su Eventbrite. Il programma è densissimo, ricco di presenze internazionali e ruota intorno alle sfide della società dei dati. Ci sono anch’io, immeritatamente: modero un bellissimo panel dedicato agli strumenti per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Come scrive Antonella Napolitano, editor europeo di Personal Democracy Media, curatrice della conferenza e (soprattutto) amica e guida nell’esplorazione delle implicazioni civiche della rete:

Spero che chi verrà abbia semplicemente la stessa esperienza che ne ho io: spalancare gli occhi, la testa, aver davvero bisogno delle pause per elaborare, aver voglia di andare a parlare con quello speaker o chiacchierare col vicino di quel che si ha appena sentito, pensare più volte “ecco, voglio fare questo/potrei fare questo/farò questo”. [leggi tutto]

L’hashtag è #PDFIitaly.

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Digital Day in Friuli Venezia Giulia

La regione in cui vivo, il Friuli Venezia Giulia, è la prima a sperimentare le ricette per la digitalizzazione di imprese, pubbliche amministrazioni, scuole e cittadini proposte da Go on Italia. Il merito va soprattutto a Riccardo Luna, che ha avviato la collaborazione con Debora Serracchiani, e a quella banda di generosi e appassionati innovatori chiamata Wikitalia. In regione il motore infaticabile è Simone Puksic, che come anima del Distretto delle Tecnologie Digitali di Udine ha già dimostrato di saper tessere reti in modo sano e lungimirante.

Go on Friuli Venezia Giulia parte ufficialmente domani, 5 maggio, con un Digital Day che accenderà scintille di innovazione in oltre 100 sedi delle quattro province dall’alba al tramonto. Tutte le realtà regionali legate alla rete e al digitale sono in qualche modo coinvolte.

Al #DDayFVG naturalmente partecipiamo anche noi di State of the Net, organizzando un incontro sugli open data come leva culturale ed economica per il territorio a cui prenderanno parte Alberto Cottica, Giovanni Menduni, Maurizio Napolitano, Ernesto Belisario e Matteo Brunati. L’assessore regionale Paolo Panontin verrà a presentare in anteprima legge e portale open data del Friuli Venezia Giulia. Se tutto va bene, ci sarà anche una diretta web dalla sala consiliare del Comune di Pordenone, dove inizieremo alle 9.

Nel pomeriggio alle 17 io sarò a Maniago, ospite dell’assessore comunale Cristina Querin con Livio Martinuzzi e Marco Grollo, per parlare di comunità emergenti che intessono reti intorno alle proprie competenze e unicità (e del perché, secondo me, la pubblica amministrazione dovrebbe farsi garante di questo passaggio culturale).

Vedi tutti i 100 e passa eventi in programma il 5 maggio in Friuli Venezia Giulia e un dettaglio sugli incontri previsti a Pordenone.

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Le voci digitali dell’inchiesta

ok 70x100 VOCI INCHIESTA 2014Tra gli innumerevoli eventi che caratterizzano in questi anni Pordenone, città spesso beatamente inconsapevole del tesoro di esperienze e competenze su cui è seduta, c’è Le Voci dell’Inchiesta. Nato da un’ispirazione cinematografica nella culla di Cinemazero (il cineclub che, tra le altre cose, ospita anche il principale evento al mondo dedicato al cinema muto) e animato dalla sensibilità accademica di Marco Rossitti, il festival sta aggregando anno dopo anno temi e personaggi di primo piano nel dibattito sul giornalismo di qualità. Storicamente più incline alla retrospettiva (quest’anno Andrea Barbato e Adriano Olivetti, tra gli altri) e all’anteprima di documentari e inchieste d’annata (The Human Experiment, Narco cultura, Soul Food Stories per cominciare), quest’anno Le Voci dell’Inchiesta rivolge per la prima volta uno sguardo strutturato anche alle questioni legate al giornalismo in(torno alla) rete. Segnalo qui per affinità di temi e perché direttamente coinvolto questa specifica costola del ricco programma.

Domani, mercoledì 9 aprile, alle 10, intavoliamo una conversazione con Paolo Valdemarin sulle piattaforme. Paolo è una delle prime persone che ho incontrato in rete e mi è compare nell’avventura di State of the Net, ma soprattutto è un eccellente sviluppatore di social software, una scheggia di Silicon Valley trapiantata nel Carso goriziano. Il senso del nostro incontro è guardare ai fatti sociali dentro Facebook dal verso opposto a quello consueto. A monte dei comportamenti in rete e delle influenze che questi hanno sulla società c’è il contenitore che li ospita, la piattaforma, che non è mai neutra. La piattaforma definisce percorsi e standardizza azioni, dà forma alla comunità degli utenti, il suo codice di programmazione in quel contesto è legge. Ne consegue che il modo in cui viene concepito e sviluppato un social network, posto che il modello del social network è sempre più il sistema operativo della rete, è uno dei processi chiave per capire le implicazioni di internet nelle nostre vite e sull’informazione.

A seguire, se nel giro di un’ora non abbiamo ancora steso i nostri interlocutori nella comoda sala di Cinemazero, toccherà a me raccontare la storia del fact checking, la sua rinascita in rete sotto forma di start up giornalistiche e l’importanza che può avere questo distillato di metodo giornalistico nei grovigli quotidiani della rete.

Nel pomeriggio alle 16 interviene Fabio Chiusi, indagatore pressoché solitario in Italia del più grande e sottovalutato scandalo contemporaneo, il Datagate scatenato dalle rivelazioni di Edward Snowden e dalle imprese giornalistiche di Glenn Greenwald. Fabio ha fatto un eccellente lavoro di ricostruzione, verifica e sintesi del complesso corpo di rivelazioni sulle indiscriminate intercettazioni globali della National Security Agency americana. Il minuzioso lavoro svolto nel blog Chiusi nella rete è poi diventato un ebook gratuito distribuito dal Messaggero Veneto. Sempre a sua firma è uscito in questi giorni il saggio Critica della democrazia digitale.

Giovedì 10 aprile alle 15.30 ci raggiunge Elisabetta Tola, giornalista scientifica appassionata e sorridente, per uno sguardo di insieme sul data journalism e sulle inchieste più interessanti realizzate negli ultimi mesi in Italia e nel mondo. Elisabetta aveva già parlato di dati che raccontano storie durante il simposio inaugurale di Pordenone più facile, un paio d’anni fa. Nel frattempo le esperienze si sono moltiplicate in fretta, il giornalismo dei dati è diventato una specialità fondamentale nelle redazioni al passo con i tempi e tante storie che altrimenti non sarebbero state tali sono venute alla luce.

Sabato 12 aprile alle 18.30, sempre a Cinemazero, Giovanni Boccia Artieri parlerà di Facebook per genitori, o per meglio dire della relazione tra genitori e figli in un mondo connesso. Dice che c’entra con il giornalismo d’inchiesta? Poco, apparentemente, se non fosse che per costruire un rapporto consapevole e maturo con la rete, dove l’informazione trova declinazioni inedite e potentissime, c’è più che mai bisogno, oggi, in Italia, nelle nostre province, di parlare di educazione alla rete, tema spesso ancora alieno alla gran parte delle famiglie e delle scuole. E se c’è qualcuno che sa farlo in modo sano, equilibrato e divertente, nonostante sia un docente universitario (blink), questo è senz’altro Giovanni.

Domenica 13 aprile alle 10, stavolta a Palazzo Badini, si torna in redazione con Marco Pratellesi, responsabile del nuovo sito de L’espresso. Con lui, che ha guidato la conquista della rete in alcune delle testate storiche del nostro paese, e tra queste il Corriere della Sera, daremo uno sguardo alle opportunità e alle complicazioni che comportano i social network per una grande organizzazione giornalistica.

Dopodiché tutti in trasferta a Perugia, dove il 30 aprile comincia l’edizione più ricca e internazionale di sempre del festival del giornalismo.

 

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Al festival del giornalismo di Perugia

Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:

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Il giornalismo che verrà, appunti da Firenze

L’Associazione Stampa Toscana mi ha chiesto di concludere oggi con uno scenario sul “giornalismo che verrà” un corso di formazione per uffici stampa comunali organizzato con Anci Toscana e Ordine dei giornalisti. Questi sono gli appunti su cui ho basato il mio intervento.

1.

Il giornalismo che verrà possiamo immaginarlo soltanto se cambiamo prospettiva. Al momento le nostre energie sembrano concentrate soprattutto sul trasportare nel modo più indolore e redditizio possibile l’informazione dai suoi veicoli consolidati, la carta e la tv, alla rete. La retorica della nostra categoria professionale è piena di conservare, garantire, sopravvivere. Siamo consapevoli che qualcosa cambierà, anche in profondità, ma ci preoccupiamo che questo assomigli il più possibile a ciò che c’era.

Se invece di concentrarci sugli ultimi centocinquant’anni di storia della comunicazione, ovvero sull’epopea dei mezzi di comunicazione di massa, allargassimo lo sguardo per abbracciare l’intera storia della società umana, centocinquantamila anni, la chiave di lettura ci apparirebbe diversa. Forse più pacifica. Abbiamo costantemente ridefinito la nostra relazione con il tempo e con lo spazio. In principio tutto era qui e ora. Con le iscrizioni rupestri abbiamo infranto il vincolo del tempo. Con le tavolette di argilla e creta quello dello spazio. La cultura permane e circola, subendo la spinta decisiva con l’invenzione della stampa. Poi l’elettricità, l’elettronica, i primi computer, le reti, internet, in un’accelerazione formidabile. Oggi le informazioni circolano ovunque e subito. Da uno a uno. Da uno a pochi. Da uno a molti. E oggi, potenzialmente, da tutti a tutti.

Le nostre difficoltà di oggi sono un accidente della storia. Hanno a che fare molto poco con la sopravvivenza dell’industria giornalistica e molto con il progresso della civiltà. La storia, di cui stiamo scrivendo l’inciso che ci spetta, non comincia con la penny press, ma dai versi elementari nella grotta di un nostro trisavolo. Mettere tutto in prospettiva rende forse più semplice accettare alcune premesse. Che l’industria era tale perché industriali erano le economie dei sistemi di trasporto dell’informazione (e, in un secondo tempo, anche le ambizioni di alcuni imprenditori del settore). Che la rete, non più mezzo di comunicazione ma sistema operativo della società, favorisce il ritorno all’artigianato, in un mondo di hobbisti. Che non è la fine delle mediazioni professionali, ma che alle mediazioni professionali, per sopravvivere, è richiesto un salto di astrazione.

2.

Una componente considerevole della professione giornalistica è stata, negli ultimi decenni, la gestione e l’organizzazione dei mezzi di comunicazione. Questo compito ci è stato tolto, o meglio è stato redistribuito tra tutti i cittadini. L’altra funzione essenziale era dare le notizie: cercarle, controllarle, confezionarle e diffonderle. Ma anche questo compito è stato almeno in parte redistribuito: oggi una parte delle notizie viene già prodotta, verificata e redistribuita senza l’intervento di un giornalista.

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Significa, per esempio, cominciare ad aprire le nostre redazioni, ancora blindate e distanti sia fisicamente che metaforicamente dalla vita della comunità. Negli Stati Uniti, le sedi di alcuni giornali iperlocali sono diventati centri civici, luoghi di ritrovo, bar. Succede anche in Italia, in alcune web-tv.  Il giornalismo sta salendo a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione: è il momento di adeguare le pratiche, gli strumenti, i luoghi della nostra professione. Il prodotto ne è una conseguenza.

3.

Finora abbiamo vissuto di contenuti. I contenuti erano il fine del lavoro giornalistico e il valore che offrivamo e vendevamo alla società. Ma la rete ormai trabocca di contenuti, spesso di valore anche superiore ai nostri. Il contenuto cessa di essere il fine ultimo. Il contenuto diventa uno strumento, l’inizio di una relazione con altri contenuti e con le persone. Il fine del nostro lavoro, ma in realtà il fine di chiunque cerchi valore in rete, è dunque generare relazioni.

Non ricostruiremo un’economia sui contenuti, tanto meno difendendo i nostri articoli e mettendoli sotto chiave. I contenuti hanno bisogno di essere liberi, perché solo circolando liberamente hanno la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e con nuove persone. Lo zoccolo duro di lettori consisterà sempre meno in quelli che riusciremo a trattenere, ma in quelli che conquisteremo in giro per la rete, tra quanti ancora non sanno che esistiamo o che comunque non sapevano avessimo un contenuto interessante per loro.

Generare relazioni implica visione d’insieme, capacità di selezione e sintesi, connessione, condivisione, rilancio di attenzione. Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

4.

Il primo passo potrebbe essere abbandonare concettualmente la centralità del prodotto. La logica dell’ipertesto scardina la sequenzialità dell’informazione e disgrega i contenitori convenzionali: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e facilitandone lo scorrimento in situazioni e luoghi spesso imprevedibili in partenza.

Ragioniamo sempre meno per testate: i lettori citano e rilanciano singoli articoli in virtù del loro valore superiore e della loro originalità, indipendentemente dalla loro provenienza. La testata si riduce a piattaforma di lancio e marchio di fabbrica, che certifica, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei processi editoriali, il metodo e la credibilità.

Stiamo progressivamente cedendo al lettore l’impaginazione delle notizie, la definizione degli ingombri e delle gerarchia di urgenza e valore. Il suo procedere per salti e immersioni crea un equilibrio tutto personale sia per varietà che per qualità. Possiamo facilitare questo processo, favorendo connessioni e suggerendo analogie, ma non dettiamo più noi l’agenda. I giornali online più maturi stanno progressivamente rinunciando all’home page strutturata, reinterpretazione digitale della prima pagina di carta, per sostituirla con un semplice elenco puntato di titoli di notizie. Il valore sta all’interno: ogni pagina, a modo suo, è una home page.

5.

Il fiume Mississippi, negli Stati Uniti, ha ancora oggi la fama di essere insidioso per la navigazione. Si racconta che nel XIX secolo, quando il fiume diventò una delle vie per la conquista del West, la navigazione fosse suddivisa in tante piccole tratte, ciascuna delle quali servita da un battello diverso. Ogni tratta aveva caratteristiche talmente peculiari, che ogni marinaio conosceva soltanto la sua tratta e per la successiva affidava i passeggeri al marinaio esperto del tratto successivo. I giornalisti saranno sempre più come i marinai del Mississippi, specializzati e interdipendenti tra loro. In una rete dove persone e contenuti si aggregano spontaneamente in gruppi di interesse e comunità di competenze, non basta l’occhio indistinto del generalista: serve l’esperienza di una specializzazione, occorrono riferimenti precisi e misure, capacità di inquadrare i problemi, strumenti per sviscerarli, interfacce collaudate per interconnettere specialità e sensibilità differenti.

La scrittura guadagna la terza dimensione, quella dei link e dei riferimenti ipertestuali, permettendo sintesi della complessità che non rinnegano più la possibilità di approfondimento o di argomentazione approfondita. A quali repertori di dati ha fatto riferimento il giornalista? Qual era il contesto originale di una citazione? Il link serve il lettore, aprendo nuove vie al suo percorso di documentazione e favorisce la credibilità dell’autore stesso, rendendo trasparente il suo metodo e le sue fonti. Il costo della verifica delle informazioni, sempre meno sostenibile perfino laddove dovrebbe essere garantito per prassi professionale, è così di fatto condiviso tra autore e lettore.

E ancora sui tagli dell’informazione online: non componiamo più moduli su un menabò, in rete abbiamo a disposizione tutto lo spazio che serve a una buona storia o a una buona causa. Inoltre ogni articolo continua a vivere anche dopo essere stato pubblicato. Si dice spesso che le notizie sul web debbano essere molto brevi ed essenziali, per venire incontro alla scarsa disponibilità di tempo e attenzione di un lettore frettoloso e distratto. Il più delle volte, il lettore non ha fretta: scappa, perché non trova contenuti all’altezza o perché trova l’ennesima copia di una notizia già letta altrove. È un problema di originalità, profondità e qualità della narrazione, non di lunghezza.

6.

Abbiamo ancora tanto da fare, tanto da inventare, tanto da sbagliare. Dentro e fuori la professione, perché intorno a noi stanno maturando fronti altrettanto interessanti e promettenti, come l’open data, il diritto all’accesso alle informazioni pubbliche, il superamento giuridico del copyright e la libera circolazione della conoscenza. Sono tutte battaglie culturali nelle quali spicca non soltanto l’assenza del contributo attivo della nostra comunità professionale, ma spesso addirittura la diffusa mancanza di consapevolezza. Significa che non siamo soli, che l’intera società è alla ricerca di nuovo senso, di nuove modalità operative, di nuove sintesi della complessità in cui siamo immersi.

È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta cambiando il sistema operativo della società: dalla logica gerarchica delle mediazioni, stiamo passando a un’organizzazione reticolare, particolarmente efficiente perché corrisponde alla conformazione naturale della società e al modo in cui da sempre le persone si interconnettono le une alle altre. È un viaggio al buio che pone sfide  nel contempo angoscianti ed entusiasmanti a tutti noi: a chi governa, a chi informa, ma anche ai cittadini, che vedono un po’ per volta erodersi lo scudo delle deleghe che nella società dei processi di massa giustificava un atteggiamento spesso passivo e distaccato.

Abbiamo affrontato epici viaggi verso l’ignoto, nella storia dell’umanità. I grandi esploratori viaggiavano in assenza di vie consolidate e di destinazioni certe, ma si aggrappavano all’unico punto di riferimento certo e assoluto: le stelle e le costellazioni. Il giornalista oggi si mette in viaggio consapevole che deve spogliarsi di molte sovrastrutture e abitudini rassicuranti, ma ha in sé la certezza a cui aggrapparsi: il metodo giornalistico, basato su accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità. Può cambiare tutto nella professione, ma la sopravvivenza del giornalismo non può che passare attraverso questi tratti costitutivi.

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Che cos’è il fact checking

A Trento, ospiti di Fondazione Ahref, abbiamo passato una bella giornata a discutere di fact checking (#factchecking su Twitter), allargando lo sguardo dal fenomeno mediatico del momento, molto legato al periodo pre-elettorale che stiamo attraversando, alle sfumature giornalistiche, filosofiche, psicologiche e tecnologiche di questa pratica. Ne è venuto fuori un sano e stimolante esercizio di desemplificazione, nella via verso la costruzione di «uno spazio civico dove condividere un metodo», per dirla con le parole usate da Luca De Biase in apertura dei lavori.

Nei prossimi giorni Fondazione Ahref dovrebbe mettere a disposizione il video degli interventi. Io, intanto, come d’abitudine, metto a disposizione le slide del mio, un’introduzione alle principali esperienze italiane e internazionali e al contesto da cui prende avvio, oggi anche nel nostro paese, il fact checking collaborativo in rete.

Aggiornamento, 25 gennaio: sono disponibili le registrazioni video di tutti gli interventi della conferenza.

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