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Reimmaginare il mondo

Me lo sono ascoltato e letto tutto, il discorso di ieri di Barack Obama all’Università del Cairo. Trovo che sia una di quelle pagine di storia che vanno ritagliate e conservate. M’è sembrato il contrario di tutto ciò che la diplomazia dello stato forte suggerisce di fare, e in quanto tale un notevolissimo atto di coraggio e di buon senso.  Quanto ne avevamo bisogno, quanto bisogno avremmo di altri leader di buon senso.

So long as our relationship is defined by our differences, we will empower those who sow hatred rather than peace, those who promote conflict rather than the cooperation that can help all of our people achieve justice and prosperity.  And this cycle of suspicion and discord must end. […] There’s so much fear, so much mistrust that has built up over the years.  But if we choose to be bound by the past, we will never move forward.  And I want to particularly say this to young people of every faith, in every country — you, more than anyone, have the ability to reimagine the world, to remake this world. […] All of us share this world for but a brief moment in time. The question is whether we spend that time focused on what pushes us apart, or whether we commit ourselves to an effort — a sustained effort — to find common ground, to focus on the future we seek for our children, and to respect the dignity of all human beings.

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Il succo

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter’s courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent’s willingness to nurture a child, that finally decides our fate.

Il video. Il testo in inglese. Il testo in italiano.

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Le volpi italiane e l’uva americana

Lo aveva anticipato a caldo Beppe Severgnini: nei prossimi giorni in tanti si affretteranno a sminuire la vittoria di Obama, non date loro retta. E infatti nella settimana passata è stato tutto un fiorire di distinguo. Obama è freddo, cinico, opportunista ed egocentrico: probabile. Fin qui sono state solo parole: inconfutabile. È soltanto una moda: certo gioca anche quella. Sull’Iran ha detto le stesse cose che diceva Bush: gli americani non hanno eletto mica il presidente svizzero. Non potrà certo stravolgere gli Stati Uniti e il mondo in quattro anni: oh, mi sorprenderebbe il contrario.

Quello che proprio non capisco è come noi italiani possiamo essere tanto cinici: fare gli schizzinosi rispetto al programma della nuova amministrazione americana, per esempio, a me suona come se un bimbo denutrito facesse il prezioso di fronte al menu di un ristorante di lusso. Hai voglia a dire che sono solo parole: noi, per ora, non abbiamo avuto nemmeno quelle. Cioé, le parole sì: tante, troppe e fumose. Leggetevi quel capolavoro di sintesi, visione, chiarezza e semplicità che Obama e Biden hanno proposto ai loro concittadini. Su Apogeonline abbiamo voluto dare il nostro contributo traducendo tutta la parte relativa alla tecnologia: ogni parola scritta a proposito di Internet è un concentrato di competenza e idee chiare, non c’è una riga che non sia quanto meno allo stato dell’arte.

Questo non implica alcuno sconto a prescindere sull’analisi critica di come tutto ciò verrà trasformato in pratica, né il foderarsi gli occhi di prosciutto davanti ad alcuni temi controversi – come la riforma del copyright, che lascia aperte molte porte. Ma proprio noi, che ci concediamo il lusso di votare partiti privi di una importante visione dell’innovazione, costantemente indietro di un passo rispetto alla maturazione tecnologica del paese, ostinati nel girare intorno al valore strategico della ricerca, beh proprio noi non credo possiamo permetterci di far tanto gli strafottenti senza apparire straordinariamente ridicoli.

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Potremmo anche noi

Sia chiaro, oggi ci ho messo anch’io del mio, dunque farei meglio a tacere. Però ora basta compiangerci, su. Sì, ok, con un Obama davanti che ti sprona vien tutto più facile. Fortunati gli americani e disgraziati noi, d’accordo. E di Obama ne nasce uno ogni cinquant’anni in tutto il mondo, forse. Poi noi qui abbiamo il governo che abbiamo e l’opposizione che abbiamo, va bene. Però: Obama è stata la scintilla, il gas ce lo hanno messo i cittadini americani no? Non parlo solo delle elezioni, parlo di tutto quello che la campagna di Obama ha fatto nell’anno e mezzo precedente. Possiamo almeno cominciare a lavorare sul combustibile, non vi pare?

Benché, come molti, abbia subito il fascino di quei due o tre momenti di grazia a misura di fotografi e telecamere (il comizio sotto la pioggia in jeans e scarpe da tennis, soprattutto) o la disinvoltura con cui ha acceso costellazioni di presenze online, quel che più ho apprezzato di Obama fin qui è l’essenza del suo appello al cambiamento. Che non è stato solo – lo scrivevo già oggi – un “aiutami a costruire il mio progetto, fammi vincere le elezioni”, ma piuttosto un “datti da fare per migliorare il tuo mondo, rimetti in moto il tuo senso civico, fatti venire idee per migliorare la vita della tua famiglia, della tua città, della tua nazione, assumiti le responsabilità che ti spettano per il fatto stesso di stare a questo mondo e, se ti va, condividile con noi e lavoriamoci insieme”. Tanto più ha funzionato, in America, quanto più sembrava fosse un esercizio di stile che mai sarebbe stato premiato con una vittoria concreta. Ci hanno provato, han visto che succedeva qualcosa, ci han preso gusto.

Ecco, questo potremmo già farlo, no? Molti già lo fanno, qualcuno ci prova, qualcuno non sa da dove cominciare. Ma per lo più ci fa comodo mascherarci dietro all’idea che siccome siamo governati da un manipoli di vegliardi fuori dal tempo (e spesso anche della decenza) non ha senso impegnarsi. E anzi, siamo quasi autorizzati a dare il peggio di noi. Forse dovremmo smettere di pensare alle elezioni. Forse dovremmo smetterla di perdere tempo dietro alla mediocrità di chi ci rappresenta. Forse dovremmo pensare di cambiare quello che possiamo nel nostro piccolo e a come possiamo unire sforzi contigui per salire un po’ per volta di livello. Se qualcosa stiamo imparando da Internet e dalle reti sociali, questo è che l’innovazione può sgorgare in ogni momento da ogni punto e che la spinta è tale solo se è sostenuta dal basso. Il basso, il livello base, quello da cui tutto inizia è ciascuno di noi. Se non comincia nulla è anche colpa nostra, per definizione.

Come tutti, per formazione civica/scolastica/istituzionale, sono stato convinto a lungo che per cambiare le cose sarebbe servito un grande leader. Ci ho messo anni per arrivare all’idea che il leader il più delle volte non arriva oppure è affaccendato altrove. Ma soprattutto che l’unico modo che abbiamo a disposizione per cambiare il mondo è lavorare su noi stessi e sull’esempio che per il solo fatto di esistere e fare cose forniamo a chi ci bazzica intorno. Avere un figlio, in questo senso, è straordinariamente utile: fin da piccolissimo è lo specchio dei tuoi difetti, te li spiattella sotto il naso in continuazione (ed è per questo, forse, che ci si arrabbia tanto coi bambini). Educare un figlio significa per lo più educare te stesso a dare sempre il meglio, senza sconti o giustificazioni. È una terapia che consiglio a tutti.

Quindi? Quindi non lo so. Ma forse non dovremmo stare qui a compiangerci e ad aspettare il nostro Obama. Potremmo invece – yes, we can – ricavarne nuovo vigore nel seminare buone idee a fondo perduto. Nel connettere le nostre buone volontà in rete. Nel condividere le idee che ci passano per il cervello. Nel collaborare affinché circoli combustibile. Che non si sa mai da dove può arrivare la prossima scintilla.

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Shift happens

Mettiamola così: era molto, molto tempo non mi capitava di essere in sintonia con l’autista del grande autobus scassato su cui un po’ tutti viaggiamo. E penso che, benché tutta ancora da capire, quest’ultima sterzata inattesa sia la cosa migliore che potesse accadere. Alla mia generazione, disillusa da decenni di cinismo e a cui una classe politica impresentabile ha rubato gli anni migliori. E a quella dei nostri bimbi, il cui futuro per una volta mi spaventa meno. Forse non sarà ancora vero cambiamento, ma è un inizio. Ed è un bell’inizio.

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