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Tag: giornalismo

aprile 7 2015

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Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito sul futuro di Pordenone, in corso da qualche mese sulle pagine dell’edizione locale. Questa – uscita sul giornale di domenica – è la mia riflessione, che vale per la mia città ma più in generale per molte altre piccole località ricche di storie da raccontare. Fa tesoro di conversazioni di lunga durata e con molte persone in rete su questi temi. È in debito di link in particolare con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi.

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Nell’epoca delle narrazioni globali accelerate da Internet, la circolazione della conoscenza è il fattore strategico per una città. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, collaborare o commerciare. Pordenone ha un potenziale enorme, molto superiore a quello che ci si aspetterebbe da una città delle sue dimensioni, ma per ora sta scegliendo di sprecarlo. Un po’ come bruciare in piazza un bancale di buoni del Tesoro esigibili, per rendere l’idea a chi non è pratico di comunicazione digitale.

L’effetto che facciamo oggi a chi si informa su di noi da lontano utilizzando il web e i social network è quello di una città qualunque, anonima. Chi si spinge fino qui scopre invece che organizziamo feste straordinarie per monumenti viventi della letteratura mondiale; che passiamo una settimana all’anno in compagnia di un buon centinaio di intellettuali di grido; che ogni settimana piccoli e grandi eventi richiamano persone da fuori provincia, da fuori regione, spesso dall’estero. Qui ogni autunno si danno appuntamento da tutto il mondo studiosi e appassionati del cinema muto. Qui vivono artisti e artigiani attivi in nicchie insolite o innovative. Qui hanno sede imprese e cooperative sociali con una visione del futuro coraggiosa e contagiosa.

Tutto questo c’è, ma spesso è poco riconoscibile perfino da chi a Pordenone ci abita, segno che probabilmente siamo più bravi a organizzare che a comunicare. Segno, soprattutto, che siamo ricchi di energie ma ancora non siamo riusciti a metterle in rete, sostenendo e amplificando in modo sistematico le opportunità per chi si dà da fare e per tutta la città come conseguenza. La posta in gioco è alta: quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto alla Pordenone delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori e dei mobili, ora la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire alla Pordenone degli eventi culturali, delle imprese innovative, delle eccellenze nelle professioni e nelle arti, della manifattura e dell’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Il tempo, dunque, è un fattore competitivo, e qui ne abbiamo già perso parecchio.

Abbiamo già dimostrato di esserne capaci. Un anno fa, proprio di questi tempi, ci stavamo preparando ad accogliere cinquecentomila alpini da tutta Italia, dieci volte il numero dei residenti, mettendo in discussione ogni dettaglio della routine della città. Poco importa il pretesto. Il fatto è che per qualche settimana, sotto la pressione di una scadenza fuori scala per le nostre abitudini, stretti dietro allo stemma della città con le porte aperte, abbiamo comunicato molto più del solito tra di noi e abbiamo spiegato tanto di noi agli altri. Abbiamo fatto rete, abbiamo lavorato in rete e, per la prima volta in modo così consapevole, abbiamo usato la Rete per rilanciare in Italia e nel mondo il marchio ideale della nostra città.

Potremmo ripartire da qui. Internet è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della società, esalta le affinità tra persone e contenuti, costruisce ponti tra i territori e permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale qui non serve, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. Abituati a chiudere le notizie scadute in un armadio, trascuriamo l’importanza che in questo ambiente assumono gli archivi: la storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità.

L’obiezione più frequente, anche nelle organizzazioni meno improvvisate, è che mancano se non le competenze, di certo le energie. Le prime è in ogni caso urgente acquisirle, saranno sempre più un requisito competitivo. Quanto alle energie, in realtà la comunicazione in Rete non è una sovrastruttura che si aggiunge alle incombenze precedenti e tanto meno un servizio che può essere esternalizzato. È un diario di viaggio che dovrebbe nascere il più possibile vicino al cervello e al cuore di una passione o di un’attività. È un metodo che ridefinisce i tempi complessivi della comunicazione: può essere impegnativa in fase di avvio, ma un buon progetto editoriale incentrato sul web alimenta a cascata tutti gli altri canali informativi, con significative economie di scala sia in termini di costi che di tempo. In ogni caso è un investimento: la quantità di contatti e ritorni diretti e indiretti che si possono generare il più delle volte ripagano ampiamente l’impegno.

Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo. Pordenone ha caratteristiche decisamente contemporanee, non c’è motivo per cui debba comunicarle come nel 1995. Lo sforzo non può che essere collettivo: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questa strana transizione che da quasi otto anni chiamiamo crisi. Tanto vale cominciare ad affrontarla laddove promette di generare vantaggi per tutti.

settembre 28 2014

Nei giorni scorsi è uscita la prima relazione del gruppo di lavoro sull’evoluzione della professione istituito dall’Ordine dei giornalisti. Quadro aggiornato sull’integrazione carta-web nell’informazione italiana, questa raccolta di appunti è  interessante perché raccoglie in modo sintetico molte testimonianze di prima mano, in un viaggio nelle redazioni italiane che copre a campione le testate tradizionali, quelle native digitali, le agenzie e i service di nuova generazione.

A margine del rapporto compaiono alcune interviste a esperti del settore, tra cui Giovanni Boccia Artieri («Non credo che le informazioni stiano su Twitter, solo che su Twitter abbiamo la sensazione di vederle emergere mentre su Facebook hanno senso se e perché finiscono nel flusso dell’utente»), Mafe De Baggis («È cambiata la società intera ed è cambiata più per la pillola anticoncezionale e i voli low cost che per il digitale»), Luca Conti e Stefano Quintarelli. Pier Luca Santoro ha raccolto anche la mia opinione, che riporto qui per tenerne traccia.

 

Qual è l’impatto dei media digitali sul giornalismo?

Dal punto di vista del metodo nessuno: il giornalismo resta quello che è sempre stato, una funzione vitale per la società che continua ad adeguarsi nei decenni a canali e grammatiche differenti. Cambiano le pratiche, i ruoli operativi, i modelli di business, ma il giornalismo resta e resta se stesso. I media digitali stanno promuovendo soprattutto un sano ritorno all’artigianato, dopo trent’anni di esasperazioni industriali.

Il citizen journalism, il giornalismo partecipativo, è alleato o rivale dei giornalismo professionale?

Un grande alleato. Posto che fatico sempre più a distinguere un’informazione fatta da professionisti e un’informazione fatta da non professionisti. Tutti fanno informazione, secondo diversi livelli di qualità, precisione e indipendenza. L’aspetto professionale subentra a un diverso livello, nella capacità e nella continuità del professionista di andare a fondo nelle questioni e assistere il filtro comunitario diffuso della rete a far emergere il meglio, i dati di fatto, le notizie verificate.

La sopravvivenza dei mestieri legati alla scrittura, del giornalismo, è profondamente legata alla capacità di rinnovarsi e di adattarsi alla tecnologica e ai nuovi metodi di lavoro da essa imposti. Nascono nuove professionalità che un tempo non esistevano quali il “Social Media Editor” o il “Data Journalist” per fare due esempi. Quali le professionalità richieste, il necessario livello di specializzazione? E quale, se possibile a definirsi, tra tutte la più importante?

La dote più importante è tenersi aggiornati e continuare a studiare con curiosità: una duttilità alla formazione personale permanente, la voglia di sporcarsi le mani, di imparare sbagliando. Non sono materie stabilizzate, evolvono in continuazione. Sono create in continuazione e in modo collaborativo dalle persone che le studiano. La formazione professionale può essere soltanto scintilla, poi il fuoco va tenuto acceso con i propri mezzi e la propria costanza. Le specializzazioni passano e passeranno in fretta, si caleranno naturalmente nella professionalità che verrà data per scontata in un addetto professionale all’informazione, come oggi sono scontate la videoscrittura, la pubblicazione in internet o la comunicazione via email.

Quali sono “gli attrezzi del mestiere” per i professionisti dell’informazione, per i giornalisti?

La curiosità, la capacità di andare a fondo nelle questioni trattate, una certa predisposizione alle relazioni e, sempre più, specializzazione.

È il giornalismo ed il mestiere di giornalista ad essere in crisi oppure è solo un problema di individuazione di nuovi modelli di business da parte degli editori?

È un problema di business, che siamo lontani dal risolvere perché continuiamo ad applicare schemi mentali e processi editoriali che appartengono a media precedenti. È necessario abbandonarsi ai processi – semplici, ma controintuitivi – della rete per capire fino in fondo la rete, per comprendere i meccanismi di produzione del valore e immaginare come trasformarli in rendita economica.

È il digitale, Internet, che hanno causato la crisi di questa professione o la spiegazione è un’altra?

È la non comprensione della struttura di base e dei meccanismi della rete.

Le informazioni stanno su Twitter ed il pubblico su Facebook. L’impatto di social media e social network come sta cambiando il giornalismo ed il mestiere del giornalista?

In realtà dal mio punto di vista è un unico grande canale, in cui circolano come liquidi frammenti di informazione liberi di ricombinarsi secondo necessità e priorità individuali. I social network accelerano la scomposizione dell’informazione in frammenti e massimizzano il processo creativo individuale nel ricombinarli. Ma di per sé non cambiano né il giornalismo in sé né il mestiere di giornalista. Cambiano i formati, le logiche operative, le grammatiche, il ruolo in relazione alla comunità delle persone interconnesse.

Dovendo fare una previsione, quale scenario per l’informazione italiana?

Continuerà a sbagliare a lungo. Poi forse un giorno uno dei maggiori giornali online si affrancherà dalla tirannia insensata delle metriche quantitative e aprirà una fase nuova. Patiremo sempre, però, l’ appartenenza a un’ enclave linguistica di dimensioni molto contenute, incapace di connettersi alle grandi conversazioni internazionali, di arricchirsene e di contribuirvi.

aprile 8 2014

Tra gli innumerevoli eventi che caratterizzano in questi anni Pordenone, città spesso beatamente inconsapevole del tesoro di esperienze e competenze su cui è seduta, c’è Le Voci dell’Inchiesta. Nato da un’ispirazione cinematografica nella culla di Cinemazero (il cineclub che, tra le altre cose, ospita anche il principale evento al mondo dedicato al cinema muto) e animato dalla sensibilità accademica di Marco Rossitti, il festival sta aggregando anno dopo anno temi e personaggi di primo piano nel dibattito sul giornalismo di qualità. Storicamente più incline alla retrospettiva (quest’anno Andrea Barbato e Adriano Olivetti, tra gli altri) e all’anteprima di documentari e inchieste d’annata (The Human Experiment, Narco cultura, Soul Food Stories per cominciare), quest’anno Le Voci dell’Inchiesta rivolge per la prima volta uno sguardo strutturato anche alle questioni legate al giornalismo in(torno alla) rete. Segnalo qui per affinità di temi e perché direttamente coinvolto questa specifica costola del ricco programma.

Domani, mercoledì 9 aprile, alle 10, intavoliamo una conversazione con Paolo Valdemarin sulle piattaforme. Paolo è una delle prime persone che ho incontrato in rete e mi è compare nell’avventura di State of the Net, ma soprattutto è un eccellente sviluppatore di social software, una scheggia di Silicon Valley trapiantata nel Carso goriziano. Il senso del nostro incontro è guardare ai fatti sociali dentro Facebook dal verso opposto a quello consueto. A monte dei comportamenti in rete e delle influenze che questi hanno sulla società c’è il contenitore che li ospita, la piattaforma, che non è mai neutra. La piattaforma definisce percorsi e standardizza azioni, dà forma alla comunità degli utenti, il suo codice di programmazione in quel contesto è legge. Ne consegue che il modo in cui viene concepito e sviluppato un social network, posto che il modello del social network è sempre più il sistema operativo della rete, è uno dei processi chiave per capire le implicazioni di internet nelle nostre vite e sull’informazione.

A seguire, se nel giro di un’ora non abbiamo ancora steso i nostri interlocutori nella comoda sala di Cinemazero, toccherà a me raccontare la storia del fact checking, la sua rinascita in rete sotto forma di start up giornalistiche e l’importanza che può avere questo distillato di metodo giornalistico nei grovigli quotidiani della rete.

Nel pomeriggio alle 16 interviene Fabio Chiusi, indagatore pressoché solitario in Italia del più grande e sottovalutato scandalo contemporaneo, il Datagate scatenato dalle rivelazioni di Edward Snowden e dalle imprese giornalistiche di Glenn Greenwald. Fabio ha fatto un eccellente lavoro di ricostruzione, verifica e sintesi del complesso corpo di rivelazioni sulle indiscriminate intercettazioni globali della National Security Agency americana. Il minuzioso lavoro svolto nel blog Chiusi nella rete è poi diventato un ebook gratuito distribuito dal Messaggero Veneto. Sempre a sua firma è uscito in questi giorni il saggio Critica della democrazia digitale.

Giovedì 10 aprile alle 15.30 ci raggiunge Elisabetta Tola, giornalista scientifica appassionata e sorridente, per uno sguardo di insieme sul data journalism e sulle inchieste più interessanti realizzate negli ultimi mesi in Italia e nel mondo. Elisabetta aveva già parlato di dati che raccontano storie durante il simposio inaugurale di Pordenone più facile, un paio d’anni fa. Nel frattempo le esperienze si sono moltiplicate in fretta, il giornalismo dei dati è diventato una specialità fondamentale nelle redazioni al passo con i tempi e tante storie che altrimenti non sarebbero state tali sono venute alla luce.

Sabato 12 aprile alle 18.30, sempre a Cinemazero, Giovanni Boccia Artieri parlerà di Facebook per genitori, o per meglio dire della relazione tra genitori e figli in un mondo connesso. Dice che c’entra con il giornalismo d’inchiesta? Poco, apparentemente, se non fosse che per costruire un rapporto consapevole e maturo con la rete, dove l’informazione trova declinazioni inedite e potentissime, c’è più che mai bisogno, oggi, in Italia, nelle nostre province, di parlare di educazione alla rete, tema spesso ancora alieno alla gran parte delle famiglie e delle scuole. E se c’è qualcuno che sa farlo in modo sano, equilibrato e divertente, nonostante sia un docente universitario (blink), questo è senz’altro Giovanni.

Domenica 13 aprile alle 10, stavolta a Palazzo Badini, si torna in redazione con Marco Pratellesi, responsabile del nuovo sito de L’espresso. Con lui, che ha guidato la conquista della rete in alcune delle testate storiche del nostro paese, e tra queste il Corriere della Sera, daremo uno sguardo alle opportunità e alle complicazioni che comportano i social network per una grande organizzazione giornalistica.

Dopodiché tutti in trasferta a Perugia, dove il 30 aprile comincia l’edizione più ricca e internazionale di sempre del festival del giornalismo.

marzo 7 2014

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Davide Coral mi ha intervistato su La Città, un periodico di attualità di Pordenone, sul rapporto tra città e rete.

luglio 1 2013

La miglior definizione di giornalismo, per come lo avverto, lo vivo e provo a raccontarlo in questi anni di transizione:

Journalism is not content. It is not a noun. It need not be a profession or an industry. It is not the province of a guild. It is not a scarcity to be controlled. It no longer happens in newsrooms. It is no longer confined to narrative form.

So then what the hell is journalism?

It is a service. It is a service whose end, again, is an informed public. For my entrepreneurial journalism students, I give them a broad umbrella of a definition: Journalism helps communities organize their knowledge so they can better organize themselves.

Jeff Jarvis, There are no journalists

aprile 29 2013

Mi porto a casa dai cinque giorni del festival del giornalismo di Perugia due sensazioni forti. La prima è che nel corso di un anno sia aumentata esponenzialmente la consapevolezza della profondità del cambiamento in atto, e che tuttavia a tale consapevolezza non corrisponda ancora alcun progresso sostanziale nelle forme e nelle pratiche del giornalismo (italiano). Sembra sempre tutto uguale a se stesso, pur non essendo affatto uguale: chi sta provando a innovare non ha le risorse per farlo in modo significativo, chi ha le risorse non ha il coraggio di lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Il nodo restano gli editori e le strategie di riconversione di un’industria che non può più essere industria. In questo senso il festival di Perugia è destinato per ora a essere il nostro giorno della marmotta professionale, ironizzava qualcuno ieri.

La seconda: nella sensibilità media del giornalista italiano mi pare resti intatto l’apartheid funzionale che separa i giornalisti dai cittadini, questi ultimi considerati ancora pubblico, lettori, utenti. Si rivendica, a ragione, il professionismo nell’approccio all’informazione, ma si coglie a stento la conseguenza della rete nella genesi e nella vita della notizia. I giornalisti, perfino le leve più giovani, si considerano ancora parte di un’entità a sé che immette informazione nella rete, non parte attiva della rete. Sembra una differenza da poco, è invece il nodo della questione: non ci sarà giornalismo se non in mezzo alle persone, con le persone, in quanto persone. Non cambia soltanto la distribuzione, ma il processo nel suo complesso. E in profondità. Il giornalismo rinasce e prospera soltanto se torna a essere sistema nervoso della società, non soltanto il suo specchio.

Per chi non c’era, ma anche per chi c’era e come me ha dovuto fare scelte sofferte tra le decine di appuntamenti simultanei, segnalo le centinaia di ore di registrazione già disponibili su YouTube. Per iniziare, consiglio vivamente a chiunque sia interessato agli studi di rete la bellissima discussione tra Antonio Spadaro, Paul Tighe, Luca De Biase e Mario Tedeschini Lalli sul rapporto tra teologia e rivoluzione digitale, che ha offerto chiavi di lettura per nulla scontate e decisamente stimolanti sulla società in rete, sull’umanità condivisa e sul rapporto tra organizzazioni complesse e dinamiche di rete.

(E un grazie speciale ad Arianna Ciccone e Chris Potter, che insieme a tutti i volontari del festival mettono in piedi ogni anno una cosa bella e rara, in Italia.)

aprile 23 2013

Da mercoledì a domenica mi trasferisco a Perugia per il Festival internazionale del giornalismo, abitudine ormai imprescindibile per fare il punto sulle trasformazioni della nostra professione e scoprire esperienze e pratiche innovative. Io vado soprattutto ad ascoltare e incontrare colleghi vecchi e nuovi. Parteciperò comunque in alcuni appuntamenti del fittissimo programma:

marzo 8 2013

Gran parte delle esperienze personali e professionali degli ultimi due anni mi hanno portato a ragionare sulla partecipazione civica. Non me la sono cercata, sta di fatto che gli ultimi approfondimenti in campo tecnologico, giornalistico e politico mi han portato tutti lì. La chiamiamo dimensione iperlocale o giornalismo di comunità, a seconda dei casi, ma ha sempre a che fare con l’evoluzione della società dalle gerarchie al peer to peer e con il declino dei tradizionali sistemi di mediazione. C’è ancora molto da fare, soprattutto in quanto a consapevolezza e alfabetizzazione rispetto alle grammatiche e alle sensibilità promosse dalla rete, ma ci sono momenti in cui lo strappo è più sensibile. E questa peculiare congiuntura italiana, dopo anni di battaglie di retroguardia vinte ai punti dalle ottuse classi dirigenti che ci siamo dati, è nel bene e nel male uno di questi momenti (do qui per acquisite le riflessioni sull’utopia digi-egualitaria di Mario Tedeschini Lalli).

Insomma, abbiamo finalmente una simil massa critica di cittadini che usano strumenti di espressione pubblica, che condividono idee e competenze, che si aggregano intorno a specializzazioni e interessi, che si coordinano in modo fluido per fare insieme e co-creare la realtà in cui vivono. L’immaginavamo, l’aspettavamo. Ora ci siamo. Più o meno. Quello che personalmente ho sottostimato finora è quanto ci saremmo arrivati malconci, da un punto di vista dei processi democratici e partecipativi. Ma guardandola in positivo – perché nonostante tutto è un meraviglioso momento storico, di quelli in cui hai la possibilità di contribuire a dare forma al mondo con i tuoi gesti e con le tue idee – sento urgente l’esigenza di riflettere e di inventare strumenti in grado di mettere a fuoco:

  • un metodo. Non possiamo contare su regole vincolanti imposte dall’alto, dobbiamo agire necessariamente sulle buone pratiche che emergono dal basso. Non c’è più l’arbitro che fischia il rigore, la comunità deve lavorare in modo condiviso sui premi e sulle sanzioni che, agendo sulla reputazione dei singoli nodi, favoriscano il rispetto di alcuni principi condivisi. Principi come l’accuratezza, l’imparzialità, l’indipendenza, la legalità, per ispirarsi al lavoro di ricerca sui media civici di Fondazione Ahref. Principi che vengono poi declinati in una serie di indicazioni sul trattamento delle fonti. Principi che da dodici anni stanno, per esempio, alla base del lavoro editoriale di Wikipedia. Comunque sia, sta a noi: se vogliamo che l’ecosistema civico migliori ed evolva, dobbiamo, ciascuno nel nostro piccolo, dare il buon esempio, contribuire alla diffusione di culture e competenze digitali, agire in modo rigoroso sia nella pubblicazione di contenuti sia nella selezione, aggregazione e valorizzazione dei contenuti altrui.
  • sistemi di gestione della conoscenza. Non esistono, al momento, strumenti efficienti di gestione e di sistematizzazione della conoscenza di una comunità. In tempi di abbondanza di informazione e flussi di notizie iperveloci, la conoscenza collettiva è una risorsa ancora scarsa, incompleta e affidata quasi esclusivamente agli albi pretori, alle emeroteche e alle biblioteche. Basti pensare a come, al termine di ogni mandato amministrativo, viene sostanzialmente azzerata la conoscenza delle questioni correnti, che non sedimentano se non nel distillato assai minoritario e burocratico degli atti formali. Nei settori operativi di un’amministrazione si finisce molto spesso per rivolgersi al funzionario più anziano, quando si ha la necessità di ricostruire questioni complesse e di lunga durata: se questi va in pensione, si genera un buco di memoria storica e di pensieri lunghi. Anche in campo giornalistico sono sempre meno i professionisti che mantengono archivi personali su situazioni e personaggi, che comunque non vengono mai condivisi in pubblico se non sotto forma di articoli e libri, coi limiti di cui sopra. Tutto ciò che non è ancora storia e non è più notizia di attualità viene sottoposto il più delle volte a trattazioni deficitarie, incomplete e improvvisate, quando non malevolmente condizionate da interessi particolari. Il dibattito civico, mentre viene progressivamente trasferito in rete, ne risente e si impoverisce, viene agevolmente manipolato. Di qui la necessità di dare forma a depositi di conoscenza condivisa, wiki di rilevanza (iper)locale, sistemi di contestualizzazione delle notizie che lavorino sulle mille possibili relazioni tra le notizie del giorno e le vicende del passato. Sarebbe, questo, terreno di evidente vocazione giornalistica o editoriale, ma in loro mancanza sospetto che il ruolo propositivo potrebbe essere assunto almeno in una prima fase dalle amministrazioni pubbliche, a garanzia di un approccio neutrale e super partes.
  • infine, sistemi di validazione delle informazioni. Una volta ottenuti con metodo condiviso i contenitori di sapere condiviso, abbiamo per le mani uno straordinario strumento di validazione al servizio della comunità, che permette di depurare sul nascere dibattiti pubblici viziati da informazioni sbagliate, ricostruzioni incomplete e incoerenze di fondo. Non è un interesse puramente accademico: è un supporto fondamentale a disposizione dei filtri collaborativi e spontanei dei cittadini, è un sistema di biasimo condiviso che svergogna chi non misura le parole e si spinge in terreni che non ha praticato a sufficienza. Se i servizi di fact checking oggi sono interessanti, dal mio punto di vista lo sono in quanto palestra di validazione collaborativa molto prima che per le qualità di occasionali start up giornalistiche come Politifact o Pagella politica. Ma, di nuovo, non è l’azione di controllare le dichiarazioni altrui che innesca l’evoluzione: è il ragionare e il costruire i propri argomenti, soprattutto dentro l’ipertesto del web,  in una modalità già pensata per fornire all’interlocutore gli appigli per approfondire, controllare, smontare le tesi fino ad arrivare alla loro essenza.

Una cosa soprattutto mi è chiara, dopo questi mesi di esperimenti e ragionamenti sulle dinamiche iperlocali. Ed è che non ne verremo mai a capo se continueremo a fare i giornali come li stiamo facendo, ad amministrare le istituzioni come le stiamo amministrando e, soprattutto, se continueremo a essere cittadini come lo siamo oggi. L’inerzia delle funzioni delegate non basta più. Il web ha aggiunto la terza dimensione alle nostre proiezioni sociali. È giunto il momento di rinegoziare le deleghe, di superare le mediazioni, di assumersi nuove responsabilità, non per stravolgere ciò che è stato, ma per riempire da capo di senso gli spazi di convivenza civica. Il mondo cambia soltanto se ci rimettiamo in gioco noi, tutti noi, uno per uno, peer to peer.

gennaio 24 2013

L’Associazione Stampa Toscana mi ha chiesto di concludere oggi con uno scenario sul “giornalismo che verrà” un corso di formazione per uffici stampa comunali organizzato con Anci Toscana e Ordine dei giornalisti. Questi sono gli appunti su cui ho basato il mio intervento.

1.

Il giornalismo che verrà possiamo immaginarlo soltanto se cambiamo prospettiva. Al momento le nostre energie sembrano concentrate soprattutto sul trasportare nel modo più indolore e redditizio possibile l’informazione dai suoi veicoli consolidati, la carta e la tv, alla rete. La retorica della nostra categoria professionale è piena di conservare, garantire, sopravvivere. Siamo consapevoli che qualcosa cambierà, anche in profondità, ma ci preoccupiamo che questo assomigli il più possibile a ciò che c’era.

Se invece di concentrarci sugli ultimi centocinquant’anni di storia della comunicazione, ovvero sull’epopea dei mezzi di comunicazione di massa, allargassimo lo sguardo per abbracciare l’intera storia della società umana, centocinquantamila anni, la chiave di lettura ci apparirebbe diversa. Forse più pacifica. Abbiamo costantemente ridefinito la nostra relazione con il tempo e con lo spazio. In principio tutto era qui e ora. Con le iscrizioni rupestri abbiamo infranto il vincolo del tempo. Con le tavolette di argilla e creta quello dello spazio. La cultura permane e circola, subendo la spinta decisiva con l’invenzione della stampa. Poi l’elettricità, l’elettronica, i primi computer, le reti, internet, in un’accelerazione formidabile. Oggi le informazioni circolano ovunque e subito. Da uno a uno. Da uno a pochi. Da uno a molti. E oggi, potenzialmente, da tutti a tutti.

Le nostre difficoltà di oggi sono un accidente della storia. Hanno a che fare molto poco con la sopravvivenza dell’industria giornalistica e molto con il progresso della civiltà. La storia, di cui stiamo scrivendo l’inciso che ci spetta, non comincia con la penny press, ma dai versi elementari nella grotta di un nostro trisavolo. Mettere tutto in prospettiva rende forse più semplice accettare alcune premesse. Che l’industria era tale perché industriali erano le economie dei sistemi di trasporto dell’informazione (e, in un secondo tempo, anche le ambizioni di alcuni imprenditori del settore). Che la rete, non più mezzo di comunicazione ma sistema operativo della società, favorisce il ritorno all’artigianato, in un mondo di hobbisti. Che non è la fine delle mediazioni professionali, ma che alle mediazioni professionali, per sopravvivere, è richiesto un salto di astrazione.

2.

Una componente considerevole della professione giornalistica è stata, negli ultimi decenni, la gestione e l’organizzazione dei mezzi di comunicazione. Questo compito ci è stato tolto, o meglio è stato redistribuito tra tutti i cittadini. L’altra funzione essenziale era dare le notizie: cercarle, controllarle, confezionarle e diffonderle. Ma anche questo compito è stato almeno in parte redistribuito: oggi una parte delle notizie viene già prodotta, verificata e redistribuita senza l’intervento di un giornalista.

Invece che competere con i propri lettori e provare a ricostruire recinti e steccati, il giornalista deve imparare a lavorare insieme a loro. Non necessariamente accanto, ma in sinergia con essi. A una comunità che esprime già le sue istanze senza bisogno di mediazioni, il giornalista può ancora offrire continuità di impegno, strumenti professionali, esperienza, spirito di servizio. Il prodotto giornalistico ha l’opportunità di rinascere all’interno della comunità, come luogo di espressione, sintesi e perfezionamento delle sue istanze.

Significa, per esempio, cominciare ad aprire le nostre redazioni, ancora blindate e distanti sia fisicamente che metaforicamente dalla vita della comunità. Negli Stati Uniti, le sedi di alcuni giornali iperlocali sono diventati centri civici, luoghi di ritrovo, bar. Succede anche in Italia, in alcune web-tv.  Il giornalismo sta salendo a un livello logico superiore, dentro la sfera della complessità dell’informazione: è il momento di adeguare le pratiche, gli strumenti, i luoghi della nostra professione. Il prodotto ne è una conseguenza.

3.

Finora abbiamo vissuto di contenuti. I contenuti erano il fine del lavoro giornalistico e il valore che offrivamo e vendevamo alla società. Ma la rete ormai trabocca di contenuti, spesso di valore anche superiore ai nostri. Il contenuto cessa di essere il fine ultimo. Il contenuto diventa uno strumento, l’inizio di una relazione con altri contenuti e con le persone. Il fine del nostro lavoro, ma in realtà il fine di chiunque cerchi valore in rete, è dunque generare relazioni.

Non ricostruiremo un’economia sui contenuti, tanto meno difendendo i nostri articoli e mettendoli sotto chiave. I contenuti hanno bisogno di essere liberi, perché solo circolando liberamente hanno la possibilità di entrare in relazione con altri contenuti e con nuove persone. Lo zoccolo duro di lettori consisterà sempre meno in quelli che riusciremo a trattenere, ma in quelli che conquisteremo in giro per la rete, tra quanti ancora non sanno che esistiamo o che comunque non sapevano avessimo un contenuto interessante per loro.

Generare relazioni implica visione d’insieme, capacità di selezione e sintesi, connessione, condivisione, rilancio di attenzione. Il prossimo “giornale” di successo è un hub: un nodo della rete che, in funzione delle proprie caratteristiche e capacità, è in grado di connettere a sé e tra loro quanti più nodi possibili. Un hub è uno snodo vitale per la comunità interconnessa almeno quanto un giornale di carta è stato vitale per la società moderna che aveva bisogno di conoscere le notizie. È, dunque, sulla capacità di relazione che costruiremo probabilmente l’economia della conoscenza dei prossimi decenni. Anche se al momento non abbiamo ancora idea di come.

4.

Il primo passo potrebbe essere abbandonare concettualmente la centralità del prodotto. La logica dell’ipertesto scardina la sequenzialità dell’informazione e disgrega i contenitori convenzionali: frantuma giornali e palinsesti nelle loro unità minime di contenuto, rendendo l’informazione liquida e facilitandone lo scorrimento in situazioni e luoghi spesso imprevedibili in partenza.

Ragioniamo sempre meno per testate: i lettori citano e rilanciano singoli articoli in virtù del loro valore superiore e della loro originalità, indipendentemente dalla loro provenienza. La testata si riduce a piattaforma di lancio e marchio di fabbrica, che certifica, nella migliore delle ipotesi, la qualità dei processi editoriali, il metodo e la credibilità.

Stiamo progressivamente cedendo al lettore l’impaginazione delle notizie, la definizione degli ingombri e delle gerarchia di urgenza e valore. Il suo procedere per salti e immersioni crea un equilibrio tutto personale sia per varietà che per qualità. Possiamo facilitare questo processo, favorendo connessioni e suggerendo analogie, ma non dettiamo più noi l’agenda. I giornali online più maturi stanno progressivamente rinunciando all’home page strutturata, reinterpretazione digitale della prima pagina di carta, per sostituirla con un semplice elenco puntato di titoli di notizie. Il valore sta all’interno: ogni pagina, a modo suo, è una home page.

5.

Il fiume Mississippi, negli Stati Uniti, ha ancora oggi la fama di essere insidioso per la navigazione. Si racconta che nel XIX secolo, quando il fiume diventò una delle vie per la conquista del West, la navigazione fosse suddivisa in tante piccole tratte, ciascuna delle quali servita da un battello diverso. Ogni tratta aveva caratteristiche talmente peculiari, che ogni marinaio conosceva soltanto la sua tratta e per la successiva affidava i passeggeri al marinaio esperto del tratto successivo. I giornalisti saranno sempre più come i marinai del Mississippi, specializzati e interdipendenti tra loro. In una rete dove persone e contenuti si aggregano spontaneamente in gruppi di interesse e comunità di competenze, non basta l’occhio indistinto del generalista: serve l’esperienza di una specializzazione, occorrono riferimenti precisi e misure, capacità di inquadrare i problemi, strumenti per sviscerarli, interfacce collaudate per interconnettere specialità e sensibilità differenti.

La scrittura guadagna la terza dimensione, quella dei link e dei riferimenti ipertestuali, permettendo sintesi della complessità che non rinnegano più la possibilità di approfondimento o di argomentazione approfondita. A quali repertori di dati ha fatto riferimento il giornalista? Qual era il contesto originale di una citazione? Il link serve il lettore, aprendo nuove vie al suo percorso di documentazione e favorisce la credibilità dell’autore stesso, rendendo trasparente il suo metodo e le sue fonti. Il costo della verifica delle informazioni, sempre meno sostenibile perfino laddove dovrebbe essere garantito per prassi professionale, è così di fatto condiviso tra autore e lettore.

E ancora sui tagli dell’informazione online: non componiamo più moduli su un menabò, in rete abbiamo a disposizione tutto lo spazio che serve a una buona storia o a una buona causa. Inoltre ogni articolo continua a vivere anche dopo essere stato pubblicato. Si dice spesso che le notizie sul web debbano essere molto brevi ed essenziali, per venire incontro alla scarsa disponibilità di tempo e attenzione di un lettore frettoloso e distratto. Il più delle volte, il lettore non ha fretta: scappa, perché non trova contenuti all’altezza o perché trova l’ennesima copia di una notizia già letta altrove. È un problema di originalità, profondità e qualità della narrazione, non di lunghezza.

6.

Abbiamo ancora tanto da fare, tanto da inventare, tanto da sbagliare. Dentro e fuori la professione, perché intorno a noi stanno maturando fronti altrettanto interessanti e promettenti, come l’open data, il diritto all’accesso alle informazioni pubbliche, il superamento giuridico del copyright e la libera circolazione della conoscenza. Sono tutte battaglie culturali nelle quali spicca non soltanto l’assenza del contributo attivo della nostra comunità professionale, ma spesso addirittura la diffusa mancanza di consapevolezza. Significa che non siamo soli, che l’intera società è alla ricerca di nuovo senso, di nuove modalità operative, di nuove sintesi della complessità in cui siamo immersi.

È un cambiamento soprattutto culturale, perché sta cambiando il sistema operativo della società: dalla logica gerarchica delle mediazioni, stiamo passando a un’organizzazione reticolare, particolarmente efficiente perché corrisponde alla conformazione naturale della società e al modo in cui da sempre le persone si interconnettono le une alle altre. È un viaggio al buio che pone sfide  nel contempo angoscianti ed entusiasmanti a tutti noi: a chi governa, a chi informa, ma anche ai cittadini, che vedono un po’ per volta erodersi lo scudo delle deleghe che nella società dei processi di massa giustificava un atteggiamento spesso passivo e distaccato.

Abbiamo affrontato epici viaggi verso l’ignoto, nella storia dell’umanità. I grandi esploratori viaggiavano in assenza di vie consolidate e di destinazioni certe, ma si aggrappavano all’unico punto di riferimento certo e assoluto: le stelle e le costellazioni. Il giornalista oggi si mette in viaggio consapevole che deve spogliarsi di molte sovrastrutture e abitudini rassicuranti, ma ha in sé la certezza a cui aggrapparsi: il metodo giornalistico, basato su accuratezza, indipendenza, trasparenza, legalità. Può cambiare tutto nella professione, ma la sopravvivenza del giornalismo non può che passare attraverso questi tratti costitutivi.

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