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Quando le periferie della rete si popolarono

Giovedì mattina a Pordenonelegge dovevo moderare un incontro sulla democrazia digitale di cui era protagonista Fabio Chiusi. Come avviene di solito nei festival, fuori dalla sala c’era un banchetto con in vendita i libri degli autori. Mi aspettavo di trovare Giornalismo e nuovi media, l’ultimo dei miei libri stampati su carta. Invece c’era La parte abitata della rete, forse il testo a cui sono più affezionato, uscito nel 2007. Strano, dico al libraio, lo sapevo ormai introvabile.  Strana anche la copertina, insisto, d’un cartoncino lucido e leggero che non ricordavo. È toccato al colophon dirmi la novità: il libro è andato in ristampa, la seconda, proprio in queste settimane. Si vede che non si usa più avvertire l’autore.

La notizia mi ha da un lato inquietato (dopo sette anni che cos’avrà mai da dire un libro che parla della rete avanti Facebook, se non testimoniarne la preistoria?) e dall’altro emozionato (dopo sette anni dalla pubblicazione è ancora tra i piedi, quel dannato libretto!). Ancor più emozionante è stato leggere su Facebook, dove d’istinto ho condiviso la mia sorpresa, i commenti di chi a suo tempo l’aveva apprezzato. Qui, per festeggiare, le prime pagine di La parte abitata della rete.

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Ho preso la residenza nella parte abitata di Internet per la prima volta nel 1996, al 6272 del lungocosta di SouthBeach, dentro Geocities. Geocities era un servizio che permetteva di aprire pagine Web amatoriali, uno dei primi dedicati a quanti entravano nel Web con la velleità di costruire un ambiente in cui tutti erano nello stesso tempo autori e lettori di contenuti. A metà degli anni ’90, Geocities era diviso in città e in vicinati: il mio aveva la fama di un luogo dove ritrovarsi e chiacchierare senza impegno, ma c’erano quartieri per gli hobby e gli interessi più in voga: dalla politica (Capitol Hill) alle scienze (Cape Canaveral), dalla musica classica (Vienna) agli stili di vita alternativi (West Hollywood), dalle collezioni di fumetti giapponesi (Tokio) agli sport estremi (Pipeline), e perfino un parco giochi riservato ai bambini (Enchanted Forest).

Geocities riproduceva sull’allora giovanissimo World Wide Web alcune metafore di tipo geografico e sociale legate alla vita reale. Oggi potremmo definirle ingenue, se non tenessimo conto del fatto che dieci anni fa Internet era un ambiente nuovo e sconosciuto, quanto meno al di fuori dei circoli accademici e scientifici. L’analogia con la realtà era un primo, efficace strumento per esplorarlo: ogni vicinato era composto da una strada che collegava tra loro le costruzioni, a ciascuna delle quali corrispondeva la pagina personale di un iscritto identificata da un numero civico progressivo. Le villette di Geocities erano punti di presenza dei pionieri della Rete e il primo tentativo, necessariamente immaturo, di mettere in connessione i contenuti di tutti attraverso contesti arbitrari e tuttavia intuitivi.

Nel 1998 i fornitori di accesso a Internet gettavano le fondamenta di quelle che sarebbero diventate le prime città di Internet. Erano posti strani, con tante vie d’entrata, ma pochi modi per andarsene. Ti invitavano a trasferirti da loro regalandoti un po’ più di spazio, laddove le esigenze crescevano e il mercato degli affitti andava rincarando. Accettai, abbandonando a malincuore Geocities, che dal canto suo cominciava a trasformarsi lentamente in qualcosa di più asettico e funzionale agli interessi dei neonati portali. Il mio domicilio, che ospitava una breve biografia e qualche dettaglio sui miei hobby, diventò una sequenza di lettere poco affascinante e imposta dal provider (space.tin.it/io/smaistr), in cui – dato un nome-utente poco leggibile, definito automaticamente dal sistema – si poteva scegliere soltanto la sottocategoria che avrebbe suggerito al visitatore il taglio del sito: viaggi, arte, salute eccetera. Non trovandomi a mio agio in nessuna classificazione a priori, scelsi la più generica e personale: io.

Dalla finestra di quel monolocale piccolo e poco ospitale ho visto passare una dopo l’altra le tempeste di quel periodo di follia collettiva passato alla storia come new economy: buona parte dell’architettura autoctona del Web – fatta di esperimenti, di presenze individuali e di connessioni ancora molto simili a quelle sperimentate nelle Bbs – venne travolta dalle nuove metropoli dei contenuti commerciali e industriali, che attiravano
le energie migliori e dimenticavano la vocazione più autentica di Internet. Portali e comunità virtuali creati a tavolino per ottimizzare i costi e massimizzare il numero di accessi imponevano sensibilità e strutture mutuate dal mondo dei mezzi di comunicazione di massa. Ogni muro disponibile veniva riempito di marchi e cartelloni pubblicitari. Si stava costruendo la nuova televisione: altrettanto generalista, livellata verso il basso e passiva di quella tradizionale, sebbene il telecomando fosse più complicato. Doveva far ricchi tutti, Internet, e per alcuni anni andò davvero così. Ma non durò a lungo, e lasciò dietro di sé pessimismo e crisi di creatività, insieme all’idea che per fare qualcosa di buono sarebbero serviti comunque tanti soldi.

A partire dal 2000 si sparse la voce che, lontano da queste metropoli sempre più depresse, le periferie si andavano popolando. Rustici di campagna e villini in collina venivano resi interessanti da una tecnologia che permetteva a chiunque di metter su pareti e mobilio senza la necessità di ricorrere ad architetti, ingegneri, arredatori, muratori e carpentieri. Erano gli embrioni di ciò che oggi chiamiamo
weblog, sistemi di pubblicazione personale economici in virtù dei quali l’autore non ha più necessità di perdere tempo a comprendere la tecnologia, ma può concentrarsi sui contenuti. Racconta Eloisa Di Rocco:

Era il classico quartiere dove non ci si viene a fare niente, il quartiere che ha senso solo per chi ci abita. Che non ha nessun secondo fine se non quello di essere usato per il suo scopo. […] Il quartiere che nessuna guida turistica, nessun quotidiano fuori dalla pagina di cronaca, nessun giornaletto alternativo stampato su carta riciclata e distribuito gratis nella metropolitana nomina mai. Lì c’è solo gente comune che vive. Esce, va al supermercato, si ferma ai semafori, parcheggia in garage, compra i fiori all’angolo, va alla scuola di fronte, prende l’autobus sulla via grande, si incontra al bar, sul muretto, sulla piazzetta. In un quartiere così ci capitano tutti per caso.

Divenne un’alternativa sempre più concreta rispetto alle esasperazioni commerciali di Internet, il luogo della rifondazione di ideali originari di libertà, creatività, condivisione e collaborazione. Un numero inaspettato di persone ci si stabilì in via definitiva, rimboccandosi le maniche per alimentare uno straordinario quanto
improvvisato esperimento di ingegneria sociale mediato dalla rete di comunicazione. Io ci sono capitato diverse volte per lavoro, per studiare quello che stava succedendo e raccontarlo in città: nel 2003 ero ormai talmente affascinato da quanto vedevo che mi ci sono trasferito a mia volta. Vinte le ultime diffidenze da artigiano del web, che ama costruire a mano le pagine dominando quel poco di codice Html conosciuto, ho colonizzato un indirizzo che ora porta il mio nome (www.sergiomaistrello.it) e che da allora raccoglie quanto di più significativo concerne la mia vita personale e lavorativa. Ogni pagina di questo libro nasce da ciò che è successo in seguito e da ciò che ho imparato come cittadino di quel quartiere appena fuori città.

[Tratto da La parte abitata della rete, Tecniche Nuove, 2007]

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La parte ristampata della Rete

Una buona notizia dall’editore: a un anno giusto dalla sua uscita, La parte abitata della Rete va in ristampa, che la prima tiratura è andata esaurita. Ne approfitto per ringraziare tutti voi che l’avete letto, apprezzato, commentato, prestato, regalato, consigliato – in una parola: gli avete dato vita. Ho scritto quel libro pensando soprattutto a chi non ha ancora familiarità con Internet, ma curiosamente sta ottenendo riscontri soprattutto da parte di chi già vive e lavora in Rete: chissà che queste nuove scorte non riescano a spingersi là dove spiegare quanto di buono sta accadendo grazie a Internet sembra più difficile.

Già che ci siamo, aggiungo che sta invece concludendo il suo ciclo di vita il buon vecchio Come si fa un blog, di fatto già introvabile da qualche tempo in libreria. Per essere un libro del 2004 – e di taglio piuttosto pratico, dunque legato a strumenti e pratiche che nel frattempo si sono evolute parecchio – ha avuto una vita sorprendentemente lunga. Tanto che oggi ricevo quasi più richieste e commenti di quando è uscito. Mi è stato chiesto più volte di aggiornarlo, ma per me l’aggiornamento che avrei potuto scrivere esiste già ed è appunto La parte abitata della Rete. In compenso sto cercando di convincere l’editore a non chiuderlo in un cassetto, facoltà che contrattualmente gli compete, ma a lasciarlo in qualche modo a disposizione in versione elettronica per quanti ancora hanno voglia o necessità di consultarlo.

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Mercoledì sera a Milano

Appuntamento confermato, dunque, mercoledì sera (9 maggio) alle 18 alla Libreria Hoepli di Milano, zona Duomo (mappa). Ci troviamo a fare quattro chiacchiere sul libro con Luca Sofri e Tommaso Labranca (bontà loro). Per rispondere alle domande più frequenti raccolte finora: sì, l’entrata è libera e tutti sono benvenuti (e ci mancherebbe altro!); e boh, non ho idea se sia previsto un rinfresco, ma metterò una buona parola in proposito. Chi vuole può scaricare e stampare l’invito, ma è soltanto un promemoria, nessuno controllerà all’ingresso.

Ci sarai?

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La parte abitata della Rete

Oggi dovrebbe essere uscito un po’ ovunque La parte abitata della Rete. È probabile che ormai sia rintracciabile con facilità a Milano, a Roma e nelle maggiori città. Con calma arriverà anche nelle tante province dell’Impero, sebbene il mio libraio di fiducia fosse ottimista su una fornitura a breve pure qui da noi, che della provincia dell’Impero siamo il prototipo. Le principali librerie online lo hanno messo in catalogo stamattina. Il sito dell’editore, dove si può consultare l’indice, fa anche lo sconto.

La parte abitata della Rete è il mio secondo libro, fratello maggiore di Come si fa un blog. Più che un manuale o un saggio, dice la quarta di copertina, è una guida turistica:

racconta di una parte di Internet che cresce in fretta e sta facendo parlare molto di sé. Nasce con i blog, i wiki, il podcasting e i social network: un numero esplosivo di persone sta utilizzando gli strumenti più maturi di Internet per esprimere punti di vista e per condividere competenze, dando vita a nuove forme di opinione pubblica e a sistemi innovativi di mediazione tra le diverse visioni del mondo.
Ai margini dei grandi agglomerati commerciali della Rete sta emergendo un sistema di relazioni e di produzione dei contenuti che ha nella partecipazione spontanea e gratuita delle persone il suo motore. Nel rispetto della logica reticolare, dentro la parte abitata della Rete i cittadini digitali stanno imparando a essere nodi in un sistema creativo ricco di opportunità. Tutto ciò ha ripercussioni profonde sulle dinamiche consolidate della società di massa, e già oggi influenza il modo in cui si fa informazione, cultura, politica e mercato.
Il libro prende avvio dalla geografia di questo mondo digitale ed esamina gli strumenti con cui se ne acquisisce la residenza, per poi approfondire i processi che determinano i comportamenti online, i meccanismi della collaborazione e il modo in cui si misurano i benefici individuali e collettivi.

Come ogni guida turistica, l’ho scritta pensando soprattutto a chi la meta non la conosce ancora o a chi la conosce poco, piuttosto che a quanti già ci vivono da tempo e con soddisfazione. Ho provato a raccogliere quello che ho imparato in Rete in questi anni, le cose migliori che ho sentito dire in giro, il senso del mutamento di prospettiva che stiamo vivendo, al di là della banalità degli strumenti, degli entusiasmi e delle definizioni del momento.

Spero, più di ogni altra cosa, di aver reso giustizia all’impegno delle tante persone che stanno rendendo Internet un luogo interessante, vivo, utile, pieno di umanità. Comunque sia, ora a voi la parola.

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