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L’anno che verrà

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Good Morning Italia ha pubblicato l’edizione 2016 de L’anno che verrà, l’ebook che raccoglie spunti e previsioni su quello che possiamo aspettarci nei prossimi mesi. Tra i contributi raccolti quest’anno c’è anche il mio.

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L’avverti l’accelerazione? Sei il passeggero di un aereo al decollo. Parte la rincorsa, le ruote cominciano a girare. Poi accelera. Accelera. Accelera. Te l’aspetti, la progressione, sei preparato alla spinta. Sai che il velivolo deve raggiungere una velocità considerevole per staccarsi dal suolo. Tutto bene. Fino a quel momento lì.

C’è un istante in cui la velocità supera il moltiplicatore ideale che mente e corpo si erano prefigurati. Non hai alcun controllo sulla situazione. Nemmeno il pilota può più arrestare la manovra. Per alcuni secondi sei sospeso al limite della tua soglia di comfort e insegui equilibri precari. Per alcuni è ebbrezza, per altri disagio.

Ecco: nell’innovazione tecnologica siamo giunti all’equivalente di quel momento lì. Per decenni la nostra idea di progresso è stata lineare: una crescita regolare, la somma di sforzi e intuizioni, anno dopo anno. Conoscevamo fenomeni evolutivi soggetti a progressioni esponenziali, ma li consideravamo governabili, perché il loro impatto era molto meno veloce e significativo delle nostre pianificazioni.

[continua a leggere su Good Morning Italia]

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Lo scarto tra raccontare e raccontarsela

8850333332p400Gli amici di lunga data di Apogeo mi hanno chiesto di scrivere la prefazione a Content Marketing, guida pratica scritta da Michela Ballardini con Federica Dardi, in uscita oggi. Il testo si può leggere sul sito dell’editore, così come l’indice e l’introduzione. La riporto anche qui.

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Può l’informazione convivere con la pubblicità? Storicamente la divisione è netta: da una parte le notizie, dall’altra la promozione di marchi e prodotti. Sono diversi gli scopi, i linguaggi, le regole di ingaggio con chi ne fruisce. Poi sono arrivati il Web e i social media. Il campo della comunicazione ha subito cambiamenti strutturali epocali, gli spazi di pubblicazione sono esplosi, una miriade di nicchie di interesse sono diventate sostenibili con grande facilità.

Che senso ha comprare banner nei siti generalisti altrui quando abbiamo un sacco di spazio a buon mercato per esprimere quel che abbiamo a cuore, andandoci a cercare le persone che potrebbero essere interessate? Nemmeno gli slogan facili bastano più, del resto. Se dici che il tuo prodotto è “rivoluzionario” o “esclusivo” e “funziona davvero” probabilmente stai firmando la sua condanna all’oblio.

Siamo diventati clienti esigenti: sebbene ancor più istintivi che in passato, perché abbiamo il carrello della spesa a portata di mouse, ci siamo abituati a confrontare e approfondire, attingendo all’esperienza di chi ha acquistato prima di noi. Siamo affamati di storie: prediligiamo le aziende e i prodotti che entrano nella nostra vita attraverso un’emozione o un vissuto riconoscibili. Se poi le storie arrivano attraverso il filtro dei nostri amici, la nostra disponibilità a valutarle è particolarmente alta.

Quanta conoscenza viene dispersa nel ciclo di progettazione, produzione e distribuzione di un oggetto? Per anni il mercato ha richiesto che la complessità fosse invisibile, nascosta sotto il tappeto delle pubbliche relazioni, imbellettata al punto da apparire fin troppo banale per essere credibile. Oggi la credibilità di un prodotto passa anche attraverso la capacità di chi lo produce di raccontare da dove viene, quanto complicato è stato farlo, da quale intuizione è nato, come è stato forgiato.

Come dimostrano i sempre più frequenti incidenti di comunicazione che vengono amplificati senza pietà dalla comunità delle persone interconnesse, senza trasparenza e senza piena disponibilità a fornire elementi di valutazione concreti ai clienti la via del successo commerciale è sempre più impervia. Nei siti web, nelle pagine Facebook, nei profili Twitter, nelle gallerie Instagram, nelle collezioni Pinterest oggi si aprono inedite opportunità di interazione tra un marchio e il suo fan o cliente potenziale.

A dispetto delle tante esperienze in corso, alcune delle quali sono raccontate nelle pagine che seguono, è ancora quasi tutto da inventare e sperimentare. Può essere la nuova frontiera dell’aria fritta e degli slogan consunti, e spesso nonostante tutto quello che stiamo dicendo lo è davvero, oppure una grande opportunità di iniziare a ripensare completamente la postura sociale di un’azienda o di un canale di vendita. Non è un caso che intorno al termine storytelling si vadano polarizzando critici ed estimatori del genere: è che finiamo per usare la stessa etichetta sia per raccontare che per raccontarsela.

In questo senso, Facebook e le altre piattaforme sociali stanno dando un grande contributo. I contenuti emergono soltanto se sono fatti bene, se sono interessanti, se sono informativi, se sono utili, se sono divertenti. Se chi li legge li giudica tali, quantomeno. I pessimi contenuti, quelli vuoti e gratuitamente promozionali, non decollano nemmeno investendo denaro in campagne di visibilità a pagamento.

I nuovi filtri sociali di cui ci stiamo dotando per decodificare il caos incoraggiano scelte ardite e di lungo respiro. Il contenuto è la nuova vetrina, il modo in cui ci si presenta all’esterno e si attira l’attenzione. Testo, immagini, video, interazioni, scelte di stile, presenza, calore prendono il posto di decori, decalcomanie, espositori, ordine delle merci e richiedono altrettanto impegno e attenzione per i dettagli.

Il content marketing è dunque la frontiera di sperimentazione più avanzata dove i contenuti nobili dell’informazione e quelli più pragmatici della pubblicità inseguono nuovi equilibri. Come tutte le specializzazioni recenti, vive ancora soprattutto di tentativi ed errori. E, come accade spesso quando si ha a che fare con la Rete, non fare nulla è peggio che sbagliare.

Maturare esperienze e competenze è la strategia più rapida per guadagnare terreno in questo ambiente. Tanto più che non esistono affatto né un metodo né uno stile sicuri, adatti a tutti, buoni per tutte le occasioni. Ognuno insegue il proprio registro, il mix ideale di elementi, la frequenza perfetta di pubblicazione, l’intensità adeguata di presenza, il sangue freddo e la faccia tosta che aiutano a superare i momenti critici.

Le pagine che seguono sono l’abbrivio di cui spesso abbiamo bisogno per cominciare a metterci alla prova.

[L’originale in Pdf sul sito dell’editore]

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Un umanista informatico ante litteram

A poco più di un anno dalla scomparsa, è uscito un volume per ricordare opera, pensieri e ispirazioni di Franco Fileni, sociologo e a lungo docente all’Università di Trieste. Si può leggere integralmente nel sito delle collane di ateneo. C’è anche una mia breve testimonianza.

Gli studi dei docenti sono lunghi lunghi e stretti stretti, nell’edificio centrale dell’Università di Trieste. Franco Fileni il suo ufficio l’aveva trasformato in laboratorio e in aula di lezione, riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle scrivanie e dai libri con computer, monitor, stampanti, scanner, webcam e ogni sorta di dispositivo informatico. Alle pareti le riproduzioni di alcune opere di Escher. Negli anni ’80, Fileni aveva sviluppato questa profonda curiosità accademica per i risvolti epistemologici della diffusione dei computer, conscio che la supposta e allora inossidabile divisione tra regno dell’analogico e regno del digitale di per sé non era né sufficiente né in fondo del tutto calzante per spiegare l’impatto di quelle macchine sul pensiero e sulla comunicazione. Né apocalittico né integrato, Franco si interrogava semmai sui confini, sulle terre di mezzo, sulle strutture connettive dove vecchio e nuovo si toccavano dando vita a sintesi inedite da esplorare con la sensibilità dell’antropologo. Bateson davanti al pc.

[continua a leggere questo ricordo o l’intero libro sul sito dell’Università di Trieste]

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Le narrazioni globali delle piccole città

An english version of this post is available on Medium.

Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito sul futuro di Pordenone, in corso da qualche mese sulle pagine dell’edizione locale. Questa – uscita sul giornale di domenica – è la mia riflessione, che vale per la mia città ma più in generale per molte altre piccole località ricche di storie da raccontare. Fa tesoro di conversazioni di lunga durata e con molte persone in rete su questi temi. È in debito di link in particolare con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi.

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Nell’epoca delle narrazioni globali accelerate da Internet, la circolazione della conoscenza è il fattore strategico per una città. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, collaborare o commerciare. Pordenone ha un potenziale enorme, molto superiore a quello che ci si aspetterebbe da una città delle sue dimensioni, ma per ora sta scegliendo di sprecarlo. Un po’ come bruciare in piazza un bancale di buoni del Tesoro esigibili, per rendere l’idea a chi non è pratico di comunicazione digitale.

L’effetto che facciamo oggi a chi si informa su di noi da lontano utilizzando il web e i social network è quello di una città qualunque, anonima. Chi si spinge fino qui scopre invece che organizziamo feste straordinarie per monumenti viventi della letteratura mondiale; che passiamo una settimana all’anno in compagnia di un buon centinaio di intellettuali di grido; che ogni settimana piccoli e grandi eventi richiamano persone da fuori provincia, da fuori regione, spesso dall’estero. Qui ogni autunno si danno appuntamento da tutto il mondo studiosi e appassionati del cinema muto. Qui vivono artisti e artigiani attivi in nicchie insolite o innovative. Qui hanno sede imprese e cooperative sociali con una visione del futuro coraggiosa e contagiosa.

Tutto questo c’è, ma spesso è poco riconoscibile perfino da chi a Pordenone ci abita, segno che probabilmente siamo più bravi a organizzare che a comunicare. Segno, soprattutto, che siamo ricchi di energie ma ancora non siamo riusciti a metterle in rete, sostenendo e amplificando in modo sistematico le opportunità per chi si dà da fare e per tutta la città come conseguenza. La posta in gioco è alta: quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto alla Pordenone delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori e dei mobili, ora la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire alla Pordenone degli eventi culturali, delle imprese innovative, delle eccellenze nelle professioni e nelle arti, della manifattura e dell’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Il tempo, dunque, è un fattore competitivo, e qui ne abbiamo già perso parecchio.

Abbiamo già dimostrato di esserne capaci. Un anno fa, proprio di questi tempi, ci stavamo preparando ad accogliere cinquecentomila alpini da tutta Italia, dieci volte il numero dei residenti, mettendo in discussione ogni dettaglio della routine della città. Poco importa il pretesto. Il fatto è che per qualche settimana, sotto la pressione di una scadenza fuori scala per le nostre abitudini, stretti dietro allo stemma della città con le porte aperte, abbiamo comunicato molto più del solito tra di noi e abbiamo spiegato tanto di noi agli altri. Abbiamo fatto rete, abbiamo lavorato in rete e, per la prima volta in modo così consapevole, abbiamo usato la Rete per rilanciare in Italia e nel mondo il marchio ideale della nostra città.

Potremmo ripartire da qui. Internet è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della società, esalta le affinità tra persone e contenuti, costruisce ponti tra i territori e permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale qui non serve, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. Abituati a chiudere le notizie scadute in un armadio, trascuriamo l’importanza che in questo ambiente assumono gli archivi: la storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità.

L’obiezione più frequente, anche nelle organizzazioni meno improvvisate, è che mancano se non le competenze, di certo le energie. Le prime è in ogni caso urgente acquisirle, saranno sempre più un requisito competitivo. Quanto alle energie, in realtà la comunicazione in Rete non è una sovrastruttura che si aggiunge alle incombenze precedenti e tanto meno un servizio che può essere esternalizzato. È un diario di viaggio che dovrebbe nascere il più possibile vicino al cervello e al cuore di una passione o di un’attività. È un metodo che ridefinisce i tempi complessivi della comunicazione: può essere impegnativa in fase di avvio, ma un buon progetto editoriale incentrato sul web alimenta a cascata tutti gli altri canali informativi, con significative economie di scala sia in termini di costi che di tempo. In ogni caso è un investimento: la quantità di contatti e ritorni diretti e indiretti che si possono generare il più delle volte ripagano ampiamente l’impegno.

Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo. Pordenone ha caratteristiche decisamente contemporanee, non c’è motivo per cui debba comunicarle come nel 1995. Lo sforzo non può che essere collettivo: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questa strana transizione che da quasi otto anni chiamiamo crisi. Tanto vale cominciare ad affrontarla laddove promette di generare vantaggi per tutti.

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Quando le periferie della rete si popolarono

Giovedì mattina a Pordenonelegge dovevo moderare un incontro sulla democrazia digitale di cui era protagonista Fabio Chiusi. Come avviene di solito nei festival, fuori dalla sala c’era un banchetto con in vendita i libri degli autori. Mi aspettavo di trovare Giornalismo e nuovi media, l’ultimo dei miei libri stampati su carta. Invece c’era La parte abitata della rete, forse il testo a cui sono più affezionato, uscito nel 2007. Strano, dico al libraio, lo sapevo ormai introvabile.  Strana anche la copertina, insisto, d’un cartoncino lucido e leggero che non ricordavo. È toccato al colophon dirmi la novità: il libro è andato in ristampa, la seconda, proprio in queste settimane. Si vede che non si usa più avvertire l’autore.

La notizia mi ha da un lato inquietato (dopo sette anni che cos’avrà mai da dire un libro che parla della rete avanti Facebook, se non testimoniarne la preistoria?) e dall’altro emozionato (dopo sette anni dalla pubblicazione è ancora tra i piedi, quel dannato libretto!). Ancor più emozionante è stato leggere su Facebook, dove d’istinto ho condiviso la mia sorpresa, i commenti di chi a suo tempo l’aveva apprezzato. Qui, per festeggiare, le prime pagine di La parte abitata della rete.

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Ho preso la residenza nella parte abitata di Internet per la prima volta nel 1996, al 6272 del lungocosta di SouthBeach, dentro Geocities. Geocities era un servizio che permetteva di aprire pagine Web amatoriali, uno dei primi dedicati a quanti entravano nel Web con la velleità di costruire un ambiente in cui tutti erano nello stesso tempo autori e lettori di contenuti. A metà degli anni ’90, Geocities era diviso in città e in vicinati: il mio aveva la fama di un luogo dove ritrovarsi e chiacchierare senza impegno, ma c’erano quartieri per gli hobby e gli interessi più in voga: dalla politica (Capitol Hill) alle scienze (Cape Canaveral), dalla musica classica (Vienna) agli stili di vita alternativi (West Hollywood), dalle collezioni di fumetti giapponesi (Tokio) agli sport estremi (Pipeline), e perfino un parco giochi riservato ai bambini (Enchanted Forest).

Geocities riproduceva sull’allora giovanissimo World Wide Web alcune metafore di tipo geografico e sociale legate alla vita reale. Oggi potremmo definirle ingenue, se non tenessimo conto del fatto che dieci anni fa Internet era un ambiente nuovo e sconosciuto, quanto meno al di fuori dei circoli accademici e scientifici. L’analogia con la realtà era un primo, efficace strumento per esplorarlo: ogni vicinato era composto da una strada che collegava tra loro le costruzioni, a ciascuna delle quali corrispondeva la pagina personale di un iscritto identificata da un numero civico progressivo. Le villette di Geocities erano punti di presenza dei pionieri della Rete e il primo tentativo, necessariamente immaturo, di mettere in connessione i contenuti di tutti attraverso contesti arbitrari e tuttavia intuitivi.

Nel 1998 i fornitori di accesso a Internet gettavano le fondamenta di quelle che sarebbero diventate le prime città di Internet. Erano posti strani, con tante vie d’entrata, ma pochi modi per andarsene. Ti invitavano a trasferirti da loro regalandoti un po’ più di spazio, laddove le esigenze crescevano e il mercato degli affitti andava rincarando. Accettai, abbandonando a malincuore Geocities, che dal canto suo cominciava a trasformarsi lentamente in qualcosa di più asettico e funzionale agli interessi dei neonati portali. Il mio domicilio, che ospitava una breve biografia e qualche dettaglio sui miei hobby, diventò una sequenza di lettere poco affascinante e imposta dal provider (space.tin.it/io/smaistr), in cui – dato un nome-utente poco leggibile, definito automaticamente dal sistema – si poteva scegliere soltanto la sottocategoria che avrebbe suggerito al visitatore il taglio del sito: viaggi, arte, salute eccetera. Non trovandomi a mio agio in nessuna classificazione a priori, scelsi la più generica e personale: io.

Dalla finestra di quel monolocale piccolo e poco ospitale ho visto passare una dopo l’altra le tempeste di quel periodo di follia collettiva passato alla storia come new economy: buona parte dell’architettura autoctona del Web – fatta di esperimenti, di presenze individuali e di connessioni ancora molto simili a quelle sperimentate nelle Bbs – venne travolta dalle nuove metropoli dei contenuti commerciali e industriali, che attiravano
le energie migliori e dimenticavano la vocazione più autentica di Internet. Portali e comunità virtuali creati a tavolino per ottimizzare i costi e massimizzare il numero di accessi imponevano sensibilità e strutture mutuate dal mondo dei mezzi di comunicazione di massa. Ogni muro disponibile veniva riempito di marchi e cartelloni pubblicitari. Si stava costruendo la nuova televisione: altrettanto generalista, livellata verso il basso e passiva di quella tradizionale, sebbene il telecomando fosse più complicato. Doveva far ricchi tutti, Internet, e per alcuni anni andò davvero così. Ma non durò a lungo, e lasciò dietro di sé pessimismo e crisi di creatività, insieme all’idea che per fare qualcosa di buono sarebbero serviti comunque tanti soldi.

A partire dal 2000 si sparse la voce che, lontano da queste metropoli sempre più depresse, le periferie si andavano popolando. Rustici di campagna e villini in collina venivano resi interessanti da una tecnologia che permetteva a chiunque di metter su pareti e mobilio senza la necessità di ricorrere ad architetti, ingegneri, arredatori, muratori e carpentieri. Erano gli embrioni di ciò che oggi chiamiamo
weblog, sistemi di pubblicazione personale economici in virtù dei quali l’autore non ha più necessità di perdere tempo a comprendere la tecnologia, ma può concentrarsi sui contenuti. Racconta Eloisa Di Rocco:

Era il classico quartiere dove non ci si viene a fare niente, il quartiere che ha senso solo per chi ci abita. Che non ha nessun secondo fine se non quello di essere usato per il suo scopo. […] Il quartiere che nessuna guida turistica, nessun quotidiano fuori dalla pagina di cronaca, nessun giornaletto alternativo stampato su carta riciclata e distribuito gratis nella metropolitana nomina mai. Lì c’è solo gente comune che vive. Esce, va al supermercato, si ferma ai semafori, parcheggia in garage, compra i fiori all’angolo, va alla scuola di fronte, prende l’autobus sulla via grande, si incontra al bar, sul muretto, sulla piazzetta. In un quartiere così ci capitano tutti per caso.

Divenne un’alternativa sempre più concreta rispetto alle esasperazioni commerciali di Internet, il luogo della rifondazione di ideali originari di libertà, creatività, condivisione e collaborazione. Un numero inaspettato di persone ci si stabilì in via definitiva, rimboccandosi le maniche per alimentare uno straordinario quanto
improvvisato esperimento di ingegneria sociale mediato dalla rete di comunicazione. Io ci sono capitato diverse volte per lavoro, per studiare quello che stava succedendo e raccontarlo in città: nel 2003 ero ormai talmente affascinato da quanto vedevo che mi ci sono trasferito a mia volta. Vinte le ultime diffidenze da artigiano del web, che ama costruire a mano le pagine dominando quel poco di codice Html conosciuto, ho colonizzato un indirizzo che ora porta il mio nome (www.sergiomaistrello.it) e che da allora raccoglie quanto di più significativo concerne la mia vita personale e lavorativa. Ogni pagina di questo libro nasce da ciò che è successo in seguito e da ciò che ho imparato come cittadino di quel quartiere appena fuori città.

[Tratto da La parte abitata della rete, Tecniche Nuove, 2007]

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Fact checking, una visione d’insieme

Sta uscendo in questi giorni nelle principali librerie digitali il mio nuovo ebook dedicato al fact checking. Il fact checking non è altro che la verifica puntigliosa dei fatti, un rinforzo al metodo giornalistico, messo a punto negli Stati Uniti intorno al 1920 per migliorare l’accuratezza dei  prodotti editoriali e poi progressivamente abbandonato nelle case editrici. Oggi il fact checking torna di attualità grazie alla moltiplicazione di servizi indipendenti specializzati nella verifica delle affermazioni dei politici (come Politifact in America o Pagella Politica in Italia), ma è interessante, e per questo me ne sono appassionato, soprattutto come proposta di metodo diffuso e collaborativo nel fragile ecosistema della rete, frontiera su cui una piattaforma come Factchecking di Fondazione Ahref è all’avanguardia.

Il libro fa parte della nuova collana digitale Sushi di Apogeo, dentro la quale si trovano anche titoli tra gli altri di Daniele Chieffi, Antonella Napolitano, Marco Massarotto, Alessandra Farabegoli. Il mio libro, in particolare, è disponibile in versione epub senza alcuna forma di Digital Right Management (nemmeno social Drm, per intenderci). Significa che può essere caricato sul proprio lettore digitale o prestato agli amici senza restrizioni particolari (discorso che non vale nel caso di Amazon/Kindle, Apple/iBooks e Mondadori/Kobo, perché le loro politiche commerciali impongono restrizioni alla circolazione).

Di seguito l’introduzione del libro, per mettere a fuoco l’argomento.

 

Quella del fact checking è una storia americana che arriva in Italia sull’onda del successo di alcuni servizi web specializzati nel fare le pulci alle dichiarazioni dei politici. È una storia americana perché connaturata a una concezione del giornalismo molto più tecnica della nostra e a un’industria dell’informazione assai più strutturata e parcellizzata nelle sue funzioni di quanto mai sarà dalle nostre parti. Per una questione di dimensioni del mercato, banalmente.

Il fact checking racconta dell’espulsione da quell’industria del sovrappiù di procedure di controllo della qualità che faceva la differenza, ma costava troppo, e del suo rientrare in gioco prepotentemente sotto forma di servizi indipendenti a valle del processo, grazie a Internet. È dunque la storia di una rovina e di una possibile rinascita nella qualità del servizio che i giornalisti prestano alla società. Come tale non è più soltanto una storia di rilevanza americana, ma ha una portata universale.

Fact checking sta per verificare i fatti. Dicono spesso: e allora non potevi dirlo in italiano? Ma è talmente scontata e apparentemente anonima, come pratica, che se non le dai nemmeno quella sovrastruttura linguistica sembra tu stia parlando di nulla. Perché verificare i fatti è un’attività editoriale connaturata al metodo giornalistico. Di più: ne è costitutiva. Il giornalista cerca le notizie e verifica i fatti e, soltanto dopo che ha trovato abbastanza fonti attendibili, la racconta. Fin qui la teoria. Non deve essere stato sempre così semplice, se guardiamo alla qualità dell’informazione degli ultimi decenni. Di certo non è facile oggi, che la sfera pubblica si va arricchendo di milioni di voci spontanee e incontrollabili.

Ma proprio questo è il passaggio chiave, per cui è più che mai opportuno approfondire che cosa è stato e che cosa può diventare il fact checking. Con la Rete, com’è ormai evidente, salta ogni filtro editoriale all’origine dei contenuti e tutto diventa disponibile subito e ovunque, per il fatto stesso che qualcuno, da qualche parte nel mondo, ha ritenuto opportuno che così fosse. Il meccanismo del filtro, su Internet, opera a posteriori ed è diffuso, collaborativo, imperfetto e creativo. I giornalisti possono essere ancora utili nell’affiancare e rinforzare questo filtro con l’esperienza della loro professione, ma serve soprattutto che il loro metodo, a cominciare proprio dalla verifica dei fatti, contagi i milioni di nuovi artigiani dell’informazione ed elevi la qualità del loro contributo alla comunità.

Nel Capitolo 1 ricostruiremo la storia e le caratteristiche del fact checking classico, come è stato in principio e fino all’altro ieri. Nel Capitolo 2 capiremo che fine ha fatto il fact checking dopo essere stato espulso dalla maggior parte dei grandi gruppi editoriali e quali forme indipendenti e innovative abbia assunto. Nel Capitolo 3 inseguiremo il fact checking in Paesi e in situazioni meno scontati. Nel Capitolo 4 scopriremo che cosa succede quando il fact checking cessa di essere soltanto una questione tra giornalisti e comincia ad attingere alle competenze delle persone e a servire l’intelligenza collettiva interconnessa. Nel Capitolo 5 faremo il punto sulla situazione italiana, al termine di una campagna elettorale che ha risvegliato un’insospettabile voglia di fatti. In conclusione rifletteremo sulla possibilità che la parabola del fact checking, nel suo incontro con l’ecosistema caotico e fecondo della Rete, diventi veicolo per un metodo condiviso e suggerisca un inedito ribaltamento di ruoli tra gli attori del processo di comunicazione.

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Sul giornalismo post-industriale

Ieri è uscito un interessante rapporto della Columbia Journalism School sullo stato del giornalismo e dell’editoria, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky. Pier Luca Santoro ne fa una buona sintesi in italiano. Nel rapporto si parla apertamente di giornalismo post-industriale e di riallocazione (non sostituzione) della professione del giornalista a un diverso livello dell’ecosistema dell’informazione. Sono due concetti che trovo fondamentali e che avevo provato a mettere a fuoco qualche tempo fa nella prefazione di Giornalismo digitale, saggio di Davide Mazzocco uscito lo scorso ottobre per le Edizioni della Sera. La ripubblico qui.

 

Nel volgere di un quarto di secolo il giornalismo è passato dalla macchina per scrivere all’interazione liquida su internet. L’ultimo tratto di questo percorso non è stato soltanto un aggiornamento tecnologico o l’ennesima automazione dei processi, come poteva essere stata la digitalizzazione delle fasi di scrittura e composizione al tempo dei primi terminali e dei sistemi editoriali integrati. Con la diffusione di internet ha avuto inizio un processo che sta portando la comunicazione nella sua dimensione post-industriale, quasi un artigianato di ritorno. È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta mutando il sistema operativo della società. I mass media erano la struttura portante di una società basata su gerarchie e mediazioni. Con internet stiamo abbracciando una logica reticolare, che si diffonde in fretta perché aderisce perfettamente al modo in cui le persone e le idee si interconnettono naturalmente le une alle altre.

Non è la fine delle mediazioni professionali, ma alle mediazioni professionali è richiesto un salto di astrazione. La società svolge da sé alcune delle funzioni essenziali di cui editori, giornalisti e comunicatori avevano il monopolio e oggi dispone di un acceleratore semplice, economico e distribuito per dare alle informazioni, alle competenze e alle opinioni una dignità pubblica sistematica. Il compito del giornalista sarà sempre meno quello di dare le notizie, perché le notizie saranno date a prescindere dalla sua partecipazione. Il suo ruolo deve dunque salire a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione, laddove un contributo professionale è determinante per fare sintesi competenti, per sviluppare approfondimenti originali, per generare relazioni.

Relazioni è la parola chiave per comprendere la logica operativa della rete, molto più che contenuti. I contenuti sono lo strumento necessario perché sia possibile generare valore, ma il valore nasce dalle interazioni che si creano tra i contenuti e tra le persone. Non è sufficiente che un contenuto sia disponibile, così come finora una notizia veniva semplicemente composta sulla pagina di un quotidiano: deve entrare in relazione con altri contenuti e farsi trovare nei percorsi delle persone che potrebbero esservi interessate. La logica dell’ipertesto scardina non soltanto la sequenzialità dell’informazione, ma i contenitori stessi: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e libera di scorrere ovunque. Giornalista sarà in futuro chi saprà maneggiare questo nuovo liquido, sempre meno adattabile al concetto tradizionale di giornale o di testata. Giornalista sarà chi saprà ricostruire provenienze, certificare dati di fatto, moltiplicare le destinazioni, ovunque se ne presenti la necessità.

Nel social network della vita di tutti i giorni, il giornalista torna a essere nodo tra i nodi, uno tra pari. Non ha più strumenti eccezionali né superpoteri, ma alle capacità accresciute del cittadino comune può affiancare continuità e professionalità di impegno, maggiore completezza negli strumenti culturali e specializzazioni in grado di contribuire in modo significativo al filtro diffuso e collaborativo della società. Il giornalista è per vocazione un hub, uno snodo vitale della rete sociale per la sua capacità di alimentare e mettere in connessione altri nodi tra loro. Il giornale, qualunque forma esso possa assumere nel prossimo futuro, non potrà più essere uno strumento che entra nell’ecosistema da fuori: deve nascerci dentro, facendo sintesi di quanto al suo interno emerge e s’agita.

Siamo in transizione. Abbiamo abbandonato un punto di equilibrio e viaggiamo, agitati e precari, alla ricerca di nuovi punti di equilibrio. Non abbiamo certezze: sappiamo che cosa lasciamo, non sappiamo che cosa troveremo. Intuiamo che, nell’epoca dell’abbondanza dell’informazione, qualcuno che faccia ordine e aiuti a distillare senso serve ancora, più che mai. Quello che ancora ignoriamo è, per contro, come ricostruiremo l’economia di questa professione. Per le grandi organizzazioni editoriali la ricerca è particolarmente impegnativa, perché la complessità interna moltiplica le variabili e rallenta ogni tentativo di riconversione. Le rendite di posizione non le sorreggeranno a lungo: l’errore peggiore che possono fare è non mettersi in gioco, non sperimentare, non concedersi il lusso di commettere errori e accumulare esperienza. Per le piccole organizzazioni e per i professionisti indipendenti è invece un momento potenzialmente favorevole, perché la possibilità di guadagnare visibilità e posizioni di influenza aumenta man mano che il racconto della realtà viene innervato dalla rete.

Per tutti, comunque la si veda, è un momento drammaticamente fecondo, perché costringe a ripensare in profondità il senso, le pratiche e la qualità del proprio lavoro. E ogni occasione per approfondire il discorso – come questo testo di Davide Mazzocco, ricco di spunti e di esperienza – rappresenta un passo avanti per la comunità professionale.


(testo pubblicato originariamente come prefazione a Davide Mazzocco, Giornalismo digitale, Edizioni della Sera 2012)

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Scienza connessa, un libro

Un pomeriggio di fine novembre del 2010, più o meno mentre sull’altipiano triestino iniziava un’abbondante nevicata, partecipavo a una tavola rotonda di Mappe, convegno internazionale sulla comunicazione scientifica organizzato dalla Sissa di Trieste. In quell’occasione portai alcune chiavi di lettura introduttive sulla rete e i social network. A distanza di qualche tempo, gli atti di quell’incontro sono diventati un libro, pubblicato proprio in questi giorni da Gangemi. Si intitola Scienza connessa: rete, media e social network ed è stato curato da Sveva Avveduto, direttrice dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR. Nel volume c’è un mio breve testo, nel quale accenno alla mia idea di rete come sistema operativo per le relazioni. Tuttavia per gli addetti ai lavori il volume è reso interessante semmai dai contributi di Giovanni Boccia Artieri, Tullio De Mauro, Domenico Laforenza con Maurizio Martinelli e Michela Serrecchia, Laura Sartori, Sveva Avveduto con Loredana Cerbara e Adriana Valente, Lella Mazzoli, Nico Pitrelli, Fabio Fornasari e Davide Bennato. Per chi vuole approfondire: il libro sarà presentato il 22 maggio alle 17 presso la sede di Gangemi a Roma.

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Lasciando Apogeonline

Insieme all’anno solare per me si è chiusa anche l’esperienza professionale più importante degli ultimi anni. Dopo sei anni tondi lascio infatti la gestione editoriale della webzine di Apogeonline, il sito di Apogeo. Non c’è bisogno di annunci o di addii particolari, perché nel mondo della rete e dell’editoria le persone e i progetti vanno e vengono, si evolvono, a volte si ritrovano, ma le relazioni comunque restano. E con le persone di Apogeo restano relazioni intense e reciproche su diversi fronti. Ci tenevo però a lasciarne qui, sul mio quaderno d’appunti di avventure personali e lavorative, una traccia.

Per ragioni che sarebbe complesso ricostruire qui, Apogeonline diventerà altro: un luogo di aggregazione e riflessione più tecnico, più vicino alla produzione editoriale storica della casa editrice. Maturerà un nuovo percorso un po’ per volta, con nuovi entusiasmi e nuove esplorazioni. Occhio che Apogeonline non chiude affatto, né rinnega il percorso fatto fin qui, né tanto meno cancella i suoi archivi – come sto leggendo in alcune affrettate e ingenerose ricostruzioni in rete. Le novità ve le racconteranno loro un po’ per volta e non è affatto escluso che, di tanto in tanto, compaia anch’io o qualche collaboratore storico in una qualche veste. Del resto non è la prima volta che cambia, la webzine. Io stesso ho contribuito a imprimerle una svolta piuttosto marcata da notiziario di attualità tecnologica a luogo di approfondimento e di confronto sulle culture digitali. Oggi legittime esigenze aziendali e di messa a fuoco delle varie anime della casa editrice spingono a una nuova evoluzione. I cambiamenti, soprattutto in congiunture non facili, vanno salutati con aperture di credito e giudicati sui fatti, nel tempo.

A me piace invece l’idea di tirare un piccolo bilancio di questi sei anni. Un po’ per il mio modo di intendere il mandato editoriale e lo stare in rete, non ho mai concesso molto alla riflessione autoreferenziale e alle celebrazioni. Sei anni, in un segmento come quello delle culture digitali, sono un’epoca. Per sei anni ci siamo presi il lusso – o meglio: un editore ci ha concesso il lusso, questo non dimentichiamolo proprio ora – di sperimentare. Approfondimenti lunghi e impegnativi in un web che invece ancora oggi viene proposto prevalentemente come il luogo della velocità e del mordi e fuggi. Un taglio di attualità che non ha mai inseguito gli hype del momento o la gadgettizzazione della tecnologia, ma ha provato a suggerire un’agenda indipendente. Fiducia incondizionata nelle passioni dei propri autori, nella convinzione che siano soprattutto la curiosità e l’entusiasmo di chi scrive a dare una marcia in più ai contenuti. Scelte controcorrente, come quella di diffondere i contenuti tramite feed integrali per permettere alle idee di viaggiare libere per la rete, in barba ai conti della serva editoriali che ancora credono di poter misurare il successo sulla base dei lettori che si riescono a trattenere sul sito. E ancora incursioni originali alle intersezioni tra informazione, divulgazione, aggregazione, crossmedialità, arte, marketing (e su tutti cito la rassegna stampa tecnologica in podcast Quinta di Copertina, la carrellata di talenti fumettari nostrani di Apogeonline Bit Comics, il “filo rosso” sulla normativa web, il bizzarro ma coraggioso esperimento pubblicitario di Metafora).

In sei anni abbiamo pubblicato oltre un migliaio di pezzi unici, nati dalla cura artigianale del centinaio abbondante di autori che ho avuto l’onore di coordinare in questi anni. A loro, così come a tutto il gruppo di lavoro di Apogeonline, va la mia stima e il mio ringraziamento. Ma non posso chiudere senza un ringraziamento particolare a tre persone. A Marco Ghezzi, che oggi è altrove, e a cui si deve il mio convolgimento nella webzine nel 2006: la fiducia e il supporto che ho avuto da lui allora e nei successivi quattro anni e mezzo sono un bagaglio prezioso e di cui vado molto fiero. A Fabio Brivio, editor di informatica, oggi cuore grande e generoso della casa editrice: più di chiunque altro negli ultimi tempi mi ha insegnato a tener duro e a lottare per ciò in cui si crede. E a Federica Dardi, che ha conquistato la mia meraviglia e ammirazione incondizionata per essere riuscita a tradurre in report e numeri e tendenze e indici comprensibili il senso del nostro anarchico e inconsueto esperimento editoriale.

Va’ che è stato bello. Grazie a tutti.

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Ringrazio per gli apprezzamenti e gli incoraggiamenti personali Massimo Mantellini, Giovanni Boccia Artieri, @40kITA, @dariobanfi, Giuseppe Granieri, Massimiliano TrovatoLuca Alagna, Gioxx

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Una grammatica essenziale per la rete

La copertina di Io editore tu reteNon sono sicuro di poterlo definire a tutti gli effetti “il mio nuovo libro”. Per tre ragioni. La prima è che esce soltanto in formato digitale (ebook in formato epub, si può leggere su tutti i lettori digitali smartphone compresi), ovvero non vedrà mai la carta. La seconda è che si tratta di un saggio più breve rispetto all’usuale taglio divulgativo dei libri precedenti. La terza è che non ho inaugurato un nuovo fronte, ma ho provato invece a riprendere i concetti su cui ho lavorato in questi anni per distillarne l’essenza. Il valore aggiunto dovrebbero essere dunque la sintesi e la riduzione nell’equivalente di un centinaio scarso di pagine dei processi che è necessario comprendere per usare la rete con coscienza e con creanza.

Il risultato si chiama Io editore tu rete e si propone come grammatica essenziale a disposizione di chiunque abbia a che fare con i contenuti sul web, sia a livello professionale sia a livello amatoriale. Se sono riuscito nello scopo mi piacerebbe poi saperlo da chi avrà la bontà di leggerlo (si trova già in vendita sulle principali librerie digitali, in promozione a 1,99€ fino al 27 novembre).

Devo il tentativo a Fabio Brivio e Federica Dardi di Apogeo, che mi hanno coinvolto in un’iniziativa creativa delle loro. Il testo infatti fa parte di una collezione di otto ebook dedicati all’editoria digitale pensati per gente del mestiere – e dintorni – desiderosa di approfondire l’impatto del digitale sul proprio lavoro (se andate alla pagina indice su Apogeonline scoprite anche che cosa c’entra il surfista che si esibisce sulle otto copertine, da cui l’hastag #ebooksurf). Si parla, in particolare, del mestiere dell’editor (Brivio), del rapporto con i social media (Dardi), del nuovo mercato (Sechi), del formato epub (Rachieli), di librerie digitali (Rigoli), di editoria universitaria (Cavalli), di aspetti giuridici legati all’ebook (Villa).

Il mio testo si apre con una prefazione di Luca De Biase (bontà sua) , che si può già leggere anche sul suo blog:

Gli editori sono in fermento. Internet sta cambiando radicalmente gli scenari del loro business. La tecnologia digitale sta trasformando i linguaggi espressivi e le filiere produttive. Le condizioni a contorno, nell’epoca della conoscenza, stanno mutando e facendo di ogni azienda, organizzazione, gruppo sociale e singola persona, un soggetto potenzialmente in grado di produrre e distribuire contenuti di valore pubblico. In questo contesto, gli editori vedono contemporaneamente uno scenario di crisi e una situazione densa di nuove opportunità. E la variabile essenziale che li conduce a privilegiare il giudizio ottimistico o pessimistico è la loro capacità di costruirsi una competente visione della situazione. E’ probabilmente il primo motivo di interesse per questo libro. Il secondo motivo discende dal fatto che il destino degli editori è importante per tutta l’evoluzione della capacità di generazione culturale delle società.

[continua a leggere sul blog di Luca De Biase]

Qui invece accenno alla mia introduzione, tanto per capire dove vado a parare:

Questo testo parla agli editori. Dunque parla un po’ a tutti, perché tutti oggi possono produrre, curare, diffondere contenuti. Bene. Siamo solo alla terza frase e ho probabilmente già perso la simpatia di una buona fetta di lettori, quelli che editori lo sono davvero e che lo sono da quando i grafomani del web non sapevano nemmeno battere i tasti della macchina per scrivere. Però proprio questo sta succedendo: le tecnologie della conoscenza stanno mettendo tutti sulla stessa linea di partenza, tutti ugualmente abilitati a esprimersi in una dimensione pubblica e tutti bramosi dell’attenzione dei propri simili. È vero: è un livellamento tecnologico, non necessariamente culturale, professionale, imprenditoriale e tanto meno di risultati. Ma girare consapevolmente la testa dall’altra parte per non vedere come questo processo abbia già cambiato le regole del gioco ed evitare di alzare lo sguardo per non tentare di immaginare come le cambierà ancora di più in futuro è ormai inutile. Siamo andati troppo oltre. Ci vuol coraggio a chiamarli nuovi media, dopo più di un decennio: siamo in piena normalizzazione.

Il paradosso è che i più indifesi, in questo passaggio storico, sono proprio gli editori e i produttori di contenuto di estrazione più tradizionale, i capisaldi degli ultimi sessanta anni di modernità. Hai voglia a dire che nessun media ha mai superato i precedenti: in questo caso il (non più nuovo) media non aggiunge, ma si nutre e fa sintesi dei linguaggi preesistenti. Abbatte le soglie di accesso alla cultura del nostro tempo, fa circolare le idee, chiede a tutti di contribuire democraticamente alla selezione del meglio, disgrega le rendite di posizione, stravolge i rapporti di forza. Di fronte alla velocità con cui Internet sta ridisegnando la geografia della conoscenza, anche i più prudenti osservatori si sono convinti che lo spostamento del paradigma sta facendo il suo corso e avrà ripercussioni sostanziali. La Rete pone sfide epocali, ma resta un’opportunità per tutti: non restringe la fetta, semmai allarga la torta.

«Dì, ma tu ti faresti mica operare da un giornalista?» L’obiezione è frequente, perfino un po’ logora ormai, e ha il pregio di definire chi la solleva, più che il destinatario. Sottintende che ognuno dovrebbe giocare nel suo campionato, fare ciò per cui ha studiato e fatto la pratica necessaria, per cui è stato selezionato da un consesso di suoi pari. No, non credo mi farei operare da un giornalista, ma ascolto volentieri le idee delle persone, consulto le loro creazioni, mi arricchisco delle loro esperienze, provo simpatia per i loro pensieri, anche se non sono stati abilitati o certificati da nessuno. Entrare in contatto con i pensieri e le esperienze delle persone è uno dei più grandi regali dell’ultimo decennio. Talvolta sono contributi imbarazzanti nella forma e ancor più nella sostanza, ma molto più spesso danno gioia alle mie ore. Il rischio di perdere tempo, ma anche la soddisfazione quando mi imbatto in qualcosa che sembra stato condiviso soltanto per me, si estremizzano. «Ci sono due tipi di contenuto», scriveva Hugh McLeod: «quelli che le persone desiderano disperatamente. E quelli che finiscono nel mucchio destinato all’oblio». E coglie un punto: le persone cercano senso, qualcosa che arricchisca la loro vita al punto da non poterne fare a meno. Chi glielo offre è, a questo punto, tutto sommato secondario. L’eccesso di offerta sta producendo affinamento della domanda.

Scopriremo più avanti che la chiave di lettura può essere, in realtà, ancora più pacifica. Secoli di cucina casalinga non han pregiudicato il business dei ristoranti, per dirne una. Perché la metafora regga è però necessaria un’immersione più avanzata nelle dinamiche di rete. Non esiste alcuna ragione per cui nella prateria digitale della conoscenza l’attività professionale dell’editore, del giornalista, dell’editor, dello scrittore non debba trovare riconoscimento (e mercato, una volta passata la sbronza per l’amatorializzazione di massa). Dentro a un mondo che ribolle di informazioni e creazioni come mai in passato è quanto meno auspicabile la presenza di professionisti che abbiano la dedizione, la continuità, la preparazione, gli strumenti (non più tecnologici, ma culturali sì e a prova di bomba) per tracciare percorsi, per unire i punti, per disegnare contesti, per mettere in relazione contenuti e persone. Per diventare questi professionisti, per andare in cerca di questo mercato, che avrà verosimilmente regole e gratificazioni differenti, è necessario aprirsi senza riserve al nuovo ecosistema della conoscenza che milioni di persone stanno già alimentando in tutto il mondo. Serve una grammatica essenziale, serve un distillato di processi, serve la voglia di rimettersi in gioco, sorridendo a un futuro che è ancora tutto da scrivere.

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