Cosa può fare un bimbo nato quasi sull’erba

Il nostro fagottino ha 10 giorni e solo oggi sono riuscita a disfare la valigia che avevo preparato per l’ospedale. Questo semplice gesto mi è sembrato l’ennesimo addio ad un periodo magico, immaginato prima e accarezzato e preparato poi con cura per nove lunghi mesi.

Oltre ad un inevitabile velo di malinconia (il pancione lascia il segno, in senso metaforico!), quello che mi resta e risuona dentro è un grande senso di gratitudine verso il Cielo, il Destino e Sergio, naturalmente, che mi è stato sempre vicino, per aver potuto vivere questa bellissima avventura in un modo tanto personale, intimo e sereno. Ora che stringo tra le braccia questo miracolo di cui sono già perdutamente innamorata, mi chiedo come sia potuto capitare proprio a noi una simile fortuna e gli sussurro piano di avere pazienza e che speriamo di aiutarlo a realizzare la missione che gli è stata assegnata in questa vita.

Non mi sembra vero di poter confermare che il parto può essere un passaggio intenso, di crescita, pieno di soddisfazioni e che permette di mettersi alla prova e fare tesoro di tutto quello che si è appreso prima, ma soprattutto il frutto di un carattere e di un modo di vedere le cose che ci contraddistingue giorno per giorno. 

La crisi post-partum esiste, è questione di ormoni. La mia è iniziata in ospedale, quando già pensavo di iniziare un nuovo capitolo a casa e invece Giogiò ed io abbiamo dovuto passare una notte in più lontano dal papà. Uno scambio di messaggini particolarmente teneri mi ha fatto singhiozzare nel buio, grata per tutto quell’amore che un cuore solo non riusciva a contenere e convinta di dover assaporare ogni istante prima che passasse, poichè non sarebbe tornato più.

E’ continuata il giorno successivo, in ascensore, lasciando quelle stanze che per prime hanno visto Giogiò affacciarsi alla vita e ogni porta che chiudevo mi strappava una sorta di addio, che mi bruciava dentro. Poi è stata la volta di Sergio e del suo regalo pazzo, ma ancor più del bigliettino che l’accompagnava – e giù lacrime.

Infine, il taglio del cordone ombelicale di Giogiò non mi ha dato l’idea di distacco che la frase dell’ostetrica suggeriva (“Vai, ora respira senza la mamma!”). E’ stato il cadere dell’ultimo pezzettino, giorni dopo, a darmi la sensazione che quell’uccellino stesse volando da solo, senza il mio aiuto, fuori da me – ed è stato il colpo di grazia. 

Ma anche per questa “crisi” bislacca sono grata al Cielo, per non avermi fatto temere invece, come spesso accade, di non essere una buona madre o avere chissà quale altro pensiero negativo.

Insomma, a dispetto del sorriso incredulo e di scherno con cui una carissima amica ha letto il titolo del libro di una ostetrica americana che ho sentito come una grande amica in questo viaggio (Ina May Gaskin, “La gioia del parto”), posso confermare che quest’esperienza può essere un momento stupendo, in cui ogni emozione e sensazione ha un senso e porta nella direzione giusta, se la si asseconda leggendola per quello che è.

Resta ora da discutere sul titolo di una brochure ricevuta al consultorio: “Le gioie dell’allattamento”…ehm, ne vogliamo parlare?

2 Responses to “Cosa può fare un bimbo nato quasi sull’erba”

  1. billo ha detto:

    sono capitata qui per caso e mi sono commossa a leggere il vostro racconto della nascita del cucciolino…
    il mio cucciolo e’ nato 19 mesi fa e sembra un secondo ma anche un secolo fa.
    il libro della gaskin e’ cosi’ bello…
    per le gioie dell’allattamento…arriveranno, tranquilli. quando il bimbillo mi dice “amore mio” e mi chiede la titta, capisco che sono arrivate.
    in bocca al lupo.
    billo

  2. Stefania ha detto:

    Grazie billo, non sai quanto mi conforti quello che dici!

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