Archivi categoria: Racconto

Il portiere

Se non amassi il mio lavoro, ho sempre pensato che avrei avuto un certo talento come portiere. Dev’essere per via di quest’indole recondita che da qualche settimana faccio da centralino per l’intero palazzo. Alle ore più impensate, di solito alla mattina molto presto oppure all’ora di pranzo, mi arrivano chiamate da ministeri e uffici pubblici in cerca di informazioni su residenti nel condominio.

Dice: servizi segreti. No, è solo che i primi piani del condominio sono soggetti a un discreto via vai di affitti, la maggior parte dei quali legati ai frequenti spostamenti delle famiglie di lavoratori stranieri. Così citofono e cassette delle lettere sono popolate di bigliettini provvisori e nomi non sempre facili da distinguere, col postino che secondo me si fa un grappino prima di imbucare la corrispondenza per farsi coraggio.

In questo andirivieni, che va a sommarsi alle difficoltà di socializzazione favorite dalla scarsa inclinazione dei miei concittadini per la mediazione culturale, spesso le raccomandate e le lettere si perdono. Oppure restano in attesa per settimane in bella vista nell’atrio. Oppure ancora tornano indietro al mittente, semplicemente perché il destinatario non ha ritenuto auspicabile dare segni della sua presenza nel nuovo domicilio. Oppure, non si può escludere, il grappino di cui sopra ha confuso del tutto il postino.

Dice: e tu che c’entri? C’entro perché a quanto pare sono uno dei primi risultati che le Pagine bianche online restituiscono a chi cerca gli intestatari di utenze telefoniche al mio indirizzo. Così l’impiegata di turno (evidenza statistica: tutte donne, finora) compone il mio numero e, saltando tutta una serie di preliminari che nella mia testa seguirebbero al buongiorno, cominciano a farmi domande incalzanti su persone che io non ho mai sentito nominare. Hai voglia a far notare che le scale sono due, che gli inquilini vanno e vengono, che no non ho mai fatto caso a chi viva al quarto piano interno venti. Eccetera.

L’aspetto bizzarro è la sensazione che sia scontato che loro chiamino me, che io debba saper rispondere al volo e che, laddove ignori l’informazione utile, io risponda “beh, attenda in linea che vado a vedere, neh”. Ci girano intorno, poi notano una certa reticenza e mi salutano frettolosamente, quasi infastidite.

Dice: embé? No, niente, è che mi incuriosisce questa tendenza spuntata dal nulla nel giro di un mese e già piuttosto frequentata (tre telefonate in poche settimane soltanto a me, da parte di tre impiegate diverse, alla ricerca di tre persone diverse sono ben curiose, no?). Per il momento mi limito ad annotare con diligenza l’amministrazione pubblica tra gli affezionati alla mia cornetta insieme a mobilifici friulani, negozi di accessori per giardino veneti, venditori porta a porta di surgelati e operatori telefonici.

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Libri in treno

Salgo sull’Eurostar a Firenze, diretto a Venezia. Il treno è piuttosto pieno e intorno a me tutti i posti sono occupati. Delle sette persone che mi stanno intorno, cinque leggono il Codice Da Vinci di Dan Brown. Una coppia di amiche sfoglia e commenta la versione illustrata; un uomo di colore è assorto nella sua edizione tascabile inglese; una donna straniera legge l’edizione rilegata in inglese; una giovane italiana sfoglia l’edizione italiana di Mondadori. Se ne accorgono a Bologna e ne sorridono. A Ferrara si scambiano timidamente le prime battute. A Rovigo la discussione sui personaggi è animata. A Mestre si salutano e ognuno va per la sua strada.

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Dove le telecamere non osano

– Varda, el xe ‘rivà. Senti la banda.
– Ah, ma la signora Franca no la xe.
– No, il Gasetìn dise che la ga l’influensa.
– Ehhh, ma che pecà…
– Ah, i xe tanto carini!
– Signora, davvero una bella coppia!
– I xe cussì unìdi. Proprio carini.
– Che lui xe un bon presidente. Almen lu xe visìn a la gente.
– Oh sì, guardi. Mi ogi go preso ferie per vegnir qui.
– Ah, ma che pecà che no la xe la Franca…

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Sono tra noi

Centralino automatico: [Premere il pulsante 1 per richieste di tipo A, premere il pulsante 2 per richieste del tipo B, per tutte le altre richieste resti in linea…]

Io: Uhm… A? B? A. No, B. B? Sì forse meglio premer…

Centralino automatico: [..sti in linea, la sua chiamata sarà trasferita…]

Impiegato 1: Prontooo?

Io: Buongiorno, mi chiamo Sergio Maistrello, sono un socio. Dovrei fare il versamento trimestrale, ma ho un problema: il modello dell’altr…

Impiegato 1: Le passo il colleg… [musichetta]

Impegato 2: Pronto.

Io: Buongiorno, mi chiamo Sergio Maistrello, sono un socio. Dovrei fare il versamento trimestrale, ma ho un problema: il modello dell’altr…

Impiegato 2: I mav stanno arrivando.

Io: Scusi?

Impiegato 2: I mav stanno arrivando.

Io: Ah, ecco. Però il mio problema è che devo fare il versamento e non ho il modulo appos…

Impiegato 2: Le sto dicendo appunto che i mav stanno arrivando.

Io: Bene. Devo supporre che il mav faccia al caso mio. È che l’ultima volta mi hanno dato un modulo all’ufficio di corrispondenza di Milano, con il quale fare un bonifico esclusivamente presso la Banca XY, ma ora mi sono trasferito e mi chiedevo se potevo fare un normale bonifico su un conto corrente.

Impiegato 2: Non ce n’è bisogno, le ripeto che i mav stanno arrivando.

Io: Perfetto, lo aspetterò.

Impiegato 2: Buongiorno.

Io: Buongiorno.

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Il viaggiatore naive

Venerdì pomeriggio, su un Intercity che non ha nessuna intenzione di lasciare la stazione centrale di Milano per raggiungere Venezia, nonostante siano passati 25 minuti dall’orario previsto. Accanto a me siede un tizio distinto e sportivo, sulla quarantina. È un po’ nervoso, si guarda intorno. Prende il cellulare e compone un numero.

“Sai, credo che non arriverò in tempo stasera. Devo aver sbagliato treno”, racconta all’interlocutore.

“Eh, sai, io non sono pratico di treni, non li prendo mai. Pensavo di essere salito sul treno per Venezia, ma poi non è partito e allora penso di essere su un altro treno. Chissà dove andrà”, continua.

“Sì, è ancora fermo. Non so dove va questo treno. Aspetta, che chiedo”, e chiude la chiamata.

Tace per un po’, poi mi guarda, mi tocca il braccio e cerca di attirare l’attenzione in modo un po’ goffo.
“Senta, scusi, ma questo treno dove va?”, fa lui.
“A Venezia”, gli rispondo.
“Ma il treno per Venezia non doveva partire alle 17.05?”, chiede.
“Sì, in effetti avrebbe dovuto. Ma è ancora fermo”, rispondo ammiccando da uomo vissuto che ha ormai fatto l’abitudine alle bizze ferroviarie.
“Quindi sono sul treno giusto per Venezia?”, ripete.
“Direi proprio di sì”, lo tranquillizzo.
“No perché, sa, non sono pratico di treni. Non li prendo mai”, si schernisce.

Prende il telefono e richiama l’interlocutore lasciato in sospeso.
“Sono sul treno giusto, sai?”

“Sì sì, ho chiesto e mi hanno detto che è proprio il treno che va a Venezia”

“Sì, era indicato alle 17 e qualcosa, ma credo che gli orari che scrivono sui tabelloni siano solo indicativi, giusto perché uno si sappia regolare, poi partono quando sono pronti. Quindi fra un po’ partiremo, credo.”

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Momenti in cui amo Milano

Periferia nord di Milano. Sera, nebbia, freddo, cantieri. Aspetto l’autobus.
Un’auto accosta in corrispondenza della fermata in modo brusco, tra le proteste dei mezzi che seguono. Alla guida c’è un uomo; accanto a lui una donna mi guarda in modo insistente. Tento di fare l’indifferente, ma osservo la scena perplesso. Lei, sempre fissandomi, comincia a parlare.

Lei:

Mi avvicino e a gesti faccio notare che non è facile comunicare con un finestrino di mezzo. Come risposta comincia ad agitarsi, a premere bottoni, a guardarsi intorno. Dalla coda che si è formata dietro l’auto partono nuovi clacson di protesta. L’uomo allunga il braccio verso la portiera del lato passeggero e riesce ad aprirla.

Lei (urla): Dove ferma la 40?
Io: Temo di non saperglielo dire. Forse nella via che trova poco più avanti.
Lei: Ma lo sai dove ferma?
Io: Come le dicevo, non lo so con precisione. Mi sembra che il 40 passi nella via che incrocia sulla destra alla rotonda qui davanti.
Lei: E allora?
Io: Allora, se crede, potrebbe procedere fino alla rotonda, imboccare la prima strada a destra, continuare per alcune decine di metri e alla prima fermata che vede controlla quali mezzi pubblici passano.
Lei (visibilmente interdetta): Oh…

Volta lo sguardo verso la strada, sbatte la portiera, torna a fissarmi e con un gesto poco meno che deciso mi manda a quel paese. Ricordo solo di aver assunto un’espressione incredula, tra il pesce lesso e il cane bastonato. E di aver ricambiato il saluto.

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