Archivi categoria: Ricordo

Felice Bozzet, il prete che illuminava i giovani

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. Mi ha donato momenti e parole che custodisco con cura. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

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Gli occhi di P.

Nei giorni scorsi abbiamo salutato un amico, che in poche settimane si è dovuto arrendere a una delle più crudeli tra le sfide per la vita. Su invito della famiglia, che ha saputo trasformare una vicenda orribile in una in una celebrazione della vita e del valore della comunità, ho scritto queste righe per lui. Mi piace che ne resti traccia qui.

 

A P. ho voluto istintivamente bene.

Che cosa ti fa venire in simpatia una persona che puoi dire di conoscere appena e che incontri il più delle volte soltanto per il tempo di un ciao nell’atrio delle scuole dei tuoi figli?

Un modo di stare, un modo di guardare, un modo di ascoltare.

Ci sono occhi – la gran parte – che sono portoni sprangati, indifferenti, rivolti altrove. Altri, più rari, sono finestre tenute appena accostate dal pudore. Dietro una cordialità riservata, gli occhi di P. lasciavano intravedere un mondo ricco. Ricco di contrasti, di differenze, di originalità.

Semplice, ma intenso.
Umile, ma orgoglioso.
Rispettoso, ma indomito.

P. gli occhi te li incollava addosso, se quello che dicevi catturava la sua immaginazione. Grati. Assetati. Quasi avessero saputo di avere poco tempo per capire quel che c’era da capire.

P. un giorno avrò modo di conoscerlo meglio, mi dicevo. Avrò modo di farmi raccontare la sua storia, a cui K. accenna sempre così fiera. Avrò modo di scoprire da dove attingono compostezza e sfumature fuori dal comune i suoi bimbi.

Che sfortuna, P., un’ingiustizia da spezzare il cuore. Ma anche che enorme lezione di vita, di condivisione, di dignità, di gioia nonostante tutto, che ci avete dato in queste poche settimane straordinarie.

Ci lasci una famiglia splendida, a cui volere ancora più bene. E un senso di comunità da accudire, ora anche nel tuo ricordo.

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Un umanista informatico ante litteram

A poco più di un anno dalla scomparsa, è uscito un volume per ricordare opera, pensieri e ispirazioni di Franco Fileni, sociologo e a lungo docente all’Università di Trieste. Si può leggere integralmente nel sito delle collane di ateneo. C’è anche una mia breve testimonianza.

Gli studi dei docenti sono lunghi lunghi e stretti stretti, nell’edificio centrale dell’Università di Trieste. Franco Fileni il suo ufficio l’aveva trasformato in laboratorio e in aula di lezione, riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle scrivanie e dai libri con computer, monitor, stampanti, scanner, webcam e ogni sorta di dispositivo informatico. Alle pareti le riproduzioni di alcune opere di Escher. Negli anni ’80, Fileni aveva sviluppato questa profonda curiosità accademica per i risvolti epistemologici della diffusione dei computer, conscio che la supposta e allora inossidabile divisione tra regno dell’analogico e regno del digitale di per sé non era né sufficiente né in fondo del tutto calzante per spiegare l’impatto di quelle macchine sul pensiero e sulla comunicazione. Né apocalittico né integrato, Franco si interrogava semmai sui confini, sulle terre di mezzo, sulle strutture connettive dove vecchio e nuovo si toccavano dando vita a sintesi inedite da esplorare con la sensibilità dell’antropologo. Bateson davanti al pc.

[continua a leggere questo ricordo o l’intero libro sul sito dell’Università di Trieste]

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Angelo Agostini, che badò al fuoco

Un giorno, quando la polvere di questi anni confusi sarà depositata e potremo ricostruirne la storia, racconteremo di come noi, nani per età o per resistenze o per ignoranza, beneficiammo del rigore, della visione e della generosità di alcuni giganti. Giornalisti molto più attenti a tenere acceso il fuoco che a illuminare la propria firma. Quel giorno, in quell’elenco, ad Angelo Agostini spetterà di diritto un posto.

Io l’ho conosciuto tardi, Angelo, grazie ad amici comuni e poi al festival di Perugia. Ho fatto in tempo a lavorarci insieme per un piccolo progetto, che non vedrà mai la luce. Era un uomo che ci metteva poco a lasciarti un’impronta, per competenza e per carisma. Uno di quei colleghi a cui, per diverse qualità, e tra queste certamente la capacità di trasmettere il testimone ai giovani, speri di riuscire ad assomigliare almeno un poco, un giorno.

Ci mancherà, lo ricorderemo.

§

Il ricordo di Luca De Biase, di Vittorio Zambardino, di Arianna Ciccone, quello di alcuni studenti dello Iulm

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A Franco Fileni, con molte grazie

Il web l’ho visto nascere nel suo laboratorio, doveva essere la fine del 1994 o l’inizio del 1995. C’è questo Mosaic che sembra interessante, ha detto un giorno. Gli ipertesti multimediali su cui lavoravamo da qualche tempo improvvisamente uscivano dai floppy disk e prendevano vita. Franco Fileni è stato il mio professore di sociologia delle comunicazioni. Un corso di quelli che ti aprono la testa, mettono ordine alle tue idee e ti indicano una direzione.

Lui un incrocio tra un signore d’altri tempi e un provocatore senza troppi scrupoli. Una gran testa: in quegli anni infilò un paio di testi sul digitale che se la battevano alla pari con gli americani. Nel suo studio aveva installato una BBS con nodo Fidonet, poi un server, diversi computer alcuni dei quali connessi a internet. Mi fece avere un accesso telefonico alla rete dell’università molto prima che arrivasse Video On Line. Spalancò le porte del mondo in cui vivo e lavoro oggi. In quegli anni era decisamente troppo avanti per essere riconosciuto.

Frequentammo il suo studio per diverso tempo dopo l’esame, sfidando il suo carattere ben poco paziente. Tre anni ci sono rimasto, io. Lì mi sono appassionato alla comunicazione mediata dal computer, lì ho frequentato le prime “comunità virtuali”, lì ho capito che nel sistema operativo della nostra società stavano per cambiare diverse cose. Con lui feci la tesi e mi laureai. Non l’entusiasmava granché questo mio interesse per l’informazione in rete, nemmeno io in fondo gli andavo troppo a genio, ma mi lasciò fare. E alla fine mi dimostrò con la sua amicizia l’apprezzamento.

Mi richiamò in università a fare qualche seminario, poi un corso intero. Il Web 2, come lo chiamava lui, l’aveva preso un po’ in contropiede: la riorganizzazione universitaria, la stretta ai progetti di ricerca e alcuni incarichi organizzativi gli avevano assorbito gran parte dell’attenzione. Ho aspettato a lungo che si immergesse nei social media per rileggerli nelle sue parole. Credo che l’ultimo ventennio di vita pubblica e accademica l’abbia deluso parecchio negli ideali e nelle aspettative. Lo inserisco con grande rispetto nella lista dei meravigliosi sconfitti che hanno influenzato in modo determinante la mia vita.

Franco Fileni, mio professore, relatore, collega e amico, se n’è andato la notte scorsa, molto prima del dovuto. La gratitudine che provo per lui ingigantisce il vuoto che lascia.

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C.

Te ne sei andato in uno di quei modi plateali che fanno eccitare le redazioni dei giornali, ma lasciano annichiliti gli amici. Dieci anni dopo essere scampato allo stesso disastro, l’undici settembre, come se dovesse per forza sembrare una rivincita del destino e non soltanto un incredibile caso. Il primo incidente t’aveva cambiato, ridimensionato, allontanato da tanto e da molti. L’ultima volta che ci siamo visti l’hai buttata malamente in politica, in un modo così gratuito da non riconoscerti quasi. È il nostro cerchio destinato a rimanere aperto. Era parte del tuo modo di essere: uomo di sfumature pur risultando spesso esageratamente brusco; di visione pur amando tagliare i concetti con l’accetta; di ambizioni pur senza averne del tutto il pelo sullo stomaco; di compagnia allegra e caciarona pur nascondendo malinconie e tristezze. Con te non c’erano molte vie di mezzo, ti si amava o ti si detestava, si vibrava alla stessa lunghezza d’onda o non ti s’acchiappava più. Passavi sugli ostacoli come un rullo compressore e ti divertiva venire a capo delle situazioni più intricate a costo di sembrare più cinico e impermeabile di quel che in realtà eri.

Tredici anni fa, più o meno di questi tempi, ricevesti un ragazzino sconosciuto per un incarico che dovevi assegnare. Non avevi nessuna ragionevole convenienza per mettergli in mano una parte importante del tuo progetto, ma in barba all’imbarazzo dei presenti scommettesti su di lui. Hai capito e sei stato al gioco, ed è il lato del tuo istinto per cui ho sempre provato rispetto e ammirazione. Sei stato il mio primo datore di lavoro, la prima vera fonte di ispirazione nel passaggio qui da noi così balordo tra mondo delle favole e mondo del lavoro. Non so quanto del mio lavoro di oggi sarebbe diverso, ma di sicuro senza di te sarebbe stato un inizio meno stimolante e meno divertente. Di tutto questo, ma soprattutto della stima e dell’amicizia disinteressata di tanti anni, io ti sono profondamente grato. Spero possa fare la sua piccola differenza nel bilancio incompiuto di una vita.

C’è una piazza molto discussa nella nostra città, che al contrario io ho sempre amato molto. Tu più di tanti altri hai fatto in modo che quel luogo diventasse così come è oggi. Non c’è stato transito finora in cui tu non mi sia in qualche modo venuto in mente. Tienimi d’occhio d’ora in poi, quando passo di là: il sorriso sarà per te.

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