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Tag: giuseppe granieri

agosto 5 2010

Da ieri Giornalismo e nuovi media è finalmente disponibile anche in versione ebook, distribuito per ora direttamente dall’editore Apogeo (in formato ePub). Segnalo anche che contestualmente a questa novità vengono distribuiti gratuitamente due testi a mio parere molto significativi di Apogeo. Uno è L’umanista informatico, testo coraggioso di Fabio Brivio dedicato all’incrocio più che mai attuale tra formazione umanistica e competenze informatiche allo stato dell’arte. Andrebbe preso molto seriamente in tutte le facoltà non strettamente scientifiche, tanto per cominciare. Il secondo è Editoria digitale di Letizia Sechi, libro serio che approfondisce nei dettagli il passaggio dall’editoria tradizionale al mercato degli ebook e soprattutto permette di farsi un’idea dettagliata di come si produce un libro in formato elettronico (perché non è poi così scontato come potrebbe sembrare).

Visto il tema ne approfitto per salutare anche la nuova avventura di un manipolo di amici speciali, con cui ho condiviso diverse esperienze umane e professionali negli ultimi anni. Da qualche settimana, infatti, è online BookRepublic, piattaforma di vendita per le versioni digitali del catalogo di piccoli e medi editori di qualità creata da Marco Ghezzi e Marco Ferrario (ma ci lavorano, tra gli altri, anche Matteo Brambilla e la stessa Letizia Sechi). In parallelo, il medesimo gruppo, impreziosito dalla direzione editoriale di Giuseppe Granieri, ha lanciato un esperimento editoriale basato su racconti e saggi in formato digitale: 40k Books produce ebook di lunghezza contenuta (40.000 caratteri, da cui il nome del progetto) ad alta densità di pensiero e di creatività. Peculiarità fondamentale: gli ebook vengono distribuiti contemporaneamente in italiano, inglese, francese, spagnolo e portoghese. Mi piace l’idea che l’inaugurazione di questo mercato ancora nuovo per l’italia si accompagni a forme di sperimentazione sul formato e sui contenuti.

Ultima segnalazione, Giuseppe (Granieri) e Giovanni (Boccia Artieri) mi hanno tirato dentro più o meno per scherzo a Goodreads, approfittando della scarsa connessione di cui dispongo in questi giorni. L’ambiente a prima vista sembra interessante e io ho appena reclamato la mia pagina autore. Ora, però, vorrei un po’ di GoodHolidays.

febbraio 1 2010

Linguaggi digitali per il turismo Qualche tempo fa l’APT Basilicata organizzò un convegno a Matera per parlare di grammatiche digitali nel settore del turismo, parecchio prima che l’argomento cominciasse a guadagnare credito all’interno delle amministrazioni pubbliche. Fu un bell’incontro, denso di stimoli e ricco di contaminazioni tra specializzazioni differenti, reso infine memorabile da una fitta nevicata che fece ancor più magica la cornice dei sassi (e piuttosto periglioso il rientro). A quel convegno parteciparono tra gli altri Derrick de Kerckhove, Bruce Sterling, Giampiero Perri, Giuseppe Granieri, Mauro Lupi, Roberta Milano, Antonio Sofi, Giovanni Boccia Artieri. Molti se ne interessarono in seguito, chiedendo che fossero resi disponibili gli atti. Da quel materiale oggi è stato finalmente tratto un libro, Linguaggi digitali per il turismo, che esce in questi giorni nella collana dei saggi di Apogeo a cura di Giuseppe Granieri e Gianpiero Perri. Dentro c’è anche un mio intervento che prova a raccontare “quello che i turisti raccontano alla rete e  quello che la Rete racconta ai turisti”.

Questo è l’indice, per chi fosse interessato:

Prefazione – Il turista digitale non improvvisa
di Derrick de Kerckove

Introduzione – Sul perché e su alcune ragioni
di Giuseppe Granieri

La comunicazione per individui e non per masse
di Sergio Maistrello

L’accesso alla conoscenza turistica sul web: i motori di ricerca e le loro logiche
di Mauro Lupi

Il marketing turistico nell’era del web: nuovi approcci e nuove opportunità
di Roberta Milano

Cosa fare e cosa non fare nella Rete turistica. Il caso Italia.it
di Antonio Sofi

L’esperienza del territorio e lo spazio digitale
di Giovanni Boccia Artieri

La grande trasformazione
di Giampiero Perri

Appendice – L’esperienza del territorio in Second Life
di Giovanni Boccia Artieri, Laura Gemini, Valentina Orsucci

PS- Ne parla anche Roberta Milano.

novembre 2 2009

Nei giorni scorsi hanno visto la luce due progetti a cui sto dedicando parte del mio tempo. Il primo è Filtr, per usare le parole di Giuseppe Granieri, che ora l’ha creato, «un posto in cui chi ha gli strumenti per informarsi mette la sua informazione a disposizione di chi è interessato ad averla». È un esperimento, un numero zero, un prototipo ancora largamente incompleto di funzionalità e di energie redazionali, ma cresce giorno dopo giorno. L’idea in soldoni è che alla rete in questo momento più che un nuovo giornale online manca un luogo di digestione sociale dell’attualità, che macini informazione su carta, etere e bit e la rimetta in circolo in un formato facilmente accessibile e adeguato alle grammatiche della rete. Chi ha considerevole esperienza di vita e navigazione dentro internet è spesso in grado di fare da sé, grazie alle proprie ramificazioni di fonti e di relazioni. E tuttavia esiste un’ampia frangia di nuovi arrivati che da una spinterella verso le potenzialità informative della internet può trarre giovamento. Come, quanto e se evolverà è presto per dirlo, al momento è soprattutto un esperimento sul campo. Filtr prevede anche alcune ramificazioni tecnologiche “social”, di cui il bottone sotto a questo post (utile per segnalare alla redazione articoli e post interessanti) è un primo esempio.

L’altro progetto è FactCheck.it, un piccolo blog collettivo nel quale mi piacerebbe fare il punto sul fact checking in Italia. Chi legge queste pagine ricorda forse la mia recente fissazione rispetto alla necessità di tornare ai fatti nel racconto della realtà. Dopo le prime sommarie ricerche di questi mesi, mi sono reso conto che la tradizione anglosassone del reality check non trova quasi sponda qui da noi. Posto che il buon giornalismo è per definizione una forma rigorosa di factchecking, ma senza voler sfondare nel più ampio dibattito sulla qualità e sui problemi dell’informazione, mi piacerebbe raccogliere esperienze, fissare paletti, promuovere stumenti in grado di aiutarci a recuperare una certa ecologia dell’informazione. Il blog nasce come blocco pubblico di appunti, ma prima ancora che lo presentassi (questa è la prima volta che ne parlo in pubblico) ha già riscosso inaspettata attenzione da parte di diversi colleghi e amici, molti dei quali si son resi disponibili a collaborare. Anche in questo caso navighiamo a vista, ma l’interesse intorno a questo tema è ulteriormente stimolante.

maggio 27 2009

In questi giorni mi sono riletto Umanità accresciuta, il nuovo saggio di Giuseppe Granieri. Da qualche tempo ho preso l’abitudine di parlare dei libri che leggo su aNobii, ma in questo caso vorrei parlarne soprattutto qui. I libri di Giuseppe, infatti, sono il distillato di un percorso di maturazione sulle implicazioni dei network digitali, un punto di arrivo più che un punto di partenza: lui studia, confronta, raccoglie, giunge a una visione organica, quindi ne fa sinstesi e traspone il tutto sulla carta (con una facilità che gli ho sempre invidiato). I suoi libri sono il racconto in bella dei nostri anni passati in rete, motivo per il quale sono anche i primi titoli che consiglio a quanti arrivano oggi sul web, magari attraverso a Facebook. È difficile spiegare tutto quanto sta dietro le banalizzazioni di un social network di successo, lo scenario complessivo: Giuseppe ci riesce in poche decine di pagine.

Il pregio più incisivo di Umanità accresciuta, dal mio punto di vista, è il registro scelto da Giuseppe: parla di scenari tecnologici evoluti, e non ancora del tutto assimilati nelle cronache contemporanee, con le parole della normalizzazione. Superata la suddivisione rigida tra reale e virturale, tra online e offline, che ci portiamo dietro fin dagli anni Ottanta, in Umanità accresciuta la parola “rete” scompare progressivamente dentro “società”. Le persone stanno spostando una parte significativa della loro vita  dentro uno spazio sociale, culturale, politico che non è più caratterizzato dalla presenza fisica. Non è necessariamente bene, non è necessariamente male: è; accade; è sotto ai nostri occhi. Il punto, semmai, è l’accelerazione, l’aumento di scala, il cambiamento di paradigmi e regole, di cui dobbiamo cominciare a prendere le misure con serenità e spirito contemporaneo. Non è più una questione di futuro, scrive Giuseppe.

Piuttosto l’accelerazione sta mettendo in discussione la biologia umana come limite, da qui l’idea di umanità accresciuta. Nella selva di letteratura cyber-qualcosa, avanguardie trans-umaniste, severità estropiane – un dibattito che non è ancora riuscito ad affascinarmi – Giuseppe sceglie una vita intermedia e ragionevole, constatazione non di uno stravolgimento del rapporto tra uomo e tecnologia, ma di uno spostamento dell’equilibrio tra biologia e cultura. Siamo e continuiamo a essere uomini, ma in modo diverso: non c’è via d’uscita, semmai la necessità di allargare lo sguardo, saper gestire uno squilibrio che si annuncia permanente, «navigare a vista governando la nave». Su chi debba governare quella nave, per lo meno a livello micro, Giorgio Jannis proponeva già alcune riflessioni interessanti.

Questo doveva essere il libro di Giuseppe dedicato in qualche modo a Second Life e ai mondi metaforici, ambiente di sperimentazione e ricerca che ha lo entusiasmato – più di chiunque altro nella rete sociale dei pionieri dei blog – nell’ultimo paio d’anni. In realtà quell’esperienza è semplicemente funzionale al disegno complessivo del libro, in quanto passaggio concettuale notevole, «come principio e non come piattaforma». Second Life, come ha scritto spesso, è la «protostoria di una fase nuova».

Resta la transizione da qui a lì, una transizione che secondo Vittorio Zambardino ignora il conflitto e che invece Giuseppe fa rientrare in un naturale processo di assestamento: «Tutto, nei network, mette in contatto persone, e milioni di persione connesse ridisegnano gli equilibri e le relazioni tra loro continuamente. Non è tanto una questione di dare giudizi etici e morali, quanto di prendere atto che le società umane si stanno confrontando con nuove frontiere nei rapporti di condivisione, di complicità, di intimità con l’altro. E che ciascuno di noi reagisce ed agisce in base ai propri valori». Il che rende migrante (opposto ai nativi o comunque agli integrati della società digitale) soltanto colui che «non si sforza di capire il nuovo e tenta di piegarlo alle convinzioni che aveva prima».

Temo che i libri di Granieri abbiano il difetto di piombare come macigni dentro dibattiti sulla tecnologia spesso non ancora abbastanza maturi. Il tempo dirà se Giuseppe legge i segnali deboli meglio di altri oppure merita il biasimo preventivo e spesso sgarbato di chi oggi lo taccia di costruire scenari ideologici. Mi pare tuttavia che l’accelerazione con cui la società evolve (oppure, laddove non evolve, implode) porti parecchia acqua alle tesi sostenute nei suoi libri precedenti, Blog generation e La società digitale. Quest’ultimo, in particolare, resta secondo me resta la cosa migliore che sia stata scritta in italiano per raccontare in modo sistematico lo scenario che sta dietro alla disintermediazione di massa dei processi di convivenza e di cittadinanza. Se uscisse oggi, tre anni e diverse diversi milioni di iscrizioni ai social network dopo, con tutto quel che ne consegue in fatto di aumento di scala e di consapevolezza, sono certo godrebbe di migliore considerazione.

(Non ho detto chiaramente che Giuseppe è un amico, un compagno di viaggio in rete eccetera eccetera eccetera, insomma la solita avvertenza sul conflitto d’interesse rispetto a ciò di cui parlo che ormai m’è venuta perfino un po’ a noia.)

dicembre 13 2008

Per quanto possa sembrare strano oggi, c’è stata un’epoca in cui gli aggregatori e i social network erano applicazioni semplici, amatoriali, realizzate in casa nel tempo libero. Tra questi, il Filter di g.g. è stato un’istituzione per molti di noi. Se non fosse esistito, forse oggi tante più persone concepirebbero il loro blog come un canale televisivo personale piuttosto che come il nodo di una rete sociale. Ora Giuseppe ne annuncia la sospensione per manifesta obsolescenza. Se dicessi che ci mancherà suonerei ipocrita, visto il contributo nullo di contenuti che ho dato al Filter negli ultimi anni. Però lo dico lo stesso: ci mancherà.

Tanto lo so che lui dice così, ma poi ha già in testa la prossima puntata. 😉

ottobre 15 2007

Funziona così: a volte Giuseppe comincia a rimuginare un’idea. Te ne riparla distrattamente, di tanto in tanto. Quindi si eclissa per qualche giorno. Se gli chiedi che fine ha fatto ti risponde che sta studiando (e tu senti di essere entrato con gli scarponi da sci e l’hotdog in mano nella sua biblioteca, e cominci d’istinto a sussurrare). Infine, prima ancora che tu te ne renda conto, sei già con due piedi dentro il suo nuovo progetto. L’ultima volta che ha fatto così è nata l’Accademia non convenzionale della cultura digitale, per gli amici UnAcademy.

È sempre difficile spiegare in due parole qualcosa che per definizione interseca canoni, ambienti e linguaggi diversi. unAcademy, o Accademia Non Convenzionale della Cultura Digitale, è un lugo metaforico ma anche un luogo fisico, un loft postindustriale nella fisica del mondo di Second Life, attrezzato con aule, sala conferenze e spazi allestiti per esperimenti di didattica e di riflessione. È un blog, aperto, su cui far confluire temi e percorsi di ricerca. È un sito che interfaccia funzioni di organizzazione (calendario degli eventi, iscrizioni) con questo blog e con Second Life. Se prosegui con la lettura, proveremo a creare insieme una comprensione parziale di quello che stiamo facendo. Parziale, perchè unAcademy è un progetto del tutto aperto in cui anche tu puoi aggiungere pezzi. O idee. O solo interesse.

[continua a leggere le Faq]

 

ottobre 30 2006
maggio 24 2005

Per mille motivi, che non sto qui a spiegare, queste non sono per me le giornate giuste per mettere ordine negli appunti e nelle sensazioni raccolte a Firenze, a Nuovo e Utile. Per ora l’unica cosa che sono riuscito a fare è stato condividere due righe sulla mia relazione e un paio di foto. Va così, per ora.

So che all’opera di digerire gli spunti è al lavoro Antonio Sofi, per cui tenete d’occhio Webgol nei prossimi giorni. Del resto lui è stato uno dei pochissimi a presenziare indefessamente tutti e cinque i giorni. Nonché uno dei pochi a cogliere sempre e comunque il lato bello della vicenda, anche quando diluviava e il pubblico entrava magari solo per ripararsi dalla pioggia.

Dico questo perché mi dispiace un po’ che chi c’è stato trovi modo di evidenziare quasi soltanto i lati negativi. C’era poca gente? Oh, vero, ma quella poca era (quasi) tutta da noi, era partecipe come non s’è visto mai e (almeno nei due giorni in cui c’ero) ha gradito. Mi dispiace, oltretutto, anche perché dimenticarsi di raccontare anche il buono che è uscito dalla polveriera da il la ai soliti imbecilli che nemmeno c’erano ma non perdono l’occasione di mettersi in bocca quattro scemenze pur di levarsi vecchi sassolini dalla scarpa.

Per esempio, vogliamo dire che la formula informale ha funzionato? Nessuno ha sprecato una riga per la bella intuzione del salottino intimo al posto del solito tavolone presidenziale da aula magna, per dire. E vogliamo aggiungere che il programma dai tempi dilatatissimi era azzeccato? Quando Giuseppe Granieri me lo ha fatto leggere per la prima volta, io ero molto scettico: incontri ogni due ore? Tempi così laschi? Sarà difficilissimo tenere alta l’attenzione e non disperdere i temi, le persone, il clima positivo. E invece no: nei primi due giorni si faceva a mala pena a tempo a concedere dieci minuti di pausa prima di ricominciare. Questo non perché l’ospite di turno straparlasse incontinente, ma perché non c’era più ospite e pubblico, c’era semplicemente un gruppo di persone che interagiva. E interagiva piuttosto bene, per quel che ho visto mercoledì e giovedì.

Secondo aspetto interessante: ridendo e scherzando, e nonostante alcune assenze da rimpiangere, sono state messe a confronto con il mondo dei blog persone che partivano da tutt’altri punti di vista. Penso in particolare al secondo giorno, quello dedicato al giornalismo. Sempre restando nella pacatezza più costruttiva, ma su alcuni punti – vedi diffusione dei link, ruolo dei giornali online, innovazioni considerate strategiche – non mi sento di dire che ci fossero né punti di partenza né punti di arrivo condivisi. Ma, una volta tanto, penso che i giornalisti presenti abbiano assorbito un po’ di stimoli dai blogger e i blogger abbiano capito qualcosa di più dei giornalisti. Vedere il mondo con gli occhi degli altri, non è forse questo che suggeriamo spesso?

Il terzo aspetto che ho apprezzato: quando si parla senza fretta, quando non si ha l’ambizione di stravolgere il mondo in un giorno, ma semplicemente si mettono a disposizione intuizioni ed esperienze, abbattendo invece che costruendo distanze, ecco è in questi casi che si finisce per fare i grandi passi avanti. Fossero anche aspetti apparentemente minori. Per dire, credo che Gino Roncaglia, mai abbastanza celebrato per le sue doti divulgative, in due ore abbia dato alla causa delle aggregazioni di contenuti più di quanto noi tutti insieme abbiamo fatto nell’ultimo anno.

Non è poco, no?

marzo 31 2005

Nora Paul è stata un faro delle mie ricerche ai tempi della tesi sui giornali elettronici. Ho cominciato a lavorarci tra il 1995 e il 1996: allora il giornalismo online in Italia muoveva i primissimi, timidi e stentati passi, mentre negli Stati Uniti le maggiori testate online avevano già qualche progetto interessante. C’era questa sensazione di un territorio nuovo da conquistare. Molte promesse, molto entusiasmo, poca disponibilità a rischiare. Negli anni sono arrivati i capitali (poi sono scappati e quindi ritornati con circospezione), ma la disponibilità a rischiare è ancora limitata. Che cosa è rimasto delle promesse di allora? Quali opportunità sono state colte? Quante siamo ancora in tempo per cogliere? Quali invece si sono rivelate impraticabili?

A queste domande riponde, per l’appunto, Nora Paul sulla Online Journalism Review, ripresa, in parte tradotta e approfondita ieri in un bel post di Mario Tedeschini Lalli:

1) Il “pozzo senza fondo” (Illimited newshole), l’idea che gli spazi illimitati del web avrebbero consentito di scrivere tutto ciò che una pagina di carta no poteva ospitare
2) Di tutto e di più (Give me more), l’idea che ci fosse nel pubblico una attesa spasmodica di sempre maggiori informazioni
3) Hyperlinking, l’idea che ogni pezzo andasse arricchito da rinvii contestuali a materiale proprio o altrui
4) Communicazione giornalista/lettore, la possibilità di interazine tra autore e fruitore dell’informazione
5) Come ho scritto il pezzo, l’idea che sul web fosse possibile “dar conto” di ciò che più sinteticamente si fosse scritto/trasmesso altrove
6) Nuovi stili espressivi di giornalismo
7) Dare un seguito alle storie, la possibilità di seguire lo sviluppo di un fatto
8) Nuovo rapporto tra parole e grafica, ovvero: le tecnologie (es.: Flash) che consentono nuove strutture narrative.
[leggi il resto su Giornalismo d’altri]

Il bilancio di Paul e di Tedeschini Lalli è misto (invito ad approfondire i rispettivi articoli e, a giorni, l’intervista che Giuseppe Granieri ha fatto a Tedeschini Lalli per internet.pro di aprile): si è fatto qualcosa, si poteva fare di più, qualcos’altro si è rivelato inaspettatamente deludente. Dice Tedeschini Lalli:

Personalmente, molto presto nella mia esperienza di otto anni di giornalismo online ho scoperto che la gran parte del pubblico naviga poco e pochissimo in profondità: uno sguardo alla home, ogni tanto un click su un pezzo specifico, molto raramente sfrutta la contestualizzazione fornita dai link (a meno che non si tratti di un documento ritenuto centrale e magari pruriginoso, come il rapporto dello Special Prosecutor sul Monicagate di Bill Clinton). Il fatto è che agiamo in un mercato, che è il mercato dell’attenzione, e che l’ibridazione dei mezzi e la convergenza delle piattaforme consente una concorrenza più stretta al giornalismo da parte di informazioni diverse (entertainment, giochi, comunicazione interpersonale, ecc.).
[ancora da Giornalismo d’altri]

Tutto vero, tutto interessante. Ma a me qualcosa ancora non torna: se la disponibilità dell’utente medio a seguire i collegamenti ipertestuali è assai bassa, come si spiega il prorompente dilagare dei blog, che di abbondanza di link e di continui rilanci di attenzione fanno parte della propria ragion d’essere? Sia chiaro: non mi basta come risposta il fatto che i blog sono ancora composti di nicchie di utenti evoluti, perché almeno negli Stati Uniti questo non è più del tutto vero.

E ancora: non staremo forse cadendo nell’equivoco dei palinsesti televisivi, entrati in circolo vizioso al ribasso in cui l’offerta scade per incontrare i gusti predominanti del pubblico, il quale a sua volta si lamenta della poltiglia uniforme e sempre più inguardabile? Un passaggio chiave che né Nora Paul né Mario Tedeschini Lalli approfondiscono, secondo me, è quella fase – più o meno tutto ciò che è stato tra il 1999 e il 2001, se non oltre – in cui l’informazione online ha assorbito più caratteristiche dall’info-intrattenimento televisivo piuttosto che dalla tradizione cartacea da cui più spesso proviene. Un’eredità che i giornali online stanno cominciando a togliersi di dosso appena ora, e forse non è un caso che proprio ora le maggiori testate stiano ricominciando a guadagnare consensi (e qualche avanzo pubblicitario). Vale, per quanto mi riguarda, la stessa obiezione che muovo ai portali: avete agglomerato, replicato, appiattivo contenuti con il solo scopo di tenere il maggior numero di utenti in un recinto chiuso per il tempo più lungo possibile, snaturando ogni peculiarità della Rete, e ora dite che Internet non funziona?

La mia idea è, invece, che bilanci stringati, entrate inesistenti e scarsa dimestichezza con la Rete abbiano fatto propendere i grandi gruppi editoriali per la via più breve e più facile, redditizia in fatto di volumi di traffico ma limitata e perfino suicida nelle prospettive. Forse non saranno mai disponibili capitali a fondo perduto per provare davvero a inventare qualcosa di nuovo, né esisterà mai un modello economico in grado di soddisfare nel contempo le esigenze di editori e lettori; ma non limitiamoci a dire “è andata così, non funziona, accontentiamoci”. Perché solo oggi, dieci anni dopo, il Web comincia ad assomigliare a se stesso, e c’è ancora molto da (ri)costruire. Beata l’ora che esistono le Nora Paul e i Mario Tedeschini Lalli che, dieci anni dopo, hanno ancora la passione di discuterne.

marzo 18 2005

Visto l’argomento, quel paio di cose che avevo da dire su Blog generation, il libro di Giuseppe Granieri, le ho scritte nell’altro sito.

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