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Silenzio elettorale

Curioso: finora i blog dei candidati mi hanno aiutato a capire soprattutto chi *non* ho intenzione di votare. E anche laddove mi fosse rimasto qualche dubbio, spesso ci pensano le interviste e i reportage dal basso di iniziative spontanee come qui da noi Polisnaonis per completare il quadro delle preferenze mancate (che alle regionali ci permettiamo ancora il lusso di scegliere le persone, neh).

L’altro pensiero che ho oggi, al termine di una campagna elettorale insolitamente veloce, è: pensavo peggio. Chi ha ripetuto i soliti argomenti stucchevoli e circensi l’ha fatto tutto sommato con scarsa convinzione e limitata insistenza. Chi ha provato a fare qualcosa di diverso, in linea di massima ci ha messo più impegno di quanto avrei pensato. Aveva ragione Giuseppe qualche settimana fa: basta un po’ di coraggio per fare innovazione (e avendone un altro po’ si potrebbe fare ancora meglio).

Quindi ho le idee chiare? Sì: le campagne elettorali sono inutili, chiacchiere al vento, quintali di carta al macero, festival delle promesse a cui nessuno presta nemmeno più attenzione, carrozzoni di persone che vanno di fretta e non hanno davvero tempo di ascoltare. Ma con mille distinguo sulle strategie, diverse distanze in merito alle liste, persistente mancanza di empatia col leader, abbondante delusione sulle politiche di innovazione e consistente timore di ingovernabilità, domani vado là e metto una croce sul PD. E vediamo quanti giorni ci metto questa volta a dire “ma che diavolo m’è saltato in mente”.

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Ho provato Vista (e sono tornato a XP)

Bello è bello, come previsto. Sfumature, animazioni, rifiniture sono all’altezza del nuovo millennio. E veloce è veloce, anche più di quanto non mi sarei aspettato: il sistema di ottimizzazione delle applicazioni più utilizzate fa il suo dovere per benino, non c’è che dire. E la sidebar coi widget è efficace quanto su Mac, dove lo schermo con gli “accessori” non è visibile contemporaneamente allo schermo di lavoro, non riesce a essere.

Ma il livello di innovazione percepibile da un utente più o meno evoluto non mi ha strappato affatto quel “wow!” che promette il marketing di Microsoft. In quanto a evoluzioni sostanziali Vista riproduce il solito schema consolidato, che si ripete per lo meno da Windows 95 in poi: dare una ripulita al sistema operativo preesistente, sistemare alcuni difetti cronici e riverniciare il tutto con vernici più moderne. Vista raggiunge il Mac per efficacia e semplicità di alcune singole operazioni (e non necessariamente quelle determinanti nell’uso quotidiano), ma del Mac non ha ancora quella coerenza globale nell’esperienza d’uso. Se tutto ciò vale il costo al quale il nuovo software è stato messo in commercio, ma soprattutto se questo giustifichi i nuovi standard operativi richiesti in fatto di hardware, ognuno valuti da sé. Secondo me no, e restano – rinvigorite, se possibile – tutte le perplessità ecologiche che raccontavo qualche giorno fa.

Fatto sta che io sono tornato a XP dopo appena due giorni. Non tanto perché Vista è soprattutto chiacchiere e distintivo, ma perché il nuovo sistema operativo non supporta ancora molti software che uso correntemente per lavoro. Il che non è del tutto un problema di Microsoft, lo so bene, quanto semmai dei rispettivi produttori. Ma che dopo quel popò di ritardi che hanno contraddistinto il parto del nuovo Windows io debba avere difficoltà inconcepibili – giusto per fare l’esempio più allarmante – nell’uso di file in formato Pdf, per non parlare dell’impossibilità di crearne (stante la temporanea incompatibilità con buona parte dei programmi Adobe), mi pare di molto lontano da ogni ragionevolezza.

Immagino che tra sei mesi o un anno molto sarà diverso, e magari nel giro di un paio d’anni l’aggiornamento a Vista sarà perfino auspicabile per tenere il passo dell’evoluzione dei programmi più comuni. Per ora io, perplesso, resto a guardare.

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Verso un’ecologia del sistema operativo

Per professione e per predisposizione storica, sarei certo curioso di provare al più presto Windows Vista. Non ero ieri a Milano all’anteprima blogger, nonostante il cortese invito degli organizzatori, ma ricordo comunque una prova sul campo a Smau 2005 su una versione ancora incompleta del nuovo sistema operativo di Microsoft.

Usare intensivamente il computer e Internet comporta una sorta di eccitazione scontata per le novità: nuove versioni, nuovi programmi, nuovo hardware; l’apoteosi del rinnovamento continuo. L’evoluzione è rapida e incide profondamente sull’immaginario di chi fa cose in Rete. Dunque un lato di me scalpita, si chiede se il mio pc sia ancora abbastanza potente e se quella formattazione del disco fisso che attende da tempo non valga la pena di farla coincidere con un bell’aggiornamento generale. E certo, una volta installato Vista, che fai ti tieni Office vecchio? Giusto il costo mi tiene a freno, se devo essere sincero.

Poi c’è un’altra parte di me che da qualche giorno si sta interessando a Ubuntu, distribuzione Linux che strizza l’occhio anche ai meno fanatici di quel mondo. Aggiornamenti ricorrenti, una vasta comunità di supporto, buone pratiche ormai consolidate – e, perché no, il bel vantaggio della gratuità e delle licenze che ti incitano a fare senza troppi crucci. Mi incuriosirebbe aprirmi di più e meglio a quello che sarebbe il mio terzo sistema operativo, posto che sulla mia scrivania Windows e Macintosh già convivono allegramente. Un tempo Linux richiedeva uno studio che non ero pronto a dedicargli, oggi invece soltanto la pazienza di identificare da capo i programmi giusti per fare quello che già faccio in ambiente Windows. Forse non meglio, ma non certo peggio – e con un dispendio inferiore di risorse.

Ma il punto è un altro. Mi chiedo se quest’ultima strada non meriti di essere percorsa a priori, come scelta ecologica e come logica conseguenza delle letture, dei ragionamenti e delle sensibilità maturate negli ultimi tempi. Con le auto mi viene più facile: avverto sempre più come un peso usare l’automobile quando non è strettamente necessario; cerco di preferire i mezzi pubblici o i piedi tutte le volte che mi è possibile; non provo alcuna attrazione per auto dal design evoluto e dalla potenza superiore a ogni ragionevole necessità. Non guiderei mai una Ferrari, insomma. Non mi attira neanche, se devo dirla tutta, la Ferrari.

Ora: posto che Vista si presenta molto bene e posto che da Windows 3.1 finora non me ne sono perso uno di aggiornamento, quanto mi sento in coscienza di avallare un sistema operativo che richiede un enorme dispendio di risorse a prevalente scopo di sollazzo per gli occhi e poco più? Quanto mi sono necessarie le nuove funzionalità nella mia produttività personale e professionale? Come in tutte le cose di questo mondo, non varrebbe la pena di accontentarsi di qualcosa meno e non gonfiare l’economia per semplice goduria privata? Quale costo sociale ha, in un mondo già afflitto da un pesante divario digitale in fatto di strumenti e di opportunità, il balzo in avanti in fatto di requisiti di sistema imposto dalla nuova versione del sistema operativo leader? E per contro: non è proprio bello da concepire un sistema creato spontaneamente da tante persone e messo liberamente a disposizione di tante altre persone? Non è, a modo suo, il coronamento di tante idee che andiamo raccogliendo da qualche anno anche riguardo alle cose di Rete?

Quando penso alla corsa paranoica alla chiusura che abbiamo di nuovo sotto gli occhi – nei prodotti culturali, negli standard commerciali, perfino nei meravigliosi aggeggi di Apple (a cui non sei libero di cambiare nemmeno la batteria), per non parlare della fioritura di applicazioni sociali posticce adottate a semplice scopo di marketing così come nel 2000 si rincorrevano le comunità virtuali, mi chiedo: ma io non sto andando esattamente nella direzione opposta? Quello che dico e scrivo da diverso tempo non è l’esatto contrario di un sistema proprietario? Da che parte voglio stare? Scegliere il mio prossimo sistema operativo potrebbe essere un buon inizio per capirlo.

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Alla fine dell’orto

Questa settimana termina anche per noi l’esperienza dell’abbonamento all’orto, iniziata con entusiasmo dieci mesi fa. Tempo di bilanci, dice Francesco Travaglini, anima e muscoli del Parco dei Buoi, la tenuta molisana che ha allietato per otto mesi la nostra tavola. E allora che bilanci siano: trasparenti come si conviene a un esperimento del genere, anche per rispetto a chi a suo tempo si era interessato all’iniziativa attraverso queste pagine. Il nostro, nel complesso, è soddisfacente: molti pregi, ma anche alcuni difetti di varia natura. Talvolta critici, dal mio punto di vista.

Partiamo dai primi. È stato… come posso dirlo senza sembrare patetico… umanamente bello sapere di avere un orto che tutte le settimane, in base alle diverse maturazioni, ci riforniva di ortaggi freschi direttamente a casa. Non un’industria alimentare, non una tenuta a sfruttamento intensivo, ma un’azienda agricola a gestione familiare che destinava parte del proprio terreno alla coltivazione di un orto in grado di ripagarsi le spese e poco più rivendendo i prodotti a qualche decina di consumatori garantiti in partenza. In un certo senso è stato davvero come avere un orto sotto casa. La cassetta consegnata dal corriere conteneva regolarmente una varietà e una quantità di verdura sufficiente a coprire le esigenze settimanali della famiglia; talvolta, pur avendo scelto il pacchetto small, è stato perfino necessario smistare la merce al parentado o stivare qualcosa nel congelatore.

È stato bello anche doversi adattare in qualche modo al ritmo imposto dall’orto: non sempre peperoni, zucchine e melanzane, come spesso avremmo scelto noi all’ortofrutta vicino a casa, ma anche fagiolini, lattughe varie, fave e molto altro. Compresi gli assaggi a sopresa, gentile omaggio della fattoria, mai meno che generosa nelle quantità. La varietà ci ha permesso anche di (ri)scoprire gusti a noi poco familiari: le puntarelle, per dirne una, introvabili nel nord-est, e deliziose lasciate macerare al freddo con un po’ d’olio e filetti di acciuga. Quanto alla qualità, al netto delle bizzarrie di una stagione non certo gentile con gli ortaggi, non ci possiamo lamentare: mi mancheranno soprattutto le cipolle (eccezionali, farei un abbonamento soltanto per quelle), le melanzane dolci, gli spinaci freschi, i piselli, le patate. Promette bene anche la zucca, arrivata la settimana scorsa e in attesa di essere cucinata nei modi creativi tipici del periodo. Gustosi anche i pomodori, l’insalata, le zucchine. La conserva, che a più buttate mia suocera ha ottenuto dagli pomodori da sugo, è molto piacevole – e la scorta durerà a lungo.

La qualità ci porta, inevitabilmente, ai punti critici dell’esperienza. Il trasporto su gomma lungo mezza Italia, che già mi dava da pensare per il costo ambientale, raramente è passato senza conseguenze sullo stato di conservazione della merce. Nei mesi più caldi qualche etto di foglie e pomi è arrivato a dir poco fiaccato, se non del tutto compromesso. Del resto è lo stesso Travaglini a dirsi non del tutto soddisfatto del corriere scelto. Non so se all’origine o se almeno durante i viaggi di dorsale tra un centro di smistamento e l’altro le verdure fossero conservate con le accortezze che si devono alla merce deperibile, fatto sta che nel tratto finale la cassetta viaggiava nella stiva di un qualunque furgoncino non refrigerato, senza particolari corsie preferenziali e spesso in ritardo di un giorno sul previsto. Dal punto di vista della società di spedizioni, del resto, era un pacco da consegnare come tanti altri: verdura, libri o computer per loro poco diversi sono. Se poi, come in una delle ultime occasioni, i colli sono due, ma uno di questi per qualche ragione si perde, vaglielo a spiegare al solerte impiegato che della prima confezione possono tranquillamente far concime, se non te lo fanno avere comunque al più presto o per lo meno non lo mettono al fresco.

La dipendenza dal corriere espresso è stato un punto debole anche in un altro senso, questo certamente più personale e non imputabile al Parco dei Buoi. Pur lavorando a casa, e quindi garantendo una presenza abbastanza regolare al domicilio indicato per la consegna, l’attesa dalla consegna in giorni non sempre prevedibili e a orari ancor più variabili – prolungata per una trentina di settimane – è stato un vincolo pesante: obbliga a programmare, spesso inutilmente, uscite, assenze e vacanze, mentre basta un imprevisto per costringerti a ritirare la merce non prima del giorno successivo al deposito dello spedizioniere, disperso in qualche zona industriale dei dintorni. Nel frattempo a noi è nato pure Giorgio, le cui conseguenze sull’organizzazione e sui tempi domestici avevo certamente sottostimato al momento dell’abbonamento.

Quanto a Francesco Travaglini e al Parco dei Buoi, a loro ho poco da rimproverare. Continuo a pensare che abbiano azzeccato tempi e modi per un’operazione commerciale sana, etica e a misura d’uomo. Mi aspettavo forse più informazione e più tempestiva: la vicinanza virtuale col produttore non è certo mancata, ma ha latitato talvolta proprio quando le date previste non potevano essere rispettate – che, per quanto detto sopra, per me faceva la differenza tra attendere e ricevere la cassetta il martedì e attendere a vuoto e al buio fino al giovedì o al venerdì successivi. La fatica di garantire trasparenza e presenza, già ammirevole in sé per un’impresa agricola in condizioni normali, ha avuto infine un tracollo durante il mese di agosto, quando in seguito a un brutto episodio accaduto proprio dentro la fattoria, alcuni lavoranti extracomunitari sono poi stati espulsi o confinati in un centro di permanenza temporanea per irregolarità nelle procedure di immigrazione. Emergenza che ha avuto una coda lunga e (umanamente, soprattutto) spiacevole per il loro datore di lavoro. Di questo, davvero, non mi sento di farne una colpa a Francesco, benché certo lui per primo ammetta che non tutto sia andato come voleva.

Lo rifarei? Sì, sono contento di aver fatto questa esperienza, sceglierei di certo di provare almeno una volta, se non l’avessi fatto. Lo rifarò? Non per adesso, non finché il bimbo è così piccolo e con le sue esigenze stravolge ogni possibile routine, non finché non trovo il modo di svincolarmi dalla schiavitù del corriere espresso, non finché i ritmi di lavoro e di vita non mi permetteranno di godermi appieno la varietà e la quantità di verdure da smistare e stivare ogni settimana. Per questo non ho sottoscritto l’orto invernale (cavoli, verze e affini) e difficilmente prenderò in considerazione il prossimo orto estivo, se ci sarà. E anche se probabilmente rimarrò affezionato al mio primo orto molisano, spero che esperienze di questo genere contagino presto anche il resto della penisola, annullando ogni residua difficoltà logistica. Sotto casa, per davvero.

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Uffici mobili

Meditavo di dire due parole sul mio ultimo acquisto tecnologico, un cellulare Umts/Wi-Fi che facesse anche da ufficio d’emergenza in questo periodo di bimbi urlanti, spostamenti frequenti e lavoro a singhiozzo. Vedo però che SuzukiMaruti ha già fatto il lavoro sporco per me: sottoscrivo tutte le sue impressioni d’uso. Dopo tre settimane di uso intenso non ho ancora trovato un motivo per pentirmi del mio Nokia E61 (che sostituisce un dignitoso Nokia 6600 e che s’è disputato a lungo l’investimento con un Blackberry 8700g). Ora mancherebbe soltanto un’offerta dignitosa di Internet mobile da parte di un gestore di telefonia, perché quel che c’è è davvero poco, poco coraggioso e spesso fuori mercato.

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Dichiarazioni, anzichenò

Il Manifesto è in crisi e chiede soldi. Io considero Il Manifesto il mio master quotidiano nell’arte di fare i titoli, che per il lavoro che faccio ha il suo bel perché. Una tassa universitaria volontaria ci può ben stare, in fondo. Poi sono d’accordo con Carlo Felice Dalla Pasqua: è un giornale intelligente, anche se non è sempre facile condividerne le posizioni, e di giornali intelligenti c’è molto bisogno. Così come abbiam bisogno di utopie come quella di una cooperativa autogestita in cui tutti, dal centralino alla direzione, prendono lo stesso stipendio.

Di referendum (come il Manifesto definisce la sottoscrizione in corso) in referendum: domani e lunedì si vota, di nuovo e – si spera – per l’ultima volta quest’anno (che un’altra campagna elettorale qui la si tollererebbe a fatica). Io voto no. Prima ancora che per gli obiettivi, alcuni perfino ragionevoli, per il modo in cui si è cercato di raggiungerli. E se proprio dobbiamo adeguare la nostra costituzione alla diversa complessità del mondo di questi anni, forse abbiamo bisogno di neo-padri della patria un po’ più credibili.

In questi giorni nel mio aggregatore è comparso il primo feed con banner pubblicitari. È stato davvero un peccato dover cancellare The Blog Herald dalla lista.

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Un sussulto di dignità

Arrivo stremato alla fine di questa campagna elettorale. Non certo perché mi sia impegnato in prima persona: ho fatto soltanto il cittadino responsabile in cerca di rappresentanza. Ho ascoltato, ascoltato, ascoltato e ascoltato. Ho letto. Ho perfino risposto alle telefonate di chi nel 2006 ritiene ancora decoroso sollecitare i propri conoscenti per racimolare qualche voto in più. Vorrei essere onesto e al tempo stesso costruttivo, ma francamente ho ancora molti dubbi su dove metterò le mie crocette (tranne forse per le amministrative comunali, perché qui in Friuli-Venezia Giulia abbiamo la fortuna di chiudere tutti i conti in una volta sola). A poche ore dal voto ho poche certezze, in compenso sono molto avvilito.

Trovo curioso che l’occasione in cui si dovrebbero esprimere i massimi ideali si sia trasformato in uno dei momenti più bassi della nostra storia democratica. Non è emerso il meglio del manipolo di persone che ha scelto di darsi da fare; gli ultimi sei mesi sono stati giocati invece sui nostri peggiori istinti. Stiamo regredendo come popolo, abbiamo ceduto a lungo a chi ci mostrava la via più facile (e certo Silvio Berlusconi è una figura chiave in questo processo, benché non sia il solo responsabile). Siamo assuefatti perché abbiamo assunto la remissività a piccole dosi giorno dopo giorno per anni. Non dal 2001 o né dal 1994, ma molto prima. Ogni giorno accettiamo che il mondo vada impercettibilmente peggio con la complicità delle nostre scelte, osiamo sempre meno e ci accontentiamo sempre di più: sul momento non te ne rendi conto, ma se ti volti indietro ti accorgi che a forza di sfiorare i paletti li abbiamo spostati ben oltre ciò che solo un decennio fa avremmo ritenuto tollerabile. Il risultato è che la popolazione italiana è immune all’indignazione, ha fatto gli anticorpi all’orgoglio.

Io per primo, voglio dire. Mi ha umiliato, e per questo gliene sono grato, Claudio Magris ieri sul Corriere della Sera, a proposito della «loquela sboccata» di Berlusconi. Il vero insulto, ricorda Magris, non è la volgarità specifica (che in questo siamo un po’ tutti presidenti del Consiglio), ma è l’offesa a chi vota senza pensare al proprio interesse. «La maturità politica — di un individuo, di una società, di un popolo — consistono nella capacità di collegare il proprio interesse con quello generale, di capire la loro reciproca indissolubilità, e si misurano col metro di questa capacità.» Diamine, è questo il punto! Ma ero talmente distratto dalle ironie sulle parole e dai botta e risposta in televisione che non ci avevo nemmeno fatto caso.

All’inizio della campagna elettorale mi ero ripromesso di dare il voto a chi avesse dato l’idea di soddisfare alcune istanze secondo me particolarmente urgenti in questo momento: ambiente, ricerca, infrastrutture digitali, politica estera e lavoro. La campagna elettorale ha toccato questi temi, quasi mai andando oltre la generica dichiarazione d’intenti (di cui già si parlava a proposito del programma dell’Unione). Alla fine voterò ancora una volta per semplice reazione a una visione del mondo che non posso condividere: il vantaggio personale, la forzatura delle regole, l’illusione di potersi chiudere nelle proprie città, nelle proprie case, nelle proprie aziende sono una reazione incomprensibile e pericolosa alla complessità del mondo che ci circonda. Ovunque cadrà il mio voto all’interno dell’Unione, sarà comunque un ripiego poco gioioso, da cui mi aspetto poca cosa. Sarei contento anche solo se riuscissi ad arrivare alla fine della legislatura senza dovermi mai vergognare delle persone a cui ho affidato il mio sostegno.

Comunque vada, mi aspetto sinceramente che gli abissi della dignità toccati in queste settimane diventino l’occasione per un sussulto, l’inizio di una ripresa diffusa non tanto per merito di chi avrà più seggi al Parlamento ma perché sempre più persone sentiranno di doversi impegnare in prima persona affrontando la realtà e tutte le sfide complicate che, ci piaccia o meno, ci aspettano nei prossimi decenni. All’anima della tasserella sulla prima casa o sull’immondizia: i nostri figli avranno orrore di noi, se non sapremo guardare un po’ oltre.

Il 2011 è dopodomani, è dietro l’angolo. È già ora di darsi da fare.

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Qui c’è un voto in palio, chi lo vuole?

Mettiamola così. Io non voterò nessuno (nessun partito, vista la nuova legge elettorale) che avrà investito i mesi che ci separano dal 9 aprile nella delegittimazione dei propri avversari, nel battibecco rituale e nel parlar per luoghi comuni.

Cerco gente di poche ideologie e molti fatti, che non riempia migliaia di pagine di principi assoluti, né occupi ore di trasmissioni garantite, né riduca la campagna in barzellette sei-metri-per-tre, ma diffonda pochi semplici schemi di idee applicabili in meno di cinque anni (e qualche linea più generale di continuità extra mandato). Vorrei capire, senza correre il rischio di interpretarli troppo tardi, che cosa i nostri aspiranti deputati e senatori intendono fare per garantire l’inizio di una nuova fase di sostenibilità nell’ambiente e in economia (nulla di più fantasioso che riaprire le centrali a carbone in disuso? niente di meglio che rimandare a oltranza il crollo di Alitalia?); quanto Pil contano di riversare nella ricerca (non se, ma quale percentuale minima e fin dalla prima finanziaria); come pensano di poter sviluppare le infrastrutture digitali (non se, ma come pensano di farlo); come ritengono di posizionare l’Italia rispetto ai grandi temi di politica estera (con gli slogan si fa poco, preferisco tanto realismo a questo punto) e come intendono garantire che il rischio di impresa non continui a trasferirsi progressivamente sui lavoratori (e sui lavoratori giovani, in particolare).

Se un qualunque partito di qui ad aprile avrà dato risposte convincenti a tutti questi punti – e, a parità di proposte, ci aggiungerà dell’altro – avrà il mio voto. Fosse anche il partito dell’amore.

Nel frattempo, entrambi i maggiori schieramenti stanno cercando il dialogo (un link a sinistra, un link a destra). Mi piacerebbe che il buon senso che spesso riconosco ai blog si trasformasse in pressione positiva, in stimoli, in dibattito. Ci stanno chiedendo di discutere le idee, e io penso che forse è una buona occasione per vedere se sono ancora capaci di ascoltare.

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Mi abbono all’orto

Ci abbiamo pensato qualche giorno, poi Stefania e io abbiamo deciso di abbonarci all’orto. Ci piace l’idea, ci piace la filosofia d’altri tempi, ci piace che il produttore mostri i suoi conti, ci piace che il contadino racconti come va il raccolto, ci piace l’idea di ricevere di tutto un po’ (anche quello che forse normalmente non compreremmo), ci piace il clima familiare.

Gli unici punti su cui nutrivamo perplessità sono la distanza dalla fattoria, che sta in Molise, e la dipendenza dai viaggi del corriere espresso. A parità di condizioni, infatti, cerchiamo di preferire i prodotti che non incentivano il trasporto su gomma. Dubbi che sono compensati dalla sensazione di avere a che fare con persone responsabili e molto vicine all’idea che ci siamo fatti di come dovrebbe funzionare il mondo.

Lo prendiamo come un esperimento, alla fine dell’anno facciamo il bilancio.

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