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Tag: personal democracy forum

ottobre 6 2014

Benedetta, come sempre, l’occasione di guardare alle nostre specializzazioni con occhi internazionali. Viviamo in un catino linguistico e culturale sempre più ripiegato al suo interno, abbiamo invece grande bisogno di confrontarci con il resto del mondo. Di imparare dal resto del mondo, ma anche semplicemente di raccontare al resto del mondo quanto di buono facciamo, per crescere insieme. Se c’è una via d’uscita dalla crisi strutturale in cui siamo impantanati, questa non può che emergere che allargando lo sguardo, includendo punti di vista, moltiplicando le relazioni. Se avevo bisogno di metterlo a fuoco ancora una volta, beh il Personal Democracy Forum di Roma me ne ha dato di certo una nuova occasione.

Qualche appunto disordinato, per tenerne traccia:

  • Utile rinfrescata di progetti che conoscevo già, ma che è sempre interessante tenere sott’occhio: mySociety, OpenPolis, Open Corporates, Open Coesione, OpenExpo.
  • Sam Lee ha raccontato alcuni progetti di World Bank, a partire dagli Open Financial Data della banca mondiale.
  • Deliziosa combinazione tra confezione british e passione italiana quella di Luciano Floridi, filosofo dell’innovazione a Oxford. Il suo The Fourth Revolution mi aspetta già sull’iPad.
  • FoodCast: l’esempio che userò d’ora in poi per spiegare il senso per nulla astratto degli open/big data. Prendi informazioni che sono (o dovrebbero essere) già disponibili a tutti, le ordini in modo che possano interagire facilmente tra di loro, assumi informazioni dalle relazioni che si creano. Nel caso specifico, un progetto nato peraltro alla Sissa di Trieste, per spiegare e prevedere le oscillazioni nella disponibilità e nel prezzo del cibo. Ne risentiremo parlare durante Expo2015, credo.
  • D-Cent, un progetto di Nesta per la realizzazione di strumenti e piattaforme per la collaborazione e il decision making su vasta scala. Ne ha parlato Francesca Bria nel nostro panel.
  • Giovani da tenere d’occhio: Leonardo Quattrucci.
  • Il processo dovrebbe partire dalla spontaneità dei network per arrivare al policy making e non viceversa: l’intervento di Alberto Cottica è stato al solito illuminante.
  • Una bella chiacchierata con Paola Bonini e Alessio Baù sulla loro esperienza nella gestione dei canali social del Comune di Milano, ottimi spunti per le mie ricerche sulle dinamiche iperlocali.
  • Quanti soldi servirebbero per colmare il gap strutturale che renderebbe digitalmente competitiva l’Italia, chiede Gian Antonio Stella al neo direttore generale dell’Agenzia per l’Italia Digitaled Alessandra Poggiani? «Sei miliardi di euro».
  • Uno storify con una selezione ragionata di tweet e link dalla giornata romana.

Grazie ad Antonella Napolitano, brillante organizzatrice e conduttrice del PDF Italy. Ma anche a Riccardo Luna, fresco digital champion italiano, e all’organizzazione della InnovationWeek/Maker Fair, che hanno creato le premesse per ospitarlo.

settembre 25 2014

Il Personal Democracy Forum è la più importante conferenza dedicata all’impatto della tecnologia sulla politica e sulle forme di governo. È nata nel 2004 negli Stati Uniti e  da allora – attraverso conferenze, seminari e contenuti online – ha raccolto una comunità di innovatori e attivisti sempre più vasta e internazionale. Un osservatorio preziosissimo, per chi si interessa di democrazia emergente, di partecipazione e di innovazione sociale.

In passato io sono stato al Personal Democracy Forum di New York nel 2008 (appunti: 1, 2) e alla prima edizione del Personal Democracy Forum Europe a Barcellona nel 2009 (appunti: 1, 2).

Lunedì all’Auditorium della Musica di Roma si tiene la prima edizione del Personal Democracy Forum Italia, nell’ambito della colossale Maker Fair organizzata da Riccardo Luna e Massimo Banzi. Sarà un’occasione per connettere le più interessanti esperienze italiane di politica e cittadinanza digitale con i dibattiti internazionali sull’argomento (e viceversa). Ci si può ancora iscrivere gratuitamente su Eventbrite. Il programma è densissimo, ricco di presenze internazionali e ruota intorno alle sfide della società dei dati. Ci sono anch’io, immeritatamente: modero un bellissimo panel dedicato agli strumenti per la ricostruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Come scrive Antonella Napolitano, editor europeo di Personal Democracy Media, curatrice della conferenza e (soprattutto) amica e guida nell’esplorazione delle implicazioni civiche della rete:

Spero che chi verrà abbia semplicemente la stessa esperienza che ne ho io: spalancare gli occhi, la testa, aver davvero bisogno delle pause per elaborare, aver voglia di andare a parlare con quello speaker o chiacchierare col vicino di quel che si ha appena sentito, pensare più volte “ecco, voglio fare questo/potrei fare questo/farò questo”. [leggi tutto]

L’hashtag è #PDFIitaly.

settembre 20 2010

Tra due settimane l’Università di Barcellona ospita la seconda edizione del Personal Democracy Forum in versione europea. Per chi si occupa di dinamiche partecipative legate alla politica e all’amministrazione pubblica, è un’ottima occasione di incontro, di ascolto e di confronto (vedi i miei appunti 2009 e quelli 2008 newyorkesi). In programma ci sono anche diversi punti di vista  italiani (day one, day two), tra cui quelli di Alberto Cottica, Dino Amenduni, Ernesto Belisario e naturalmente di Antonella Napolitano, ormai parte del comitato organizzatore. Io quest’anno non ci posso proprio andare, dunque metto a disposizione del primo che mi contatta lo sconto 2×1 (due ingressi al costo di uno) a cui avrei avuto diritto come partecipante all’edizione continentale inaugurale.

febbraio 20 2010

Due segnalazioni che incrociano in modo interessante le parole chiave internet, politica e Italia. Riguardano più o meno direttamente due amici, lo dico per inciso, ma sono iniziative che avrei apprezzato anche senza conoscere nessuno dietro le quinte.

Il primo è La Toscana che voglio, un social-coso collegato alla campagna di Enrico Rossi per le locali elezioni regionali (da studiare attentamente entrambi i siti, dietro c’è Antonio Sofi). L’idea è semplice e declina i meccanismi classici dei social-cosi: si può condividere un pensiero sul futuro della Toscana e votare quelli degli altri, facendo emergere le idee più interessanti. Accanto a ciò, ogni giorno c’è un delizioso montaggio redazionale di opinioni raccolte tra personaggi pubblici e gente comune (compito a casa per l’aspirante analista politico: prendere un programma televisivo come Secondo Voi, prendere queste interviste e tracciare le differenze). Dietro a una facciata allegra, quasi giocosa, La Toscana che vorrei prova a raccontare in modo differente un progetto politico, mettendosi al servizio delle idee degli altri, piuttosto che ripetendo a pappagallo le proprie. Tesse una rete spontanea, che aggrega energie e attenzione; fa sentire le persone accolte, ascoltate; assorbe idee e cultura del territorio; supera collettivamente le banalizzazioni dei luoghi comuni, filtrando insieme umanità e guizzi di luce. Inoltre, motivo per cui sono spinto a segnalarlo, a me ha strappato almeno tre sorrisi in cinque minuti di visita. Qual è l’ultima volta che una campagna elettorale vi ha fatto sorridere?

La seconda segnalazione è per The European roundup, una nuova rubrica che Antonella Napolitano tiene tre volte alla settimana sul blog del Personal Democracy Forum. Idea pulita pulita di quelle che dici “e che ci voleva”, ma intanto non lo faceva nessuno: tenere traccia delle idee, delle esperienze, dei dibattiti su internet e politica in tutta Europa. Una delle conclusioni emerse a Barcellona, nel corso della prima edizione del Pdf Europe, è che nel Vecchio Continente ci sono tanti contesti nazionali ma non ancora uno spazio di dialogo continentale. Non ci percepiamo ancora come una realtà politica dentro alla quale il destino di un Paese è legato a quello degli altri. Quello che serve è costruire ponti e sono anche e soprattutto piccole iniziative come quella di Antonella, sentieri tracciati in un bosco che ci pare inaccessibile, ad aiutarci a mettere un po’ per volta il naso a casa degli altri. In due numeri della rubrica (peccato che il blog del Pdf non consideri l’utilità delle categorie e non produca un indice ad hoc, btw), ho già scoperto due luoghi interessanti: laDemocrazia e l’arricchito spazio per le notizie di attualità in 11 lingue del Parlamento europeo.

novembre 21 2009

Appunti veramente sparsi e ancora incompleti, oggi. E’ stata una giornata altalentante, quella conclusiva al Personal Democracy Forum di Barcellona: sono mancati i grandi interventi di visione e anche la coralità e coerenza dei panel talvolta ha lasciato a desiderare. Decisamente meglio il pomeriggio della mattina: da recuperare in video, quando ce ne sarà l’occasione, l’intervento di Tom Steinberg (mysociety) e del fondatore di Meet Up Scott Heiferman in Reinventing Goverment e i panel Transparency and Participation: Changing the Equation e Can Social Media Create a European Union?. Notevole, ma da analizzare con calma, il modello di mediasfera e di hub management proposto da Vincent Ducrey in Adapting e Thriving in the New Media Environment. Di rilievo la presentazione di Antonio Sofi, che numeri alla mano ha fatto vedere come, soprattutto in Italia, i politici abbiano saltato il blog e siano approdati direttamente su Facebook, più che altro perché spinti dai propri elettori. Per via dei percorsi paralleli della conferenza ho perso purtroppo la presentazione di Alberto Cottica sul Progetto Kublai, che le voci di Twitter definiscono inspiring. Anche questa da recuperare in video appena possibile.

Nel corso della giornata sono emersi soprattutto quelli che Micah Sifry in apertura di giornata ha definito metahacker, piccoli e grandi abilitatori dell’hacker del processo di sintesi civica che risiede potenzialmente in ciascuno di noi. Me li appunto come promemoria sotto forma di link, alcuni già noti, da sviluppare semmai in seguito:

novembre 20 2009

Il primo giorno del Personal Democracy Forum Europe, qui a Barcellona, si è aperto con una conversazione tra Micah Sifry e Charlie Leadbeater tutta giocata sulla suggestione della cloud culture. Un numero maggiore di persone ha accesso a molti più strumenti creativi. Le nuvole sono una buona metafora del mondo verso cui stiamo andando: come in cielo, ce ne sono di tanti tipi, sono diverse tra loro, stratificate; il processo di aggregazione funziona come i cumulonembi. Leadbeater ridefinisce il modello bottom-up e top-down sotto forma di confronto tra cloudmaker e clockmaker, inserendo informazione e politica tradizionali nel secondo gruppo. Il problema dei giornali, dice Leadbeater, è che non hanno fatto abbastanza, si sono fermati alle pratiche di vent’anni fa. I politici invece dovrebbero preoccuparsi di guadagnare credito, piuttosto che di condividere semplicemente informazioni. Lasciare che le nuvole si formino liberamente sarà la sfida per i governi del mondo, e in questo senso i paesi occidentali dovrebbero farsi esempio trainante, piuttosto che tentare per primi di controllare il processo.

Da Anthony Hamelle di Linkfluence è arrivato uno studio molto interessante sulla “eurosfera”, la nuvola di contenuti e link del continente, per il momento limitata a quattro paesi: Germania, Olanda, Francia e Italia. Lo scopo era monitorare come le diverse blogosfere/infosfere nazionali si confrontassero vicendevolmente e soprattutto rispetto ai temi di attualità continentale. Particolarmente interessante è il caso italiano, che appare molto isolato, rinchiuso in se stesso, sostanzialmente disinteressato rispetto all’agenda dell’Unione e pesantemente incline alle opinioni personali piuttosto che alle analisi politiche. Da studiare il grafo sociale presentato, anche se non credo che la versione interattiva mostrata oggi sia messa a disposizione del pubblico.

Le sessioni più interessanti della prima giornata sono state quelle dedicate al caso Obama e alla sua potenziale riproducibilità nel Vecchio Continente. Joe Rospars, responsabile delle strategie sui nuovi media della vincente campagna presidenziale, ha insistito sulla relazione con gli attivisti, relazione che non aveva tanto a che fare con il candidato Obama in sé quanto con le persone stesse che lo sostenevano. Le persone erano ispirate da Barack Obama, ma erano motivate dal vedersi reciprocamente impegnati nella causa. I grandi eventi di massa sono stati soprattutto occasioni di contatto con i simpatizzanti, un contatto che poi, grazie a telefonate, email e social network, è continuato nel tempo con lo scopo di informare, stimolare l’attivismo locale e soprattutto far incontrare tra loro le persone. L’idea di fondo della campagna è stata abbassare le barriere alla partecipazione spontanea. Il risultato in soldoni parla di 13 milioni di persone contattate, dalle quali sono nati 45.000 gruppi locali autoorganizzati, 200.000 eventi sul territorio e naturalmente i famosi 500 milioni abbondanti di dollari in micro-donazioni spontanee. Ma anche il fundrising è stato concepito più in una chiave di relazione col candidato e con le idee condivise tra i sostenitori, piuttosto che una mera compartecipazione alle spese. Durante la campagna di Obama sono stati prodotti 1,2 miliardi di video, dei quali soltanto un decimo prodotti dallo staff ufficiale. Tre sono stati i principi ispiratori della campagna 2008, spiega Rospars: trasparenza, autenticità e partecipazione.

Quanto di tutto ciò può essere applicato in Europa? Obama è stato un candidato eccezionale in un momento eccezionale, dice Dominique Piotet, che pertanto è scettico sulla possibilità che il suo modello sia facilmente importabile al di qua dell’oceano. La campagna di Obama è stata la prima campagna del XXI secolo, così come quella di McCain è stata forse l’ultima del XX: Obama ha sfruttato il vantaggio di chi fa la prima mossa. E poi ci sono motivi strutturali profondi, sostiene Piotet: ci sono effettivamente comunità in Europa? Ci sono campagne? Abbiamo dei movimenti, ma i movimenti non sono campagne. Non abbiamo abbastanza movimenti spontanei, dal basso. Non abbiamo nemmeno una sinistra europea univoca, ma tanti piccoli schieramenti frammentati e incompatibili su scala continentale. Infine, non abbiamo ancora la necessaria predisposizione alla trasparenza. Guardate il calcio, ironizza il francese Piotet riferendosi implicitamente alla qualificazione mondiale della sua nazionale: vi pare che siamo pronti per la trasparenza? E l’elezione del presidente dell’Unione vi è sembrata una dimostrazione di trasparenza? No, Obama non può essere un modello per l’Europa, ma quanto meno una favolosa fonte di ispirazione.

Internet non è soltanto uno spazio pubblico, ma come dimostra Obama anche uno straordinario strumento di organizzazione, aggiunge Benoit Thieulin. In questo senso l’Europa deve sviluppare un’attitudine molto più professionalie. Tuttavia quello che ha fatto Obama rispetto alla gestione dei contatti dei sostenitori da noi non è pensabile, abbiamo tutt’altra propensione rispetto all’uso delle informazioni personali. Parere su cui non è d’accordo Rospars: non è poi così diversa la sensibilità, forse sono semplicemente le organizzazioni europee ad avere fatto finora un pessimo lavoro in questo senso. In Europa avete una dedizione al partito che negli Stati Uniti non esiste: è folle non metterlo a sistema. E non vi illudete rispetto alla congiuntura eccezionale in cui è stato eletto Obama, conclude: vi assicuro che portare alla Casa Bianca un afroamericano con un nome iracheno è stato tutto fuorché semplice.

Nel pomeriggio il programma si è spezzettato in diversi percorsi paralleli. Quelli che ho seguito io (l’uso del video a supporto di cause e candidati, con il caso tutto italiano di Diego Bianchi, e le strategie per la mass mobilitation) non sono andati molto oltre il già noto o la presentazione di strumenti e attività. Da recuperare in video (saranno messi a disposizione a breve) il panel su come i blog stanno trasformando la politica (moderato da Antonella Napolitano): a quanto pare le diverse esperienze messe a confronto hanno prodotto un’ora di contenuti molto stimolanti. Le sessioni nella sala principale, ad ogni modo, sono trasmessi in diretta streaming. Da seguire anche la cronaca collaborativa che emerge da Twitter.

novembre 19 2009

Sono in partenza per Barcellona, dove venerdì e sabato si tiene la prima edizione europea del Personal Democracy Forum (nel 2008 sono stato invece all’edizione madre di New York). I temi sono quelli usuali: internet, social media, collaborazione, partecipazione, democrazia emergente, implicazioni sulla società. In questo caso però sono molto curioso di vedere all’opera una rete di persone e di esperienze di stampo e sensibilità tutto continentale. Tra l’altro non sono pochi gli italiani inseriti in programma (day 1, day 2): Antonella Napolitano, Antonio Sofi, Diego Bianchi e Alberto Cottica. Per quanto possibile, raccoglierò e rilancerò segnali.

Al Pdf Europe dovrebbe anche essere presentata la bozza definitiva della Dichiarazione aperta sui servizi pubblici europei, un documento collaborativo messo a punto nei mesi scorsi con il quale si vorrebbe sensibilizzare i governi dell’Unione – riuniti a Malmo negli stessi giorni – al ripensamento delle amministrazioni in chiave di trasparenza, di partecipazione e di abilitazione dei cittadini (empowerment). Questo è il testo (nel sito è disponibile anche una traduzione italiana):

An Open Declaration on European Public Services

The needs of today’s society are too complex to be met by government alone. While traditional government policies sought to automate public services and encourage self-service, the biggest impact of the web will be in improving services through collaboration, transparency and knowledge-sharing.

Europe should grasp this opportunity and rebuild the relationship between citizens and the state by opening up public institutions and by empowering citizens to take a more active role in public services.

As citizens, we want full insight into all the activities undertaken on our behalf. We want to be able to contribute to public policies as they are developed, implemented, and reviewed. We want to be actively involved in designing and providing public services with extensive scope to contribute our views and with more and more decisions in our hands. We want the whole spectrum of government information from draft legislation to budget data to be easy for citizens to access, understand, reuse, and remix. This is not because we want to reduce government’s role, but because open collaboration will make public services better and improve the quality of decision-making.

Against this background, we propose three core principles for European public services:

1.       Transparency:  all public sector organisations should be “transparent by default” and should provide the public with clear, regularly-updated information on all aspects of their operations and decision-making processes. There should also be robust mechanisms for citizens to highlight areas where they would like to see further transparency. When providing information, public sector organisations should do so in open, standard and reusable formats (with, of course, full regard to privacy issues).

2.       Participation: government should pro-actively seek citizen input in all its activities from user involvement in shaping services to public participation in policy-making. This input should be public for other citizens to view and government should publicly respond to it. The capacity to collaborate with citizens should become a core competence of government.

3.       Empowerment: public institutions should seek to act as platforms for public value creation. In particular, government data and government services should be made available in ways that others can easily build on. Public organisations should enable all citizens to solve their problems for themselves by providing tools, skills and resources. They should also treat citizens as owners of their own personal data and enable them to monitor and control how these data are shared.

We recognise that implementing these principles will take time and resources as governance mechanisms will have to be adapted, but we believe they should be at the heart of efforts to transform government. Citizens are already acting on these ideas and transforming public services “from the outside”, but governments should support and accelerate this process.

We call on European governments and the European Commission to incorporate these principles in their eGovernment action plans and ensure that Europe’s citizens enjoy the benefits of transparent, participative, empowering government as soon as possible.

Per chi fosse interessato, sono aperte le sottoscrizioni al documento.  Lo scopo degli organizzatori naturalmente è quello di raggiungere il più ampio supporto possibile da parte dei cittadini. Come spiega David Osimo, che ha coordinato il progetto, «we manage to get the endorsement of gov2.0 enthusiasts (the Lisa Simpson) but struggled to involve the wider public (Bart Simpson)».

giugno 24 2008

18.30, Postilla
Lascio l’ultima parola a un twit che trovo particolarmente azzeccato: “No need to wait for the next president to open things. Act locally – get our local and state governments to act now”.

18.20, In fin dei conti
Distesa sessione conclusiva con Scott Heiferman (Meetup), Craig Newmark (Craiglist), Brian Behlendorf (Mozilla Foundation) e Gina Cooper (Netroots Nation). Jeff Jarvis fa lo steward, portando il microfono per la sala. In sostanza: grandi opportunità, grandi speranze, grandi esperimenti, grande mobilitazione, grande ottimismo. Ma ancora molto da dimostrare nella pratica. Soprattutto quando gli entusiasmi della lunga campagna elettorale lasceranno spazio alla routine della politica. E, con questo, credo sia tutto da New York.

17.30, P come Partecipata
Andrew Rasiej e Micah Sifry raccolgono al volo l’invito di stamattina da parte di Douglas Rushkoff. D’ora in poi PDF starà per Partecipatory Democracy Forum.

17.20, Chi l’ha detto?
Breve spazio a disposizione di nuove applicazioni web al servizio della politica. Qualche aggiunta alle già innumerevoli funzioni di OpenCongress. Particolarmente interessante la banca dati di MetaVid, che raccoglie un patrimonio di dichiarazioni e discorsi in video dal 2006 in poi. Colpiscono in particolare le funzioni di ricerca molto avanzate e il servizio di montaggio video integrato, con cui ciascuno può prodursi un montaggio personale.

17.00, The Twitter Song
Intermezzo musicale, tra il serio e il faceto, prima della sessione plenaria conclusiva. Sul palco jazzosamente prestigioso del Lincoln Center, Mary Hodder e Josh Levy cantano If I Had a Twitter. Il video è già su YouTube. Su Twitter gira l’espressione jumped the shark. 🙂

16.20, Il segreto del successo
Nella sessione dedicata al viral-qualunquecosa, Jonah Perretti (BuzzFeed) ha definito il target di riferimento: il network-dei-lavoratori-annoiati. Ma serve del gran seed marketing. Ecco.

15.40, Second Nothing
Magari mi sarà sfuggito qualcosa, ma in due giorni di incontri non mi è ancora capitato di sentir nominare Second Life. Curioso.

15.05, Caricare prima che scaricare
Della conversazione tra addetti ai lavori sulle politiche per far aumentare la diffusione della banda larga (consideriamola una public utility, pensiamo alla Rete come alle strade, dice Cerf), mi resta soprattutto un passaggio che completa il ragionamento di Gilberto Gil stamattina, un collaboratore del quale al momento è sul palco. Bene la cultura peer to peer, e pure quella peeracy che pure suona tanto come piracy. Però insegnamo ai ragazzi a caricare prima che a scaricare.

14.45, Pensavo parlassimo di processi
Credevo fosse una prerogativa molto italiana drammatizzare oltre il ragionevole ogni situazione in una chiave politica competitiva, destra contro sinistra (e viceversa). Da due giorni, appena il contesto si riferisce in modo specifico agli affari correnti statunitensi, in sala e su Twitter parte il coro delle strumentalizzazioni e delle dietrologie all’italiana. Al momento, per esempio, l’Obama guy sul palco della sala principale è accusato di essere troppo Obama guy e buonanotte all’imparzialità del dibattito. L’impressione è che i repubblicani soffrano oltremodo qualunque frase in cui compaiono contemporaneamente le parole Obama e Internet.

14.20, Se fossi il presidente
Sei il nuovo presidente degli Stati Uniti, qual è il primo atto del tuo mandato? Vint Cerf: abolirei la Federal Communication Commission. Josh Silver: proporrei un bill of rights per l’Internet Protocol. Claudio Prado: darei al governo una settimana per comprendere il Dna della Rete.

14.05, Uh… a proposito
Qui, nella culla delle paranoie antiterrorismo, sono collegato da due giorni alla rete WiFi aperta della conferenza. La Rose Hall, che ospita la conferenza, ha un’altra rete, lentissima, che permette l’accesso agli ospiti. Nei dintorni dell’albergo c’è un benedetto router aperto che copre anche le nostre esigenze serali e mattutine (curiosamente, è l’unico aperto che Antonio e io abbiamo trovato finora in giro per Manhattan, ma tant’è). Da quando sono qui non ho lasciato le mie generalità a nessuno per connettermi e scrivere queste poche parole. Per dire, invece, in Italia.

14.00, Internet per tutti
A margine della conferenza è stato presentato Internet for all, una sorta di consorzio di operatori pubblici e privati di buona volontà che credono nella diffusione dell’accesso a banda larga alla Rete come volano di sviluppo e opportunità. Internet non più come bene di lusso, ma come lifeline per l’intera comunità americana. Di fatto un gruppo di pressione specializzato che premerà sul Congresso e sulla Presidenza per dare vita ai suoi principi.

12.40, Hyperpolitics, hyperpeople
La sessione conclusiva della mattina è di Mark Pesce, una lunga carrellata di suggestioni che partono dalle origini della civiltà, passano per Gutenberg e toccano la crescita esplosiva della comunicazione e della conoscenza di questi anni. E il cui punto di arrivo sostanzialmente dice che la condivisione è una minaccia per chi detiene il potere. E che la democrazia è superata da questa forma esasperata di iperconnessione globale.

12.20, Peeracy
Sessione a più voci sull’uso della tecnologia nella soluzione dei problemi globali. Robin Chase (GoLoco e ZipCar) riflette su scarsità e abbondanza, laddove spesso l’una e l’altra sono soltanto un punto di vista limitato sulla realtà e sulle opportunità che ci si presentano. Gilberto Gil, ministro brasiliano della cultura, saluta con benevolenza la pacifica rivoluzione della cultura peer to peer, spendendo addirittura un neologismo: peeracy. Van Jones (Greenforall) richiama l’urgenza di una economia a basso impatto ambientale.

11.30, Civic Technology
Jonathan Zittrain (The Future of the Internet. And How to Stop It) gioca in modo molto efficace con la tecnologia buona e la tecnologia cattiva. Ovvero la tecnologia che serve le persone ed è controllata dalle persone e la tecnologia che si chiude, sfugge al controllo e serve interessi spesso deprecabili o incomprensibili.

10.30, The delete botton on democracy
Seguono tre interventi minori, tutti basati sulla critica più o meno costruttiva all’amministrazione pubblica americana. Il governo dovrebbe investire di più sulla banda larga (Jonathan Adelstein, Fcc). Il governo non spinge abbastanza sulla democrazia e dovrebbe adottare strumenti per ascoltare di più e meglio i cittadini (Steven Clift, e-democracy.org). Carrellata sui servizi utili che il governo potrebbe incentivare e promuovere sul web – dove apparently si scopre che l’e-government negli Stati Uniti non è poi così avanti né pervasivo quanto penseremmo in Italia (Sheila Campbell, USA.gov).

10.00, Lessig
Gran presentazione di Lawrence Lessig. Lo scopo era promuovere Change Congress, iniziativa sua e di Joe Trippi. Dice, in estrema sintesi, Lessig: l’indipendenza dichiarata dai padri fondatori è diventata dipendenza. Dipendenza dai soldi, dal potere, dalla festosa sceneggiata che ogni quattro anni celebra la democrazia. Questa dipendenza sta facendo grandi danni, ma il peggiore è che ha minato la fiducia. La soluzione è rompere la dipendenza del potere dal denaro. Non è il problema peggiore, ma è il primo problema da affrontare.

9.30, Decide la millennium generation
Interessante lettura di Morley Winograd, basata sul suo libro Millennial Makeover, sulla politica americana in termini di spinte generazionali. La quarta, quella che deciderà le sorti politiche del paese quest’anno, è la millennium generation, la più numerosa e multietnica della storia americana.

9.00, Il nuovo rinascimento
L’apertura del secondo giorno qui al Personal Democracy Forum di New York è dedicata al nuovo rinascimento. Douglas Rushkoff, autore fra l’altro di Open Source Democracy, si sbraccia per dire che personal democracy è un ossimoro. La democrazia e l’individuo sono inscindibili. Ma se il primo rinascimento aveva a che fare con la scoperta dell’individuo, il nuovo rinascimento riguarderà la comunità, sarà un rinascimento di gruppo. Finora abbiamo mancato le opportunità offerte dai media: la scrittura, il broadcast. Le persone non hanno imparato a leggere, hanno imparato ad ascoltare. Potevamo avere una nazione di persone che leggono, abbiamo una nazione di eroi. Così oggi abbiamo una nuova opportunità; ma non ha più a che fare con la scrittura, quella è storia passata. L’opportunità di oggi è partecipare attivamente alla riprogrammazione della cultura. La democrazia è un evento collettivo.

[Gli appunti di ieri, qui]
giugno 23 2008
[Gli appunti del secondo giorno sono qui]

18.20, Liberi tutti
Giornata ricca e stimolante. Finisce con le note a tutto volume di McCainiac. Ora cocktail di fine giornata. A domani.

18.15, Cara, sono a casa
Via vai in casa Edwards. John è tornato a casa e si siede a sua volta sul divano a fiori. Ilarità generale. Ma conversazione calda e piacevole. Di cui si può leggere più o meno tutto su Twitter, in questo momento.

17.15, Merenda a casa di Elisabeth
Doveva essere qui in teatro, ma pare che dal North Carolina non sia partito un aereo nelle ultime 24 ore. Così il teatro va a casa sua. Lunga panoramica sul soggiorno di casa Edwards, poi entrata trionfale della padrona di casa, che ora sta conversando con Andrew Rasiej.

16.45, Ognuno al suo posto
La discussione si è definitivamente spostata dai processi politici ai processi dell’informazione legati alla politica (e non solo alla politica). Nel teatro, dove tra gli altri c’è Jay Rosen, e sugli spazi digitali, dove tiene banco Jason Calacanis, è in corso una discussione sugli spazi del giornalismo e quelli del crowdsourcing. Blog e giornalisti devono negoziare il proprio rapporto? Devono farsi ciascuno gli affari propri? Pensate tutte le possibili posizioni intermedie e avrete un’idea di quel che si sta dicendo.

15.10, Non è tutto network quello che è social
Dice Shirky che MyBarackObama sembra un social network, ma in effetti non lo è: la confezione è quella, ma sviluppa pochissima conversazione.

15.00, Vargas dixit
In compenso mi è piaciuto Jose Vargas, giovane giornalista del Washington Post. Quando la conversazione ha preso una piega molto squilibrata sugli strumenti (messenger? Facebook? MySpace?) ha tagliato corto: “it’s just people“. Secondo Vargas “everybody is a journalist”, e comunque poco importa, perché “people decide what is relevant”.

14.50, Giornaché?
La sensazione è che non sia affatto chiaro quale impatto avrà la tecnologia sulla politica e l’informazione, tuttavia non sembrano esserci molti dubbi sulla crisi dei giornali (più che dei giornalisti). E pensare che qui negli Stati Uniti non hanno nemmeno l’Ordine, tsé.

14.00, Odio scegliere
Il programma del pomeriggio impone la scelta tra sei sale in cui si terranno sessioni parallele. Ne seguirei almeno tre. Alla fine vince la clickocracy del teatro principale, con Jeff Jarvis.

12.30, Campagne impettite
La sessione che sulla carta prometteva più spunti, quella che vede sul palco sei protagonisti delle campagne web dei candidati alle primarie, è al momento la meno efficace. Tutti estremamente formali e sottotono, attenti a una cortesia e a un equilibrio che non permettono di sbilanciarsi troppo. Certo grasso che cola, se pensiamo all’Italia: questi parlano di social network con la scioltezza con cui da noi si parlerebbe di mailing list.

11.40, Here Comes Clay Shirky
Cita decine di iniziative per raccontare il web come un luogo azione collettiva. Il mezzo di comunicazione diventa sempre più un luogo di azione. Ovunque trovi persone che iniziano a fare qualcosa o costruiscono qualcosa. L’open source indica la strada: la chiave non è tanto nello strumento, ma nella licenza, nelle istruzioni che permettono a tante persone di attivarsi in modo veloce, distribuito, organizzato.

11.25, Democrazia imbottigliata
Comincia Chuck Defeo: i nuovi media sono vino nuovo in una botte nuova oppure vino vecchio con una nuova confezione? Di certo una nuova bottiglia, ma è giusto che il vino non sia del tutto nuovo, gli risponde Arianna Huffington.

11.15, Arianna Huffington
Bell’intervento, efficace, dritto al punto. Affidabilità, trasparenza, ricerca della verità. Non possiamo più raccontare il mondo mettendo semplicemente le due facce di una medaglia una accanto all’altra, col giornalista in mezzo a dirigere il traffico. Bisogna ricercare la verità, ci sono informazioni vere e informazioni non vere, quelle non vere non devono più passare. Il racconto della verità oggi non è più affidabile. I giornalisti hanno pieno accesso al potere, ma la storia gli passa sotto il naso (cita pesantemente Bob Woodward). La peggiore tradizione del giornalismo è quella che riporta dichiarazioni e azioni altrui in modo acritico. I blog potranno migliorare le cose, quando avranno pieno accesso diretto al potere – per esempio, alla Casa Bianca o al Congresso. Non serve buttare via tutto: abbiamo tutto l’interesse a recuperare il meglio degli old media.

10.55, Frasi
Non ci serve mobilitazione, ci serve organizzazione (Zephyr Teachout)
Il sistema che stiamo creando è di gran lunga più aperto del sistema dei media (Micah Sifry)
La sfida è usare il nuovo sistema per costruire una nuova agenda, un crowdsourced wikified new contract for America (Patrick Ruffini)

10.50, HRC
Un messaggio da Hillary Rodham Clinton sullo schermo. Un’imitazione, ovviamente. Gli americani in sala se la ridono. Dice che farà uno reality show su YouTube in cui lei sarà la presidentessa degli Stati Uniti, live 24/7.

10:45, Mappe
Finora abbiamo visto molta cartografia della blogosfera. Le più interessanti da qui. Un bel modellino sulla propagazione dei messaggi all’interno della blogosfera americana lo ha mostrato Matthew Hurst di Microsoft. Tutti brevi sguardi, ci sarebbe molto da approfondire. L’impressione in generale è che lo studio dei processi sia cresciuto molto, ma che si limiti ancora all’osservazione. Come dire: conosciamo meglio l’acquario e i movimenti dei pesci, ma non ragioniamo ancora come pesci. Il che è strettamente collegato con le benedette metriche della Rete.


Vedi anche il live blogging di Antonio Sofi
Gli orari indicati sono, of course, GMT-5.

marzo 10 2008

Il racconto di Antonella lo scorso anno, la presenza dell’organizzatore Joshua Levy a State of the Net, l’anno gravido di implicazioni e soprattutto l’ampia sezione di programma che privilegia la partecipazione dal basso e le iniziative civiche mi hanno convinto: a giugno vado al Personal Democracy Forum di New York. Antonella, che quest’anno naturalmente torna, è già lì che balla. Stiamo lavorando ai fianchi un paio di temporeggianti o indecisi. Chi si vuol unire al gruppo, naturalmente, è il benvenuto.