Dove eravamo rimasti?

novembre 22nd, 2011

Dove eravamo rimasti

Ricordati di lui

novembre 22nd, 2011

Caro Giorgio,
tu te ne sei accorto appena, ma in questi giorni la nostra famiglia ha dovuto salutare un suo grande amico, uno dei più cari. Quando te l’ho detto, qualche giorno fa, hai fatto quel tuo sorriso dolce, quello compito dei momenti speciali, e mi hai detto che in effetti ti dispiaceva molto, perché lui ti faceva sempre tanto ridere. Ancora non sei in grado di comprendere l’inevitabile spietatezza del distacco, ma non credo che avresti potuto rendergli meglio giustizia. In effetti era simpatico, divertente e genuino. Era la persona con più nipoti putativi che abbia conosciuto, e noi tra loro. Era anche tante altre cose, volate via qualche anno prima che tu nascessi per via di un colpo basso della senilità. Ma era ancora lui, era rimasto fedele a se stesso in quell’umanità così ricca e gentile, benché costretta a fare a meno delle sovrastrutture della memoria.

Io sono sempre stato molto grato per questo tempo extra che gli veniva concesso e che ha permesso almeno a te, meno purtroppo a tua sorella, di conoscerlo. Era una mia piccola emozione vedervi interagire, scherzare e camminare mano nella mano il sabato mattina di ritorno dal mercato. In quella mano stretta era come se passasse in te un po’ della mia infanzia, dove lui c’è stato fin dal primo giorno: è stato prati, passeggiate, scherzi, risate, schedine del Totocalcio al bar, trattori in campagna, Giro d’Italia in tv, racconti di una Trieste d’altri tempi. È stato padrino in una famiglia allora senza zii o nonni maschi. È stato quotidianità e presenza, due cose di cui impari il valore soltanto quando diventi adulto.

Mi piacerebbe che tu lo ricordassi, vorrei aiutarti nel tempo a conservare un ricordo di lui. Perché se è vero, come dice Pessoa, che ognuno di noi è un baule pieno di gente, io sono orgoglioso che nel tuo abbia fatto a tempo a entrarci un po’ anche lui. E per quanto tristi possiamo essere oggi che l’abbiamo salutato per l’ultima volta, so che la nostra famiglia conserverà sempre la gioia e la riconoscenza per averlo avuto nelle nostre vite.

Il piccolo teologo

aprile 8th, 2011

Oggi Giogiò ha spiegato alla maestra Luisa cosa sia l’anima. “Una cosa che sta attorno al corpo e gli dà energia. E poi, quando si muore, va in cielo.” E poi, Giorgio? (e qui la maestra si aspettava un tripudio di nuvole e angioletti, e invece…) “Eppoi aspetta un altro signore che ne ha bisogno!”. Ovvio, no?

Il tempo delle metafore

gennaio 28th, 2011

– Papà, dammi ancora cornflakes, per favore, che mi piacciono una strage!

– Ah, ti piacciono molto?

– Sì sì, mi piacciono proprio una strage!

S’allarga, il ragazzino

gennaio 16th, 2011

(Mattina presto, ci vestiamo per andare a scuola)

– Dove sono i pantaloni? Ah, eccoli. Ma questi non sono tuoi!

– Certo che sono miei, papà.

– Ma no, guardali. Tra l’altro sono molto grandi per te, infatti sono tutti rimboccati.

– Papà, lì ho sempre usati, sono sempre quelli.

– Te li hanno dati forse ieri a scuola? Erano finiti i cambi?

– Ma no, papà, sono proprio miei.

– Bah, forse sono quelli che tiene la nonna a casa sua.

– No-o, sono miei ti dico, li ho sempre avuti.

– E questi calzini? Non riconosco neanche questi. Non sono tuoi, dai.

– Papà, sono miei anche quelli. Non li hai mai visti?

– Ma no, Giorgio, ti vesto ogni mattina, riconoscerò ben le cose tue.

– Forse stai un po’ invecchiando, papà.

Ritratto di famiglia (2011)

gennaio 9th, 2011

Ritratto di famiglia

Lo stato delle cose

gennaio 7th, 2011

Gea è una bimba tosta. Quando mi chiedono com’è, non so dirlo altrimenti. Scruta il mondo in cui è capitata e i suoi curiosi abitanti con l’intensità di un piccolo alieno in missione speciale. Ha una predilezione per il più corto dei residenti nella casa che la ospita, suo fratello le dicono, al quale riserva tutta la meraviglia di cui è capace. Fissa, registra, elabora, non stacca gli occhi dagli oggetti della sua curiosità. A volte faccio a gara a chi distoglie lo sguardo per primo e lei, ancora inconsapevole, non si scompone e tiene testa. Spesso rende inquiete le persone che incontra, messe in difficoltà dagli occhioni azzurri e gravi che ti si piantano addosso e sembra ti stiano leggendo l’anima. Ride di gusto, come solo i bambini piccolissimi possono fare, e quando ride arriccia il naso. Allo stesso modo, da un estremo all’altro senza mezza misure, si dispera quando non ottiene ciò che vuole raggiungere. Ciò che vuole raggiungere, il più delle volte, è la sua mamma, con cui ha un rapporto ancora strettissimo e intenso. Farfuglia mammammamma, agita il braccio per fare ciao ciao quando se ne va perché ha capito che si fa così, sa che se fa finta di tossire può attirare l’attenzione dei presenti. Non ci ha concesso una sola notte di sonno da quando è nata, ma ogni mattina puntualmente ci fa le feste e nel giro di pochi minuti finisci per chiederti come potevi detestarla tanto solo poche ore prima. È scarsina in tutto ciò che ci si aspetterebbe da un lattante, in compenso fa cacca e pipì sul water da quando aveva sei mesi, mangerebbe tutte le cose che hanno un aspetto sufficientemente adulto, si regge dritta sulle gambe come se calcolasse la scorciatoia più furba per saltare il gattonamento. Comincia a perdersi coi giocattoli, passa una mezzora ogni tanto nel box, talvolta canticchia ispirata, ma la sua espressione tipica è composta da versi profondi e gutturali, poco femminili a detta di suo padre. Conduce con dignità e coraggio le prove di distacco dalla mamma, che deve tornare a lavorare, e saltella di gioia sul culetto quando la andiamo a prendere al nido dopo essere rimasta da sola con gli altri bimbi.

Travolti dal sonno, dalle corse, dal lavoro, da Gea che non concede sconti sulle energie e sulle attenzioni che le spettano, scopriamo Giorgio entrato ogni giorno di più in quella fase matura e senza nome dell’infanzia in cui il bambino diventa una persona con gusti, idee e una dignità non più nel completo controllo dei genitori. Alterna slanci commoventi di generosità ed empatia alle manifestazioni capricciose di un ego ipertrofico con tracce di presunzione. Non si accontenta più della prima risposta che ottiene ai suoi numerosi perché, ma interagisce con il suo interlocutore finché non ritiene la questione chiusa e soddisfatta. È capace di decisioni autonome e mature, talvolta perfino eccessive per i suoi quattro anni, ma in comunità è sedotto spesso dal fascino del Lucignolo di turno. Si lancia in coraggiose esplorazioni nel mondo dei bambini grandi, salvo abbattersi sotto i colpi impietosi di un perfezionismo esasperato, ereditato geneticamente dalla madre. Con un anticipo perfino preoccupante, è stato folgorato dal fascino dell’alfabeto e delle parole e, intuendone la potenza, non perde pretesto per esercitarsi a trasferire i suoi pensieri in forme riconoscibili agli altri. I suoi disegni si vanno riempiendo di forme compiute, di margini precisi, di storie e di prospettive, sotto lo sguardo allibito e benvolente del padre, che non è mai andato oltre gli omini stilizzati quattro-stricche-e-un-cerchio. Abituato fin qui a vedere film e cartoni animati registrati su dvd o sul computer, Giorgio è arrivato del tutto impreparato al suo primo incontro con i programmi televisivi e le pubblicità, di cui sta diventando quel consumatore difficile da contenere che mamma e papà scoraggiano dalla nascita. Ama le regole, ma solo se sono le sue: ha l’attitudine dello sportivo, ma cambia passione ogni volta che di una disciplina arriva al punto di dover assimilare le norme condivise. Inizia a riconoscere le debolezze delle persone che lo circondano e con malizia di bimbo prova a servirsene a proprio vantaggio. Detesta i pasti principali, vivrebbe di merende, il suo mondo ideale è ricoperto di cioccolata fondente. Non ha avuto finora un solo gesto di fastidio o di gelosia per la sorellina entrata non proprio in punta di piedi nel mondo in cui era re assoluto, ma al contrario a lei dedica una dolcezza e una disponibilità senza riserve. Il languore e la commozione della prima volta che ha incontrato Gea non si sono mai spenti nel suo sguardo, finora. E questo, più di tutto, a mamma e papà sembra straordinario.

Via vai sempre più sospetti

gennaio 6th, 2011

– Papà.

– Sì, Giogiò?

– Ma la Befana non passa per il camino?

– Sì, passa per il camino, come racconta il tuo libretto.

– E allora come fa a entrare a casa nostra, che non abbiamo il caminetto?

– Come entra a casa nostra, dici?

– Sì. L’anno scorso in montagna c’era il caminetto. Ma qui non c’è.

– Beh, ma la Befana se non c’è il caminetto trova altri modi di entrare.

– Ah sì? Quali?

– Beh può entrare dal terrazzino del salotto, come Babbo Natale.

– Dici che è capace, sì?

– Sì, secondo me ce la fa, sì.

– Bene.

– Bene.

§

– Mamma.

– Dimmi Giorgio.

– Ma il libro non diceva che la Befana portava caramelle ai bambini?

– Sì, perché?

– Perché io ho trovato cioccolatini nella mia calza.

– Ah, ecco… Beh, a dire il vero il tuo libro parlava di “chicche”, Giorgio. “Chicche di ogni sapore”, ricordi?

– E la cioccolata è una chicca di ogni sapore?

– Beh sì.

– Ok.

Auguri, amici!

dicembre 24th, 2010

Baci

ottobre 26th, 2010

Un messaggio di Giorgio alla mamma prima di andare a scuola

Battaglie perse

agosto 30th, 2010

Gegé non dorme di notte ed è incompatibile coi tempi di recupero durante il giorno. Giorgio si trova sempre più a suo agio in una forma di preadolescenza in drastico anticipo sui tempi. Il risultato è che mamma e papà sono uno straccio e un filino nervosetti, diciamo così. All’ennesimo intoppo di un giorno particolarmente difficile, papà sbrocca e attacca una delle sue ramanzine alterate e noiosissime sulla sopravvalutazione della democrazia in famiglia e sulla necessità di imporre una sana e robusta dittatura. Il figlio grande lo ascolta con un misto di distacco e infastidita noncuranza. La bimba piccolissima non ci è abituata, si fa piccola piccola e un po’ si spaventa. Non contenta di aver già ridotto l’uragano paterno a tempesta tropicale con un semplice movimento all’ingiù degli occhi, la lattante appoggia timidamente una manina sul braccio di suo fratello in cerca di rassicurazione, che lui naturalmente concede con dignitosa profusione di tenerezza. I figli non sanno combattere lealmente, ecco.

È andata così, stavolta (vista da lei)

agosto 16th, 2010

Quella notte la luna non era piena, ma ce l’aveva proprio con me. Di mattina ero stata a fare i controlli di rito in ospedale e l’esperienza era stata così spersonalizzante e disumana che avevo dovuto camminare fino al fiume per recuperare il contatto con me stessa e con la mia pancia. Quasi ipnotizzata, mi ero messa a guardare la corrente verde bluastra e, ispirata dalle piante che si piegavano come piume e ondeggiavano tra i pesci, avevo coniato il nostro mantra: quando sarà il momento, esci come l’acqua.

Alle 3.20 di quella notte di luna, ecco l’inequivocabile stillicidio ostinato e un solo pensiero: nooo, Gea, nooo, non adesso! Chissà perchè, nella mia testa si era impressa a fuoco la data del 6 aprile (giorno in cui è nato il mio adorato nonno Gigi) come probabile giorno per il parto, e quel 24 marzo proprio non mi andava giù. Giusto il tempo di arginare l’arginabile e mi sono attaccata al telefono. L’ostetrica Luciana, nonostante la voce impastata di sonno, alle 4.30 era già a casa nostra, pronta a monitorare il battito e constatare la mia faccia sbigottita. L’inizio dell’avventura era stato uguale a quello di Giogiò, ma non mi aspettavo che tutta la faccenda fosse proprio una fotocopia… o quasi.

Giò si sveglia, gioca con Luciana, va a scuola allegro e sereno. E io mi dico: bene, ora ci siamo. E invece seguono ore vuote, fatte di chiacchiere, letture, divertenti ancheggiamenti sulla palla da parto, passeggiate sotto il sole, fiorellini raccolti a caso, un passaggio in latteria (dove la voce si sparge a macchia d’olio), monitoraggi che rilevano che non succede nulla di rilevante e massaggi shatsu alla caviglia. L’espressione di Luciana si fa sempre più severa e alle 5 io pasteggio speranzosa a thè, biscotti e olio di ricino, constatando – di nuovo – come quest’ultimo sia un ottimo burro cacao. Dopo l’ennesimo controllo, l’ostetrica scrolla la testa e quasi a minacciarmi dice che, se non succede niente nelle prossime ore, dovremo andare in ospedale. A quel punto ribatto che tutto dipende da lei, che io non decido un bel niente, che gli ormoni sono messi in circolo dal bimbo, non dalla mamma. Luciana mi guarda e, con l’aria di chi la sa lunga, ribadisce che questa cosa la decido io.

Mah… Sta di fatto che prendo il libro che stavo leggendo in quei giorni (La comunicazione e il dialogo dei nove mesi di Gabriella A. Ferrari), mi ritiro in camera e la mano sceglie sicura un capitolo a caso: quello, chissà perché, dedicato all’ottavo mese di gravidanza (aveva molto più senso scegliere il nono, o il capitolo sul parto). Lo sguardo mi finisce sul passaggio che dice: «Tu, dal canto tuo, vivi alterni stati d’animo in cui al desiderio che la gravidanza finisca, potrebbe capitare che talvolta si sovrapponga una sorta di tristezza al pensiero che essa stia realmente terminando» e scoppio in un lungo singhiozzo liberatorio. Touché!

E continua: «In realtà, lungo tutto questo cammino, tu non sei e non sarai mai sola: tuo figlio, che ora stai contenendo ed abbracciando internamente con braccia di luce, continuerà ad essere con te, ed a restare abbracciato a te, per tutto il percorso, finché dal tuo addome passerà al contenimento delle tue braccia reali». Io soffoco i latrati mentre la Ferrari affonda il coltello con un «Non è la prima volta che la vita ti propone delle situazioni nuove! Pensa a quante ne hai affrontate e superate nel passato! Ognuna ha fatto scaturire dal profondo di te delle forze che non sospettavi neppure di avere, o che dubitavi di possedere, ognuna ti ha resa più forte, accrescendo le possibilità espressive e le capacità del tuo potenziale energetico».

E continua con il pezzo forte, un concentrato della mia filosofia di vita, un lenimento per quella ferita che aveva aperto qualche paragrafo prima: «Uno degli aspetti più importanti di questa prova iniziatica consiste proprio nell’oltrepassare i propri limiti (…). Consiste nell’apprendimento di un’accettazione. Accettare l’idea di essere sempre al posto giusto, di stare vivendo le esperienze più idonee a favorire la nostra crescita spirituale e che tutto ciò che ci accade è voluto (…) sia per aumentare la nostra felicità terrena che per aiutarci a sciogliere dei nodi profondi che ci incatenano alla sofferenza. (…) Il parto, in questo senso, è una delle più importanti esperienze della nostra vita, assieme a quella della morte. Entrambe hanno in comune la caratteristica di doverci affidare, per poter superare con serenità una soglia oltre la quale c’è un’ignota trasformazione, un cambiamento, l’inizio di un altro modo d’essere e di vivere».

Ecco qui, penso, ancora prima di nascere, questa bimba mi sta insegnando una lezione, la più grande di tutte. Anche se speravo di tenerla dentro di me e coccolarla ancora per un po’, anche se due settimane di anticipo sulla data presunta del parto mi sembrano un’enormità, devo farmene un’idea. Eppoi che madre sarei se non le insegnassi l’accettazione gioiosa di tutto ciò che accade se adesso non accettassi di lasciarla andare? Come potrei un domani pretendere che lei non faccia una tragedia di ogni distacco – come accade a me – se io ora non accetto il suo distacco da me? Tirando su col naso, con gli occhi gonfi e arrossati, torno in salotto con Sergio – che, nella sua estrema sensibilità e profonda conoscenza di come sono fatta, si era accorto dei miei sospiri sospetti ed era venuto a vedere se per caso non avessi sciolto qualche nodo – e annuncio che forse qualcosa si è sbloccato.

Giorgio torna a casa dopo aver giocato e cenato coi nonni e alle 9.30 di sera lo saluto dissimulando i crampi “giusti”. Tutto è molto più veloce e concitato che nel primo parto, ma io sono molto più consapevole di cosa seguirà e la respirazione profonda funziona a meraviglia. Quando il tavolo non è più un appoggio sufficiente, mi metto a quattro zampe sul divano, ricordando che quella era la posizione che trovavo più comoda la volta precedente. Stavolta però non riesco a stare dritta e mi viene da ondeggiare col bacino. Luciana mi visita e mi chiede se per caso non mi sento di stare in posizione asimmetrica; mi spiega che la bimba non è posizionata proprio perfettamente e che, muovendomi, l’aiuto. Io mi stupisco ancora una volta di quanto l’istinto sia un faro in questa circostanza (e non solo…) e ancheggio come già mi sentivo di fare.

Con la coda dell’occhio vedo la piscinetta che Luciana ha sistemato in salotto dopo che Giogiò è andato a nanna e le chiedo, con un sospiro, “In acqua proprio no?”. Lei riempie la piscina e, in un batter d’occhio, ci salto dentro. Dopo qualche contrazione le ginocchia iniziano a farmi male e Luciana mi suggerisce di stendermi su un fianco, sostenendomi al bordo della piscina. Così, respirando ad arco come avevo imparato al corso di nuoto preparto (4 secondi per l’inspirazione, 8 per l’espirazione, poi 3-6, 2-4, 1-2 quando la contrazione è al culmine, poi di nuovo 2-4, 3-6 e 4-8) so che la contrazione viene e va (psicologicamente aiuta tantissimo), come un’onda che sospinge la zattera in cui ci troviamo Gea e io sempre più vicino alla riva. E con tre A-O-U-MMM (il suono che aiuta, il suono più profondo e più antico del mondo) nasce Gea, la creatura dalle dita affusolate e lunghissime e le orecchie a tortellino che a cinque giorni si guardava già le mani.

Dopo essermi goduta a lungo quel corpicino viscido e tenerissimo con un abbraccio che spero non finisca mai, Sergio mi ricorda le parole con cui abbiamo accolto Giorgio quando è nato e io gliele sussurro tremante e quasi smarrita. Anche la placenta con un “aoumm” è fuori e la esploriamo ammirati con l’aiuto di Luciana, che ce la descrive a ragione come un albero. Non è più il caso di tenere Gea nell’acqua, sempre più tiepida. Anch’io esco e inizio a battere i denti talmente forte che penso me li frantumerò. È strano, ma non ho ricordi del taglio del cordone ombelicale, né di aver mai lasciato Gea un attimo. Quello che ricordo è lei attaccata al mio seno e il suo odore inebriante… e la visita in cui Luciana mi dice che non c’è ombra di lacerazione, solo un’abrasione da curare con qualche sciacquo a base di echinacea e calendula. A quel punto il mio unico pensiero è dove posizionare l’altare per la Madonna e quanto io sia fortunata ad aver vissuto il parto dei miei sogni – in acqua e a casa! – con i miei odori, colori e sapori, e soprattutto i miei tempi.

Ancora oggi sento che il legame con Gegé è speciale, che è un dono che la vita mi ha fatto per la mia crescita, una persona che mi sembra di ricordare da vite lontane e con cui finalmente sono stata ricongiunta. È difficile da spiegare, so solo ringraziare quella visita dal ginecologo che mi ha messo fretta nel realizzare il sogno di avere un altro figlio. E quel marito con la M maiuscola che, con la sua pazienza e il suo incrollabile sostegno, rende questa esperienza ogni giorno più bella, condividendo con me i giorni più impegnativi e degni di essere vissuti che mai potremo avere.

Cos’è quello che hai disegnato?

luglio 28th, 2010

È un’ALICEtrasmittente, mamma, quella che hanno i poliziotti!

Ve lo spiego io

luglio 28th, 2010

“Una mela al giorno leva il medico di torno” vuol dire che il medico è andato in cielo…

È andata così, stavolta (vista da lui)

giugno 4th, 2010

23 marzo, ore 13.30. Sono a Milano per lavoro. Pranzo in un locale lungo e stretto. Il tavolo a cui ci destinano è in fondo. Il cellulare prende appena. Lo metto su un davanzale e mi giustifico dicendo che, benché manchino ancora un paio di settimane alla data presunta del parto, da un paio di giorni il pancione di mia moglie sembra irrequieto e preferisco essere reperibile. Essere a 350 chilometri da casa, con queste premesse, mi rende un po’ ansioso.

23 marzo, ore 22.30. Sono rientrato a Pordenone, a casa sembra tutto tranquillo. Stefania mi racconta di una passeggiata lungo il fiume e della sensazione di pace ricevuta dallo stare a guardare a lungo quel fluire d’acqua. Non riesco a mangiare nulla e mi metto a lavorare ancora un po’. Devo assolutamente finire una cosa lunga che sto scrivendo prima che nasca la bimba: già con Giorgio la consegna di un libro si è sovrapposta con i suoi primi giorni di vita e, ricordandomi la fatica, non voglio assolutamente ripetere l’esperienza. Da tre mesi finisco di lavorare a notte fonda, conto di chiudere entro la fine del mese e tenermi il periodo di Pasqua per riorganizzare casa e ufficio in vista del nuovo arrivo.

24 marzo, ore 00.30. La concentrazione cala molto prima del solito. Non mi stupisce, sono in piedi dalle 5. Vado a letto. Trovo Stefania ancora sveglia, da qualche giorno dorme male e viene svegliata spesso dalla bimba, che si muove molto. La piccola ha il singhiozzo, sta facendo le prove di deglutizione. Comunico con la pancia, le faccio un po’ di coccole, cerco di recuperare tutte le occasioni che ho perso lavorando fino a tardi. Mi addormento di botto, stanco morto.

24 marzo, ore 2.30. Stefania mi sveglia in modo particolarmente brusco per le sue abitudini e mi chiede se per favore posso cambiare posizione, che sto russando come un trombone e non c’è stato verso di farmi smettere con le maniere dolci. Mi sembra inquieta. Dico: “snort”, mi giro e ripiombo nel sonno profondo.

24 marzo, ore 3.30. Mi sveglio di nuovo, questa volta per alcuni rumori in casa. Stefania non è accanto a me. Capisco che è lei che sta facendo rumore, deve aver urtato qualcosa girando per le camere. C’è anche la luce accesa, non lo fa mai. Sto per archiviare la questione come insignificante, quando lei passa veloce davanti alla camera diretta in bagno. Fa tempo a dirmi, concitata: “…sono rotte le acque!…”. Ci metto un po’ a mettere a fuoco l’idea. E quando la metto a fuoco penso: “Oh, cavolo!”. No, d’accordo, non ho detto proprio così, ma è per rendere il concetto. Mi concedo due minuti di “non sta accadendo davvero, è solo il frutto del pessimo panino che hai mangiato prima di partire, continua pure a dormire”. Poi mi prende una razionalità abbastanza conciliante e pacifica: sta davvero succedendo, ora dimentichiamoci di tutto il resto, a cominciare dal panico per le scadenze di lavoro, questo sarà il giorno di Gea.

24 marzo, ore 3.35. Stefania telefona all’ostetrica, che deve raggiungerci da Trieste. Come nel caso del parto di Giorgio, abbiamo scelto di farci assistere durante il travaglio da una professionista, per limitare ogni ospedalizzazione non necessaria. Quando Stefania torna a letto è un po’ agitata, non si aspettava quest’improvvisa accelerazione. Sente qualche brivido e i brividi (i “brividi ridoloni”, per la precisione) l’altra volta erano stati la prima manifestazione del travaglio. Dedichiamo qualche minuto a riorganizzare le idee, pensando in particolare a come gestire Giorgio, che dorme tranquillo e ignaro di tutto nella sua stanza. Ne abbiamo parlato qualche giorno prima, quando abbiamo deciso che il parto, in mancanza di complicazioni, sarebbe avvenuto in casa. I fratelli maggiori, in genere, hanno un sesto senso e decidono di fare ciò che è meglio per loro: ci sono quelli che si svegliano proprio al momento topico, quelli che dormono profondamente anche nel trambusto, quelli che senza apparente motivo vogliono di punto in bianco farsi portare dai nonni. Lasceremo che sia quel che deve essere: se accadrà di notte si regolerà lui come sente, se sarà di mattina lo porteremo a scuola e lo faremo tornare appena possibile, sennò ci organizzeremo di conseguenza.

24 marzo, ore 4.30. Suona il citofono, l’ostetrica Luciana è già arrivata. Sale con alcune borse, ha altro materiale in auto: ha con sé tutto il necessario per adattarsi alle circostanze. Stefania nel frattempo non ha avuto altre avvisaglie di travaglio imminente, tutto sembra tranquillo e la presenza dell’ostetrica in casa ci rassicura ulteriormente. Facciamo un monitoraggio con l’apparecchio portatile di Luciana, mentre le raccontiamo quello che è successo nelle ultime ore. La bimba sta benone e non ci sono segni di vere contrazioni. Le aspetteremo ancora per diverse ore.

24 marzo, ore 6. Visto che non c’è segno che stia per accadere qualcosa, Stefania e Luciana ne approfittano per riposare un po’. Io vado nello studio e comincio a riorganizzare gli impegni dei giorni successivi. Annullo le lezioni a Trieste per tutta la settimana, provo a scrivere un po’ per portarmi avanti, ma la testa, evidentemente, è altrove.

24 marzo, ore 7.30. Sveglio Giorgio per portarlo a scuola. Gli accenno brevemente che forse oggi sarà un giorno molto speciale, mentre assonnato infila le ciabatte “suorescenti” e come un ometto sciabatta verso il salotto. In salotto trova l’ostetrica e non si mostra né sorpreso né turbato. Al contrario, manifesta subito particolare simpatia nei suoi confronti. Lui collega spontaneamente alcuni ragionamenti fatti insieme nei giorni precedenti: che quando lui è nato ci ha assistiti l’ostetrica Barbara e che un’altra ostetrica, che sarebbe venuta a casa, ci avrebbe aiutato a far nascere la sua sorellina. Così, quando – senza ancora tante spiegazioni – gli presentiamo Luciana, lui le chiede, serafico: “Tu farai uscire dalla pancia della mamma la mia sorellina?”.

24 marzo, ore 8. Dopo aver bevuto il latte, Giorgio mostra le sue automobiline a Luciana e poi le fa un disegno. Disegna mamma, papà e la sorellina. “Non manca qualcosa in questo disegno?”, gli chiede Luciana. Lui la guarda interrogativo. “Manchi tu, Giorgio. Sei parte di questa famiglia, disegna anche Giorgio.”

24 marzo, ore 8.30. Spiego a Giorgio che probabilmente ci vorranno ancora delle ore prima che la sua sorellina si mostri al mondo e che dunque è meglio se lui nel frattempo va a scuola e ne approfitta per divertirsi un po’ con i suoi compagni di classe. Gli prometto che se nel frattempo dovesse nascere Trecisasman, lui sarebbe il primo a saperlo e che andrei a prenderlo appena possibile per portarlo a conoscere la sua sorellina. Con Stefania avevamo già deciso che, se lui non fosse stato a casa al momento del parto, l’avremmo recuperato al più presto e avremmo vissuto comunque qualche ora da soli, noi quattro insieme, prima di avvisare nonni e parentado.

24 marzo, ore 8.45. Andando a scuola, io e Giorgio ci fermiamo al negozio di fiori vicino alla sua scuola: mi piacerebbe trovare un girasole come quello che presi il giorno in cui è nato lui. Ovviamente non è ancora stagione e ci accontentiamo di gerbere, ranuncoli e tulipani, che scegliamo insieme per la mamma. A scuola avverto le maestre della situazione, si dimostrano molto partecipi e collaborative. Nell’eccitazione generale Giorgio mi sembra frastornato, probabilmente non realizza completamente la situazione. Ci siamo abituati: più ci si aspetta reazioni eclatanti e più lui assume un atteggiamento di basso profilo, quasi di indifferenza. Mentre gli dò il tradizionale bacio sulla porta della classe, penso che forse è l’ultima volta che lo saluto da figlio unico e mi si ingroppa un po’ qualcosa dentro.

24 marzo, ore 9.00. Recupero qualche brioche per la colazione di Stefania e Luciana e torno a casa. Tutto è molto tranquillo. Una tranquillità irreale che ci accompagnerà per tutto il giorno.

24 marzo, 0re 9.30. Decidiamo di uscire a fare una passeggiata per il quartiere, per prendere un po’ d’aria e, come spesso accade, accelerare l’inizio del travaglio. È una bella giornata di sole, scaldata dai primi tepori primaverili. Tanto magica era stata la passeggiata notturna durante il travaglio di Giorgio, quanto ora invece sembra tutto ordinario, non speciale. Mi sembra chiaro che non è ancora il momento. Mi convinco che il nostro momento è la notte e che dunque non vedremo Gea fino almeno al tramonto.

24 marzo, ore 15.00. Il giorno passa senza eventi degni di nota. Luciana insiste sul fatto che è Stefania che sta trattenendo Gea, ritardando il parto. Conoscendo mia moglie, penso che metterle pressione addosso non sia la strategia più azzeccata e non farà altro che rallentare ancora il corso degli eventi. Poi però arriva la crisi che dà implicitamente ragione a Luciana. Stefania apre una pagina a caso del libro che ha sul comodino e legge dell’addio alla pancia come momento simbolico di separazione tra madre e figlio. Si commuove profondamente. Realizza di non aver dedicato il tempo che avrebbe voluto al pancione, presa dalle urgenze e dai ritmi intensi del lavoro e della famiglia. Contava su queste ultime due settimane di gravidanza per preparare e prepararsi, l’anticipo l’ha spiazzata. Mi sento molto in colpa: negli ultimi tre mesi ho dovuto immergermi nel lavoro giorno e notte, chiedendo davvero molto alla famiglia e a Stefania in particolare, che non ha avuto modo di godersi con calma i mesi di maternità pre-parto. Ne parliamo, coccoliamo un po’ il pancione e un po’ per volta Stefania si tranquillizza. Non c’è altro da fare, a questo punto, che vivere serenamente quel che viene. Ognuno di noi ha fatto tutto quello che poteva nei mesi passati perché tutti avessero il massimo di ciò che spettava loro. Vita è quello che ti capita mentre sei impegnato a fare altri progetti.

24 marzo, ore 16.00. È ora di andare a recuperare Giorgio a scuola. L’idea era riportarlo a casa e vivere insieme il resto del giorno. È evidente, però, che Stefania ha bisogno di un po’ tempo per sé, per riposare e concentrarsi. Non abbiamo ancora detto nulla ai nonni di quello che sta succedendo, ma decidiamo di coinvolgere i miei genitori e far tenere loro Giorgio fino a cena. Vado però a prenderlo io, per raccontargli come sta procedendo l’arrivo di Gea. Lui è tranquillo e sereno. È contento di andare dai nonni, restiamo d’accordo che cenerà con loro e che passerò a prenderlo subito dopo, se non ci sono sviluppi. Quando torno a casa, Stefania e Luciana stanno facendo un altro monitoraggio, che però non dà segni di novità imminenti.

24 marzo, ore 17.30. Il pomeriggio prosegue senza eventi rilevanti. Ognuno fa le sue cose, preso dai propri pensieri. Preparo un the per Stefania e Luciana. Avverto pressione su Stefania, cerco di smorzarla come posso. È un pomeriggio lungo, dilatato, senza trama. Luciana ha preso il resto dell’attrezzatura dalla sua auto. La palla, sulla quale Stefania ondeggia per sgranchire la schiena. Gonfia in salotto la piscina portatile, che potrebbe essere utile durante il travaglio. Decidiamo di tenerla in un’altra stanza della casa fino al momento opportuno, per evitare che rientrando Giorgio si faccia venire voglia di un tuffo fuori programma.

24 marzo, ore 19.30. Decidiamo di prendere una pizza per cena. Vado a prenderla vicino a casa, nella nostra pizzeria di fiducia, ma quando torno Stefania sta facendo un nuovo monitoraggio e la lasciano raffreddare. Io la mangio comunque, per andare poi a prendere Giorgio dai nonni.

24 marzo, ore 20.30. Trovo Giorgio molto tranquillo e sereno. Gli spiego che cosa sta succedendo a casa, lui riceve le informazioni con la solita apparente noncuranza. Avrà davvero capito? Starà realizzando? Certe volte vorresti entrare nella sua testa per vedere che cosa gli passa per la mente. Mi aspettavo di dover fronteggiare l’ansia dei nonni, invece – pur comprensibilmente emozionati – sono molto sereni anche loro. Li preparo all’idea che potrebbero non esserci novità rilevanti fino a notte fonda o addirittura mattina.

24 marzo, ore 21. Rientro in casa con Giorgio. Stefania e Luciana ci accolgono con apparente tranquillità, ma mi fanno capire che il travaglio è finalmente partito. Esauriti i convenevoli, accelero le procedure di preparazione alla nanna. Lui, nonostante le innumerevoli opportunità di distrazione, si lascia convincere con straordinaria facilità. Bisognini, pigiama, denti, storia, ninna nanna, bacio della buonanotte: tutto fila liscio come quasi mai accade. Io nel frattempo fremo un po’ per poter tornare in salotto appena possibile. Mi aspetto che Giorgio percepisca e amplifichi la mia tensione, invece fino all’ultimo è collaborativo e conciliante. Nonostante ultimamente sia abituato ad andare a dormire con la mamma, si adatta con piacere alla mia presenza. Temo che, come spesso succede, ci richiami almeno una volta nella sua camera. Non lo sentiremo più fino al mattino successivo.

24 marzo, ore 21.20. Quando torno in salotto Stefania è a quattro zampe sul divano che vocalizza, accompagnata da Luciana. Le contrazioni sono iniziate e già lavorano spedite. Come ci aspettavamo, una volta partito il travaglio tutto avviene velocemente. Io non so bene che cosa fare, non ho una collocazione in quel contesto così visceralmente femminile. Riconosco in Stefania quella concentrazione così particolare che mi aveva colpito nel giardino di casa, tre anni e mezzo prima. Nonostante la nostra casa sia di certo più accogliente di un ospedale, manca un pizzico di magia rispetto a quell’occasione. Ma non c’è tempo per i dettagli, capisco che la dilatazione è praticamente completa e che è questione di minuti. Protesto tra me e me: almeno questa volta datemi il tempo di trovare il filo degli eventi, voglio essere concentrato anch’io, assaporare il momento e non rincorrere affannosamente gli eventi. Non sarò esaudito.

24 marzo, ore 21.40. Stefania chiede a Luciana se proprio non è rimasto più margine ormai per andare un po’ nella piscina. Sente il bisogno di essere a contatto con l’acqua, così come a suo tempo, nel caso di Giorgio, sentiva la necessità di essere a contatto con la terra. Aiuto Luciana, che è sorprendentemente veloce e organizzata, a posizionare la piscina gonfiabile e a riempirla di acqua prendendo l’acqua dal bagno attraverso un tubo che si avvita nel rubinetto.

24 marzo, ore 22. Stefania è nell’acqua, il cui livello e la cui temperatura salgono un po’ per volta. Cerca una posizione comoda. La trova coricata su un fianco, con la testa appoggiata al bordo della piscina e una gamba ripiegata. Le contrazioni sono forti e si susseguono una dopo l’altra. Non ha quasi tempo di recuperare, ma la riconosco con orgoglio nella sua capacità di dominare la loro intensità e di lavorare insieme a loro perché la natura faccia il suo corso.

24 marzo, ore 22.15. Sono alle spalle di Stefania, l’accarezzo, la sostengo come posso facendole da appoggio durante le ondate cicliche. Spinta dopo spinta, comincio a intravedere una macchia di capelli, lì dove ogni vita comincia. Una spinta, due spinte, tre spinte, una rotazione e voilà, prima che occhi e razionalità mettano a fuoco quel che c’è da mettere a fuoco, nella penombra si intravede un corpicino sgusciare nell’acqua tiepida.

24 marzo, ore 22.20. Gea è arrivata, Gea è tra noi! Riconosco tutto: il mio disorientamento, il corpicino bislungo che ritrova un po’ per volta le sue fattezze dopo la grande prova, il primo respiro, il primo vagito, le prime esplosioni di istinto materno e di smarrimento paterno. Gea è scivolosa, completamente ricoperta di vernice caseosa. La mamma la tiene parzialmente immersa nell’acqua tiepida, la accerezza, mentre lei s’accucciola nella conca delle sue gambe. Non c’è nessuna fretta questa volta: aspettiamo a lungo che il cordone ombelicale smetta di pulsare e che il legame fisiologico tra mamma e figlia completi il suo corso. Alla fine papà fa la sua parte maschile e cruenta, recidendo fisicamente e simbolicamente quel ponte.

24 marzo, ore 22.40. A Stefania tornano i brividi e ripartono le contrazioni. È la placenta, che reclama di essere espulsa. Luciana prende Gea, l’avvolge in un asciugamano e me la passa, poi aiuta Stefania in quest’ultima fase. Io saluto la mia bimba, cerco di stabilire un contatto, ma sembra ancora tutto così irreale. Quando la placenta esce, Luciana la prende, la esamina e la mette da parte: dopo essere stata per nove mesi fonte di vita per Gea, ora può essere ancora fonte di nutrimento per la natura. Tradizione suggerisce che la si usi come concime naturale per una pianta, nuova come la vita appena arrivata, da piantare in giardino. Lo faremo alcune settimane dopo, nel giardino dei miei suoceri, dividendo la placenta in due per coinvolgere anche Giorgio e un secondo alberello, dal momento che con lui, a suo tempo, non ci fu la possibilità di vivere anche questa cerimonia.

24 marzo, ore 22.55. L’acqua ormai ha un aspetto piuttosto vissuto e si sta raffreddando in fretta. Stefania si alza lentamente, l’avvolgiamo nell’accappatoio e la sistemiamo sul divano con Gea. È il loro primo contatto fuori dall’acqua, il primo timido tentativo di Gea di avvicinarsi al seno, ma è soprattutto il meritato momento delle tenerezze e del riposo dopo le fatiche e le emozioni delle ultime ore. Diamo anche a Gea il benvenuto con la formula degli aborigeni australiani, così vicina alla nostra visione del mondo: “Sappi che sei amata e sostenuta in questo tuo viaggio. Io parlo dal dietro dei miei occhi, dalla parte del Sempre che è in me, e mi rivolgo al dietro dei tuoi occhi. Mescolo la mia aria con l’aria di tutta la tua vita affinché entri in te. Tu non sei mai sola, tu sei collegata al Tutto”. Telefoniamo ai nonni, li rendiamo partecipi delle novità e li mandiamo a letto emozionati ma tranquilli – anche i genitori di Stefania, che fino a quel momento non sospettavano nulla.

24 marzo, ore 23.15. Luciana comincia a svuotare la piscina con una piccola pompa elettrica, ripulendola con stracci e aceto. La aiuto come posso, ma lei è velocissima e organizzatissima. In poco più di mezzora il nostro salotto è tornato alla sua disposizione usuale, come se non fosse successo nulla. Niente urla dietro una porta a vetri socchiusa, immagine vagamente cinematografica a cui per qualche ragione associo il parto in casa, ma luci soffuse, voci delicate e odori familiari. I vicini, venendo a sapere solo qualche giorno dopo di quanto accaduto sopra le loro teste quella notte, si stupiranno di non essersi resi conto di nulla.

25 marzo, ore 00.15. È di nuovo ora di dedicarsi a mamma e bimba. Luciana ci consiglia di non procedere subito col bagnetto: le sostanze che si porta dietro dalla pancia sono molto utili alla sua pelle in queste prime ore all’aria. Ci sarà tempo più tardi, in giornata, dopo una bella dormita. Dopo una veloce visita di controllo, Gea viene pesata e vestita con la sua prima tutina, bella pesantella, vista la stagione ancora piuttosto fresca e lo sbalzo termico rilevante a cui il suo corpicino deve abituarsi un po’ per volta. Poi tocca alla mamma: un controllo che sia tutto a posto e poi si può rivestire anche lei. Il parto dei suoi sogni – in acqua, secondo i suoi ritmi naturali, senza interventi esterni – si conclude in modo trionfale: niente tagli, niente abrasioni, solo una leggera sensazione di bruciore, il minimo sindacale quando un corpicino di tre chiletti appena scarsi ti è sgusciato per quel passaggio angusto.

25 marzo, ore 1.30. Gea dorme tranquilla nella culla. Stefania e Luciana riscaldano la pizza e si concedono quella cena rimandata per diverse ore dal corso degli eventi. Stefania è già in piedi, seduta al tavolo, un po’ affaticata, ma raggiante. Ci confrontiamo su tutto quello che è avvenuto nelle ultime ore, per affogare dolcemente nelle chiacchiere la tensione ancora alta. Mando i primi messaggi agli amici più stretti, sperando di non svegliarli; qualcuno addirittura ci risponde subito, stupito da quella notizia inaspettata e in anticipo. Parliamo a lungo con Luciana, quasi abbarbicati a quella notte, per non farla passare. È magica in un suo modo completamente diverso rispetto alla notte d’agosto di Giorgio, ma altrettanto speciale e unica.

25 marzo, ore 3. Sono quasi 24 ore che non dormiamo, è stata una giornata intensa. Suggerisco a Luciana di non mettersi al volante in quelle condizioni, ma di dormire qualche ora da noi prima di rincasare. Si accontenta di una coperta sul divano, ma alle 6.30 deve comunque partire per onorare un impegno preso a Trieste la mattina stessa. Io e Stefania proviamo a dormire un po’, con Gea in mezzo al lettone. A me si scioglie la tensione tutta d’un colpo; penso a Gea che s’è affacciata in questo mondo, penso a Giorgio che è diventato fratello maggiore e ancora non lo sa, penso all’orgogliosa determinazione di Stefania, penso alla lunga giornata di attesa, penso alla nuova vita in quattro, fatta di equilibri ancora tutti da esplorare, penso a tutto questo insieme e mi commuovo come poche volte mi succede. L’ultima cosa che ricordo di questo giorno infinito sono le carezze di Stefania.

25 marzo, ore 6.30. Notte di sonno leggero, pro forma. Mi alzo per preparare un minimo di colazione a Luciana e aiutarla a portare in macchina tutte le borse che si è portata dietro. Ci diamo appuntamento telefonico dopo qualche ora, tornerà poi a visitare le mie donne nel pomeriggio. L’alba è serena, densa, fresca. Mi vien quasi voglia di fare una passeggiata, ma resisto soprattutto perché non voglio perdermi il risveglio di Giorgio e il primo incontro tra lui e Gea.

25 marzo, ore 7.30. Giorgio infatti si sveglia poco dopo e ci chiama. Gli diciamo di mettersi le ciabatte e di venire nel lettore, che c’è una sorpresa per lui. Lui ci raggiunge calmo, sereno, posato. Ha un sorriso emozionato e dolcissimo. Chiede dov’è la sorellina, la vede addormentata, le si stende accanto. La osserva a lungo, senza bisogno di parole o di cerimonie. Gli facciamo tante coccole, gli spieghiamo che lei sta dormendo e che l’abbiamo coperta bene bene perché non sentisse freddo. Il suo sguardo curioso e commosso, l’espressione al tempo stesso piena di orgoglio e sperduta, quegli occhi resi ancora più profondi dalla visione notturna della telecamera con cui cerco di assicurare un frammento di memoria di questo momento sono forse l’immagine che più mi entrerà dentro di queste giornate straordinarie di marzo, di certo quella che più spesso mi tornerà alla memoria nei giorni successivi.

25 marzo, ore 8. Comincia la nostra vita a quattro. Comincia una nuova avventura, misteriosa ed elettrizzante per due genitori entrambi figli unici. Comincia una relazione tra due fratelli che si conosceranno un po’ per volta, ma il cui destino sarà da questo momento strettamente intrecciato. Cominciano le settimane che mi renderanno più orgoglioso che mai del mio piccolo ometto, così dolce e protettivo verso questa sorellina ancora inespressiva e rinchiusa nel guscio dei suoi istinti primordiali. Ci saranno telefonate, messaggi, visite, poppate infinite, coliche, notti insonni, documenti da fare, corse per riuscire a tenere in equilbrio le urgenze di lavoro e la vita di famiglia. Ma questa è già un’altra storia, che ancora non sono capace di raccontare.

So solo che ho accanto una donna speciale, a cui invidio quel contatto così consapevole e profondo con la luce dell’esistenza. E due bimbi che, con una buona dose di pazienza, mi lasciano recitare la parte di quello che ha un sacco di cose da insegnare loro, anche se poi magari è vero il contrario.