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Archive: 2004

Maggio 5 2004

L’Anno europeo dei disabili è stato un buon motore di iniziative. Peccato sia durato solo dodici mesi e sia finito nel dicembre scorso. Lo dimostrano i malumori delle associazioni di disabili e di webmaster a proposito della legge Stanca sull’accessibilità, riportati oggi da Punto Informatico. Siamo arrivati primi e di gran corsa in Gazzetta Ufficiale perché in dicembre faceva comodo spendere un credito d’immagine. Ora che si tratta di mettere in moto un progetto «di grande civiltà», che «consentirà di abbattere le barriere digitali e creare invece rilevanti opportunità per consentire agli oltre 3 milioni di disabili italiani di poter studiare, lavorare e partecipare attivamente alla vita sociale, senza esclusioni» – come notava con retorica il ministro che ha dato il nome alla legge – l’entusiasmo è svanito.

Il problema, prevedibile già allora, è che la legge è vuota: il testo è una dichiarazione di principi che necessita di due diverse normative (il regolamento attuativo, più le linee guida operative) per passare dalla teoria alla pratica. La prima doveva essere presentata entro 90 giorni, ovvero una ventina di giorni fa, ma nessuno ha ancora visto nemmeno una bozza e al dipartimento per l’Innovazione non sembrano far previsioni.

Non che l’idea di appiccicare un bollino blu sui siti accessibili goda di particolare credito, da queste parti. Ma la sensazione è che la politica per le tecnologie di questo governo passi più per grandi annunci che per grandi progetti portati a termine. D’altronde, una volta smontato il set, a chi importa più?

Aggiornamento: il ministero per l’Innovazione ha risposto a Punto Informatico, rassicurando sull’avanzamento del regolamento.

Aprile 19 2004

Quando nel 2001 Gianluca Nicoletti e la neonata RaiNet fondarono Rai.it Community, comunità virtuale (poi trasformata in forum tematici) del portale della radiotelevisione di Stato, invitarono numerosi esperti del settore e addetti ai lavori a contribuire alla discussione inaugurale dedicata alle prospettive delle community di Internet. Questo è stato il mio intervento, pubblicato il 19 aprile del 2004.

 

Per anni abbiamo sognato che Internet diventasse un grande strumento a disposizione di tutti: oggi, semplificando la questione, possiamo dire che lo è in molti Paesi avanzati. Eppure la Rete non sembra come l’’avevamo immaginata. È, invece, come abbiamo contribuito tutti a farla diventare: un fenomeno di massa. Sempre più televisione, sempre più gioco a premi, sempre più format. Come davanti a una televisione, stiamo lasciando che la nostra presenza si riduca al quarto d’’ora di celebrità, alla visita al sito top, alla rincorsa dell’’evento, alla fiction telematica. Non erano queste le premesse: ci siamo lasciati corrompere dai primi soldi facili; abbiamo lasciato che pochi, più bravi e smaliziati, prendessero in mano quello che doveva restare di tutti. Internet non può prosperare senza business, questo è ovvio, ma i modelli di business non hanno il diritto di prendere il sopravvento sui modelli di comunicazione. Altrimenti Internet sarà solo una tivù con un telecomando un po’’ più difficile da usare.

Fino a qualche anno fa non serviva porre l’’accento sulle community, perché l’intera Rete sapeva essere una comunità. Sarà per l’’abbondanza di contenuti replicati o per la crescente autoreferenzialità, ma Internet mi sembra sempre più lontana dall’’immagine iniziale di nodi, di computer e, quindi, di persone.
Oggi le comunità virtuali sono diventate un affare per aziende e imprenditori, ma la socializzazione in Rete non è un surgelato precotto, da mettere per dieci minuti nel forno a microonde, e poi servire prima che si raffreddi. Una comunità virtuale nasce dove nessuno l’ha concepita, in tempi e in modi che non sono codificabili a tavolino. Nasce dove c’è qualcuno che ha qualcosa da dire e sceglie di condividerla, e non tanto, –o per lo meno non solo,– dove qualcuno investe in tecnologie e marketing.

Per contro: che cosa abbiamo davvero da condividere? A differenza di Paesi dove la Rete ha avuto più tempo per maturare, mi sembra che in Italia il sottobosco di siti personali e amatoriali, –che sono poi il germoglio delle comunità, abbia saltato l’adolescenza. Siamo passati dai giocattoli multimediali agli esperimenti che fanno il verso ai siti “seri”, quelli in cui si tenta già di guadagnare scopiazzando cose già viste e già fatte. Dal parco giochi alla miniera, senza passare attraverso l’età dei contenuti, l’età delle contraddizioni, delle ingenuità e delle ribellioni. È l’’esercizio senza altro scopo che l’’affinare il gusto, il produrre qualcosa di nuovo e di personale, senza premi che non siano l’’apprezzamento gratuito di chi passa accanto. È da qui che si parte per approfondire anche in Internet le proprie passioni, fino ad arrivare ai pochi luoghi di confronto che per ora sembrano funzionare, ovvero i newsgroup e i forum iperspecializzati.

Ma da qui si parte anche per diventare utenti consapevoli di questo mezzo e membri attivi di una rete di persone interconnesse. Focalizzarsi di nuovo sui contenuti, riempire di vissuto questo grande contenitore: credo sia questa la strada per arrivare a comunità che siano in grado di aggregarsi per scambiare opinioni, emozioni, conoscenze o presenze, e di organizzarsi per ottenere vantaggio da se stesse (penso alla promessa non ancora mantenuta dei gruppi di acquisto e delle “lobby” di utenti e consumatori).

Esistono posti così oggi in Rete? Sono sicuro di sì. Spero ne emergano molti in questa occasione.

Marzo 30 2004

Non se ne parla molto, ma lo scorso fine settimana è uscito Sputi, Cd realizzato da Marco Paolini e dai Mercanti di Liquore, legato all’esperienza dello spettacolo Song N. 32 (concerto variabile). Visto che in Rete non si trova una descrizione che sia una, riporto le utili note di presentazione di Paolini:

«È cominciato con un concerto dedicato all’acqua intesa come risorsa e non come merce. Abbiamo fatto tre giorni di prove partendo da qualche pagina fotocopiata, qualche poesia, un po’ di repertorio e musiche improvvisate più che pensate, che nascevano dall’istinto e dalla voglia di fare insieme questo concerto. [..] Non so se fosse giusto chiamarle canzoni però alla fine era un concerto. Serviva un titolo, Song N. 32 bastava. Ovviamente nessuno pensava che potesse durare più di una serata. Ne abbiamo fatte 15 poi ci è venuto in mente che potevamo anche farne un Album. A condizione di lavorarci sopra. Si è trattato di innesti e di montaggi di testi diversi, di accostamenti, di musiche e parole prese da vari autori, dalle filastrocche di Gianni Rodari (Re Federico, La tradotta, Sul duomo di Como, Il mare Adriatico, I mari della luna, I sette fratelli, Stelle senza nome, Compagni fratelli Cervi) quasi metà dei pezzi dell’Album, dai Canti Orfici di Dino Campana (in La notte mi par bella e Vele), dalla lingua sonora di Biagio Marin (in Me son visuo), Giacomo Noventa (in Sottovento), Ernesto Calzavero (in Parole Mate), dai versi di Erri De Luca (in Il Prigioniero Ante e Sputi). Una canzone (Il Sergente della neve) contiene un frammento di Mario Rigoni Stern un po’ “arrangiato” e inserito nella filastrocca del Soldatino di Rodari. Il tema iniziale del concerto è rimasto in alcuni pezzi (Mar Adriatico, Due parti di idrogeno, Regola acquea), altri sono stati inventati mentre registravamo. Il titolo è cambiato rispetto al concerto, l’abbiamo preso dalla poesia di Erri De Luca. Sputi non è un album ricercato, abbiamo preferito fissare quel che l’istinto suggeriva. Alcune soluzioni sono rimaste ruvide, l’aria che tira nelle parole ha suggerito la musica.»

Da parte mia aggiungo che il disco è particolare, teatrale, ruspante con le sue derive dialettali lombardo-venete, schierato, divertente. Fuori dagli schemi discografici, come del resto originali erano state altre due incisioni in Cd del lavoro di Paolini (alcuni estratti da Il Milione, quaderno veneziano per Le vie dei canti e una comparsata nell’eponimo dei Maistral, band strumentale che lo accompagnava proprio nel Milione). Sputi suona spontaneo e intelligente, ha personalità ed è di sicuro interesse per chi apprezza lo stile di Paolini oppure quello dei Mercanti di Liquore. Per chi ama entrambi è una festa per le orecchie.

Marzo 17 2004

Tre mesi dopo, l’Azienda Trasporti Milanesi decide di rifondere parte del costo dell’abbonamento (settimanale, mensile o annuale) ai viaggiatori rimasti a piedi durante gli scioperi selvaggi di dicembre e gennaio. Gesto onorevole. Se non fosse che, tre mesi dopo, i tagliandi con cui dovrei presentarmi allo sportello sono diventati terra per i ceci.

Marzo 15 2004

A me l’idea di Giuseppe Granieri di dar vita a un notiziario locale dei blog italiani non dispiace affatto. Certo, si potrebbe pensare più in grande. Certo, si rischia di andare alla deriva. Certo, dopo un mese voglio vedere quanti si saranno già stufati di raccontare. Ma ho l’impressione che nemmeno i blog, con quel po’ di buono e di strutturato che hanno introdotto nel Web italiano, siano stati pianificati a tavolino. Un passo per volta, per come la vedo io.

Marzo 10 2004

Uso personale

A parte il fatto che l’entusiasmo mi sembra quanto meno prematuro, direi che ci stiamo avvicinando a larghi passi verso la modica quantità anche per gli Mp3. Già me l’immagino: “Questi file sono illegali!” “Guardi che è la mia dose minima giornaliera…” “Ah, allora può andare!”.

Marzo 4 2004

Cronache di Pleasentville, Fvg (2)
«Ieri in Piazza Risorgimento a Pordenone il tempestivo intervento delle forze dell’ordine ha impedito a un cittadino italiano “turbolento” di rivolgersi in modo violento contro un autista che aveva chiesto conto del biglietto. In realtà l’autista già da diversi di giorni aveva osservato che l’utente si serviva del trasporto pubblico locale da Zoppola a Pordenone senza pagare il biglietto. Ad attendere l’arrivo dell’autobus in piazza Risorgimento c’erano i poliziotti che hanno potuto verificare e identificare il passeggero che non si comportava come previsto dalla legge e usava atteggiamenti poco rassicuranti.» (da Il Gazzettino)

Febbraio 26 2004

Quando passerà il monsone
dirò levate l’ancora
diritta avanti tutta
questa è la rotta
questa è la direzione
questa è la decisione.

Febbraio 25 2004

A proposito del dibattito sul ticket per i libri dati in prestito nelle biblioteche pubbliche, di cui si parla da qualche giorno nei blog (a cominciare da Lorenzo De Tommaso e Manteblog) e contro il quale la Biblioteca Civica di Cologno Monzese ha aperto una petizione, ecco un comunicato diffuso oggi dall’Associazione Italiana Editori. Così, giusto per sapere come la pensano loro.

«Certo, la cultura è gratis. Ma il processo di elaborazione ed anche di necessaria selezione di ciò che vale la pena diffondere non è mai gratuito per nessuno, e per nessuna manifestazione culturale, ivi compreso il libro». Prende posizione il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE), Federico Motta, dopo il dibattito creatosi sulla direttiva comunitaria che prevede un ticket per i libri dati in prestito dalle biblioteche, e che fa insorgere proprio i bibliotecari con il monito “la cultura è gratis”.
«Certo la funzione delle biblioteche è soprattutto quella di agevolare l’accesso alla cultura – prosegue il presidente degli editori – E questa è anche la funzione dell’editoria, che raggiunge i propri potenziali destinatari anche per il tramite delle biblioteche. È però vero, se si pensa al sistema delle biblioteche, che senza un’editoria coraggiosa, intelligente, dotata di spirito imprenditoriale, che proponga con tempestività quanto la cultura, nel mondo, viene elaborando, il patrimonio culturale delle biblioteche stesse sarebbe condannato ad un progressivo, rapido invecchiamento. E questa non è una bella prospettiva per nessuno perché la cultura vive di continui apporti e si alimenta quotidianamente di nuove riflessioni, esperienze, ricerche espressive, conquiste».
«La politica di promozione della lettura, e quindi della cultura – chiarisce – è – o dovrebbe essere – una priorità per un Paese civile. E ciò equivale in concreto ad avere a cuore il destino dell’editoria e dei suoi autori da un lato e dei luoghi di diffusione del libro dall’altro. Ridurre la cultura a uno scontro, fra chi la vuole “gratis” e chi si rende conto che ha anch’essa un valore nella gamma dei beni disponibili, non le rende un buon servizio».
«Nel confronto con altre offerte culturali – conclude Motta – il libro resta un bene ragionevolmente accessibile e durevole, ma soprattutto molto meno pilotabile. L’azione politica e le leggi dovrebbero tener d’occhio questa sua peculiarità e con provvedimenti oculati testimoniarne il “valore”, che non è mai senza prezzo. Anche se ciò che può darci non ha davvero prezzo».

Febbraio 23 2004

Venerdì pomeriggio, su un Intercity che non ha nessuna intenzione di lasciare la stazione centrale di Milano per raggiungere Venezia, nonostante siano passati 25 minuti dall’orario previsto. Accanto a me siede un tizio distinto e sportivo, sulla quarantina. È un po’ nervoso, si guarda intorno. Prende il cellulare e compone un numero.

“Sai, credo che non arriverò in tempo stasera. Devo aver sbagliato treno”, racconta all’interlocutore.

“Eh, sai, io non sono pratico di treni, non li prendo mai. Pensavo di essere salito sul treno per Venezia, ma poi non è partito e allora penso di essere su un altro treno. Chissà dove andrà”, continua.

“Sì, è ancora fermo. Non so dove va questo treno. Aspetta, che chiedo”, e chiude la chiamata.

Tace per un po’, poi mi guarda, mi tocca il braccio e cerca di attirare l’attenzione in modo un po’ goffo.
“Senta, scusi, ma questo treno dove va?”, fa lui.
“A Venezia”, gli rispondo.
“Ma il treno per Venezia non doveva partire alle 17.05?”, chiede.
“Sì, in effetti avrebbe dovuto. Ma è ancora fermo”, rispondo ammiccando da uomo vissuto che ha ormai fatto l’abitudine alle bizze ferroviarie.
“Quindi sono sul treno giusto per Venezia?”, ripete.
“Direi proprio di sì”, lo tranquillizzo.
“No perché, sa, non sono pratico di treni. Non li prendo mai”, si schernisce.

Prende il telefono e richiama l’interlocutore lasciato in sospeso.
“Sono sul treno giusto, sai?”

“Sì sì, ho chiesto e mi hanno detto che è proprio il treno che va a Venezia”

“Sì, era indicato alle 17 e qualcosa, ma credo che gli orari che scrivono sui tabelloni siano solo indicativi, giusto perché uno si sappia regolare, poi partono quando sono pronti. Quindi fra un po’ partiremo, credo.”

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