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Di ritorno da Glocal News 2014

Un po’ di appunti/presentazioni/segnalazioni raccolti nei giorni scorsi a Varese, durante l’edizione 2014 del festival Glocal News.

  • Federico Badaloni, user experience designer al Gruppo L’Espresso, ha tenuto un laboratorio fuori programma dedicato all’architettura dell’informazione, un generosissimo condensato di un paio di decenni di esperienza sul campo. Le slide non parlano da sole, serve proprio il calore di Federico che le racconta, e tuttavia lasciano una traccia di due ore straordinarie passate in sua compagnia.
  • Nel corso di un dibattito che potrebbe fornire diversi spunti a chi si interessa all’evoluzione dei distretti industriali e alle opportunità del territorio in una prospettiva di rete globale, Luca De Biase se n’è uscito con una delle sue efficaci sintesi: «La fase storica che attraversiamo viene molto spesso definita di crisi. Però è una strana crisi, perché non passerà quando finisce. Io la chiamo crisalide, perché finirà quando ci saremo trasformati e avremo interpretato la transizione».
  • Non sono riuscito a partecipare al loro workshop, ma mi pare che Lelio Simi e Gianpiero Riva abbiano raccolto diverso materiale interessante sulle implicazioni giornalistiche di Instagram.
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Il digital correspondent italiano

Devo ammettere che mi sto appassionando ai racconti da Bruxelles che il digital champion Riccardo Luna sta pubblicando sull’Huffington Post. Non tanto perché siano piacevoli da leggere o suggestivi nella rilettura personale dell’attività di diplomatico dell’innovazione a cui è stato chiamato. Quanto perché trovo che stia facendo qualcosa di simbolicamente essenziale e ancora troppo poco frequentata nel nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda i temi continentali: Riccardo sta condividendo i mattoncini che ci servono per costruire ponti culturali tra noi italiani e il mondo dell’innovazione europea.

Inserendosi con leggerezza ed entusiasmo in un’informazione polarizzata tra i riflessi autoriferiti dei palazzi romani e la documentazione ipertecnica per addetti ai lavori, Luna tesse comunità, indica hub, isola temi, evidenzia parole chiave in modo che diventino intelligibili anche a chi non ha familiarità con l’attualità politica dell’Unione europea. La semplice narrazione pubblica di quello che fa e di quello che vede ha un potenziale enorme nell’abilitare chi è già predisposto a una visione strategica che non si fermi ai confini di Stato.

Leggere questi primi suoi post mi ha dato la stessa sensazione – galvanizzante e frustrante, insieme – con cui torno di solito da contesti istituzionali europei o da conferenze internazionali: quanto da capire, quanto da sapere, quante relazioni da creare, quante occasioni sprecate. Chissà che il lavoro di Riccardo, il suo racconto prima ancora che le sue negoziazioni, non dia una spinta in più in questa direzione. Ogni link nei suoi post sarà un’opportunità in più.

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Appunti da PDF Italia

Benedetta, come sempre, l’occasione di guardare alle nostre specializzazioni con occhi internazionali. Viviamo in un catino linguistico e culturale sempre più ripiegato al suo interno, abbiamo invece grande bisogno di confrontarci con il resto del mondo. Di imparare dal resto del mondo, ma anche semplicemente di raccontare al resto del mondo quanto di buono facciamo, per crescere insieme. Se c’è una via d’uscita dalla crisi strutturale in cui siamo impantanati, questa non può che emergere che allargando lo sguardo, includendo punti di vista, moltiplicando le relazioni. Se avevo bisogno di metterlo a fuoco ancora una volta, beh il Personal Democracy Forum di Roma me ne ha dato di certo una nuova occasione.

Qualche appunto disordinato, per tenerne traccia:

  • Utile rinfrescata di progetti che conoscevo già, ma che è sempre interessante tenere sott’occhio: mySociety, OpenPolis, Open Corporates, Open Coesione, OpenExpo.
  • Sam Lee ha raccontato alcuni progetti di World Bank, a partire dagli Open Financial Data della banca mondiale.
  • Deliziosa combinazione tra confezione british e passione italiana quella di Luciano Floridi, filosofo dell’innovazione a Oxford. Il suo The Fourth Revolution mi aspetta già sull’iPad.
  • FoodCast: l’esempio che userò d’ora in poi per spiegare il senso per nulla astratto degli open/big data. Prendi informazioni che sono (o dovrebbero essere) già disponibili a tutti, le ordini in modo che possano interagire facilmente tra di loro, assumi informazioni dalle relazioni che si creano. Nel caso specifico, un progetto nato peraltro alla Sissa di Trieste, per spiegare e prevedere le oscillazioni nella disponibilità e nel prezzo del cibo. Ne risentiremo parlare durante Expo2015, credo.
  • D-Cent, un progetto di Nesta per la realizzazione di strumenti e piattaforme per la collaborazione e il decision making su vasta scala. Ne ha parlato Francesca Bria nel nostro panel.
  • Giovani da tenere d’occhio: Leonardo Quattrucci.
  • Il processo dovrebbe partire dalla spontaneità dei network per arrivare al policy making e non viceversa: l’intervento di Alberto Cottica è stato al solito illuminante.
  • Una bella chiacchierata con Paola Bonini e Alessio Baù sulla loro esperienza nella gestione dei canali social del Comune di Milano, ottimi spunti per le mie ricerche sulle dinamiche iperlocali.
  • Quanti soldi servirebbero per colmare il gap strutturale che renderebbe digitalmente competitiva l’Italia, chiede Gian Antonio Stella al neo direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitaled Alessandra Poggiani? «Sei miliardi di euro».
  • Uno storify con una selezione ragionata di tweet e link dalla giornata romana.

Grazie ad Antonella Napolitano, brillante organizzatrice e conduttrice del PDF Italy. Ma anche a Riccardo Luna, fresco digital champion italiano, e all’organizzazione della InnovationWeek/Maker Fair, che hanno creato le premesse per ospitarlo.

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Il punto sull’integrazione carta-web in Italia

Nei giorni scorsi è uscita la prima relazione del gruppo di lavoro sull’evoluzione della professione istituito dall’Ordine dei giornalisti. Quadro aggiornato sull’integrazione carta-web nell’informazione italiana, questa raccolta di appunti è  interessante perché raccoglie in modo sintetico molte testimonianze di prima mano, in un viaggio nelle redazioni italiane che copre a campione le testate tradizionali, quelle native digitali, le agenzie e i service di nuova generazione.

A margine del rapporto compaiono alcune interviste a esperti del settore, tra cui Giovanni Boccia Artieri («Non credo che le informazioni stiano su Twitter, solo che su Twitter abbiamo la sensazione di vederle emergere mentre su Facebook hanno senso se e perché finiscono nel flusso dell’utente»), Mafe De Baggis («È cambiata la società intera ed è cambiata più per la pillola anticoncezionale e i voli low cost che per il digitale»), Luca Conti e Stefano Quintarelli. Pier Luca Santoro ha raccolto anche la mia opinione, che riporto qui per tenerne traccia.

 

Qual è l’impatto dei media digitali sul giornalismo?

Dal punto di vista del metodo nessuno: il giornalismo resta quello che è sempre stato, una funzione vitale per la società che continua ad adeguarsi nei decenni a canali e grammatiche differenti. Cambiano le pratiche, i ruoli operativi, i modelli di business, ma il giornalismo resta e resta se stesso. I media digitali stanno promuovendo soprattutto un sano ritorno all’artigianato, dopo trent’anni di esasperazioni industriali.

Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale?

Un grande alleato. Posto che fatico sempre più a distinguere un’informazione fatta da professionisti e un’informazione fatta da non professionisti. Tutti fanno informazione, secondo diversi livelli di qualità, precisione e indipendenza. L’aspetto professionale subentra a un diverso livello, nella capacità e nella continuità del professionista di andare a fondo nelle questioni e assistere il filtro comunitario diffuso della rete a far emergere il meglio, i dati di fatto, le notizie verificate.

La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologica e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante?

La dote più importante è tenersi aggiornati e continuare a studiare con curiosità: una duttilità alla formazione personale permanente, la voglia di sporcarsi le mani, di imparare sbagliando. Non sono materie stabilizzate, evolvono in continuazione. Sono create in continuazione e in modo collaborativo dalle persone che le studiano. La formazione professionale può essere soltanto scintilla, poi il fuoco va tenuto acceso con i propri mezzi e la propria costanza. Le specializzazioni passano e passeranno in fretta, si caleranno naturalmente nella professionalità che verrà data per scontata in un addetto professionale all’informazione, come oggi sono scontate la videoscrittura, la pubblicazione in internet o la comunicazione via email.

Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti?

La curiosità, la capacità di andare a fondo nelle questioni trattate, una certa predisposizione alle relazioni e, sempre più, specializzazione.

È il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori?

È un problema di business, che siamo lontani dal risolvere perché continuiamo ad applicare schemi mentali e processi editoriali che appartengono a media precedenti. È necessario abbandonarsi ai processi – semplici, ma controintuitivi – della rete per capire fino in fondo la rete, per comprendere i meccanismi di produzione del valore e immaginare come trasformarli in rendita economica.

È il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra?

È la non comprensione della struttura di base e dei meccanismi della rete.

Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista?

In realtà dal mio punto di vista è un unico grande canale, in cui circolano come liquidi frammenti di informazione liberi di ricombinarsi secondo necessità e priorità individuali. I social network accelerano la scomposizione dell’informazione in frammenti e massimizzano il processo creativo individuale nel ricombinarli. Ma di per sé non cambiano né il giornalismo in sé né il mestiere di giornalista. Cambiano i formati, le logiche operative, le grammatiche, il ruolo in relazione alla comunità delle persone interconnesse.

Dovendo fare una previsione, quale scenario per l’informazione italiana?

Continuerà a sbagliare a lungo. Poi forse un giorno uno dei maggiori giornali online si affrancherà dalla tirannia insensata delle metriche quantitative e aprirà una fase nuova. Patiremo sempre, però, l’ appartenenza a un’ enclave linguistica di dimensioni molto contenute, incapace di connettersi alle grandi conversazioni internazionali, di arricchirsene e di contribuirvi.

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Personal Democracy Forum in Italia, lunedì

Il Personal Democracy Forum è la più importante conferenza dedicata all’impatto della tecnologia sulla politica e sulle forme di governo. È nata nel 2004 negli Stati Uniti e  da allora – attraverso conferenze, seminari e contenuti online – ha raccolto una comunità di innovatori e attivisti sempre più vasta e internazionale. Un osservatorio preziosissimo, per chi si interessa di democrazia emergente, di partecipazione e di innovazione sociale.

In passato io sono stato al Personal Democracy Forum di New York nel 2008 (appunti: 1, 2) e alla prima edizione del Personal Democracy Forum Europe a Barcellona nel 2009 (appunti: 1, 2).

Lunedì all’Auditorium della Musica di Roma si tiene la prima edizione del Personal Democracy Forum Italia, nell’ambito della colossale Maker Fair organizzata da Riccardo Luna e Massimo Banzi. Sarà un’occasione per connettere le più interessanti esperienze italiane di politica e cittadinanza digitale con i dibattiti internazionali sull’argomento (e viceversa). Ci si può ancora iscrivere gratuitamente su Eventbrite. Il programma è densissimo, ricco di presenze internazionali e ruota intorno alle sfide della società dei dati. Ci sono anch’io, immeritatamente: modero un bellissimo panel dedicato agli strumenti per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Come scrive Antonella Napolitano, editor europeo di Personal Democracy Media, curatrice della conferenza e (soprattutto) amica e guida nell’esplorazione delle implicazioni civiche della rete:

Spero che chi verrà abbia semplicemente la stessa esperienza che ne ho io: spalancare gli occhi, la testa, aver davvero bisogno delle pause per elaborare, aver voglia di andare a parlare con quello speaker o chiacchierare col vicino di quel che si ha appena sentito, pensare più volte “ecco, voglio fare questo/potrei fare questo/farò questo”. [leggi tutto]

L’hashtag è #PDFIitaly.

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Digital Day in Friuli Venezia Giulia

La regione in cui vivo, il Friuli Venezia Giulia, è la prima a sperimentare le ricette per la digitalizzazione di imprese, pubbliche amministrazioni, scuole e cittadini proposte da Go on Italia. Il merito va soprattutto a Riccardo Luna, che ha avviato la collaborazione con Debora Serracchiani, e a quella banda di generosi e appassionati innovatori chiamata Wikitalia. In regione il motore infaticabile è Simone Puksic, che come anima del Distretto delle Tecnologie Digitali di Udine ha già dimostrato di saper tessere reti in modo sano e lungimirante.

Go on Friuli Venezia Giulia parte ufficialmente domani, 5 maggio, con un Digital Day che accenderà scintille di innovazione in oltre 100 sedi delle quattro province dall’alba al tramonto. Tutte le realtà regionali legate alla rete e al digitale sono in qualche modo coinvolte.

Al #DDayFVG naturalmente partecipiamo anche noi di State of the Net, organizzando un incontro sugli open data come leva culturale ed economica per il territorio a cui prenderanno parte Alberto Cottica, Giovanni Menduni, Maurizio Napolitano, Ernesto Belisario e Matteo Brunati. L’assessore regionale Paolo Panontin verrà a presentare in anteprima legge e portale open data del Friuli Venezia Giulia. Se tutto va bene, ci sarà anche una diretta web dalla sala consiliare del Comune di Pordenone, dove inizieremo alle 9.

Nel pomeriggio alle 17 io sarò a Maniago, ospite dell’assessore comunale Cristina Querin con Livio Martinuzzi e Marco Grollo, per parlare di comunità emergenti che intessono reti intorno alle proprie competenze e unicità (e del perché, secondo me, la pubblica amministrazione dovrebbe farsi garante di questo passaggio culturale).

Vedi tutti i 100 e passa eventi in programma il 5 maggio in Friuli Venezia Giulia e un dettaglio sugli incontri previsti a Pordenone.

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Sfogliare Io editore tu rete

Point break, otto ebook sull'editoria digitaleAlla fine del 2011 ho scritto per Apogeo un saggio breve in formato ebook sull’editoria digitale, Io editore tu rete (ne ho parlato a suo tempo). Faceva parte di una collana dedicata agli operatori del settore alle prese con la transizione verso la rete, all’interno della quale sono usciti anche testi di Letizia Sechi (sul passaggio dalla carta agli ebook), Fabio Brivio (sul mestiere dell’editor), Ivan Rachieli (sul linguaggio epub), Federica Dardi (sui social media come opportunità per editori e autori), Ginevra Villa (sugli aspetti contrattuali degli ebook), Nicola Cavalli (sull’editoria universitaria) e Francesco Rigoli (sulla gestione di una libreria digitale).

L’anno scorso gli otto ebook della collana sono stati confezionati anche in un’unica raccolta da 700.000 battute: si intitola Point Break, per mantenere la metafora surfistica che impreziosiva le copertine degli otto saggi (il riferimento è a una citazione di Riccardo Cavallero: non possiamo fermare lo tsunami, possiamo solo comprare una tavola da surf). Ne parlo perché su Google Play, il negozio per dispositivi Android, c’è un’ampia anteprima di Point Break che permette di leggere integramente il primo di otto saggi. Incidentalmente, il mio. E a me fa molto piacere segnalarlo.

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Come stiamo facendo la smart city a Pordenone

Questa è una storia locale, ma la racconto qui perché potrebbe interessare anche chi locale non è. A Pordenone stiamo rifacendo il piano regolatore. Lo stiamo facendo prendendo a riferimento da un lato gli standard internazionali di sostenibilità ambientale e dall’altro considerando la tecnologia come uno strumento al servizio della qualità della vita. L’ennesima smart city, almeno nelle aspirazioni di lungo termine, ma forse un po’ più originale perché capovolta nel processo e strettamente interconnessa agli strumenti di pianificazione del territorio.

Il primo motivo di originalità è che l’amministrazione comunale – con cui in questo progetto collaboro, tanto perché siano chiari i conflitti di interesse di chi scrive – ha deciso di non partire da un’idea specifica di città, la classica direttiva politica che si traduce poi in numero di abitanti attesi nel medio periodo, bensì dalla valutazione preventiva della capacità del suolo cittadino di sopportare la vita e l’operosità del territorio senza compromettere l’ecosistema naturale (i cosiddetti servizi ecosistemici: produzione di cibo, depurazione delle acque, contenimento dei fenomeni legati al clima e via dicendo). Da qui verrà l’indicazione se esistano margini di crescita ulteriore o se, più probabilmente, non sia il caso di fermarsi o addirittura fare qualche consistente passo indietro, fino a considerare la possibilità di negoziare i diritti edificatori pregressi o di ripristinare aree naturali.

Il secondo motivo di originalità è che tutta la fase di analisi che precede la progettazione è stata svolta in gran parte insieme ai cittadini. Da luglio a oggi la città è stata coinvolta in un percorso partecipativo che, attraverso incursioni urbane, convegni, laboratori civici, incontri informali e visite sul territorio, ha mobilitato quasi 500 persone (su una popolazione di 50.000, il proverbiale 1%). Non si è trattato soltanto di animazione e acquisizione di consenso, ma di coprogettazione a tutti gli effetti: dal lavoro collettivo di questi mesi sta emergendo una relazione approfondita (qui una bozza, a giorni sarà disponibile il documento definitivo) contenente le tracce di una visione condivisa della città, della sua identità, delle sue criticità e delle sue aspirazioni.

Questa visione diventerà la base su cui, insieme agli scenari dello studio socio-economico del territorio e al bilancio urbanistico, i progettisti chiamati a redarre il nuovo strumento di pianificazione daranno il loro contributo tecnico (l’incarico è in fase di assegnazione in queste settimane, nonostante qualche interessante complicazione). La partecipazione civica proseguirà fino all’approvazione del nuovo piano regolatore: ogni passaggio chiave sarà condiviso e discusso con la comunità, così come previsto dal bando di gara (a cui stanno partecipando alcuni dei maggiori studi nazionali di pianificazione territoriale).

«La città è un modo di coordinamento, è una piattaforma per le relazioni», diceva Luca De Biase nel corso del convegno inaugurale. Se il piano regolatore seguirà il suo destino tecnico prima e politico poi (l’approvazione definitiva è stimata per la metà del 2014), il 2013 dovrebbe essere anche l’anno decisivo per l’elaborazione di una strategia tecnologica del territorio, che alla fine sempre pianificazione è (e qui mi torna in mente la visione urbanistica degli spazi digitali di Giorgio Jannis). Progettiamo luoghi digitali e favoriamo relazioni sociali nello stesso modo e con gli stessi scopi per cui finora abbiamo aperto strade, arredato piazze e pensato i flussi di persone e beni. «L’intelligenza nell’epoca del web è la condivisione della conoscenza», ci ricordava  a settembre Michele Vianello. La sfida, secondo il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti, assume urgenza particolare di fronte a una crisi che ormai parla di trasformazione, ma è tutt’altro che semplice: «Dobbiamo ricollocare le nostre capacità consolidate in un contesto completamente diverso, perché non perdano valore. Per riuscirci dobbiamo fare salto gigantesco di semplificazione della nostra vita quotidiana. Questo processo ci metterà a nudo, perché tutti dovremo mettere in discussione le nostre abitudini e probabilmente rinunciare a qualcosa».

Se smart è il metodo più che l’obiettivo, la chiave di volta potrebbe essere assecondare le caratteristiche, le predisposizioni e le competenze del luogo. In questo senso il confronto partecipato con i cittadini in questi mesi è un eccellente punto di partenza, da riprendere e approfondire. Remano contro i pesantissimi tagli  di bilancio in corso a tutti i livelli nella pubblica amministrazione, che fanno strage degli sprechi ma anche dei nuclei potenzialmente benigni di innovazione, per contro ho la sensazione che proprio l’impossibilità di procedere a grandi investimenti sarà uno stimolo eccezionale alla creatività diffusa e alla ricerca di soluzioni semplici, economiche e concrete. La città diventa smart se una massa critica di cittadini diventa smart nei comportamenti, nelle pratiche e nelle aspirazioni di ogni giorno. Il che ne fa un’opportunità culturale prima che tecnologica.

Segnalo tutto questo qui e ora perché, qualora qualcuno fosse interessato a conoscere da vicino l’esperienza pordenonese, sabato 15 dicembre è in programma l’evento di presentazione dei primi risultati (a Palazzo Badini, in piazza Cavour, dalle 9 alle 18). Per chi vuole approfondire, il progetto si chiama Pordenone più facile e naturalmente tutto il materiale è condiviso anche online. L’hashtag su Twitter, se qualcuno vuole partecipare alla conversazione, è #pnfacile.

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L’identità è un mosaico, la sintesi una necessità

Ieri a Milano è stato presentato un nuovo social network per imprenditori. Si chiama myind e nasce nell’ambito della territoriale pordenonese di Confindustria. Si tratta di un social network creato da Confindustria per gestire in modo orizzontale ed emergente la comunicazione tra gli associati di Confindustria, ma a me pare che, se riuscirà nella sfida decisiva di superare la massa critica, sia destinato ad affrancarsi dai suoi confini originari per diventare semplicemente un ambiente di scambio di informazioni e di idee per gente d’impresa. Per amor di trasparenza aggiungo che l’ho visto nascere da vicino nel corso dell’ultimo anno, ne ho discusso a lungo con chi l’ha concepito, l’anno scorso ho partecipato come relatore a un ciclo di incontri propedeutico al suo lancio, ma non ho alcun ruolo né nella sua progettazione né nella sua gestione. Ne parlo qui perché a mio parere contiene alcuni spunti originali per chi si occupa di applicazioni costruite su reti sociali. Ne segnalo due che a me paiono particolarmente azzeccati e ben riusciti.

L'identità è una fabbrichetta che si colora secondo la personalità della aziendaIl primo è la gestione dell’identità. In questo caso non entrano in rete semplicemente persone, ma modi di fare impresa e sistemi di valori imprenditoriali. Il valore aggiunto di un ambiente di questo tipo è, seguendo il più classico dei processi di rete, far avvicinare nodi affini che ancora non sanno di avere qualcosa in comune oppure di essere complementari per lo sviluppo dei propri affari. L’anagrafica dell’azienda e la fotografia dell’imprenditore in questo caso aiutano fino a un certo punto, mentre le tassonomie richiedono una dedizione e una precisione non del tutto scontata per i tempi e le esigenze della categoria a cui questo specifico servizio è destinato. Myind risolve questa procedura distillando peculiarità aziendali attraverso un percorso mirato che traduce le competenze e le propensioni di un’organizzazione in un segnaposto colorato. La fabbrichetta stilizzata, uguale per tutti nella forma, assume in questo modo combinazioni di colori personalizzate, fornendo un’impressione a colpo d’occhio delle caratteristiche dell’imprenditore e della sua azienda. L’identità diventa un mosaico, una frequenza visiva che trova le sue risonanze attraverso meccanismi istintivi molto prima che razionali. La cartina geografica mi racconta di chi mi sta vicino, ma ancor di più mi permette di riconoscere a colpo d’occhio chi mi assomiglia, chi assomiglia alla mia concezione d’impresa, chi parla la mia stessa lingua, chi opera in un settore affine. Come tutte le soluzioni efficaci e brillanti, c’è dietro la digestione di un processo molto complesso, che spero prima o poi gli sviluppatori trovino il modo di raccontarci nel dettaglio, perché potrebbe dare un contributo interessante al mondo dei social software.

L’altro spunto che io ho trovato interessante è la gestione degli spazi di espressione a disposizione degli iscritti al social network. I microblog individuali alimentano un magazine diffuso che mette in circolo con velocità le informazioni utili ai vari gruppi sociali. È un meccanismo molto classico, che assorbe in modo comunque originale le pratiche dei più noti sistemi di pubblicazione diffusa e collaborativa, dal wiki al blog, passando per i tumblr. Ma l’innovazione che a me ha colpito di più è un dettaglio minore. Ogni “notizia” è formata da un titolo e dal corpo del testo. Il titolo è lungo massimo 140 caratteri (vi ricorda qualcosa?). Se non viene riempito il campo del titolo, non si sblocca la form di composizione per il corpo della notizia. Il titolo, in sostanza, diventa un tweet e veicola il messaggio (dentro il network, ma idealmente anche oltre, essendo già perfettamente compatibile con Twitter), mentre il testo aggiuntivo è un allegato che circostanzia e approfondisce. Concepire il titolo come tweet autosufficiente e la notizia come allegato ribalta i pesi tradizionalmente attribuiti dalla comunicazione d’impresa a questi elementi, stimola la sintesi, mette in gioco la creatività, aiuta a dare forza alla notizia, moltiplica le possibilità che l’informazione circoli e trovi gli interlocutori a cui è destinata. In ambito aziendale, soprattutto a livello italiano, mi pare una sfida creativa non scontata e molto stimolante.

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Ebook e rete a Pordenonelegge 2011

Oggi comincia la dodicesima edizione di Pordenonelegge.it, consueta festa del libro con gli autori di metà settembre che ospiterà quest’anno 245 scrittori, editori, giornalisti, filosofi, artisti e scienziati per animare in cinque giorni oltre 200 incontri in 32 luoghi della città. Il programma e la quantità di persone che affollano il centro storico in questa occasione richiedono scelte mirate e molta organizzazione, ma ce n’è un po’ per tutti i gusti.

Agli interessati di ebook, editoria digitale e informazione in rete segnalo l’incontro di sabato 17 settembre alle 10 all’auditorium dell’Istituto Vendramini con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi (a cui partecipo anch’io) e quello di domenica 18 alle 11.30 con Edoardo Fleischner, Antonio Tombolini, Antonio Riccardi e Gianni Peresson.

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