Archivi categoria: Uso la Rete

Miraggi

Stamattina Internet Explorer (sette, infine) e Firefox mi mostrano lo stesso sito apparentemente nello stesso modo. Sono cose.

Aggiornamento del 22/10: era un miraggio, appunto. Son più i problemi introdotti in siti e applicazioni che uso correttamente che altro. Quindi, buono buono, io me ne torno a IE 6 e, una volta per tutte, passo a Firefox come browser predefinito.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Web 2.0 in Italia

Stamattina con Emanuele Quintarelli stavamo provando a censire un po’ di realtà italiane attive sul web di “nuova generazione” (comunque lo si voglia chiamare, stante che a me l’etichetta web 2.0 non piace molto). Sono poche, a quanto pare, molto poche. A noi per ora sono venute in mente solo queste, ma l’impressione è che ci stiamo dimenticando di qualcuno:

Taggly
2spaghi
Segnalo
Smarking
Scrive.it
OK NOtizie

maiom (via Luca Conti)
inTopic (via Luca Conti)
Fai Notizia (via Punto Informatico, Emanuele Quintarelli)

Idee? Suggerimenti?

Aggiornamento: Luca Conti pubblica una lista allargata, che comprende diversi servizi al limite del 2.0 o inattivi. Emanuele, invece, riassume e rilancia i quattro gradi di web2ness elaborati da Tim O’Reilly.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

L’ho visto su CNN Pipeline

CNN ha lanciato in questi giorni un nuovo servizio di distribuzione a pagamento dei video in Rete, Pipeline (ne parlava l’altro giorno anche Massimo Russo). Sono sempre stato critico verso tutte le iniziative che cercano di mungere soldi dal Web o che si ostinano a trasformare Internet in una televisione complicata – un peccato da cui nemmeno l’emittente americana si è tenuta lontana in passato. Ad ogni modo, e di primo acchito, questa volta la novità non mi dispiace.

Sto provando CNN Pipeline da qualche ora e trovo che risponda ad alcuni criteri etici minimi nell’interazione con la Rete. Per esempio, non cerca necessariamente di piegare lo stumento ai suoi fini, ma si limita a ricorrere a quelli che io chiamo “gli occhi di Internet” per guardare ciò che sta all’esterno di Internet. In questo senso è un ottimo sistema di interazione con la televisione: dà il meglio della tv (soprattutto per chi non ha ancora installato una parabola), aggiungendo alcune virtù basilari della Rete. In secondo luogo: è a pagamento, ma quanto meno l’abbonamento (contenuto) azzera qualunque intromissione pubblicitaria e permette di contare su un servizio di buona qualità. Resta un problema più ampio, che non dipende dal singolo operatore: troveremo mai il modo di gestire in modo meno frammentato tutti questi microabbonamenti con i singoli fornitori? Terzo punto: una volta tanto, il servizio è pensato per fare solo il suo lavoro e non cerca di essere tante cose insieme. L’equivalente di un telefono che volesse solo gestire alla perfezione le telefonate, senza distrarsi con fotografie, giochi o agende varie.

Che fai con CNN Pipeline? Ci vedi la CNN, fondamentalmente. Ma hai a disposizione quattro sorgenti video simultanee e puoi scegliere in qualunque momento quale visualizzare nello schermo principale. Per esempio: questa mattina la tv all-news era monopolizzata dai collegamenti legati all’esecuzione capitale in California e i quattro feed in diretta davano lo straming di CNN International, il flusso originale delle conferenze stampa dei testimoni e degli avvocati, le riprese della troupe esterna che passeggiava tra i manifestanti di San Quintino e le previsioni del tempo. Inoltre hai accesso ad alcune biblioteche di video su richiesta. Usato bene, quanto meno in caso di notizie di particolare rilevanza, sembra uno strumento che può dare le sue soddisfazioni, consentendoti di aggirare tagli e scelte redazionali (questa mattina no: mi sentivo solo un’intruso che viola la privacy altrui).

Il fuso orario certo rema contro. Spenti i riflettori in California, questa mattina due dei flussi sono andati in stand-by: di notte c’è poco che giustifica l’attenzione degli Stati Uniti. E questo significa che, per buona parte del giorno, in Italia possiamo usufruire di una versione molto ridotta del sistema. Staremo a vedere.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Tre anni dopo

Sarà anche che stanno per lanciare un servizio on demand su banda larga (Pipeline, stonata assonanza con gli oleodotti che fanno tanta gola agli americani in giro per il mondo), sarà che la tecnologia e i costi sono cambiati rispetto al 2002, sarà tutto quello che oggi adottano come giustificazione del cambiamento di rotta. Però vedere stasera la testata del sito di CNN con tanto di plateale pecetta verde “whith free video“, diciamolo, è una mezza soddisfazione, tre anni dopo l’introduzione del bislacco (micro)pacchetto a pagamento.

Immagino che, quanto meno per spirito di corporazione, dovrei levarmi quest’aria sarcastica da “l’avevo-detto-io” e fingermi preoccupato dell’ennesima marcia indietro nel tentativo goffo di produrre soldi con la Rete. In realtà mi preoccupa ben di più l’ennesimo tentativo che si prospetta all’orizzonte di fare della Rete una tv giusto un po’ più complicata di quella già infestante che abbiamo là fuori.

Per punizione dieci World of Ends, fratello.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Il cotonificio

L'interno del Cotonificio Veneziano (foto di totentanz)

Seguendo l’intuizione di Axell, ovvero che sfruttando i tag di Flickr possono emergere interessanti esempi di urban photoblog, sono andato in cerca di foto sulla mia città. Sorprendente è stato trovare un bel servizio fotografico sull’ex Cotonificio Veneziano, un reperto di archeologia industriale di cui da queste parti si parla molto (per la scelta della nuova destinazione e per il recupero della memoria), ma che non avevo mai avuto modo di vedere dall’interno. Le foto sono di un giovane fotografo napoletano, totentanz.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Le eredità dei giornali elettronici

Nora Paul è stata un faro delle mie ricerche ai tempi della tesi sui giornali elettronici. Ho cominciato a lavorarci tra il 1995 e il 1996: allora il giornalismo online in Italia muoveva i primissimi, timidi e stentati passi, mentre negli Stati Uniti le maggiori testate online avevano già qualche progetto interessante. C’era questa sensazione di un territorio nuovo da conquistare. Molte promesse, molto entusiasmo, poca disponibilità a rischiare. Negli anni sono arrivati i capitali (poi sono scappati e quindi ritornati con circospezione), ma la disponibilità a rischiare è ancora limitata. Che cosa è rimasto delle promesse di allora? Quali opportunità sono state colte? Quante siamo ancora in tempo per cogliere? Quali invece si sono rivelate impraticabili?

A queste domande riponde, per l’appunto, Nora Paul sulla Online Journalism Review, ripresa, in parte tradotta e approfondita ieri in un bel post di Mario Tedeschini Lalli:

1) Il “pozzo senza fondo” (Illimited newshole), l’idea che gli spazi illimitati del web avrebbero consentito di scrivere tutto ciò che una pagina di carta no poteva ospitare
2) Di tutto e di più (Give me more), l’idea che ci fosse nel pubblico una attesa spasmodica di sempre maggiori informazioni
3) Hyperlinking, l’idea che ogni pezzo andasse arricchito da rinvii contestuali a materiale proprio o altrui
4) Communicazione giornalista/lettore, la possibilità di interazine tra autore e fruitore dell’informazione
5) Come ho scritto il pezzo, l’idea che sul web fosse possibile “dar conto” di ciò che più sinteticamente si fosse scritto/trasmesso altrove
6) Nuovi stili espressivi di giornalismo
7) Dare un seguito alle storie, la possibilità di seguire lo sviluppo di un fatto
8) Nuovo rapporto tra parole e grafica, ovvero: le tecnologie (es.: Flash) che consentono nuove strutture narrative.
[leggi il resto su Giornalismo d’altri]

Il bilancio di Paul e di Tedeschini Lalli è misto (invito ad approfondire i rispettivi articoli e, a giorni, l’intervista che Giuseppe Granieri ha fatto a Tedeschini Lalli per internet.pro di aprile): si è fatto qualcosa, si poteva fare di più, qualcos’altro si è rivelato inaspettatamente deludente. Dice Tedeschini Lalli:

Personalmente, molto presto nella mia esperienza di otto anni di giornalismo online ho scoperto che la gran parte del pubblico naviga poco e pochissimo in profondità: uno sguardo alla home, ogni tanto un click su un pezzo specifico, molto raramente sfrutta la contestualizzazione fornita dai link (a meno che non si tratti di un documento ritenuto centrale e magari pruriginoso, come il rapporto dello Special Prosecutor sul Monicagate di Bill Clinton). Il fatto è che agiamo in un mercato, che è il mercato dell’attenzione, e che l’ibridazione dei mezzi e la convergenza delle piattaforme consente una concorrenza più stretta al giornalismo da parte di informazioni diverse (entertainment, giochi, comunicazione interpersonale, ecc.).
[ancora da Giornalismo d’altri]

Tutto vero, tutto interessante. Ma a me qualcosa ancora non torna: se la disponibilità dell’utente medio a seguire i collegamenti ipertestuali è assai bassa, come si spiega il prorompente dilagare dei blog, che di abbondanza di link e di continui rilanci di attenzione fanno parte della propria ragion d’essere? Sia chiaro: non mi basta come risposta il fatto che i blog sono ancora composti di nicchie di utenti evoluti, perché almeno negli Stati Uniti questo non è più del tutto vero.

E ancora: non staremo forse cadendo nell’equivoco dei palinsesti televisivi, entrati in circolo vizioso al ribasso in cui l’offerta scade per incontrare i gusti predominanti del pubblico, il quale a sua volta si lamenta della poltiglia uniforme e sempre più inguardabile? Un passaggio chiave che né Nora Paul né Mario Tedeschini Lalli approfondiscono, secondo me, è quella fase – più o meno tutto ciò che è stato tra il 1999 e il 2001, se non oltre – in cui l’informazione online ha assorbito più caratteristiche dall’info-intrattenimento televisivo piuttosto che dalla tradizione cartacea da cui più spesso proviene. Un’eredità che i giornali online stanno cominciando a togliersi di dosso appena ora, e forse non è un caso che proprio ora le maggiori testate stiano ricominciando a guadagnare consensi (e qualche avanzo pubblicitario). Vale, per quanto mi riguarda, la stessa obiezione che muovo ai portali: avete agglomerato, replicato, appiattivo contenuti con il solo scopo di tenere il maggior numero di utenti in un recinto chiuso per il tempo più lungo possibile, snaturando ogni peculiarità della Rete, e ora dite che Internet non funziona?

La mia idea è, invece, che bilanci stringati, entrate inesistenti e scarsa dimestichezza con la Rete abbiano fatto propendere i grandi gruppi editoriali per la via più breve e più facile, redditizia in fatto di volumi di traffico ma limitata e perfino suicida nelle prospettive. Forse non saranno mai disponibili capitali a fondo perduto per provare davvero a inventare qualcosa di nuovo, né esisterà mai un modello economico in grado di soddisfare nel contempo le esigenze di editori e lettori; ma non limitiamoci a dire “è andata così, non funziona, accontentiamoci”. Perché solo oggi, dieci anni dopo, il Web comincia ad assomigliare a se stesso, e c’è ancora molto da (ri)costruire. Beata l’ora che esistono le Nora Paul e i Mario Tedeschini Lalli che, dieci anni dopo, hanno ancora la passione di discuterne.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Skype

Con indecoroso ritardo (e stimolato definitivamente da Dario), ho finalmente messo alla prova Skype. Skype, per i non addetti, è un software che permette di comunicare con la voce via Internet. Si comporta come un instant messenger (tipo Icq, MSN Messenger) per tutto quello che riguarda la gestione dei contatti e le connessioni tra gli iscritti, ma alla prova dei fatti è un telefono. Il grande vantaggio, evidentemente, è che due persone che utilizzano Skype per parlarsi non spendono una lira, anche se si trovano all’altro capo del mondo (esclusi, va da sé, i costi di connessione a Internet). Anche le eventuali interconnessioni con la rete fissa, oggi possibili, sono piuttosto convenienti. Inoltre, a differenza di tecnologie simili che l’hanno preceduto, è eccezionalmente facile da usare.

Io, che amo sempre meno il telefono, di Skype finora ho temuto gli aspetti più vicini al messenger: la facilità di contatto e la gratuità ne fanno potenzialmente un terzo telefono (dopo quello di casa e il cellulare) dallo squillo poco controllabile – benché si possano impostare diversi “stati” per spiegare al prossimo quanto la sua chiamata sarà benevenuta in un dato momento. Inoltre, continuo a pensare che il fascino della parola scritta, in questo ambiente virtuale, sia di gran lunga superiore, almeno per tenersi in contatto e fare due chiacchiere veloci.

Detto questo: per un po’ tengo attivo Skype accanto a Icq (12-801-705) e MSN Messenger (sergiomaistrello@hotmail.com). In via sperimentale, diciamo. Scrivo questo perché mi piacerebbe invogliare alcuni amici più lontani, che spesso passano per questo sito, a provarlo. Così magari tagliamo un po’ la bolletta e ci sentiamo più spesso. Il mio nome utente (fatene buon uso) è “sermai”.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail