Archivi tag: giornalismo

Il punto sull’integrazione carta-web in Italia

Nei giorni scorsi è uscita la prima relazione del gruppo di lavoro sull’evoluzione della professione istituito dall’Ordine dei giornalisti. Quadro aggiornato sull’integrazione carta-web nell’informazione italiana, questa raccolta di appunti è  interessante perché raccoglie in modo sintetico molte testimonianze di prima mano, in un viaggio nelle redazioni italiane che copre a campione le testate tradizionali, quelle native digitali, le agenzie e i service di nuova generazione.

A margine del rapporto compaiono alcune interviste a esperti del settore, tra cui Giovanni Boccia Artieri («Non credo che le informazioni stiano su Twitter, solo che su Twitter abbiamo la sensazione di vederle emergere mentre su Facebook hanno senso se e perché finiscono nel flusso dell’utente»), Mafe De Baggis («È cambiata la società intera ed è cambiata più per la pillola anticoncezionale e i voli low cost che per il digitale»), Luca Conti e Stefano Quintarelli. Pier Luca Santoro ha raccolto anche la mia opinione, che riporto qui per tenerne traccia.

 

Qual è l’impatto dei media digitali sul giornalismo?

Dal punto di vista del metodo nessuno: il giornalismo resta quello che è sempre stato, una funzione vitale per la società che continua ad adeguarsi nei decenni a canali e grammatiche differenti. Cambiano le pratiche, i ruoli operativi, i modelli di business, ma il giornalismo resta e resta se stesso. I media digitali stanno promuovendo soprattutto un sano ritorno all’artigianato, dopo trent’anni di esasperazioni industriali.

Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale?

Un grande alleato. Posto che fatico sempre più a distinguere un’informazione fatta da professionisti e un’informazione fatta da non professionisti. Tutti fanno informazione, secondo diversi livelli di qualità, precisione e indipendenza. L’aspetto professionale subentra a un diverso livello, nella capacità e nella continuità del professionista di andare a fondo nelle questioni e assistere il filtro comunitario diffuso della rete a far emergere il meglio, i dati di fatto, le notizie verificate.

La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologica e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante?

La dote più importante è tenersi aggiornati e continuare a studiare con curiosità: una duttilità alla formazione personale permanente, la voglia di sporcarsi le mani, di imparare sbagliando. Non sono materie stabilizzate, evolvono in continuazione. Sono create in continuazione e in modo collaborativo dalle persone che le studiano. La formazione professionale può essere soltanto scintilla, poi il fuoco va tenuto acceso con i propri mezzi e la propria costanza. Le specializzazioni passano e passeranno in fretta, si caleranno naturalmente nella professionalità che verrà data per scontata in un addetto professionale all’informazione, come oggi sono scontate la videoscrittura, la pubblicazione in internet o la comunicazione via email.

Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti?

La curiosità, la capacità di andare a fondo nelle questioni trattate, una certa predisposizione alle relazioni e, sempre più, specializzazione.

È il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori?

È un problema di business, che siamo lontani dal risolvere perché continuiamo ad applicare schemi mentali e processi editoriali che appartengono a media precedenti. È necessario abbandonarsi ai processi – semplici, ma controintuitivi – della rete per capire fino in fondo la rete, per comprendere i meccanismi di produzione del valore e immaginare come trasformarli in rendita economica.

È il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra?

È la non comprensione della struttura di base e dei meccanismi della rete.

Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista?

In realtà dal mio punto di vista è un unico grande canale, in cui circolano come liquidi frammenti di informazione liberi di ricombinarsi secondo necessità e priorità individuali. I social network accelerano la scomposizione dell’informazione in frammenti e massimizzano il processo creativo individuale nel ricombinarli. Ma di per sé non cambiano né il giornalismo in sé né il mestiere di giornalista. Cambiano i formati, le logiche operative, le grammatiche, il ruolo in relazione alla comunità delle persone interconnesse.

Dovendo fare una previsione, quale scenario per l’informazione italiana?

Continuerà a sbagliare a lungo. Poi forse un giorno uno dei maggiori giornali online si affrancherà dalla tirannia insensata delle metriche quantitative e aprirà una fase nuova. Patiremo sempre, però, l’ appartenenza a un’ enclave linguistica di dimensioni molto contenute, incapace di connettersi alle grandi conversazioni internazionali, di arricchirsene e di contribuirvi.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Il giornalismo è un servizio alla comunità

La miglior definizione di giornalismo, per come lo avverto, lo vivo e provo a raccontarlo in questi anni di transizione:

Journalism is not content. It is not a noun. It need not be a profession or an industry. It is not the province of a guild. It is not a scarcity to be controlled. It no longer happens in newsrooms. It is no longer confined to narrative form.

So then what the hell is journalism?

It is a service. It is a service whose end, again, is an informed public. For my entrepreneurial journalism students, I give them a broad umbrella of a definition: Journalism helps communities organize their knowledge so they can better organize themselves.

Jeff Jarvis, There are no journalists

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Appunti da IJF 2013

Mi porto a casa dai cinque giorni del festival del giornalismo di Perugia due sensazioni forti. La prima è che nel corso di un anno sia aumentata esponenzialmente la consapevolezza della profondità del cambiamento in atto, e che tuttavia a tale consapevolezza non corrisponda ancora alcun progresso sostanziale nelle forme e nelle pratiche del giornalismo (italiano). Sembra sempre tutto uguale a se stesso, pur non essendo affatto uguale: chi sta provando a innovare non ha le risorse per farlo in modo significativo, chi ha le risorse non ha il coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Il nodo restano gli editori e le strategie di riconversione di un’industria che non può più essere industria. In questo senso il festival di Perugia è destinato per ora a essere il nostro giorno della marmotta professionale, ironizzava qualcuno ieri.

La seconda: nella sensibilità media del giornalista italiano mi pare resti intatto l’apartheid funzionale che separa i giornalisti dai cittadini, questi ultimi considerati ancora pubblico, lettori, utenti. Si rivendica, a ragione, il professionismo nell’approccio all’informazione, ma si coglie a stento la conseguenza della rete nella genesi e nella vita della notizia. I giornalisti, perfino le leve più giovani, si considerano ancora parte di un’entità a sé che immette informazione nella rete, non parte attiva della rete. Sembra una differenza da poco, è invece il nodo della questione: non ci sarà giornalismo se non in mezzo alle persone, con le persone, in quanto persone. Non cambia soltanto la distribuzione, ma il processo nel suo complesso. E in profondità. Il giornalismo rinasce e prospera soltanto se torna a essere sistema nervoso della società, non soltanto il suo specchio.

Per chi non c’era, ma anche per chi c’era e come me ha dovuto fare scelte sofferte tra le decine di appuntamenti simultanei, segnalo le centinaia di ore di registrazione già disponibili su YouTube. Per iniziare, consiglio vivamente a chiunque sia interessato agli studi di rete la bellissima discussione tra Antonio Spadaro, Paul Tighe, Luca De Biase e Mario Tedeschini Lalli sul rapporto tra teologia e rivoluzione digitale, che ha offerto chiavi di lettura per nulla scontate e decisamente stimolanti sulla società in rete, sull’umanità condivisa e sul rapporto tra organizzazioni complesse e dinamiche di rete.

(E un grazie speciale ad Arianna Ciccone e Chris Potter, che insieme a tutti i volontari del festival mettono in piedi ogni anno una cosa bella e rara, in Italia.)

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Al festival del giornalismo di Perugia

Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

In cerca di metodo, conoscenza e validazione

Gran parte delle esperienze personali e professionali degli ultimi due anni mi hanno portato a ragionare sulla partecipazione civica. Non me la sono cercata, sta di fatto che gli ultimi approfondimenti in campo tecnologico, giornalistico e politico mi han portato tutti lì. La chiamiamo dimensione iperlocale o giornalismo di comunità, a seconda dei casi, ma ha sempre a che fare con l’evoluzione della società dalle gerarchie al peer to peer e con il declino dei tradizionali sistemi di mediazione. C’è ancora molto da fare, soprattutto in quanto a consapevolezza e alfabetizzazione rispetto alle grammatiche e alle sensibilità promosse dalla rete, ma ci sono momenti in cui lo strappo è più sensibile. E questa peculiare congiuntura italiana, dopo anni di battaglie di retroguardia vinte ai punti dalle ottuse classi dirigenti che ci siamo dati, è nel bene e nel male uno di questi momenti (do qui per acquisite le riflessioni sull’utopia digi-egualitaria di Mario Tedeschini Lalli).

Insomma, abbiamo finalmente una simil massa critica di cittadini che usano strumenti di espressione pubblica, che condividono idee e competenze, che si aggregano intorno a specializzazioni e interessi, che si coordinano in modo fluido per fare insieme e co-creare la realtà in cui vivono. L’immaginavamo, l’aspettavamo. Ora ci siamo. Più o meno. Quello che personalmente ho sottostimato finora è quanto ci saremmo arrivati malconci, da un punto di vista dei processi democratici e partecipativi. Ma guardandola in positivo – perché nonostante tutto è un meraviglioso momento storico, di quelli in cui hai la possibilità di contribuire a dare forma al mondo con i tuoi gesti e con le tue idee – sento urgente l’esigenza di riflettere e di inventare strumenti in grado di mettere a fuoco:

  • un metodo. Non possiamo contare su regole vincolanti imposte dall’alto, dobbiamo agire necessariamente sulle buone pratiche che emergono dal basso. Non c’è più l’arbitro che fischia il rigore, la comunità deve lavorare in modo condiviso sui premi e sulle sanzioni che, agendo sulla reputazione dei singoli nodi, favoriscano il rispetto di alcuni principi condivisi. Principi come l’accuratezza, l’imparzialità, l’indipendenza, la legalità, per ispirarsi al lavoro di ricerca sui media civici di Fondazione Ahref. Principi che vengono poi declinati in una serie di indicazioni sul trattamento delle fonti. Principi che da dodici anni stanno, per esempio, alla base del lavoro editoriale di Wikipedia. Comunque sia, sta a noi: se vogliamo che l’ecosistema civico migliori ed evolva, dobbiamo, ciascuno nel nostro piccolo, dare il buon esempio, contribuire alla diffusione di culture e competenze digitali, agire in modo rigoroso sia nella pubblicazione di contenuti sia nella selezione, aggregazione e valorizzazione dei contenuti altrui.
  • sistemi di gestione della conoscenza. Non esistono, al momento, strumenti efficienti di gestione e di sistematizzazione della conoscenza di una comunità. In tempi di abbondanza di informazione e flussi di notizie iperveloci, la conoscenza collettiva è una risorsa ancora scarsa, incompleta e affidata quasi esclusivamente agli albi pretori, alle emeroteche e alle biblioteche. Basti pensare a come, al termine di ogni mandato amministrativo, viene sostanzialmente azzerata la conoscenza delle questioni correnti, che non sedimentano se non nel distillato assai minoritario e burocratico degli atti formali. Nei settori operativi di un’amministrazione si finisce molto spesso per rivolgersi al funzionario più anziano, quando si ha la necessità di ricostruire questioni complesse e di lunga durata: se questi va in pensione, si genera un buco di memoria storica e di pensieri lunghi. Anche in campo giornalistico sono sempre meno i professionisti che mantengono archivi personali su situazioni e personaggi, che comunque non vengono mai condivisi in pubblico se non sotto forma di articoli e libri, coi limiti di cui sopra. Tutto ciò che non è ancora storia e non è più notizia di attualità viene sottoposto il più delle volte a trattazioni deficitarie, incomplete e improvvisate, quando non malevolmente condizionate da interessi particolari. Il dibattito civico, mentre viene progressivamente trasferito in rete, ne risente e si impoverisce, viene agevolmente manipolato. Di qui la necessità di dare forma a depositi di conoscenza condivisa, wiki di rilevanza (iper)locale, sistemi di contestualizzazione delle notizie che lavorino sulle mille possibili relazioni tra le notizie del giorno e le vicende del passato. Sarebbe, questo, terreno di evidente vocazione giornalistica o editoriale, ma in loro mancanza sospetto che il ruolo propositivo potrebbe essere assunto almeno in una prima fase dalle amministrazioni pubbliche, a garanzia di un approccio neutrale e super partes.
  • infine, sistemi di validazione delle informazioni. Una volta ottenuti con metodo condiviso i contenitori di sapere condiviso, abbiamo per le mani uno straordinario strumento di validazione al servizio della comunità, che permette di depurare sul nascere dibattiti pubblici viziati da informazioni sbagliate, ricostruzioni incomplete e incoerenze di fondo. Non è un interesse puramente accademico: è un supporto fondamentale a disposizione dei filtri collaborativi e spontanei dei cittadini, è un sistema di biasimo condiviso che svergogna chi non misura le parole e si spinge in terreni che non ha praticato a sufficienza. Se i servizi di fact checking oggi sono interessanti, dal mio punto di vista lo sono in quanto palestra di validazione collaborativa molto prima che per le qualità di occasionali start up giornalistiche come Politifact o Pagella politica. Ma, di nuovo, non è l’azione di controllare le dichiarazioni altrui che innesca l’evoluzione: è il ragionare e il costruire i propri argomenti, soprattutto dentro l’ipertesto del web,  in una modalità già pensata per fornire all’interlocutore gli appigli per approfondire, controllare, smontare le tesi fino ad arrivare alla loro essenza.

Una cosa soprattutto mi è chiara, dopo questi mesi di esperimenti e ragionamenti sulle dinamiche iperlocali. Ed è che non ne verremo mai a capo se continueremo a fare i giornali come li stiamo facendo, ad amministrare le istituzioni come le stiamo amministrando e, soprattutto, se continueremo a essere cittadini come lo siamo oggi. L’inerzia delle funzioni delegate non basta più. Il web ha aggiunto la terza dimensione alle nostre proiezioni sociali. È giunto il momento di rinegoziare le deleghe, di superare le mediazioni, di assumersi nuove responsabilità, non per stravolgere ciò che è stato, ma per riempire da capo di senso gli spazi di convivenza civica. Il mondo cambia soltanto se ci rimettiamo in gioco noi, tutti noi, uno per uno, peer to peer.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Il giornalismo che verrà, appunti da Firenze

L’Associazione Stampa Toscana mi ha chiesto di concludere oggi con uno scenario sul “giornalismo che verrà” un corso di formazione per uffici stampa comunali organizzato con Anci Toscana e Ordine dei giornalisti. Questi sono gli appunti su cui ho basato il mio intervento.

1.

Il giornalismo che verrà possiamo immaginarlo soltanto se cambiamo prospettiva. Al momento le nostre energie sembrano concentrate soprattutto sul trasportare nel modo più indolore e redditizio possibile l’informazione dai suoi veicoli consolidati, la carta e la tv, alla rete. La retorica della nostra categoria professionale è piena di conservare, garantire, sopravvivere. Siamo consapevoli che qualcosa cambierà, anche in profondità, ma ci preoccupiamo che questo assomigli il più possibile a ciò che c’era.

Se invece di concentrarci sugli ultimi centocinquant’anni di storia della comunicazione, ovvero sull’epopea dei mezzi di comunicazione di massa, allargassimo lo sguardo per abbracciare l’intera storia della società umana, centocinquantamila anni, la chiave di lettura ci apparirebbe diversa. Forse più pacifica. Abbiamo costantemente ridefinito la nostra relazione con il tempo e con lo spazio. In principio tutto era qui e ora. Con le iscrizioni rupestri abbiamo infranto il vincolo del tempo. Con le tavolette di argilla e creta quello dello spazio. La cultura permane e circola, subendo la spinta decisiva con l’invenzione della stampa. Poi l’elettricità, l’elettronica, i primi computer, le reti, internet, in un’accelerazione formidabile. Oggi le informazioni circolano ovunque e subito. Da uno a uno. Da uno a pochi. Da uno a molti. E oggi, potenzialmente, da tutti a tutti.

Le nostre difficoltà di oggi sono un accidente della storia. Hanno a che fare molto poco con la sopravvivenza dell’industria giornalistica e molto con il progresso della civiltà. La storia, di cui stiamo scrivendo l’inciso che ci spetta, non comincia con la penny press, ma dai versi elementari nella grotta di un nostro trisavolo. Mettere tutto in prospettiva rende forse più semplice accettare alcune premesse. Che l’industria era tale perché industriali erano le economie dei sistemi di trasporto dell’informazione (e, in un secondo tempo, anche le ambizioni di alcuni imprenditori del settore). Che la rete, non più mezzo di comunicazione ma sistema operativo della società, favorisce il ritorno all’artigianato, in un mondo di hobbisti. Che non è la fine delle mediazioni professionali, ma che alle mediazioni professionali, per sopravvivere, è richiesto un salto di astrazione.

2.

Una componente considerevole della professione giornalistica è stata, negli ultimi decenni, la gestione e l’organizzazione dei mezzi di comunicazione. Questo compito ci è stato tolto, o meglio è stato redistribuito tra tutti i cittadini. L’altra funzione essenziale era dare le notizie: cercarle, controllarle, confezionarle e diffonderle. Ma anche questo compito è stato almeno in parte redistribuito: oggi una parte delle notizie viene già prodotta, verificata e redistribuita senza l’intervento di un giornalista.

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Significa, per esempio, cominciare ad aprire le nostre redazioni, ancora blindate e distanti sia fisicamente che metaforicamente dalla vita della comunità. Negli Stati Uniti, le sedi di alcuni giornali iperlocali sono diventati centri civici, luoghi di ritrovo, bar. Succede anche in Italia, in alcune web-tv.  Il giornalismo sta salendo a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione: è il momento di adeguare le pratiche, gli strumenti, i luoghi della nostra professione. Il prodotto ne è una conseguenza.

3.

Finora abbiamo vissuto di contenuti. I contenuti erano il fine del lavoro giornalistico e il valore che offrivamo e vendevamo alla società. Ma la rete ormai trabocca di contenuti, spesso di valore anche superiore ai nostri. Il contenuto cessa di essere il fine ultimo. Il contenuto diventa uno strumento, l’inizio di una relazione con altri contenuti e con le persone. Il fine del nostro lavoro, ma in realtà il fine di chiunque cerchi valore in rete, è dunque generare relazioni.

Non ricostruiremo un’economia sui contenuti, tanto meno difendendo i nostri articoli e mettendoli sotto chiave. I contenuti hanno bisogno di essere liberi, perché solo circolando liberamente hanno la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e con nuove persone. Lo zoccolo duro di lettori consisterà sempre meno in quelli che riusciremo a trattenere, ma in quelli che conquisteremo in giro per la rete, tra quanti ancora non sanno che esistiamo o che comunque non sapevano avessimo un contenuto interessante per loro.

Generare relazioni implica visione d’insieme, capacità di selezione e sintesi, connessione, condivisione, rilancio di attenzione. Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

4.

Il primo passo potrebbe essere abbandonare concettualmente la centralità del prodotto. La logica dell’ipertesto scardina la sequenzialità dell’informazione e disgrega i contenitori convenzionali: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e facilitandone lo scorrimento in situazioni e luoghi spesso imprevedibili in partenza.

Ragioniamo sempre meno per testate: i lettori citano e rilanciano singoli articoli in virtù del loro valore superiore e della loro originalità, indipendentemente dalla loro provenienza. La testata si riduce a piattaforma di lancio e marchio di fabbrica, che certifica, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei processi editoriali, il metodo e la credibilità.

Stiamo progressivamente cedendo al lettore l’impaginazione delle notizie, la definizione degli ingombri e delle gerarchia di urgenza e valore. Il suo procedere per salti e immersioni crea un equilibrio tutto personale sia per varietà che per qualità. Possiamo facilitare questo processo, favorendo connessioni e suggerendo analogie, ma non dettiamo più noi l’agenda. I giornali online più maturi stanno progressivamente rinunciando all’home page strutturata, reinterpretazione digitale della prima pagina di carta, per sostituirla con un semplice elenco puntato di titoli di notizie. Il valore sta all’interno: ogni pagina, a modo suo, è una home page.

5.

Il fiume Mississippi, negli Stati Uniti, ha ancora oggi la fama di essere insidioso per la navigazione. Si racconta che nel XIX secolo, quando il fiume diventò una delle vie per la conquista del West, la navigazione fosse suddivisa in tante piccole tratte, ciascuna delle quali servita da un battello diverso. Ogni tratta aveva caratteristiche talmente peculiari, che ogni marinaio conosceva soltanto la sua tratta e per la successiva affidava i passeggeri al marinaio esperto del tratto successivo. I giornalisti saranno sempre più come i marinai del Mississippi, specializzati e interdipendenti tra loro. In una rete dove persone e contenuti si aggregano spontaneamente in gruppi di interesse e comunità di competenze, non basta l’occhio indistinto del generalista: serve l’esperienza di una specializzazione, occorrono riferimenti precisi e misure, capacità di inquadrare i problemi, strumenti per sviscerarli, interfacce collaudate per interconnettere specialità e sensibilità differenti.

La scrittura guadagna la terza dimensione, quella dei link e dei riferimenti ipertestuali, permettendo sintesi della complessità che non rinnegano più la possibilità di approfondimento o di argomentazione approfondita. A quali repertori di dati ha fatto riferimento il giornalista? Qual era il contesto originale di una citazione? Il link serve il lettore, aprendo nuove vie al suo percorso di documentazione e favorisce la credibilità dell’autore stesso, rendendo trasparente il suo metodo e le sue fonti. Il costo della verifica delle informazioni, sempre meno sostenibile perfino laddove dovrebbe essere garantito per prassi professionale, è così di fatto condiviso tra autore e lettore.

E ancora sui tagli dell’informazione online: non componiamo più moduli su un menabò, in rete abbiamo a disposizione tutto lo spazio che serve a una buona storia o a una buona causa. Inoltre ogni articolo continua a vivere anche dopo essere stato pubblicato. Si dice spesso che le notizie sul web debbano essere molto brevi ed essenziali, per venire incontro alla scarsa disponibilità di tempo e attenzione di un lettore frettoloso e distratto. Il più delle volte, il lettore non ha fretta: scappa, perché non trova contenuti all’altezza o perché trova l’ennesima copia di una notizia già letta altrove. È un problema di originalità, profondità e qualità della narrazione, non di lunghezza.

6.

Abbiamo ancora tanto da fare, tanto da inventare, tanto da sbagliare. Dentro e fuori la professione, perché intorno a noi stanno maturando fronti altrettanto interessanti e promettenti, come l’open data, il diritto all’accesso alle informazioni pubbliche, il superamento giuridico del copyright e la libera circolazione della conoscenza. Sono tutte battaglie culturali nelle quali spicca non soltanto l’assenza del contributo attivo della nostra comunità professionale, ma spesso addirittura la diffusa mancanza di consapevolezza. Significa che non siamo soli, che l’intera società è alla ricerca di nuovo senso, di nuove modalità operative, di nuove sintesi della complessità in cui siamo immersi.

È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta cambiando il sistema operativo della società: dalla logica gerarchica delle mediazioni, stiamo passando a un’organizzazione reticolare, particolarmente efficiente perché corrisponde alla conformazione naturale della società e al modo in cui da sempre le persone si interconnettono le une alle altre. È un viaggio al buio che pone sfide  nel contempo angoscianti ed entusiasmanti a tutti noi: a chi governa, a chi informa, ma anche ai cittadini, che vedono un po’ per volta erodersi lo scudo delle deleghe che nella società dei processi di massa giustificava un atteggiamento spesso passivo e distaccato.

Abbiamo affrontato epici viaggi verso l’ignoto, nella storia dell’umanità. I grandi esploratori viaggiavano in assenza di vie consolidate e di destinazioni certe, ma si aggrappavano all’unico punto di riferimento certo e assoluto: le stelle e le costellazioni. Il giornalista oggi si mette in viaggio consapevole che deve spogliarsi di molte sovrastrutture e abitudini rassicuranti, ma ha in sé la certezza a cui aggrapparsi: il metodo giornalistico, basato su accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità. Può cambiare tutto nella professione, ma la sopravvivenza del giornalismo non può che passare attraverso questi tratti costitutivi.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Sul giornalismo post-industriale

Ieri è uscito un interessante rapporto della Columbia Journalism School sullo stato del giornalismo e dell’editoria, redatto da C.W. Anderson, Emily Bell e Clay Shirky. Pier Luca Santoro ne fa una buona sintesi in italiano. Nel rapporto si parla apertamente di giornalismo post-industriale e di riallocazione (non sostituzione) della professione del giornalista a un diverso livello dell’ecosistema dell’informazione. Sono due concetti che trovo fondamentali e che avevo provato a mettere a fuoco qualche tempo fa nella prefazione di Giornalismo digitale, saggio di Davide Mazzocco uscito lo scorso ottobre per le Edizioni della Sera. La ripubblico qui.

 

Nel volgere di un quarto di secolo il giornalismo è passato dalla macchina per scrivere all’interazione liquida su internet. L’ultimo tratto di questo percorso non è stato soltanto un aggiornamento tecnologico o l’ennesima automazione dei processi, come poteva essere stata la digitalizzazione delle fasi di scrittura e composizione al tempo dei primi terminali e dei sistemi editoriali integrati. Con la diffusione di internet ha avuto inizio un processo che sta portando la comunicazione nella sua dimensione post-industriale, quasi un artigianato di ritorno. È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta mutando il sistema operativo della società. I mass media erano la struttura portante di una società basata su gerarchie e mediazioni. Con internet stiamo abbracciando una logica reticolare, che si diffonde in fretta perché aderisce perfettamente al modo in cui le persone e le idee si interconnettono naturalmente le une alle altre.

Non è la fine delle mediazioni professionali, ma alle mediazioni professionali è richiesto un salto di astrazione. La società svolge da sé alcune delle funzioni essenziali di cui editori, giornalisti e comunicatori avevano il monopolio e oggi dispone di un acceleratore semplice, economico e distribuito per dare alle informazioni, alle competenze e alle opinioni una dignità pubblica sistematica. Il compito del giornalista sarà sempre meno quello di dare le notizie, perché le notizie saranno date a prescindere dalla sua partecipazione. Il suo ruolo deve dunque salire a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione, laddove un contributo professionale è determinante per fare sintesi competenti, per sviluppare approfondimenti originali, per generare relazioni.

Relazioni è la parola chiave per comprendere la logica operativa della rete, molto più che contenuti. I contenuti sono lo strumento necessario perché sia possibile generare valore, ma il valore nasce dalle interazioni che si creano tra i contenuti e tra le persone. Non è sufficiente che un contenuto sia disponibile, così come finora una notizia veniva semplicemente composta sulla pagina di un quotidiano: deve entrare in relazione con altri contenuti e farsi trovare nei percorsi delle persone che potrebbero esservi interessate. La logica dell’ipertesto scardina non soltanto la sequenzialità dell’informazione, ma i contenitori stessi: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e libera di scorrere ovunque. Giornalista sarà in futuro chi saprà maneggiare questo nuovo liquido, sempre meno adattabile al concetto tradizionale di giornale o di testata. Giornalista sarà chi saprà ricostruire provenienze, certificare dati di fatto, moltiplicare le destinazioni, ovunque se ne presenti la necessità.

Nel social network della vita di tutti i giorni, il giornalista torna a essere nodo tra i nodi, uno tra pari. Non ha più strumenti eccezionali né superpoteri, ma alle capacità accresciute del cittadino comune può affiancare continuità e professionalità di impegno, maggiore completezza negli strumenti culturali e specializzazioni in grado di contribuire in modo significativo al filtro diffuso e collaborativo della società. Il giornalista è per vocazione un hub, uno snodo vitale della rete sociale per la sua capacità di alimentare e mettere in connessione altri nodi tra loro. Il giornale, qualunque forma esso possa assumere nel prossimo futuro, non potrà più essere uno strumento che entra nell’ecosistema da fuori: deve nascerci dentro, facendo sintesi di quanto al suo interno emerge e s’agita.

Siamo in transizione. Abbiamo abbandonato un punto di equilibrio e viaggiamo, agitati e precari, alla ricerca di nuovi punti di equilibrio. Non abbiamo certezze: sappiamo che cosa lasciamo, non sappiamo che cosa troveremo. Intuiamo che, nell’epoca dell’abbondanza dell’informazione, qualcuno che faccia ordine e aiuti a distillare senso serve ancora, più che mai. Quello che ancora ignoriamo è, per contro, come ricostruiremo l’economia di questa professione. Per le grandi organizzazioni editoriali la ricerca è particolarmente impegnativa, perché la complessità interna moltiplica le variabili e rallenta ogni tentativo di riconversione. Le rendite di posizione non le sorreggeranno a lungo: l’errore peggiore che possono fare è non mettersi in gioco, non sperimentare, non concedersi il lusso di commettere errori e accumulare esperienza. Per le piccole organizzazioni e per i professionisti indipendenti è invece un momento potenzialmente favorevole, perché la possibilità di guadagnare visibilità e posizioni di influenza aumenta man mano che il racconto della realtà viene innervato dalla rete.

Per tutti, comunque la si veda, è un momento drammaticamente fecondo, perché costringe a ripensare in profondità il senso, le pratiche e la qualità del proprio lavoro. E ogni occasione per approfondire il discorso – come questo testo di Davide Mazzocco, ricco di spunti e di esperienza – rappresenta un passo avanti per la comunità professionale.


(testo pubblicato originariamente come prefazione a Davide Mazzocco, Giornalismo digitale, Edizioni della Sera 2012)

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail

Pnbox e Ordine, non abbiamo concluso granché

Ho seguito con molti motivi di interesse il processo che il Tribunale di Pordenone ha intentato contro la webtv pordenonese Pnbox in seguito alla denuncia dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia. Primo: a sollevare il caso era l’organismo di categoria a cui sono iscritto e che mi rappresenta in ambito professionale. Secondo: seguo e apprezzo dalla nascita le attività di Pnbox. Terzo: ho grande stima delle qualità personali e professionali di Francesco Vanin, fondatore della società e unico imputato al processo (con cui, lo dico qui per trasparenza, mi capita anche occasionalmente di lavorare). Bene, qualche giorno fa la vicenda si è conclusa con l’assoluzione di Vanin: è andata, insomma, com’era logico che andasse, soprattutto in considerazione del fatto che il dibattimento si è andato restringendo fin dalla prima udienza non tanto sull’attività complessiva della webtv (la posizione dei redattori, del resto, era già stata archiviata da tempo), quanto semmai su quella specifica del suo amministratore, talmente al di sopra dei sospetti di abuso di professione che perfino il pubblico ministero ha finito col chiederne l’assoluzione.

Non ho mai nascosto le perplessità per la scelta dei miei rappresentanti regionali di risolvere una questione pur legittima e fondamentale (l’inquadramento delle attività di informazione in rete) nel modo più pavido e prepotente (chiedendo a un giudice di decidere sulla pelle del malcapitato di turno). In tutto il mondo, intere filiere editoriali, dall’editore all’ultimo dei collaboratori, si stanno confrontando sui cambiamenti epocali in corso nel mondo della comunicazione e del giornalismo, condividendo preoccupazioni, idee e sperimentazioni. Qui, nella nazione che già vanta con la corporazione professionale dei giornalisti un’anomalia più unica che rara, si passa direttamente alle denunce, senza nemmeno il dibattito. Tale era l’urgenza di venire a capo del problema che nessun rappresentante dell’Ordine ha assistito alla lettura della sentenza, per dire. Chiusa parentesi.

E ora? Non abbiamo concluso nulla, secondo me. C’è poco da festeggiare o di cui rammaricarsi. La situazione è esattamente com’era prima, non è stato sancito alcun nuovo diritto, tutte le criticità restano. Abbiamo semplicemente evitato che si generasse un grave precedente giuridico, com’era stata per esempio nel 2008 la condanna dello storico Carlo Ruta per il reato di stampa clandestina, perché il suo blog non era una testata registrata (caso risolto soltanto pochi mesi fa, dopo quattro anni di ricorsi, a dimostrazione di come certe cantonate facciano perdere tempo prezioso, mentre il resto del mondo corre). La legislazione di riferimento è ancora nel pieno del suo vigore, nonostante abbia visto la luce nel 1948 (la legge sulla stampa) e nel 1963 (la legge sull’ordinamento giornalistico) e i suoi limiti siano sempre più evidenti. È un po’ come se ci ostinassimo a regolare il traffico di oggi con il codice della strada di fine ‘800: a un certo punto le analogie con le carrozze e i velocipedi non funzionano più, semplicemente. Stabilire che quella di Pnbox non sia attività giornalistica a me non soddisfa affatto come conclusione, perché taglia con l’accetta un confine già oggi labile, ma che sarà sempre più difficile rilevare in futuro.

Da giovane giornalista ho molto creduto nei benefici di una professione definita con rigore, perché il sovrappiù di norme poteva garantire un importante margine di autoregolamentazione nella categoria. A quest’ora, però, avremmo dovuto avere come minimo il giornalismo migliore del mondo, mentre il fallimento dell’ambizioso progetto – generoso nelle intenzioni di chi lo ha istituito e difeso finora – è sotto i nostri occhi. L’Ordine oggi è quasi più un freno passivo per gli innovatori che un respingente per professionisti senza scrupoli. I giornalisti rischiano di diventare i peggiori nemici di se stessi, perché mentre difendono le carrozze e i velocipedi vengono travolti dal traffico molesto del 2000 e mancano le ultime scadenze utili per recitare un ruolo attivo e consapevole nella ricerca urgente di una mobilità dolce e sostenibile.

Così oggi ho anch’io sempre meno dubbi: dovremmo fare un salto in avanti. E lo dobbiamo fare – in questo mi ritrovo nelle posizioni di colleghi tutto fuorché avventati, come Mario Tedeschini Lalli – superando questa legislazione e non tentando di adeguarla o modificarla, col rischio di renderla magari ancor più insidiosa a forza di compromessi. La Costituzione già regola, concedendolo a ogni cittadino, il diritto di espressione, così come nei fatti è sempre più spesso il mercato a definire chi effettivamente eserciti le funzioni del giornalista e chi no. Nell’epoca in cui chiunque abbia qualcosa da dire può accedere in modo semplice ed economico a una platea globale, le eccezioni cominciano a essere talmente numerose da rendere impossibile quell’unità di intenti e di pratiche che aveva favorito la nascita della  corporazione. In questo calderone anche soltanto far rispettare la legge diventa difficile, mentre la certificazione di Stato che un tempo dava certezza oggi per paradosso tende a ottenere il risultato inverso. Io sono ancora convinto di quello che scrivevo nel 2010: è il momento migliore per essere giornalisti. Ma, appunto, il momento è adesso. Non il 1948.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedintumblrmail