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Pacatamente, ma anche severamente

Gustavo Zagrebelsky oggi su Repubblica:

Professore, che succede?
“Apparentemente, un conflitto tra forma e sostanza”.

Apparentemente?
“Se guardiamo più a fondo, è un abuso, una corruzione della forza della legge per violare insieme uguaglianza e imparzialità”.

Perché? Non si trattava invece proprio di permettere a tutti di partecipare alle elezioni?
“Il diritto di tutti è perfettamente garantito dalla legge. Naturalmente, chi intende partecipare all’elezione deve sottostare ad alcuni ovvi adempimenti circa la presentazione delle candidature. Qualcuno non ha rispettato le regole. L’esclusione non è dovuta alla legge ma al suo mancato rispetto. È ovvio che la più ampia “offerta elettorale” è un bene per la democrazia. Ma se qualcuno, per colpa sua, non ne approfitta, con chi bisogna prendersela: con la legge o con chi ha sbagliato? Ora, il decreto del governo dice: dobbiamo prendercela con la legge e non con chi ha sbagliato”.

E con ciò?
“Con ciò si violano l’uguaglianza e l’imparzialità, importanti sempre, importantissime in materia elettorale. L’uguaglianza. In passato, quante sono state le esclusioni dalle elezioni di candidati e liste, per gli stessi motivi di oggi? Chi ha protestato? Tantomeno: chi ha mai pensato che si dovessero rivedere le regole per ammetterle? La legge garantiva l’uguaglianza nella partecipazione. Si dice: ma qui è questione del “principale contendente”. Il tarlo sta proprio in quel “principale”. Nelle elezioni non ci sono “principali” a priori. Come devono sentirsi i “secondari”? L’argomento del principale contendente è preoccupante. Il fatto che sia stato preso per buono mostra il virus che è entrato nelle nostre coscienze: il numero, la forza del numero determina un plusvalore in tema di diritti”.

(…)

Quindi, nel merito, il decreto viola la Costituzione?
“Se fosse stato adottato indipendentemente dalla tornata elettorale e non dal governo, le valutazioni sarebbero del tutto diverse. Dire che il termine utile è quello non della “presentazione” delle liste, ma quello della “presenza dei presentatori” nei locali a ciò adibiti, può essere addirittura ragionevole. Non è questo il punto. È che la modifica non è fatta nell’interesse di tutti, ma nell’interesse di alcuni, ben noti, e, per di più, a partita in corso. È un intervento fintamente generale, è una “norma fotografia””.

Siamo di fronte a una semplice norma interpretativa?
“Quando si sostituisce la presentazione delle liste con la presenza dei presentatori non possiamo parlare di interpretazione. È un’innovazione bella e buona”.

E la soluzione trovata per Milano?

“Qui si trattava dell’autenticazione. Le formule usate per risolvere il problema milanese sono talmente generiche da permettere ai giudici, in caso di difetti nella certificazione, di fare quello che vogliono. Così, li si espone a tutte le possibili pressioni. Nell’attuale clima di tensione, questa pessima legislazione è un pericolo per tutti; è la via aperta alle intimidazioni”.

Lei boccia del tutto il decreto?
“Primo: un decreto in questa materia non si poteva fare. Secondo: soggetti politici interessati modificano unilateralmente la legislazione elettorale a proprio favore. Terzo: si finge che sia un interpretazione, laddove è evidente l’innovazione. Quarto: l’innovazione avviene con formule del tutto generiche che espongono l’autorità giudiziaria, quale che sia la sua decisione, all’accusa di partigianeria”.

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Banalità del giorno dopo

Una delle cose che mi incuriosisce di più, in queste ore, è la quantità di persone che mi dice: eh, ma io lo sapevo, perché io sono sempre in giro e sentivo ben quello che pensava la gente. Sottointendendo: mica come te, che sei sempre davanti al computer. Magari hanno ragione. Sul filtro apparentemente distorto delle reti sociali in Rete ragiona stamattina Vincenzo Caico, sottovalutando forse il fatto che queste si formano in modo abbastanza spontaneo e sulla base di affinità personali e professionali reciproche. Difficile pensare che queste affinità, pur nella miriade di sfumature concesse dalla politica italiana, non si estendano anche alle scelte elettorali. Soprattutto se in scena ci sono attori che polarizzano simpatie e antipatie come Silvio Berlusconi o la Lega.

L’altro pensiero, stimolato indirettamente dal corroborante richiamo di Beppe Caravita, è qualcosa che ho sempre invidiato alle democrazie più mature (o più plastificate, dipende dai punti di vista). Ovvero la capacità di battersi per le proprie priorità politiche finché ci si gioca le elezioni, ma poi di schierarsi compatti a sostegno (critico) del proprio governo, qualunque esso sia. Dunque, comunque sia andata, il messaggio è abbastanza chiaro: abbiamo (quasi) un nuovo governo, il quale godrà pure del dono (raro) della governabilità. Fino a prova contraria, sarà il governo di tutti gli italiani. Auguri di buon lavoro.

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L’editoriale

[…] Un’’Italia così mi disgusta, certo. Forse dovrei essere più compassionevole, ma vengo da un’’altra cultura. Posso solo prendere un impegno serio, che è migliorare me stesso. Tra l’’altro c’’è molto da fare. Credo laicamente alla teoria per cui i miglioramenti interiori portino benefici a ciò che hai intorno. […]

Suzukimaruti, L’opportunità del male – riflessioni postelettorali stranamente serene

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Silenzio elettorale

Curioso: finora i blog dei candidati mi hanno aiutato a capire soprattutto chi *non* ho intenzione di votare. E anche laddove mi fosse rimasto qualche dubbio, spesso ci pensano le interviste e i reportage dal basso di iniziative spontanee come qui da noi Polisnaonis per completare il quadro delle preferenze mancate (che alle regionali ci permettiamo ancora il lusso di scegliere le persone, neh).

L’altro pensiero che ho oggi, al termine di una campagna elettorale insolitamente veloce, è: pensavo peggio. Chi ha ripetuto i soliti argomenti stucchevoli e circensi l’ha fatto tutto sommato con scarsa convinzione e limitata insistenza. Chi ha provato a fare qualcosa di diverso, in linea di massima ci ha messo più impegno di quanto avrei pensato. Aveva ragione Giuseppe qualche settimana fa: basta un po’ di coraggio per fare innovazione (e avendone un altro po’ si potrebbe fare ancora meglio).

Quindi ho le idee chiare? Sì: le campagne elettorali sono inutili, chiacchiere al vento, quintali di carta al macero, festival delle promesse a cui nessuno presta nemmeno più attenzione, carrozzoni di persone che vanno di fretta e non hanno davvero tempo di ascoltare. Ma con mille distinguo sulle strategie, diverse distanze in merito alle liste, persistente mancanza di empatia col leader, abbondante delusione sulle politiche di innovazione e consistente timore di ingovernabilità, domani vado là e metto una croce sul PD. E vediamo quanti giorni ci metto questa volta a dire “ma che diavolo m’è saltato in mente”.

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Il sabotatore

Sotto elezioni rispondo in media a un sondaggio alla settimana. Detesto chi estrae a sorte il telefono di casa, mentre non mi dispiacciono affatto le comunità online degli istituti di rilevazione (Swg, per esempio, ne ha una): ti mandano un link discreto via email, se vuoi rispondi sennò amici come prima. Prendo molto seriamente questo compito, nonostante una certa ritrosia nel vedere i numeri aggregati eletti malamente a opinione pubblica.

Mi pare, però, che coi sondaggi elettorali ora si stia davvero esagerando: non ce l’ho con i sondaggisti, ce l’ho con partiti e giornali. Se quei numeri devono essere strillati, calpestati e strumentalizzati in modo così mediocre – nonostante, poi, le cifre nude e crude siano accessibili per legge a chiunque sull’apposito sito della Presidenza del Consiglio – allora tanto vale violentarli all’origine. Il patto reciproco di intelligenza tra chi dona la sua opinione, chi la raccoglie e chi se ne serve mi pare compromesso. Se mi ricapita, dunque, risponderò in modo del tutto casuale rispetto alle intenzioni di voto. Voi continuate pure a farne l’argomento principale di questa campagna elettorale. Ne riparliamo il 14 aprile.

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Tecnicamente

Le leggi le fa il parlamento, giusto? E il parlamento è ancora nel pieno delle sue funzioni, esatto? Allora mi chiedevo: quanto ci vorrà a mettersi d’accordo su una legge elettorale semplice, chiara, senza giochetti, sufficiente a garantire stabilità di governo e quant’altro? Non è così difficile: si tratta di contare i voti dei cittadini e attribuire i seggi di conseguenza, il resto è sovrastruttura politica che avvantaggia l’uno o l’altro e rende precarie le maggioranze secondo convenienza. Diciamo due mesi di lavoro fitto fitto? Tre, ok, vada per tre. Fanno una sessantina di giorni lavorativi, che moltiplicati per il numero dei parlamentari dà qualcosa come 56.700 giorni uomo.

Per questo non serve un governo incaricato, più o meno temporaneo, mi pare: serve una maggioranza qualificata quanto basta per approvare la legge elettorale ai termini di costituzione. E quella, a quanto pare, ce l’abbiamo a prescindere: abbiamo eletto 945 persone apposta per votare a favore o contro i provvedimenti legislativi. Chiaro, non puoi lasciare un paese senza governo per tre mesi oltre ai tempi tecnici di convocazione dei comizi elettorali eccetera eccetera (diciamo altri tre mesi, con procedura d’urgenza? Li vogliamo moltiplicare per il numero di funzionari disponibili?). Ma se ci limitiamo all’ordinaria amministrazione, regime in cui già si trova il governo sfiduciato, magari possiamo tirare avanti quanto basta. Oppure potremmo fare un governicchio istituzionale di emergenza nazionale, snello snello, che copra questi sei mesi di sudori parlamentari e mandi avanti la baracca senza troppe implicazioni politiche.

Siamo quasi in febbraio. Sei mesi e arriviamo a luglio. Vuoi non fare le vacanze in agosto, dopo cotanta spremitura di meningi? Ok, vacanze concesse, intanto sciogliamo le camere e diamo una ripulita alla moquette. Il primo weekend di settembre elezioni. Entro due giorni risultati certi. Entro una settimana insediamento del nuovo parlamento. Entro altri dieci giorni incarico al nuovo presidente del consiglio, lista dei ministri, giuramento, fiducia del nuovo parlamento. A ottobre torniamo a essere un paese civile, nel pieno delle sue funzioni.

Tecnicamente: quanti dettati costituzionali ho infranto? Quali vincoli non strettamente politici/consuetudinari ho clamorosamente sottovalutato? A ottobre ne riparliamo, e vediamo a che punto – in realtà – saremo arrivati.

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