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In cerca di metodo, conoscenza e validazione

Gran parte delle esperienze personali e professionali degli ultimi due anni mi hanno portato a ragionare sulla partecipazione civica. Non me la sono cercata, sta di fatto che gli ultimi approfondimenti in campo tecnologico, giornalistico e politico mi han portato tutti lì. La chiamiamo dimensione iperlocale o giornalismo di comunità, a seconda dei casi, ma ha sempre a che fare con l’evoluzione della società dalle gerarchie al peer to peer e con il declino dei tradizionali sistemi di mediazione. C’è ancora molto da fare, soprattutto in quanto a consapevolezza e alfabetizzazione rispetto alle grammatiche e alle sensibilità promosse dalla rete, ma ci sono momenti in cui lo strappo è più sensibile. E questa peculiare congiuntura italiana, dopo anni di battaglie di retroguardia vinte ai punti dalle ottuse classi dirigenti che ci siamo dati, è nel bene e nel male uno di questi momenti (do qui per acquisite le riflessioni sull’utopia digi-egualitaria di Mario Tedeschini Lalli).

Insomma, abbiamo finalmente una simil massa critica di cittadini che usano strumenti di espressione pubblica, che condividono idee e competenze, che si aggregano intorno a specializzazioni e interessi, che si coordinano in modo fluido per fare insieme e co-creare la realtà in cui vivono. L’immaginavamo, l’aspettavamo. Ora ci siamo. Più o meno. Quello che personalmente ho sottostimato finora è quanto ci saremmo arrivati malconci, da un punto di vista dei processi democratici e partecipativi. Ma guardandola in positivo – perché nonostante tutto è un meraviglioso momento storico, di quelli in cui hai la possibilità di contribuire a dare forma al mondo con i tuoi gesti e con le tue idee – sento urgente l’esigenza di riflettere e di inventare strumenti in grado di mettere a fuoco:

  • un metodo. Non possiamo contare su regole vincolanti imposte dall’alto, dobbiamo agire necessariamente sulle buone pratiche che emergono dal basso. Non c’è più l’arbitro che fischia il rigore, la comunità deve lavorare in modo condiviso sui premi e sulle sanzioni che, agendo sulla reputazione dei singoli nodi, favoriscano il rispetto di alcuni principi condivisi. Principi come l’accuratezza, l’imparzialità, l’indipendenza, la legalità, per ispirarsi al lavoro di ricerca sui media civici di Fondazione Ahref. Principi che vengono poi declinati in una serie di indicazioni sul trattamento delle fonti. Principi che da dodici anni stanno, per esempio, alla base del lavoro editoriale di Wikipedia. Comunque sia, sta a noi: se vogliamo che l’ecosistema civico migliori ed evolva, dobbiamo, ciascuno nel nostro piccolo, dare il buon esempio, contribuire alla diffusione di culture e competenze digitali, agire in modo rigoroso sia nella pubblicazione di contenuti sia nella selezione, aggregazione e valorizzazione dei contenuti altrui.
  • sistemi di gestione della conoscenza. Non esistono, al momento, strumenti efficienti di gestione e di sistematizzazione della conoscenza di una comunità. In tempi di abbondanza di informazione e flussi di notizie iperveloci, la conoscenza collettiva è una risorsa ancora scarsa, incompleta e affidata quasi esclusivamente agli albi pretori, alle emeroteche e alle biblioteche. Basti pensare a come, al termine di ogni mandato amministrativo, viene sostanzialmente azzerata la conoscenza delle questioni correnti, che non sedimentano se non nel distillato assai minoritario e burocratico degli atti formali. Nei settori operativi di un’amministrazione si finisce molto spesso per rivolgersi al funzionario più anziano, quando si ha la necessità di ricostruire questioni complesse e di lunga durata: se questi va in pensione, si genera un buco di memoria storica e di pensieri lunghi. Anche in campo giornalistico sono sempre meno i professionisti che mantengono archivi personali su situazioni e personaggi, che comunque non vengono mai condivisi in pubblico se non sotto forma di articoli e libri, coi limiti di cui sopra. Tutto ciò che non è ancora storia e non è più notizia di attualità viene sottoposto il più delle volte a trattazioni deficitarie, incomplete e improvvisate, quando non malevolmente condizionate da interessi particolari. Il dibattito civico, mentre viene progressivamente trasferito in rete, ne risente e si impoverisce, viene agevolmente manipolato. Di qui la necessità di dare forma a depositi di conoscenza condivisa, wiki di rilevanza (iper)locale, sistemi di contestualizzazione delle notizie che lavorino sulle mille possibili relazioni tra le notizie del giorno e le vicende del passato. Sarebbe, questo, terreno di evidente vocazione giornalistica o editoriale, ma in loro mancanza sospetto che il ruolo propositivo potrebbe essere assunto almeno in una prima fase dalle amministrazioni pubbliche, a garanzia di un approccio neutrale e super partes.
  • infine, sistemi di validazione delle informazioni. Una volta ottenuti con metodo condiviso i contenitori di sapere condiviso, abbiamo per le mani uno straordinario strumento di validazione al servizio della comunità, che permette di depurare sul nascere dibattiti pubblici viziati da informazioni sbagliate, ricostruzioni incomplete e incoerenze di fondo. Non è un interesse puramente accademico: è un supporto fondamentale a disposizione dei filtri collaborativi e spontanei dei cittadini, è un sistema di biasimo condiviso che svergogna chi non misura le parole e si spinge in terreni che non ha praticato a sufficienza. Se i servizi di fact checking oggi sono interessanti, dal mio punto di vista lo sono in quanto palestra di validazione collaborativa molto prima che per le qualità di occasionali start up giornalistiche come Politifact o Pagella politica. Ma, di nuovo, non è l’azione di controllare le dichiarazioni altrui che innesca l’evoluzione: è il ragionare e il costruire i propri argomenti, soprattutto dentro l’ipertesto del web,  in una modalità già pensata per fornire all’interlocutore gli appigli per approfondire, controllare, smontare le tesi fino ad arrivare alla loro essenza.

Una cosa soprattutto mi è chiara, dopo questi mesi di esperimenti e ragionamenti sulle dinamiche iperlocali. Ed è che non ne verremo mai a capo se continueremo a fare i giornali come li stiamo facendo, ad amministrare le istituzioni come le stiamo amministrando e, soprattutto, se continueremo a essere cittadini come lo siamo oggi. L’inerzia delle funzioni delegate non basta più. Il web ha aggiunto la terza dimensione alle nostre proiezioni sociali. È giunto il momento di rinegoziare le deleghe, di superare le mediazioni, di assumersi nuove responsabilità, non per stravolgere ciò che è stato, ma per riempire da capo di senso gli spazi di convivenza civica. Il mondo cambia soltanto se ci rimettiamo in gioco noi, tutti noi, uno per uno, peer to peer.

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Come stiamo facendo la smart city a Pordenone

Questa è una storia locale, ma la racconto qui perché potrebbe interessare anche chi locale non è. A Pordenone stiamo rifacendo il piano regolatore. Lo stiamo facendo prendendo a riferimento da un lato gli standard internazionali di sostenibilità ambientale e dall’altro considerando la tecnologia come uno strumento al servizio della qualità della vita. L’ennesima smart city, almeno nelle aspirazioni di lungo termine, ma forse un po’ più originale perché capovolta nel processo e strettamente interconnessa agli strumenti di pianificazione del territorio.

Il primo motivo di originalità è che l’amministrazione comunale – con cui in questo progetto collaboro, tanto perché siano chiari i conflitti di interesse di chi scrive – ha deciso di non partire da un’idea specifica di città, la classica direttiva politica che si traduce poi in numero di abitanti attesi nel medio periodo, bensì dalla valutazione preventiva della capacità del suolo cittadino di sopportare la vita e l’operosità del territorio senza compromettere l’ecosistema naturale (i cosiddetti servizi ecosistemici: produzione di cibo, depurazione delle acque, contenimento dei fenomeni legati al clima e via dicendo). Da qui verrà l’indicazione se esistano margini di crescita ulteriore o se, più probabilmente, non sia il caso di fermarsi o addirittura fare qualche consistente passo indietro, fino a considerare la possibilità di negoziare i diritti edificatori pregressi o di ripristinare aree naturali.

Il secondo motivo di originalità è che tutta la fase di analisi che precede la progettazione è stata svolta in gran parte insieme ai cittadini. Da luglio a oggi la città è stata coinvolta in un percorso partecipativo che, attraverso incursioni urbane, convegni, laboratori civici, incontri informali e visite sul territorio, ha mobilitato quasi 500 persone (su una popolazione di 50.000, il proverbiale 1%). Non si è trattato soltanto di animazione e acquisizione di consenso, ma di coprogettazione a tutti gli effetti: dal lavoro collettivo di questi mesi sta emergendo una relazione approfondita (qui una bozza, a giorni sarà disponibile il documento definitivo) contenente le tracce di una visione condivisa della città, della sua identità, delle sue criticità e delle sue aspirazioni.

Questa visione diventerà la base su cui, insieme agli scenari dello studio socio-economico del territorio e al bilancio urbanistico, i progettisti chiamati a redarre il nuovo strumento di pianificazione daranno il loro contributo tecnico (l’incarico è in fase di assegnazione in queste settimane, nonostante qualche interessante complicazione). La partecipazione civica proseguirà fino all’approvazione del nuovo piano regolatore: ogni passaggio chiave sarà condiviso e discusso con la comunità, così come previsto dal bando di gara (a cui stanno partecipando alcuni dei maggiori studi nazionali di pianificazione territoriale).

«La città è un modo di coordinamento, è una piattaforma per le relazioni», diceva Luca De Biase nel corso del convegno inaugurale. Se il piano regolatore seguirà il suo destino tecnico prima e politico poi (l’approvazione definitiva è stimata per la metà del 2014), il 2013 dovrebbe essere anche l’anno decisivo per l’elaborazione di una strategia tecnologica del territorio, che alla fine sempre pianificazione è (e qui mi torna in mente la visione urbanistica degli spazi digitali di Giorgio Jannis). Progettiamo luoghi digitali e favoriamo relazioni sociali nello stesso modo e con gli stessi scopi per cui finora abbiamo aperto strade, arredato piazze e pensato i flussi di persone e beni. «L’intelligenza nell’epoca del web è la condivisione della conoscenza», ci ricordava  a settembre Michele Vianello. La sfida, secondo il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti, assume urgenza particolare di fronte a una crisi che ormai parla di trasformazione, ma è tutt’altro che semplice: «Dobbiamo ricollocare le nostre capacità consolidate in un contesto completamente diverso, perché non perdano valore. Per riuscirci dobbiamo fare salto gigantesco di semplificazione della nostra vita quotidiana. Questo processo ci metterà a nudo, perché tutti dovremo mettere in discussione le nostre abitudini e probabilmente rinunciare a qualcosa».

Se smart è il metodo più che l’obiettivo, la chiave di volta potrebbe essere assecondare le caratteristiche, le predisposizioni e le competenze del luogo. In questo senso il confronto partecipato con i cittadini in questi mesi è un eccellente punto di partenza, da riprendere e approfondire. Remano contro i pesantissimi tagli  di bilancio in corso a tutti i livelli nella pubblica amministrazione, che fanno strage degli sprechi ma anche dei nuclei potenzialmente benigni di innovazione, per contro ho la sensazione che proprio l’impossibilità di procedere a grandi investimenti sarà uno stimolo eccezionale alla creatività diffusa e alla ricerca di soluzioni semplici, economiche e concrete. La città diventa smart se una massa critica di cittadini diventa smart nei comportamenti, nelle pratiche e nelle aspirazioni di ogni giorno. Il che ne fa un’opportunità culturale prima che tecnologica.

Segnalo tutto questo qui e ora perché, qualora qualcuno fosse interessato a conoscere da vicino l’esperienza pordenonese, sabato 15 dicembre è in programma l’evento di presentazione dei primi risultati (a Palazzo Badini, in piazza Cavour, dalle 9 alle 18). Per chi vuole approfondire, il progetto si chiama Pordenone più facile e naturalmente tutto il materiale è condiviso anche online. L’hashtag su Twitter, se qualcuno vuole partecipare alla conversazione, è #pnfacile.

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Pordenone gioca con la rete, venite?

Giovedì a Pordenone comincia un evento molto particolare che si chiama DireFare.PN.it. Gli incontri del 2, 3 e 4 dicembre prossimi sono il momento clou di un progetto con cui l’amministrazione comunale ha deciso di affidarsi  alle reti – reti analogiche sul territorio e reti sociali sul web – per provare a raccogliere esperienze, progetti, visioni e aspettative per la città del prossimo decennio. Filo conduttore di tutte le attività sono i “pordenonesi altrove“, ovvero cittadini giovani e meno giovani che vita o studio o lavoro hanno portato lontani da casa. La retorica del cervello in fuga qui c’entra poco: il tentativo non è farli tornare, ma di attivare relazioni attraverso cui mettere al servizio della comunità sensibilità, specializzazioni e punti di vista meno familiari. Torneranno in 25 per un fine settimana, mentre altri si sono già raccontati e si racconteranno a distanza sul sito del progetto.

C’entro un po’ anch’io, nel senso che per il Comune e insieme a Giorgio Jannis e Piervincenzo Di Terlizzi sto curando le attività online del progetto. Qui lo segnalo perché potrebbe interessare, oltre ai miei concittadini in loco e altrove non ancora raggiunti dal progetto, anche a chi si occupa di dinamiche sociali mediate dai social network. Le difficoltà che incontra un’amministrazione pubblica nell’aprirsi in rete e alle reti sono enormi, come si può ben immaginare, per questo invito chiunque ne abbia piacere a unirsi a noi, per esempio su Facebook o negli altri spazi sociali predisposti per l’occasione, e a dare, se lo desidera, il suo contributo attivo. Accanto ai pordenonesi altrove e ai tessitori di relazioni locali non mi dispiacerebbe ospitare anche punti di vista e spunti di cittadini digitali che guardano a questo esperimento da altre realtà italiane e internazionali.

Posto che il canale di ascolto e di interazione tra istituzione e cittadini è aperto su ogni tema di interesse o di ricaduta locale, il progetto si è andato specializzando in particolare in quattro filoni: l’internazionalizzazione, l’innovazione dei processi aziendali, la sostenibilità ambientale e i nuovi patti di cittadinanza. Io, devo dire, mi sto appassionando soprattutto a quest’ultimo versante. L’idea di fondo è che le istituzioni locali hanno e avranno in futuro sempre meno risorse per far fronte a problemi sempre più complessi. Già oggi i servizi sociali territoriali non fanno più fronte soltanto alle emergenze degli ultimi della società, ma anche dei penultimi e a volte dei terz’ultimi. Se ne esce soltanto ridiscutendo le deleghe di responsabilità, riavvicinando i cittadini alla propria comunità, con l’idea che i problemi di un quartiere possono essere risolti più efficacemente dentro al quartiere dalle persone che nel quartiere vivono. In questo senso viene proposto un nuovo istituto giuridico chiamato fondazione di partecipazione o fondazione di comunità. Ne riparleremo, di questo, perché è un ribaltamento di prospettiva che, nella mia testa, va di pari passo con le dinamiche di cui mi occupo per lavoro nella comunicazione e nell’informazione, così come con la sostenibilità delle scelte di vita che sperimento con la mia famiglia e con il gruppo d’acquisto a cui partecipo. Chi vuole approfondire intanto trova alcune sintesi degli incontri delle settimane scorse sul sito di DireFare.PN.it.

Segnalo infine che giovedì 2 dicembre alle 18.00 avrò il piacere di moderare un incontro sulla società che si fa rete a cui parteciperanno Giuseppe Granieri, a cui riesco per la prima volta a far mettere un piede a Pordenone, e Giorgio Jannis. Parleremo di società digitale, di abitanza biodigitale, di flussi da pettinare, di conversazioni e quant’altro. Sarete i benvenuti.

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Fargli un monumento

Ma io mi ostino a pensare che questa protesta, geniale e coinvolgente, degli studenti che si prendono i luoghi simbolo d’Italia non sia tanto contro questa riforma e contro questo governo. Quelli sono il pretesto, la notizia buona per i titoli del tg. La scintilla che innesca. Mi piace invece pensare che stiano protestando per lo sfascio, per l’arroganza, per il cinismo, per la miopia che gli ultimi venti o trent’anni di storia italiana, con governi di ogni colore, hanno riservato loro. Per lo stato in cui è ridotto l’intero sistema della formazione nazionale, per la precarietà degli edifici, per la prostrazione degli insegnanti, per la tristezza delle ultime riserve di potere, per il tedio dell’ennesima riforma che sai già destinata a impoverire ancora. Per lo spettacolo disonorevole di questi anni. Mi piace pensare che questi esuberanti giovanotti abbiano trovato il coraggio, la motivazione e l’intuizione per fare quello che noi ex-studenti sfuggiti per un soffio al collasso, noi genitori che portiamo a scuola la carta igienica per i nostri figli, noi adulti tramortiti al pensiero dell’eroismo quotidiano che ci sarebbe richiesto, non siamo stati capaci di fare: ritrovare dignità, alzare la voce, riprenderci – almeno simbolicamente – ciò che ci spetta. Per questo trovo quei monumenti occupati un’immagine potente come non se ne vedevano da anni. Per questo auguro a tutti noi che non si stanchino o non siano distratti troppo presto. E per questo, come altri in queste ore, penso che su quei monumenti dovremmo esserci anche noi.

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