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Felice Bozzet, il prete che illuminava i giovani

Pordenone ha salutato oggi uno dei suoi padri più recenti e discreti, monsignor Felice Bozzet. Non un capitano d’industria o un campione della politica, ma un umile tessitore di comunità, un incantatore di giovani, colui che forse più di chiunque altro ha saputo illuminare l’adolescenza e la via verso le responsabilità adulte di qualche migliaio di uomini e donne che oggi hanno tra i trenta e i sessant’anni.

Don Felice è stato un prete di strada in centro città, un mistico alla guida di una parrocchia più grande di lui, un gioioso innovatore del messaggio cristiano in un’epoca di grandi aperture e altrettanto rapide chiusure, un sant’uomo senza superpoteri che pure ha saputo compiere opere straordinarie impastando umanità, prossimità e condivisione al volgere di decenni in cui sembrava improvvisamente più semplice procedere da soli.

La sua impronta sociale è riconoscibile oggi in gran parte delle reti che innervano l’economia, la cultura, la politica e la società della Destra Tagliamento. Le testimonianze, addolorate ma al tempo stesso gioiose e grate, che i suoi ragazzi di ogni età gli stanno tributando in queste ore sono il miglior testamento possibile.

Don Felice è stato una presenza ricorrente anche nella mia vita, fin dai banchi di scuola. Mi ha donato momenti e parole che custodisco con cura. L’ultimo suo regalo, di certo quello più inaspettato ed emozionante, è stato chiedermi di mettere ordine agli appunti di una vita e distillare una testimonianza di ciò che gli era a cuore. Non ho mai capito perché avesse voluto chiederlo proprio a me, tra tanti che avrebbero potuto rendergli un servizio di certo più ortodosso, ma so che immergermi in quella storia, nelle sue illuminazioni e nelle sue delusioni, nei suoi successi e nelle sue sconfitte, è stata una delle esperienze più coinvolgenti che mi siano capitate. La storia di una vita, di cui pure ero stato almeno in parte testimone, ricostruita nel pieno nella sua complessità. Oggi, più che mai, è un dono che va condiviso.

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Bilancio decennale di un innovatore di provincia

Martedì sera, con un voto del Consiglio comunale, per me si è chiuso di fatto un lungo periodo di lavoro e sperimentazione tra informazione, comunicazione digitale e partecipazione civica nella mia Pordenone. È stato un periodo straordinariamente stimolante e di cui un giorno mi piacerebbe scrivere in modo più approfondito, perché Pordenone è soltanto una delle migliaia di comunità locali che potrebbero imparare a usare le reti in modo più maturo per generare innovazione e valore.

Siamo partiti nel 2007 pensando a come il wifi civico avrebbe potuto sostenere la connessione tra competenze e idee. Nel 2010 abbiamo trasformato il formato assai liso degli stati generali tra portatori di interessi in un racconto aperto e multicanale, aggregando reti dentro e fuori la città per mettere a fuoco nuovi volani di sviluppo. Nel 2011 abbiamo provato a pensare a come la presenza in rete del municipio avrebbe potuto favorire queste logiche, un progetto premiato da fondi europei ma non ancora decollato per complicazioni amministrative.

Inseguendo un metodo smart, nel 2012 abbiamo aperto un grande laboratorio civico al servizio dell’analisi e della pianificazione strategica del territorio, arrivato proprio in questi giorni al capolinea. Nel 2014 abbiamo usato il web e i social network per accelerare la diffusione di informazioni di servizio in occasione di un enorme evento di massa che ha stravolto la routine cittadina per diversi giorni. Quell’evento è stato anche il pretesto per connettere i nodi più attivi della rete cittadina in un social media team diffuso per la promozione del territorio.

Allo stesso modo, abbiamo proposto il conforto della documentazione e dei dati oggettivi quando lo scontro tra opposti interessi rischiava di distrarre la comunità dalla necessità di comprendere di che cosa si stava parlando. Abbiamo incrociato gli hashtag e aggregato flussi di informazione spontanea, cercando di distillare nuove forme di racconto di una città mentre vive. Ci siamo interrogati sulle regole del gioco da inseguire dentro ambienti che sono più veloci e complessi della capacità delle istituzioni di comprenderli. Ci siamo spesi perché si consolidassero luoghi informali di incontro, di collaborazione, dove incubare nuove idee. Abbiamo risposto ai dubbi e consolidato pratiche nei quartieri.

A tenere insieme e a motivare questo fermento è stata la convinzione di vivere anni speciali in un luogo speciale, ricco come pochi di energie, di specializzazioni e di progetti che aspettano soltanto di essere messi in rete per spingere l’intero ecosistema locale a un nuovo livello di consapevolezza e di efficienza.

È stato un ciclo bellissimo, vissuto insieme a splendide e generose persone che tanto mi hanno insegnato su di me, sul mio lavoro, sulla mia città e sulle implicazioni del vivere insieme sopra uno stesso fazzoletto di terra. Ho imparato a riconoscere il valore del servizio civico, l’imprescindibilità dell’interesse generale, il peso morto delle rendite di posizione, la forza senza tempo dei legami tribali, il costo della coerenza in un ecosistema complesso.

Tuttavia è un ciclo che noi pordenonerd sappiamo in cuor nostro essersi sostanzialmente chiuso, per ora. Abbiamo dimostrato opportunità, favorito importanti risultati a beneficio della comunità, raccolto pacche sulle spalle, ma non siamo stati così bravi da instillare il dubbio, la possibilità, l’urgenza là dove il cambiamento potrebbe effettivamente essere accelerato a vantaggio di tutti. Non bastasse la nostra onestà intellettuale, i temi, i formati e i linguaggi su cui sembra essersi assestata la campagna elettorale per le amministrative di primavera sono lì a dimostrarlo.

Serve un nuovo ciclo e servono nuove energie. Chi ha idee si faccia avanti e sfidi le consuetudini con spirito da hacker civico. Io, per il momento, mi faccio da parte e torno dopo dodici anni a Milano, a imparare cose nuove e a inseguire l’innovazione da una prospettiva differente, più concreta. Se la testa per un po’ sarà tutta lì, il cuore, non serve dirlo, resta a Pordenone.

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C’è un nuovo nodo in città (approfittiamone)

Milano, Barcellona, Tirana, New York e… Pordenone, ovvio. Da un paio d’anni sapevo dell’intenzione di aprire un Talent Garden in Friuli Venezia Giulia, ma non ci speravo troppo. Questo territorio è una scommessa rischiosa: la promessa di enormi potenzialità (come ho già avuto modo di dire) è ostacolata dall’incapacità cronica di tessere reti tra le competenze e di respirare l’aria del presente in tempo utile per ossigenare le idee. Ieri è stato inaugurato il nuovissimo TAG Pordenone, che va ad aggiungersi ai tre nodi pordenonesi della rete Cowo, ed è una bellissima notizia per chi crede nella forza della condivisione e della collaborazione.

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Le narrazioni globali delle piccole città

An english version of this post is available on Medium.

Il Messaggero Veneto mi ha chiesto di contribuire al dibattito sul futuro di Pordenone, in corso da qualche mese sulle pagine dell’edizione locale. Questa – uscita sul giornale di domenica – è la mia riflessione, che vale per la mia città ma più in generale per molte altre piccole località ricche di storie da raccontare. Fa tesoro di conversazioni di lunga durata e con molte persone in rete su questi temi. È in debito di link in particolare con Giuseppe Granieri e Piervincenzo Di Terlizzi.

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Nell’epoca delle narrazioni globali accelerate da Internet, la circolazione della conoscenza è il fattore strategico per una città. Più siamo capaci di rappresentare sulla Rete le nostre idee, le nostre esperienze e le nostre competenze e più è probabile che queste trovino interlocutori interessati con cui dialogare, collaborare o commerciare. Pordenone ha un potenziale enorme, molto superiore a quello che ci si aspetterebbe da una città delle sue dimensioni, ma per ora sta scegliendo di sprecarlo. Un po’ come bruciare in piazza un bancale di buoni del Tesoro esigibili, per rendere l’idea a chi non è pratico di comunicazione digitale.

L’effetto che facciamo oggi a chi si informa su di noi da lontano utilizzando il web e i social network è quello di una città qualunque, anonima. Chi si spinge fino qui scopre invece che organizziamo feste straordinarie per monumenti viventi della letteratura mondiale; che passiamo una settimana all’anno in compagnia di un buon centinaio di intellettuali di grido; che ogni settimana piccoli e grandi eventi richiamano persone da fuori provincia, da fuori regione, spesso dall’estero. Qui ogni autunno si danno appuntamento da tutto il mondo studiosi e appassionati del cinema muto. Qui vivono artisti e artigiani attivi in nicchie insolite o innovative. Qui hanno sede imprese e cooperative sociali con una visione del futuro coraggiosa e contagiosa.

Tutto questo c’è, ma spesso è poco riconoscibile perfino da chi a Pordenone ci abita, segno che probabilmente siamo più bravi a organizzare che a comunicare. Segno, soprattutto, che siamo ricchi di energie ma ancora non siamo riusciti a metterle in rete, sostenendo e amplificando in modo sistematico le opportunità per chi si dà da fare e per tutta la città come conseguenza. La posta in gioco è alta: quel che la globalizzazione del lavoro e delle merci ha tolto alla Pordenone delle lavatrici, dei frigoriferi, dei televisori e dei mobili, ora la globalizzazione della conoscenza potrebbe restituire alla Pordenone degli eventi culturali, delle imprese innovative, delle eccellenze nelle professioni e nelle arti, della manifattura e dell’artigianato che assecondano la smaterializzazione dei beni.

I centri maggiori, le città d’arte, le metropoli saranno sempre più appetibili della nostra periferica e contenuta provincia. Ma oltre a essere più interessanti, le grandi città sono anche più complesse: fare sistema a Milano è, in proporzione, molto più complicato che farlo a Pordenone. Questo è il momento storico in cui hanno maggiori possibilità di emergere le città a misura d’uomo, ricche di identità e propense alle relazioni, coese intorno a una visione di futuro. Il tempo, dunque, è un fattore competitivo, e qui ne abbiamo già perso parecchio.

Abbiamo già dimostrato di esserne capaci. Un anno fa, proprio di questi tempi, ci stavamo preparando ad accogliere cinquecentomila alpini da tutta Italia, dieci volte il numero dei residenti, mettendo in discussione ogni dettaglio della routine della città. Poco importa il pretesto. Il fatto è che per qualche settimana, sotto la pressione di una scadenza fuori scala per le nostre abitudini, stretti dietro allo stemma della città con le porte aperte, abbiamo comunicato molto più del solito tra di noi e abbiamo spiegato tanto di noi agli altri. Abbiamo fatto rete, abbiamo lavorato in rete e, per la prima volta in modo così consapevole, abbiamo usato la Rete per rilanciare in Italia e nel mondo il marchio ideale della nostra città.

Potremmo ripartire da qui. Internet è il sistema operativo imprescindibile: aderisce alle reti naturali della società, esalta le affinità tra persone e contenuti, costruisce ponti tra i territori e permette alle informazioni interessanti di diffondersi velocemente. È più semplice da usare di quel che sembra, ma rema contro decenni di alfabetizzazione mediatica e in questo senso è controintuiva: per esempio, chiede di lasciare andare i lettori se vogliamo che tornino, di collaborare con i concorrenti se vogliamo competere, di regalare i nostri prodotti se vogliamo venderli. Sono tecnologie dell’esperienza, come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare: una volta trovato l’equilibrio, diventa una competenza acquisita.

Lo scarto più sensibile è culturale, non tecnologico. La Rete non è una vetrina né una bacheca dove appendere locandine: prima che uno strumento di pubblicazione è uno strumento di relazione, che diventa tanto più potente e utile quanto più impara a conoscerci. Il comunicato stampa occasionale qui non serve, comunicare in Rete significa alimentare un progetto narrativo coerente che crei contesto e lo sviluppi giorno per giorno. Abituati a chiudere le notizie scadute in un armadio, trascuriamo l’importanza che in questo ambiente assumono gli archivi: la storia passata è la fonte della reputazione e del capitale sociale, che nell’economia della conoscenza sono le valute da spendere al mercato delle opportunità.

L’obiezione più frequente, anche nelle organizzazioni meno improvvisate, è che mancano se non le competenze, di certo le energie. Le prime è in ogni caso urgente acquisirle, saranno sempre più un requisito competitivo. Quanto alle energie, in realtà la comunicazione in Rete non è una sovrastruttura che si aggiunge alle incombenze precedenti e tanto meno un servizio che può essere esternalizzato. È un diario di viaggio che dovrebbe nascere il più possibile vicino al cervello e al cuore di una passione o di un’attività. È un metodo che ridefinisce i tempi complessivi della comunicazione: può essere impegnativa in fase di avvio, ma un buon progetto editoriale incentrato sul web alimenta a cascata tutti gli altri canali informativi, con significative economie di scala sia in termini di costi che di tempo. In ogni caso è un investimento: la quantità di contatti e ritorni diretti e indiretti che si possono generare il più delle volte ripagano ampiamente l’impegno.

Provinciale un tempo era chi veniva raggiunto a fatica dalle storie del mondo. Oggi provinciale è chi non si adopera per far arrivare le sue storie nel mondo. Pordenone ha caratteristiche decisamente contemporanee, non c’è motivo per cui debba comunicarle come nel 1995. Lo sforzo non può che essere collettivo: l’iniziativa del singolo o dell’istituzione può essere di stimolo, ma non basta. Il volano si avvia soltanto se tanti si mettono in gioco e se ognuno fa la sua piccola parte. Del resto la redistribuzione delle responsabilità in ogni aspetto della nostra vita comune sarà un processo inevitabile e colossale, al termine di questa strana transizione che da quasi otto anni chiamiamo crisi. Tanto vale cominciare ad affrontarla laddove promette di generare vantaggi per tutti.

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Se Pordenone perde l’università (che non ha)

Io invece penso che a Pordenone tutto sommato farebbe bene perdere l’università (laddove università è usata come sineddoche per un consorzio universitario che accoglie alcuni corsi distaccati da Udine e Trieste, un’ipotesi tramontata di dipartimento e alcuni master universitari). Per due motivi, uno di sistema e uno locale.

Quello di sistema: penso che la decentralizzazione dei corsi di laurea e dei dipartimenti abbia portato poco nei territori (salvo i rarissimi casi in cui corsi molto specialistici attingevano ai distretti locali e restituivano nuove competenze, come in origine era stato anche qui in Friuli) e abbiano invece tolto molto alle università. La moltiplicazione e distribuzione di sedi, servizi e docenti non è mai stata davvero sostenibile, ma in questa congiuntura economica lo è meno che mai. Se vogliamo un’università competitiva e garantire davvero il diritto allo studio così come qualche reale opportunità di ricerca sono convinto sia meglio mantenere le università in un’unica sede (e già due poli regionali sono un lusso), concentrando gli investimenti in dotazioni eccellenti e in offerta didattica realmente competitiva col resto del mondo. Mi pare che l’economia delle università ricalchi per molti versi quella degli aeroporti: pochi hub regionali mantengono vivo e vivace l’intero sistema nazionale, troppi scali di provincia drenano risorse dal territorio, coprono a stento i costi operativi e indeboliscono la rete impedendo l’ottimizzazione dei servizi e peggiorando l’efficienza nazionale.

Il secondo motivo, quello tutto locale. Credo che l’università di oggi non sia più lo strumento di cui abbiamo bisogno per rispondere in modo flessibile alle necessità e alle opportunità di formazione continua e avanzata del territorio. L’università deve fare l’università e probabilmente è giusto che la faccia altrove, dove può rendere al meglio nel nostro stesso interesse. Negli spazi bellissimi e ormai ben attrezzati di via Prasecco, difficilmente riconvertibili in altro salvo ulteriori investimenti, abbiamo invece l’opportunità di reinventare la formazione su misura per questo luogo in questo tempo, in modo snello ed efficiente, servendo con rapidità ed elasticità i volani di sviluppo su cui la città deciderà di scommettere in futuro. Come ripeto spesso, Pordenone è una città ricca di identità, di competenze e di specializzazioni, che dovremmo arrenderci a mettere in rete se vogliamo competere sul mercato globale della conoscenza. Da queste reti e dalle loro connessioni in Italia e nel mondo, possono uscire moduli didattici aggiornati al servizio di scuole, aziende, ordini professionali, amministratori, cittadini. Basta un po’ di coraggio, un gruppo di persone competenti e pienamente inserite nel presente, un piano economico solido, non impossibile da raggiungere se mettiamo a sistema le risorse di oggi e se impariamo a utilizzare in modo intelligente le opportunità della tecnologia. Io, prima di investire altri milioni a fondo perduto su un sistema che sta evidentemente segnando il termine di un’epoca, ci farei almeno un bel pensiero.

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Digital Day in Friuli Venezia Giulia

La regione in cui vivo, il Friuli Venezia Giulia, è la prima a sperimentare le ricette per la digitalizzazione di imprese, pubbliche amministrazioni, scuole e cittadini proposte da Go on Italia. Il merito va soprattutto a Riccardo Luna, che ha avviato la collaborazione con Debora Serracchiani, e a quella banda di generosi e appassionati innovatori chiamata Wikitalia. In regione il motore infaticabile è Simone Puksic, che come anima del Distretto delle Tecnologie Digitali di Udine ha già dimostrato di saper tessere reti in modo sano e lungimirante.

Go on Friuli Venezia Giulia parte ufficialmente domani, 5 maggio, con un Digital Day che accenderà scintille di innovazione in oltre 100 sedi delle quattro province dall’alba al tramonto. Tutte le realtà regionali legate alla rete e al digitale sono in qualche modo coinvolte.

Al #DDayFVG naturalmente partecipiamo anche noi di State of the Net, organizzando un incontro sugli open data come leva culturale ed economica per il territorio a cui prenderanno parte Alberto Cottica, Giovanni Menduni, Maurizio Napolitano, Ernesto Belisario e Matteo Brunati. L’assessore regionale Paolo Panontin verrà a presentare in anteprima legge e portale open data del Friuli Venezia Giulia. Se tutto va bene, ci sarà anche una diretta web dalla sala consiliare del Comune di Pordenone, dove inizieremo alle 9.

Nel pomeriggio alle 17 io sarò a Maniago, ospite dell’assessore comunale Cristina Querin con Livio Martinuzzi e Marco Grollo, per parlare di comunità emergenti che intessono reti intorno alle proprie competenze e unicità (e del perché, secondo me, la pubblica amministrazione dovrebbe farsi garante di questo passaggio culturale).

Vedi tutti i 100 e passa eventi in programma il 5 maggio in Friuli Venezia Giulia e un dettaglio sugli incontri previsti a Pordenone.

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Un social media team diffuso a Pordenone

Venerdì sera abbiamo fatto un piccolo ma fondamentale passo nella maturazione della relazione tra Pordenone e i social media. Ospiti in Biblioteca Civica del Comune di Pordenone, che con discrezione e sensibilità ha accolto e promosso l’iniziativa, ci siamo ritrovati in una trentina di persone a ragionare sulla costituzione di un social media team diffuso a Pordenone, con il pretesto dell’imminente Adunata nazionale degli alpini. Da punti di partenza personali e professionali spesso diversi, con un’ampia rappresentanza in particolare delle aziende speciali della Camera di commercio più vicine alle sensibilità della rete, ci siamo ritrovati con facilità attorno all’urgenza di mettere in comune gli sforzi individuali per sostenere una migliore circolazione delle informazioni e la valorizzazione delle specificità di Pordenone negli spazi globali della rete. Era presente in sala il sindaco Claudio Pedrotti.

Un social media team diffuso è una rete spontanea di cittadini che intende valorizzare la città e i suoi contenuti utilizzando internet e i social network. Esperienze di questo tipo si stanno moltiplicando in Italia, spesso con finalità strettamente turistiche, dalla Basilicata alla Liguria. Anche in regione l’idea è già frequentata: nel capoluogo da circa un anno è operativo il gruppo Trieste Social, che si è fatto notare in particolare durante l’ultima edizione della Barcolana. Hanno aperto la serata proprio le testimonianze registrate di Roberta Milano, tra le maggiori esperte nazionali di web marketing applicato al turismo e animatrice delle prime esperienze italiane, e di Giovanna Tinunin, con Rosy Russo fondatrice e animatrice di Trieste Social.

Nel dibattito è emerso subito il desiderio di guardare oltre la contingenza dell’Adunata degli alpini e di non trascurare le implicazioni economiche di un progetto a lunga scadenza, che può diventare rilevante per eventi, istituzioni e imprese del territorio. Ci siamo lasciati con l’urgenza di ritrovarci per un nuovo incontro, questa volta operativo.  L’iniziativa resta aperta e inclusiva, chiunque abbia dimestichezza con Facebook e Twitter e voglia di partecipare non ha che da registrarsi.

A seguire le slide, volutamente essenziali e “no logo”, che ho preparato per introdurre l’incontro. E le due testimonianze video proiettate a inizio serata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Come stiamo facendo la smart city a Pordenone

Questa è una storia locale, ma la racconto qui perché potrebbe interessare anche chi locale non è. A Pordenone stiamo rifacendo il piano regolatore. Lo stiamo facendo prendendo a riferimento da un lato gli standard internazionali di sostenibilità ambientale e dall’altro considerando la tecnologia come uno strumento al servizio della qualità della vita. L’ennesima smart city, almeno nelle aspirazioni di lungo termine, ma forse un po’ più originale perché capovolta nel processo e strettamente interconnessa agli strumenti di pianificazione del territorio.

Il primo motivo di originalità è che l’amministrazione comunale – con cui in questo progetto collaboro, tanto perché siano chiari i conflitti di interesse di chi scrive – ha deciso di non partire da un’idea specifica di città, la classica direttiva politica che si traduce poi in numero di abitanti attesi nel medio periodo, bensì dalla valutazione preventiva della capacità del suolo cittadino di sopportare la vita e l’operosità del territorio senza compromettere l’ecosistema naturale (i cosiddetti servizi ecosistemici: produzione di cibo, depurazione delle acque, contenimento dei fenomeni legati al clima e via dicendo). Da qui verrà l’indicazione se esistano margini di crescita ulteriore o se, più probabilmente, non sia il caso di fermarsi o addirittura fare qualche consistente passo indietro, fino a considerare la possibilità di negoziare i diritti edificatori pregressi o di ripristinare aree naturali.

Il secondo motivo di originalità è che tutta la fase di analisi che precede la progettazione è stata svolta in gran parte insieme ai cittadini. Da luglio a oggi la città è stata coinvolta in un percorso partecipativo che, attraverso incursioni urbane, convegni, laboratori civici, incontri informali e visite sul territorio, ha mobilitato quasi 500 persone (su una popolazione di 50.000, il proverbiale 1%). Non si è trattato soltanto di animazione e acquisizione di consenso, ma di coprogettazione a tutti gli effetti: dal lavoro collettivo di questi mesi sta emergendo una relazione approfondita (qui una bozza, a giorni sarà disponibile il documento definitivo) contenente le tracce di una visione condivisa della città, della sua identità, delle sue criticità e delle sue aspirazioni.

Questa visione diventerà la base su cui, insieme agli scenari dello studio socio-economico del territorio e al bilancio urbanistico, i progettisti chiamati a redarre il nuovo strumento di pianificazione daranno il loro contributo tecnico (l’incarico è in fase di assegnazione in queste settimane, nonostante qualche interessante complicazione). La partecipazione civica proseguirà fino all’approvazione del nuovo piano regolatore: ogni passaggio chiave sarà condiviso e discusso con la comunità, così come previsto dal bando di gara (a cui stanno partecipando alcuni dei maggiori studi nazionali di pianificazione territoriale).

«La città è un modo di coordinamento, è una piattaforma per le relazioni», diceva Luca De Biase nel corso del convegno inaugurale. Se il piano regolatore seguirà il suo destino tecnico prima e politico poi (l’approvazione definitiva è stimata per la metà del 2014), il 2013 dovrebbe essere anche l’anno decisivo per l’elaborazione di una strategia tecnologica del territorio, che alla fine sempre pianificazione è (e qui mi torna in mente la visione urbanistica degli spazi digitali di Giorgio Jannis). Progettiamo luoghi digitali e favoriamo relazioni sociali nello stesso modo e con gli stessi scopi per cui finora abbiamo aperto strade, arredato piazze e pensato i flussi di persone e beni. «L’intelligenza nell’epoca del web è la condivisione della conoscenza», ci ricordava  a settembre Michele Vianello. La sfida, secondo il sindaco di Pordenone Claudio Pedrotti, assume urgenza particolare di fronte a una crisi che ormai parla di trasformazione, ma è tutt’altro che semplice: «Dobbiamo ricollocare le nostre capacità consolidate in un contesto completamente diverso, perché non perdano valore. Per riuscirci dobbiamo fare salto gigantesco di semplificazione della nostra vita quotidiana. Questo processo ci metterà a nudo, perché tutti dovremo mettere in discussione le nostre abitudini e probabilmente rinunciare a qualcosa».

Se smart è il metodo più che l’obiettivo, la chiave di volta potrebbe essere assecondare le caratteristiche, le predisposizioni e le competenze del luogo. In questo senso il confronto partecipato con i cittadini in questi mesi è un eccellente punto di partenza, da riprendere e approfondire. Remano contro i pesantissimi tagli  di bilancio in corso a tutti i livelli nella pubblica amministrazione, che fanno strage degli sprechi ma anche dei nuclei potenzialmente benigni di innovazione, per contro ho la sensazione che proprio l’impossibilità di procedere a grandi investimenti sarà uno stimolo eccezionale alla creatività diffusa e alla ricerca di soluzioni semplici, economiche e concrete. La città diventa smart se una massa critica di cittadini diventa smart nei comportamenti, nelle pratiche e nelle aspirazioni di ogni giorno. Il che ne fa un’opportunità culturale prima che tecnologica.

Segnalo tutto questo qui e ora perché, qualora qualcuno fosse interessato a conoscere da vicino l’esperienza pordenonese, sabato 15 dicembre è in programma l’evento di presentazione dei primi risultati (a Palazzo Badini, in piazza Cavour, dalle 9 alle 18). Per chi vuole approfondire, il progetto si chiama Pordenone più facile e naturalmente tutto il materiale è condiviso anche online. L’hashtag su Twitter, se qualcuno vuole partecipare alla conversazione, è #pnfacile.

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